Testi tratti dal libro Orme di un borgo (Testi a cura di Osvaldo Cipollone)
Come si sa, ai giovani del posto in passato erano concesse rare occasioni per poter ballare. C’erano, al riguardo, motivate privazioni familiari e persino veti delle associazioni parrocchiali. Agli iscritti all’Azione Cattolica, ad esempio, era tassativamente proibito “scatenarsi” nella danza e tantomeno organizzare balli a casa propria. Ho constatato di persona il divieto imposto a un parente, sebbene fosse la festa della sua maggiore età; a quel tempo tale traguardo si raggiungeva a 21 anni. In quella circostanza, l’unico espediente fu trasferirsi a casa di un amico, vicino di casa, dopo la “cenetta” dal festeggiato; le ragazze intervenute al ballo, ovviamente, conoscevano quel programma.
Quasi tutti i balli dei tesserati all’A. C. avvenivano all’insaputa delle autorità parrocchiali. Ma, poiché a volte anche i muri parlano, spesso i ballerini venivano scoperti, additati come promotori di scandalo e messi al bando dall’Associazione. Capitava anche di uscire dal paese per la soddisfazione di un ballo, ma le insidie di tali sotterfugi rendevano le trasferte di dominio pubblico. In una specifica circostanza, alcuni ragazzi di Cese, venuti a sapere di un ballo programmato in una casa di Avezzano, riuscirono ad entrare facendosi passare per conoscenti del proprietario; la verità era che il padre di uno di costoro aveva soltanto dei terreni confinanti con l’altro a Fùcino.
Dentro ballarono, risero e bevvero, fino a quando proprio il giovane “amico”, notando una ragazza più allegra delle altre che concedeva balli a chiunque la invitasse, accostatosi all’orecchio di un vicino, sussurrò: “Ma che pe’ccaso quela vajjòla è una facile da rímorchia?” La domanda, però, era stata inconsapevolmente posta proprio al fratello della giovane, che si mostrava gioiosa e cortese perché la festa era in suo onore: era la futura sposa. Tra spintoni, calci e urla, lo sfortunato ragazzo fu costretto ad abbandonare la sala, seguito dal gruppo dei suoi amici che imprecavano contro di lui per l’infelice intervento.
La vicenda, successivamente, fu riferita al padre del nostro compaesano proprio dal contadino avezzanese suo confinante terriero, quando si ritrovarono entrambi a seminare il grano a Fùcino. In un’altra circostanza si verificò una situazione spiacevole per motivi analoghi. C’è da dire che, per un certo periodo, ad Antrosano non era consentito che quelli di fuori partecipassero alle feste da ballo. Anche allora fu un diverbio tra due giovani – che si contendevano la stessa ragazza – ad alimentare sentimenti di gelosia ed acuire il campanilismo tra i due paesi.
Gli strascichi di quell’episodio videro coinvolti anche altri giovani in veste di vendicatori e pacieri. Così, per evitare che quelli di fuori, e non solo quelli di Cese, continuassero a “contattare” le ragazze del posto, gli antrosanesi issarono uno striscione alle porte del paese, i cui caratteri cubitali recitavano: “VIETATO FAR L’AMORE AI FORESTIERI”. Questa singolare ribellione è stata riportata in una pubblicazione dal titolo: “Antrosano – memoria e storia” di G. B. Pitoni e A. Salvi.
Trattando questo argomento, gli autori hanno tralasciato altri episodi attinenti a quello descritto. In particolare si racconta di un altro gruppo di ragazzi che, disatteso il divieto del cartello, si erano introdotti in paese con le loro bici per cercare di entrare a una festa da ballo. In seguito all’affronto, trovarono sbarrata la strada del ritorno da “invisibili” fil di ferro, fissati sulle siepi che delimitavano gli opposti cigli stradali. La rovinosa caduta e i danni riportati consigliarono vendetta a un giovane di Cese, che si riteneva autorizzato a frequentare il paese in quanto fidanzato con una ragazza del posto.
Munito di un moschetto residuato bellico e di pallottole traccianti, di facile reperimento dopo la ritirata dei tedeschi e l’armistizio, pensò bene di appostarsi sulla sommità del Monte comunemente chiamato “Cucuruzzo” e, attesa la notte, scaricò interi caricatori in direzione di Antrosano. Fortunatamente, i colpi non procurarono danni, né si verificarono gesti di ritorsione o rivalsa in seguito all’episodio. Un altro “incidente” avvenne in seguito anche a Corcumello, per aver ballato con due ragazze del luogo la sera della festa di S. Lorenzo; infatti, alcuni ragazzi di Cese si videro inseguiti dai coetanei del posto e furono messi in fuga a colpi di sassate.
Fra i fuggitivi c’era un ragazzo che alla cintola custodiva una grossa pistola, sempre di provenienza bellica, e, sparando alcuni colpi in aria, dissuase gli inseguitori. Come si può comprendere dagli episodi descritti, anche fra i nostri compaesani c’era chi aveva il sangue caldo e non si limitava a usare solo la lingua o le mani per risolvere delle conflittualità.
