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Mario Pomilio. Il Quinto Evangelio

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Mario Pomilio rompe il silenzio con Il quinto evangelio, un’opera che esplora la verità oltre le convenzioni religiose attraverso gli occhi di un ufficiale americano.

Mario Pomilio, con il suo romanzo Il quinto evangelio pubblicato nel 1975, torna a far sentire la sua voce dopo un lungo silenzio. Quest’opera, premiata con il Premio Napoli, è un perfetto esempio della sua ricerca narrativa, improntata su tematiche etico-religiose e storico-sociali, che non sempre si amalgamano perfettamente. I suoi romanzi precedenti, come L’uccello nella cupola e Il testimone, evidenziano più apertamente conflitti morali, mentre opere come Il nuovo corso affrontano le domande della storia recente.

Il protagonista, Peter Bergin, ufficiale americano nel 1945 occupa un’area devastata dalla guerra in Germania. La sua avventura inizia in una chiesa di Colonia, dove trova un prete il cui pensiero si riflette in un’erudita biblioteca e in quaderni pieni di riflessioni audaci. Questo prete sostiene che la vera essenza cristiana è ben oltre le tradizioni e i dogmi, suggerendo che “il dissenso” non sia solo una teoria, ma un impegno quotidiano verso la verità e la carità.

Bergin, inizialmente agnostico, comincia a vedere in San Paolo e nei Vangeli una possibilità di riscoperta. La sua missione si trasforma in ricerca di un quinto Vangelo, un testo antico che ha sentito esistere. Il narratore si muove tra scoperte e delusioni a Verona, dove un incongruo pezzo di una pietra tombale sembra confermare le sue teorie; la sua vita si fa sempre più incerta, sommandosi a un crescente tormento interiore.

Dopo essere tornato in America, la realtà quotidiana, fatta di disordine e scetticismo, sembra soffocare le sue aspirazioni. Ma un nuovo indizio su una testimonianza del quinto Evangelio lo persuade a ritornare in Europa. Con una nuova determinazione, Bergin si immerge in un’avventura filologica, facendo i conti con la propria ricerca e con l’attesa trascinante del ritrovamento definitivo.

In conclusione, l’opera di Pomilio si snoda tra il romanzo e l’introspezione, elevando la ricerca di Bergin a metafora di una vita consacrata all’idea di _verità_, affrontando l’inevitabile conflitto tra fede e ragione. Le lettere e i documenti di Bergin, che compongono la parte finale dell’opera, non solo raccontano una storia, ma riflettono la sua incessante lotta per il significato e il valore di ciò che si crede.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

Dopo dieci anni di silenzio, Mario Pomilio è tornato al romanzo con un libro straordinario, Il quinto evangelio (Rusconi Editore, Premio Napoli 1975): straordinario nel titolo così come nel motivo ispiratore e nell’impianto strutturale. Ci si può chiedere subito come esso si collochi nel quadro già delineato della sua esperienza narrativa. Ebbene, chiunque abbia seguito l’itinerario artistico di Pomilio con l’intento di cogliere il significato particolare delle tappe di volta in volta raggiunte, ne avrà scoperto almeno due costanti informatrici: la tematica etico-religiosa e quella storico-sociale. Le quali, beninteso, non sono affatto scindibili tra loro, si piuttosto parallele o addirittura convergenti, pur se talvolta le loro finalità non appaiono ben amalgamate e danno l’impressione di voler prevalere l’una sull’altra.

Così, per dirla brevemente, L’uccello nella cupola e Il testimone recano più marcato il segno di conflitti morali, laddove Il nuovo corso e La compromissione contengono più pressanti interrogativi tratti dalla storia contingente, cioè dalle vicende civili e perfino politiche del dopoguerra. Ma la verità è che, come nei primi due romanzi non è assente l’impegno di guardare nel profondo della società concreta degli uomini, così nemmeno negli altri due è assente l’impegno di scrutare nei travagli delle coscienze. Del resto, che Pomilio fin dai suoi esordi abbia inteso condurre una duplice operazione di scavo interiore e d’intelligenza storica, lo dimostra il lungo racconto Il cimitero cinese, il quale, come si è visto, per essere stato concepito e abbozzato nel ’51, ci riporta appunto alle vere origini del cammino da lui percorso.

Ora, con Il quinto evangelio, quella operazione continua: infatti, esso va senz’altro ricollegato alla costante della tematica etico-religiosa, a giudicarlo dal suo motivo di fondo, che è la ricerca di un nuovo Vangelo. Tuttavia, a volerne scoprire e attentamente soppesare tutte le implicazioni storico-dottrinali, come vedremo, esso si presta anche ad un’interpretazione ideologico-sociale. Si pensi innanzitutto al protagonista del romanzo, Peter Bergin, giovane ufficiale americano, che si autodefinisce inizialmente “quasi agnostico in fatto di religione” e formatosi oltre tutto in area non cattolica. Si pensi, poi, al clima geopolitico in cui prende avvio la sua singolare avventura: siamo nel 1945, in Germania, un paese ormai immerso in un generale sfacelo provocato da quella oscura parentesi di travagli e di abiezioni morali che era stato il nazismo.

