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Storia Di Paterno…. Sant’Onofrio Il Compatrono Di Paterno

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Tradizione e modernità si scontrano nell’aura di S. Onofrio, tra ferventi devozioni e critiche contemporanee: un’eredità spirituale immersa nella storia marsicana.

Già nel 1600 l’eremo di S. Onofrio a Paterno, meta di pellegrinaggi per fedeli e uomini illustri, era noto, come riportato dal Febonio. Un altro storico marsicano, Corsignani, parlando di don Lelio Scricchi, canonico di Cèlano, rivelò che quest’ultimo si ritirava spesso nella Spelonca di S. Onofrio, evidenziando l’importanza del culto da secoli diffuso in Paterno.

Oggi, la figura di S. Onofrio rappresenta un punto di conflitto tra tradizione e modernità: da una parte i devoti che onorano un culto antico, dall’altra chi lo considera superato. Le sue origini, risalenti a 190 d.C., si intrecciano con la vita del re persiano Teodoro e di sua moglie Pelagia, che, desiderando un figlio, si rivolsero a Onofrio, un monaco miracoloso. Grazie alla sua intercessione, Pelagia concepì un bambino che chiamarono Onofrio, ma non senza subire le ingiurie e le prove della corte.

La vita di Onofrio, ben presto divenne un simbolo di virtù e di battaglie contro le ingiustizie, tanto che, divenuto principe, salvò il suo regno da un invasore arabo. Tuttavia, dopo aver perso i genitori, rinunciò al trono, iniziando una vita di eremitaggio e penitenza. La sua ricerca della solitudine lo portò nel deserto, dove, dopo anni di ascesi, il suo corpo venne trovato dal monaco Pafnuzio, il quale trasmise il suo messaggio e la sua storia.

La venerazione per S. Onofrio si diffuse, con numerosi luoghi a lui dedicati e un influsso artistico che si riflette in opere di grandi maestri. La tradizione locale di Paterno affonda le radici in un’altra leggenda, secondo cui un abitante tornato dalla Sicilia portò un’immagine del Santo, erigendo un piccolo romitaggio. La forza del culto rimane viva, con pellegrini che giungono in visita, cercando protezione e grazie, specialmente per i bambini.

Oggi, nel giorno della festa, il 12 giugno, la statua del Santo viene portata in processione. Il luogo di culto, ristrutturato, continua a essere un ritrovo per chi cerca spiritualità e tranquillità, un angolo di riflessione immerso nella bellezza della Marsica. Qui, il suono delle campane risuona come eco dei ricordi e delle speranze dei pellegrini, testimoniando l’importanza storica e culturale della figura di S. Onofrio.

Riferimento autore: prof. Mario di Berardino.

Sappiamo dal Febonio che già nel 1600 esisteva l’eremo di S. Onofrio, conosciuto all’intorno e meta di pellegrinaggio per fedeli comuni, uomini illustri e in odore di santità. Il Corsignani, altro storico marsicano nativo di Cèlano, nel suo libro intitolato « Reggia Marsicana », riporta che il Servo di Dio don Lelio Scricchi, canonico celanese, si ritirava in alcuni romitaggi, preferendo la Spelonca di S. Onofrio di Paterno. Il culto di S. Onofrio era, quindi, molto diffuso già nel XVII secolo a Paterno, indicativo del fatto che il romitorio fosse già stato costruito.

Oggi, la fede religiosa si sta affievolendo, e S. Onofrio è diventato per i Paternesi un segno di contraddizione tra i fautori della tradizione e coloro che non la tengono in considerazione. Ma chi era S. Onofrio? Intorno all’anno 190 d.C., quando il pontefice Eleuterio sedeva sul soglio di Pietro e regnava l’impero romano sotto Lucio Commodo, in Persia viveva un re di nome Teodoro, un uomo saggio e cristiano fervente, insieme alla moglie Pelagia, anch’ella convertita.

Un segreto dolore affliggeva la coppia regale, dato che non avevano figli. In quel tempo, nella Persia viveva un uomo di nome Onofrio, discepolo del monaco Pietro, che compiva miracoli e riempiva le località con la sua presenza. La regina Pelagia si rivolse a lui chiedendo di fecondare il suo seno, promettendo di chiamare il bambino Onofrio. Poco dopo, il suo desiderio si realizzò e il re, per devozione, iniziò a moltiplicare le opere di bene verso i suoi sudditi.

