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Mario Pomilio. Problema Dell’Uomo E Dell’Umanesimo

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Mario Pomilio rinnova la narrativa con un neorealismo cristiano, sfidando la crisi del dopoguerra e riscoprendo l’essenziale legame tra arte e umanità.

Mario Pomilio, nel suo contributo alla letteratura, si distingue per una riflessione critica sui suoi primi romanzi, suggerendo che le poetiche si formino a posteriori, attraverso un intenso ripensamento dell’opera. Negli anni in cui il neorealismo mostrava segni di stanchezza, alcuni giovani scrittori ambivano a un’arte non più impegnata, mentre altri, come Pomilio, proponevano un “neorealismo cristiano” che si distaccasse dall’ideologia politica predominante. Questa visione portò a una rivalutazione della narrativa, necessaria per ristabilire un legame profondo con l’umanità e i suoi valori.

Il dibattito sul ruolo dell’arte raggiunse il culmine nel periodo tra il 1950 e il 1960, quando Pomilio espresse le sue idee in articoli per la rivista “Le ragioni narrative”, evidenziando la necessità di un’impegno etico e non solo politico. Egli sosteneva che la presenza letteraria dovesse riflettere il tessuto esistenziale degli autori, poiché solo da questa autenticità poteva sorgere una vera narrativa. Pomilio riconosceva i limiti del neorealismo, ma riteneva che senza di esso, una connessione con la realtà umana sarebbe stata impossibile.

La sua posizione si fece sempre più esplicita, argomentando contro il disimpegno e ribadendo l’importanza di un’arte capace di affrontare verità universali. Tra il 1945 e il 1960, la crisi del “frontismo” mise in discussione le convinzioni degli scrittori, che si resero conto della complessità della realtà e della difficoltà di influenzarla. Questo portò a una frattura nella narrativa, evidente in un clima di crescente disillusione.

Pomilio avvertì quindi la scarsità di un’iniziativa culturale che rispondesse alle esigenze della società contemporanea. A suo avviso, l’arte non poteva limitarsi a mera rappresentazione di contenuti, ma doveva rispondere a una questione più profonda: quella dell’umanesimo in un mondo sempre più disumanizzato. La sua critica alla meccanizzazione della cultura sollecitava una reazione, affermando che il compito dell’intellettuale fosse di infondere nell’arte un’anima, senza la quale la presente risulterebbe giustificabile solo in parte.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

Queste le direttrici fondamentali con cui Mario Pomilio “ripensava criticamente” i suoi due primi romanzi. Se bisogna con lui ammettere che “le poetiche i veri scrittori se le scrivono solo dopo i libri, e che esse non sono poi altro che un ripensamento critico del loro lavoro”. Erano gli anni in cui cominciava a notarsi una certa stanchezza nelle file del neorealismo più agguerrito, perfino tra i suoi sostenitori più generosi del primo decennio. Vi era stato davvero un imperversare di “documenti” e di “testimonianze” artisticamente poco probanti, accanto ad opere di serio prestigio. L’arte appariva sempre più modesta ancella di una precisa ideologia politica, i cui ideali peraltro s’andavano sempre più indebolendo e sbiadendo.

Alcuni giovani scrittori cominciarono proprio allora a vagheggiare un’arte non più impegnata. La narrativa, secondo loro, discesa in pozze di sangue fratricida e deturpatasi nelle piaghe del vizio e della miseria, doveva risalire nel puro firmamento di una olimpica evasione. Altri, invece, postularono l’esigenza di un’arte diversamente impegnata. Tra questi, in prima fila, Mario Pomilio, col suo (a noi così piace definirlo) neorealismo cristiano. Nel formulare la poetica di questo nuovo realismo, di cui l’ascendenza romantico-manzoniana è più evidente che ogni altra, Pomilio dal proprio impulso polemico si lascia trascinare fino a svalutare del tutto, o quasi, la complessa esperienza che da Flaubert e Zola passa, per vie diverse, a Capuana e Verga, a Proust e Hemingway, fino a Moravia.