Si pensi, infine, alla figura del parroco titolare della chiesa distrutta e abbandonata di Colonia, nella quale per caso capita Bergin e da cui prende appunto le mosse la sua ricerca: morto o disperso che sia sotto i bombardamenti, egli è ben vivo e presente nei suoi libri e nei suoi quaderni, che costituiscono la testimonianza di un cristianesimo inquieto e autentico. Ma sarà bene procedere, per intendere pienamente il significato di questa premessa, ad una scrupolosa rassegna delle varie parti che compongono il romanzo. Il libro si apre con una lunga e dettagliata lettera che Peter Bergin, ormai prossimo alla morte, indirizza al Segretario della Pontificia Commissione Biblica di Roma, per esporgli tutte le strane vicende che gli sono occorse.

Nato e cresciuto in un paesino della costa orientale degli Stati Uniti, dopo essersi dedicato puntualmente ai suoi studi e aver fatto le esperienze psicologico-sentimentali che tutti fanno nella prima giovinezza, Bergin aveva deciso di avviarsi alla carriera universitaria e conseguire una cattedra di Storia. Ma improvvisamente “una guerra sconosciuta lo sradica dall’Università dove lavora tranquillo… e lo sbatte su un’Europa abbuiata e dilaniata”. Qualche mese prima della fine della guerra, è costretto a lasciare il suo reparto e a recarsi a Colonia per occuparsi dei rapporti con i tedeschi, essendo tra i pochi ufficiali che ne conoscono la lingua. E a Colonia avviene qualcosa che deciderà della sua vita futura: gli assegnano, infatti, come ufficio e alloggio, le stanze superstiti di una canonica bombardata.

Tra il piacere e lo stupore, l’indomani si accinge ad esplorare l’inattesa dimora, soprattutto la biblioteca che, per essere stata di un prete, contiene specialmente Bibbie, classici cristiani, manuali di morale, storie sacre, insomma tutto quell’armamentario che è tipico di un prete colto. Ma, osservando attentamente la ripartizione dei libri in precisi settori e, ancor più, il modo con cui sono rimasti o custoditi nella polvere o consunti dall’uso o minuziosamente postillati, Bergin scopre via via “la situazione difficile e contrastata di un prete il quale, senza affatto respingere la tradizione, rifuggiva da quella sorta di conformità dell’assenso che specialmente ai suoi tempi era così diffusa presso i preti”. Comprende che doveva essere “in lui una zona di curiosità e d’inquietudini lasciate fermentare liberamente al contatto di testi non propriamente ortodossi e spesso d’ispirazione o protestante o affatto laica”.

Ma c’è di più: trova dei quaderni personali, fitti di annotazioni coraggiose, da cui ricava l’impressione di un prete davvero fuori del comune, tutto compreso dei suoi doveri, fermamente convinto che “il dissenso costituisce, nella storia presente, il solo obbligo compatibile con la coscienza del cristiano”. E il dissenso, si badi, non deve ridursi ad una pura enunciazione di principi teorici, ma acquisire la veste riconoscibile della condotta pratica, cioè di un impegno quotidiano e sempre rinnovantesi nel segno della verità. Tale dissenso, nella Germania nazista, avrebbe dovuto tramutarsi in disobbedienza civile contro “lo Stato che si fa Dio e ci impone l’Ordine ingiusto”. Tale dissenso, ancora, deve manifestarsi nel seno stesso della Chiesa, ogni volta che la pigrizia morale ne arresta il cammino tra gli uomini e ne svuota il messaggio della sua vera essenza, che è la carità.

Proprio al fine di ritrovare questa essenza, quel prete ad un certo punto aveva ripreso a leggere, secondo quanto confessava nei suoi appunti, i Vangeli e a poco a poco si era accorto che essi sono assai più che “un libro di devozione”, poiché offrono “una proposta di valori alternativi […] a ogni ordinamento il quale si situi all’apposto dell’amore”. Infervorato dalle sue nuove letture dei Vangeli canonici, egli si era persuaso con S. Paolo che “la Parola è senza fine” ed era perciò passato perfino a giustificare “la fioritura degli apocrifi in quanto tentativo, maldestro quanto si vuole, d’integrare noi la sua Parola”, ed a credere “nella leggenda dell’apocrifo per eccellenza, quel Vangelo dei Vangeli soggiacente o nascosto, e da rintracciare o addirittura inventare noi”. La sorpresa di Bergin non finisce qui: si arresta solo per poco nel prendere atto della credenza in un “mito”.