Tuttavia, l’invidia e le maldicenze di un barone di corte trasformarono la gioia in tragico sospetto, insinuando la fedeltà della regina. Il dolore del re crebbe e, non potendo spiegarsi il cambiamento, la regina si sentì sopraffatta. Quando il bambino venne alla luce, il re rifiutò di vederlo e, in un accesso di rabbia, tentò di gettarlo tra le fiamme, che miracolosa si aprirono accogliendolo come una culla. Il re, colpito, chiese perdono alla regina, riconoscendo la sua innocenza.

Il fanciullo, battezzato Onofrio, fu allattato da una cerva dopo che il latte della regina non era più sufficiente. A tre anni, Onofrio fu portato nel monastero di Ereti in Tebaide, dove crebbe in sapienza e virtù. Un giorno, arrivarono cavalieri mandati dal re, avvisando di un’invasione del principe arabo. Onofrio fu richiamato alla guida dell’esercito e, dopo un periodo di emozioni contrastanti, tornò al campo di battaglia, dove ottenne una rapida vittoria.

Purtroppo, questa gioia fu seguita da un grande dolore: la regina Pelagia morì e poco dopo il re Teodoro si spense. Onofrio, rimasto solo, governò secondo giustizia e pace, ma dovette affrontare l’invidia di alti dignitari. Alla fine, esasperato dalle trame contro di lui, decise di abbandonare il regno, distribuendo i suoi beni e rifugiandosi in Ermopoli, dove vestì l’abito monastico.

In seguito, fu eletto abate, ma il suo rigore portò all’opposizione di alcuni confratelli che tramavano anche contro di lui. Onofrio scelse di ritirarsi nel deserto per una vita di solitudine e penitenza, accompagnato da una cerva che lo aveva sempre seguito. L’abate Pafnuzio racconta la sua vita nel deserto, dove Onofrio compì grandi fatiche e sofferenze, ma alla fine trovò pace e tranquillità.

Quando Onofrio sentì vicina la sua fine, chiese a Pafnuzio di seppellirlo e rivelò la sua vita da re e monaco, abbandonando il mondo per dedicarsi a Dio. Pafnuzio, dopo aver seppellito il corpo di S. Onofrio, tornò e raccontò ai confratelli dell’ultimo desiderio del santo. Anche se l’età di Onofrio alla morte è incerta, si ritiene che visse almeno fino a ottanta o novant’anni, morendo il 12 di giugno.

Negli anni successivi, i suoi resti furono ritrovati e traslati in Egitto, poi a Roma, dove le reliquie si diffusero in diverse città. La Sicilia conserva la maggior parte dei resti di S. Onofrio, con chiese dedicate a lui a Palermo e Lotera e numerose celebrazioni, in particolare il 12 di giugno.

Paterno non è estranea al culto locale di S. Onofrio. Secondo il Blasetti, una tradizione narra che un abitante di Paterno, di nome Onofrio, tornò dalla Sicilia con un’immagine e un reliquiario del santo e fondò una cappellina a suo nome. Con il tempo, la cappellina venne ampliata e divenne meta di numerosi pellegrini per invocare grazie e protezioni dal santo.

L’eremitaggio dedicato a S. Onofrio, situato in Paterno, si è sviluppato nel tempo. Oggi la cappella è tenuta in ordine dalla confraternita e rappresenta un luogo di preghiera e meditazione. La statua del santo, portata in processione, è un simbolo della devozione della comunità.

Nella regionale iconografia, S. Onofrio è presente in numerose opere d’arte e in inni che celebrano la sua vita. La celebrazione annuale, il 12 di giugno, continua a richiamare devoti, compiendo un viaggio non solo fisico ma anche spirituale, recuperando il senso di comunità e fede.

Riferimento autore: prof. Mario di Berardino.

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Sappiamo dal Febonio che già nel 1600 esisteva l’eremo di S. Onofrio, conosciuto all’intorno e meta di pellegrinaggio per fedeli comuni, uomini illustri e in odore di santità. Il Corsignani, altro storico marsicano nativo di Cèlano, nel suo libro intitolato « Reggia Marsicana », riporta che il Servo di Dio don Lelio Scricchi, canonico celanese, si ritirava in alcuni romitaggi, preferendo la Spelonca di S. Onofrio di Paterno. Il culto di S. Onofrio era, quindi, molto diffuso già nel XVII secolo a Paterno, indicativo del fatto che il romitorio fosse già stato costruito.