L’episodio più innocente, ma paradossale, è capitato invece ad altri giovani. Questi avevano intenzione di raggiungere una zona di Scurcola Marsicana (“Casali Casperini”), dove c’erano alcune giovani ragazze cui i genitori consentivano di ballare, purché gli aspiranti “cavalieri” giungessero provvisti di fiaschi di vino. Il gruppo ovviamente si premunì del necessario, spillando furtivamente la bevanda dalla botte di uno della comitiva. Un altro, però, avrebbe dovuto procurare il carretto, un altro ancora una bestia che lo trainasse.
Venuta la notte, prelevarono un asino dalla stalla, gli apposero tutti i finimenti e stavano per partire. Immaginarono, però, che il rumore degli zoccoli avrebbe svelato la marcia del somaro, per cui tennero la bestia ferma per un po’. Illuminato da un lampo di genio, uno dei due amici consigliò di tornare nella stalla a prendere degli stracci in modo da foderare le zampe dell’asino, fissandoveli con del fil di ferro. Fatto ciò, ripartirono con tutta tranquillità, ma dopo pochi passi la bestia si produsse in uno stanco ed assonnato raglio, capace di svegliare tutto il circondario.
Prontamente zittito, dapprima stringendo con le mani il morso, poi legandogli al muso una vecchia giacca, i due poterono nuovamente avviarsi per “l’ardua impresa”. Oltrepassato il punto critico, dove riposava l’ignaro padrone, raggiunsero località “Santa Lucia”, dove era “parcheggiato” il carretto. Prelevatolo, si poté infine partire verso la meta designata.
La sera era calma, ma non serena; ogni tanto la luna compariva fra gonfi nuvoloni, dietro i quali si rintanava poi per riposare, dopo aver vigilato ed illuminato il percorso. Bevendo e cantando allegramente, dopo circa un’ora i nostri erano alla vista del casolare. Ma, in prossimità dell’ultima curva, le redini non tennero ed il carretto finì con una ruota dentro un letamaio, rimanendo irrimediabilmente inzaccherato.
Qualche viaggiatore, saltando dalla parte opposta, evitò di affondare nei liquami; altri, sbalzati fuori dallo scossone, vi affondarono morbidamente dentro, mentre la bestia sembrava gradire quella inaspettata e piacevole sosta. Dopo qualche tuono, un improvviso temporale si abbatté sul gruppo, impegnato a risolvere quella spiacevole situazione. Purtroppo, vuoi per le difficoltà contingenti, vuoi per la pioggia, i giovani non riuscivano a venir fuori da quell’intoppo. Liberato l’asino, lo condussero per strada a piedi, con il proposito di rimettere in carreggiata il mezzo successivamente.
Riparatisi, quindi, sotto poderosi salici, volevano attendere lì che smettesse di piovere, ma il pericolo di eventuali fulmini consigliò loro di spostarsi altrove. Decisero, allora, di ripararsi presso la cascina dei contadini che andavano a visitare. Mentre proseguivano, però, conducendo l’asino per la cavezza e portando i due fiaschi di vino rimasti, riuscivano a malapena ad intravedere il casolare. Giuntivi poco dopo, trovarono la cascina buia; scoraggiati, decisero di andare via. Ma uno del gruppo, in preda alla rabbia e allo sconforto, si sfogò lanciando un sasso contro la porta del granaio.
Improvvisamente si accese la luce ad una finestra. Un uomo, affacciatosi mezzo spoglio, chiese preoccupato: “Chi è?” Qualcuno scappò, mentre uno più pronto degli altri, avvicinatosi con il vino, disse che avevano “bussato” per chiedere riparo. Alla vista del vino, l’uomo li fece entrare e, acceso il fuoco, permise che si asciugassero. Giustificò l’assenza del resto della famiglia con l’indisponibilità della moglie malata; aveva inoltre un dito fasciato e dunque non avrebbe potuto suonare l’organetto, con la conseguente impossibilità di svegliare, così, anche gli altri abitanti della casa accanto. L’ospitalità durò fino al termine della bevanda, dopo di che l’uomo disse che doveva andare a riposare. In poco tempo, comunque, era riuscito a trangugiare un fiasco da solo; l’altro, fortunatamente, era stato consumato da tutti i membri della compagnia.
La pioggia continuava a cadere senza posa, il cielo era completamente coperto da nuvole cupe e, tutt’intorno, non si vedeva che una distesa oscura. Il carretto giaceva immobile fuori strada e lì rimase, poiché nessuno era intenzionato a rimuoverlo dal letamaio. Data la delusione per l’infelice serata, non rimaneva che far ritorno a piedi al paese, con l’asino al seguito, programmando il recupero del mezzo per il giorno successivo. Siccome, però, non era di proprietà di nessuno del gruppo, il carretto stazionò lì per un bel po’, finché i contadini, meravigliati per quell’insolito “parcheggio”, non ne diedero notizia.
Riferimento autore: Osvaldo Cipollone.