E i Bernari, i Pratolini, i Pavese, i Vittorini, ecc.? Tutti da buttare nel calderone dell’”engagement” ideologico, in quanto ottusi o refrattari ad ogni tipo di trascendenza? Nel suo eccesso di zelo, sembrerebbe di sì. Eppure Pomilio sa benissimo che, senza certi “documenti” del primo dopoguerra, sarebbe stato impossibile per la nostra narrativa riprendere un qualsiasi discorso con l’uomo e sull’uomo. Questo merito notevolissimo, al neorealismo di prima maniera, non può e non deve negarlo nessuno.

Solo che, ritrovato finalmente l’uomo nella sua dimensione più naturale e nei suoi valori etico-politico-sociali, occorreva davvero riaprire il suo sguardo a visioni non più soltanto settoriali della realtà che lo circonda e, anche, il suo cuore alle verità universali che lo animano e lo sovrastano. È qui, appunto, l’opportunità e la legittimità degli interventi polemici di Pomilio. A dir vero, nel periodo che abbraccia il decennio e che segna un momento decisivo per la cultura e quindi anche per la narrativa contemporanea, Pomilio ebbe a svolgere una intensa attività critica e saggistica, specialmente sulle pagine della rivista Le ragioni narrative, fondata nel ’60 a Napoli con Incoronato, Prisco, Rea, Savoj e Vene.

L’impressione meno sfuggente che si ricava da questi scritti, raccolti per lo più nel già citato volume di Contestazioni, è che Pomilio abbia tentato negli ultimi anni di perseguire, tra l’altro, una ragionata sistemazione delle proprie idee in materia d’arte sul piano di una “estetica dei valori”, che sia capace di fronteggiare e poi sopravanzare la metodologia crociana e quella marxista, l’una ormai da tempo in crisi e l’altra in fase d’incerto sviluppo.

Il richiamo ad una concezione cristiana della vita e del mondo si fa col tempo in lui sempre più esplicito nella parole e, nell’essenza del discorso, non perde nulla della sua perentorietà iniziale. Si veda, ad esempio, il concitato avvio del saggio su Brancati (1960), nel quale si ammette che, dopo l’utilizzazione fin troppo scoperta e strumentale di equivocabili verità ideologiche, “un certo tipo di disimpegno arriva finanche troppo tardi”. Ma nel contempo si riafferma la necessità di “quell’altro non abolibile tipo d’impegno (a prezzo altrimenti di veder cadere le ragioni stesse della narrativa) che continua ad esigere da noi una presenza integrale in ciò che scriviamo.” È in questo contesto che Pomilio sottolinea come la letteratura debba essere capace di assorbire l’intero carico della nostra umanità e dei nostri problemi.

Non è che Pomilio non veda le ragioni o i pretesti che furono all’origine del vecchio tipo d’impegno, sorto intorno a quella “specie di anno mille” che fu il 1945. Per gli scrittori che proprio allora venivano alla ribalta sulla spinta entusiasmante dell’antifascismo, il grande problema fu di passare dal “puro dissenso” politico ad una “modificazione della realtà”, nel senso più concreto del termine. Ma già nel ’48, con la crisi del “frontismo”, quella che doveva essere una “conquista di slancio e senza sforzo apparente”, si rivelò invece irta di pericoli e difficoltà insormontabili; cosicché apparvero le prime incrinature nei rapporti tra ideologia e realtà.

Lo scrittore “engage”, ad un tratto, si vide sgusciare tra le mani quel pezzo di realtà che credeva di poter controllare e modificare a suo piacimento. Il mondo gli apparve allora nuovamente dominato da forze irrazionali, le quali andavano determinando nuovi rapporti tra capitale e lavoro. Intanto, prese a circolare un’aria di soffocazione e di inerzia morale. Per molti, questo segnò l’inizio del silenzio o del compromesso. Per gli altri, il divorzio tra storia e ragione, comporta una sensazione d’insicurezza e d’inutilità. Questi fenomeni si articolano in varie maniere: c’è chi esaspera il proprio solipsismo e magari se ne compiace, e dichiara ingrata o alienata la società odierna; oppure c’è chi prova un senso di colpa per il lavoro svolto prima e per il fatto d’aver prediletto una letteratura di contenuti, di problemi, di messaggi.