Oggi, la fede religiosa si sta affievolendo, e S. Onofrio è diventato per i Paternesi un segno di contraddizione tra i fautori della tradizione e coloro che non la tengono in considerazione. Ma chi era S. Onofrio? Intorno all’anno 190 d.C., quando il pontefice Eleuterio sedeva sul soglio di Pietro e regnava l’impero romano sotto Lucio Commodo, in Persia viveva un re di nome Teodoro, un uomo saggio e cristiano fervente, insieme alla moglie Pelagia, anch’ella convertita.

Un segreto dolore affliggeva la coppia regale, dato che non avevano figli. In quel tempo, nella Persia viveva un uomo di nome Onofrio, discepolo del monaco Pietro, che compiva miracoli e riempiva le località con la sua presenza. La regina Pelagia si rivolse a lui chiedendo di fecondare il suo seno, promettendo di chiamare il bambino Onofrio. Poco dopo, il suo desiderio si realizzò e il re, per devozione, iniziò a moltiplicare le opere di bene verso i suoi sudditi.

Tuttavia, l’invidia e le maldicenze di un barone di corte trasformarono la gioia in tragico sospetto, insinuando la fedeltà della regina. Il dolore del re crebbe e, non potendo spiegarsi il cambiamento, la regina si sentì sopraffatta. Quando il bambino venne alla luce, il re rifiutò di vederlo e, in un accesso di rabbia, tentò di gettarlo tra le fiamme, che miracolosa si aprirono accogliendolo come una culla. Il re, colpito, chiese perdono alla regina, riconoscendo la sua innocenza.

Il fanciullo, battezzato Onofrio, fu allattato da una cerva dopo che il latte della regina non era più sufficiente. A tre anni, Onofrio fu portato nel monastero di Ereti in Tebaide, dove crebbe in sapienza e virtù. Un giorno, arrivarono cavalieri mandati dal re, avvisando di un’invasione del principe arabo. Onofrio fu richiamato alla guida dell’esercito e, dopo un periodo di emozioni contrastanti, tornò al campo di battaglia, dove ottenne una rapida vittoria.

Purtroppo, questa gioia fu seguita da un grande dolore: la regina Pelagia morì e poco dopo il re Teodoro si spense. Onofrio, rimasto solo, governò secondo giustizia e pace, ma dovette affrontare l’invidia di alti dignitari. Alla fine, esasperato dalle trame contro di lui, decise di abbandonare il regno, distribuendo i suoi beni e rifugiandosi in Ermopoli, dove vestì l’abito monastico.

In seguito, fu eletto abate, ma il suo rigore portò all’opposizione di alcuni confratelli che tramavano anche contro di lui. Onofrio scelse di ritirarsi nel deserto per una vita di solitudine e penitenza, accompagnato da una cerva che lo aveva sempre seguito. L’abate Pafnuzio racconta la sua vita nel deserto, dove Onofrio compì grandi fatiche e sofferenze, ma alla fine trovò pace e tranquillità.

Quando Onofrio sentì vicina la sua fine, chiese a Pafnuzio di seppellirlo e rivelò la sua vita da re e monaco, abbandonando il mondo per dedicarsi a Dio. Pafnuzio, dopo aver seppellito il corpo di S. Onofrio, tornò e raccontò ai confratelli dell’ultimo desiderio del santo. Anche se l’età di Onofrio alla morte è incerta, si ritiene che visse almeno fino a ottanta o novant’anni, morendo il 12 di giugno.

Negli anni successivi, i suoi resti furono ritrovati e traslati in Egitto, poi a Roma, dove le reliquie si diffusero in diverse città. La Sicilia conserva la maggior parte dei resti di S. Onofrio, con chiese dedicate a lui a Palermo e Lotera e numerose celebrazioni, in particolare il 12 di giugno.

Paterno non è estranea al culto locale di S. Onofrio. Secondo il Blasetti, una tradizione narra che un abitante di Paterno, di nome Onofrio, tornò dalla Sicilia con un’immagine e un reliquiario del santo e fondò una cappellina a suo nome. Con il tempo, la cappellina venne ampliata e divenne meta di numerosi pellegrini per invocare grazie e protezioni dal santo.

L’eremitaggio dedicato a S. Onofrio, situato in Paterno, si è sviluppato nel tempo. Oggi la cappella è tenuta in ordine dalla confraternita e rappresenta un luogo di preghiera e meditazione. La statua del santo, portata in processione, è un simbolo della devozione della comunità.

Nella regionale iconografia, S. Onofrio è presente in numerose opere d’arte e in inni che celebrano la sua vita. La celebrazione annuale, il 12 di giugno, continua a richiamare devoti, compiendo un viaggio non solo fisico ma anche spirituale, recuperando il senso di comunità e fede.

Riferimento autore: prof. Mario di Berardino.

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