Evidentemente, Pomilio si dichiara contro gli uni e gli altri. È convinto che “se è vero che la tecnica sta portando l’uomo verso approdi rischiosi, la meccanizzazione, la disumanizzazione, è vero pur sempre che è compito anche dell’uomo di cultura […] di sforzarsi d’offrire quel supplemento d’anima […] di cui ha bisogno. Senza di ciò la sua presenza neppure forse si giustifica”. E a chi suole ripetere che “l’umanesimo è il grande sconfitto della prima metà di questo secolo”, egli osserva che quello dell’umanesimo “resta sempre un problema aperto, il problema, anzi, dell’arte come dell’uomo”, la cui sussistenza oggi non si può negare “con la scusante che il mondo è fatto di cose e la società di masse meccanizzate”.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

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Queste le direttrici fondamentali con cui Mario Pomilio “ripensava criticamente” i suoi due primi romanzi. Se bisogna con lui ammettere che “le poetiche i veri scrittori se le scrivono solo dopo i libri, e che esse non sono poi altro che un ripensamento critico del loro lavoro”. Erano gli anni in cui cominciava a notarsi una certa stanchezza nelle file del neorealismo più agguerrito, perfino tra i suoi sostenitori più generosi del primo decennio. Vi era stato davvero un imperversare di “documenti” e di “testimonianze” artisticamente poco probanti, accanto ad opere di serio prestigio. L’arte appariva sempre più modesta ancella di una precisa ideologia politica, i cui ideali peraltro s’andavano sempre più indebolendo e sbiadendo.

Alcuni giovani scrittori cominciarono proprio allora a vagheggiare un’arte non più impegnata. La narrativa, secondo loro, discesa in pozze di sangue fratricida e deturpatasi nelle piaghe del vizio e della miseria, doveva risalire nel puro firmamento di una olimpica evasione. Altri, invece, postularono l’esigenza di un’arte diversamente impegnata. Tra questi, in prima fila, Mario Pomilio, col suo (a noi così piace definirlo) neorealismo cristiano. Nel formulare la poetica di questo nuovo realismo, di cui l’ascendenza romantico-manzoniana è più evidente che ogni altra, Pomilio dal proprio impulso polemico si lascia trascinare fino a svalutare del tutto, o quasi, la complessa esperienza che da Flaubert e Zola passa, per vie diverse, a Capuana e Verga, a Proust e Hemingway, fino a Moravia.

E i Bernari, i Pratolini, i Pavese, i Vittorini, ecc.? Tutti da buttare nel calderone dell’”engagement” ideologico, in quanto ottusi o refrattari ad ogni tipo di trascendenza? Nel suo eccesso di zelo, sembrerebbe di sì. Eppure Pomilio sa benissimo che, senza certi “documenti” del primo dopoguerra, sarebbe stato impossibile per la nostra narrativa riprendere un qualsiasi discorso con l’uomo e sull’uomo. Questo merito notevolissimo, al neorealismo di prima maniera, non può e non deve negarlo nessuno.

Solo che, ritrovato finalmente l’uomo nella sua dimensione più naturale e nei suoi valori etico-politico-sociali, occorreva davvero riaprire il suo sguardo a visioni non più soltanto settoriali della realtà che lo circonda e, anche, il suo cuore alle verità universali che lo animano e lo sovrastano. È qui, appunto, l’opportunità e la legittimità degli interventi polemici di Pomilio. A dir vero, nel periodo che abbraccia il decennio e che segna un momento decisivo per la cultura e quindi anche per la narrativa contemporanea, Pomilio ebbe a svolgere una intensa attività critica e saggistica, specialmente sulle pagine della rivista Le ragioni narrative, fondata nel ’60 a Napoli con Incoronato, Prisco, Rea, Savoj e Vene.

L’impressione meno sfuggente che si ricava da questi scritti, raccolti per lo più nel già citato volume di Contestazioni, è che Pomilio abbia tentato negli ultimi anni di perseguire, tra l’altro, una ragionata sistemazione delle proprie idee in materia d’arte sul piano di una “estetica dei valori”, che sia capace di fronteggiare e poi sopravanzare la metodologia crociana e quella marxista, l’una ormai da tempo in crisi e l’altra in fase d’incerto sviluppo.

Il richiamo ad una concezione cristiana della vita e del mondo si fa col tempo in lui sempre più esplicito nella parole e, nell’essenza del discorso, non perde nulla della sua perentorietà iniziale. Si veda, ad esempio, il concitato avvio del saggio su Brancati (1960), nel quale si ammette che, dopo l’utilizzazione fin troppo scoperta e strumentale di equivocabili verità ideologiche, “un certo tipo di disimpegno arriva finanche troppo tardi”. Ma nel contempo si riafferma la necessità di “quell’altro non abolibile tipo d’impegno (a prezzo altrimenti di veder cadere le ragioni stesse della narrativa) che continua ad esigere da noi una presenza integrale in ciò che scriviamo.” È in questo contesto che Pomilio sottolinea come la letteratura debba essere capace di assorbire l’intero carico della nostra umanità e dei nostri problemi.

Non è che Pomilio non veda le ragioni o i pretesti che furono all’origine del vecchio tipo d’impegno, sorto intorno a quella “specie di anno mille” che fu il 1945. Per gli scrittori che proprio allora venivano alla ribalta sulla spinta entusiasmante dell’antifascismo, il grande problema fu di passare dal “puro dissenso” politico ad una “modificazione della realtà”, nel senso più concreto del termine. Ma già nel ’48, con la crisi del “frontismo”, quella che doveva essere una “conquista di slancio e senza sforzo apparente”, si rivelò invece irta di pericoli e difficoltà insormontabili; cosicché apparvero le prime incrinature nei rapporti tra ideologia e realtà.

Lo scrittore “engage”, ad un tratto, si vide sgusciare tra le mani quel pezzo di realtà che credeva di poter controllare e modificare a suo piacimento. Il mondo gli apparve allora nuovamente dominato da forze irrazionali, le quali andavano determinando nuovi rapporti tra capitale e lavoro. Intanto, prese a circolare un’aria di soffocazione e di inerzia morale. Per molti, questo segnò l’inizio del silenzio o del compromesso. Per gli altri, il divorzio tra storia e ragione, comporta una sensazione d’insicurezza e d’inutilità. Questi fenomeni si articolano in varie maniere: c’è chi esaspera il proprio solipsismo e magari se ne compiace, e dichiara ingrata o alienata la società odierna; oppure c’è chi prova un senso di colpa per il lavoro svolto prima e per il fatto d’aver prediletto una letteratura di contenuti, di problemi, di messaggi.

Evidentemente, Pomilio si dichiara contro gli uni e gli altri. È convinto che “se è vero che la tecnica sta portando l’uomo verso approdi rischiosi, la meccanizzazione, la disumanizzazione, è vero pur sempre che è compito anche dell’uomo di cultura […] di sforzarsi d’offrire quel supplemento d’anima […] di cui ha bisogno. Senza di ciò la sua presenza neppure forse si giustifica”. E a chi suole ripetere che “l’umanesimo è il grande sconfitto della prima metà di questo secolo”, egli osserva che quello dell’umanesimo “resta sempre un problema aperto, il problema, anzi, dell’arte come dell’uomo”, la cui sussistenza oggi non si può negare “con la scusante che il mondo è fatto di cose e la società di masse meccanizzate”.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

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