C’è qualcos’altro di concreto tra le carte del suo prete: un manoscritto dal titolo inequivocabile, Das fünftes Evangelium (Il quinto evangelio), contenente 33 frammenti tratti da un testo antico che il prete dice di aver trovato per caso in un vecchio monastero nei pressi di Augusta, ma che non poté interamente sfogliare e leggere per il netto rifiuto dell’abate che lo aveva in consegna. Pur così mutilato, il nuovo Vangelo era apparso al prete fortemente suggestivo, tanto che “se n’era lasciato ispirare per alcuni lavori d’invenzione, dei quali il più notevole era l’abbozzo d’un dramma sacro dal titolo Il quinto evangelista.”

A questo punto, Bergin comincia a scuotersi dal suo agnosticismo e, se dapprima è molto titubante e solo incuriosito, poi viene sempre più affascinato dalla prospettiva di un ritrovamento così eccezionale quale sarebbe quello d’un Vangelo veritiero, da aggiungere ai quattro canonici; ma lo distolgono momentaneamente dalla bella idea la fine delle operazioni belliche e il conseguente trasferimento da Colonia a Verona. Qui si da il caso che la Commissione, di cui egli fa parte, incaricata di discutere del rimpatrio dei tedeschi prigionieri, tenga le sue sedute nelle sale della Biblioteca municipale, il cui direttore, fatta amicizia, finisce un giorno per mostrargli una pietra tombale del IX sec. d. C., con un epitaffio in cui si accenna tra l’altro all’ottimo commento che l’arcidiacono Pacifico fece del famoso quinto Vangelo.

Bergin ne viene come folgorato: per la prima volta in vita sua assapora “la gioia singolare della scoperta dell’inedito” e intuisce la ragione inconsueta per cui “la filologia può diventare un’avventura”. Lo assale più che mai l’ansia delle ricerche, pur in mezzo a mille dubbi: “Per una specie d’ironia, più mi ripetevo che il quinto evangelio non era affar mio, più mi pareva di dover rispondere a una chiamata; più insistevo a dirmi che le mie scelte erano fatte, meno riuscivo a vincere la sensazione d’essere stato scelto, e quasi a mia insaputa”. Si capisce perché, dopo qualche tempo, lasciando Verona, si sentisse in un groviglio “di confuse velleità e di sconforto, intimamente dibattuto, intimamente diviso”.

Si capisce anche perché, rientrato a Colonia e ricevuto l’ordine di rimpatrio, si preoccupasse seriamente della sorte che sarebbe toccata alle carte del suo prete, tanto che cercò di trascriverne il più possibile, “con l’animo di chi provvede a un salvataggio o imbarca le cose più care in vista d’un’alluvione”. Tornato in America, Bergin fece gran fatica a reinserirsi in una realtà “al cospetto della quale il Vangelo stesso appariva una favola inessenziale”; e quando si provò a rileggere i suoi vecchi appunti, gli “parve di tornare a contatto con gli avanzi di se stesso”. Tuttavia, il giorno in cui il bibliotecario di Verona lo informò di aver trovata una nuova testimonianza sul quinto evangelio, dovuta ad un poligrafo del ‘700, un certo Senio, scrittore mediocre ma erudito scrupoloso, egli si decise risolutamente “a cambiare destino” e si mise alla ricerca di espedienti pratici che gli consentissero di venire nuovamente in Europa.

Si chiese, ad un certo punto, se non fosse “questo il momento più adatto alla manifestazione di un quinto evangelio, visto che gli uomini, pur indegni di leggerlo, parevano averne tanto bisogno”; e credette che tutta “la catena di coincidenze e quasi di richiami” che lo avevano fatto innamorare di una leggenda, lo designasse per se stessa a tramutarla in realtà. Ci vollero due anni perché gli si presentasse l’opportunità, con un programma culturale detto USIS, di tornare in Europa e farsi per tutto il resto della vita “pellegrino di sogni” o, come lo definì un collega, “peccatore di miti”. Passando da un paese all’altro, rovistando archivi e biblioteche, conobbe momenti di disperazione e momenti di gioia, di avvilimento e di esaltazione; e si accorse ad un tratto, quasi insensibilmente, di star cambiando dentro di sé.

Significativa questa sua ammissione: “Non che fossi, propriamente, quel che si dice un convertito: in fondo, chi ci capisce niente con questo imbroglio del credere? Ma, ecco, non ero più un cacciatore di documenti: ero piuttosto qualcuno che va rintracciando una verità. E meglio, a forza di stare fra i cercatori di quinti evangeli, io finivo per sposarne non solo i problemi, ma i sentimenti, facevo mie le loro trepidazioni, le loro attese, il loro candido millenarismo e al limite, forse, la loro fede”. In sostanza, la sua ricerca filologica venne trasformandosi gradualmente in qualcosa di molto simile ad una “esperienza religiosa”, gli fece acquisire “la facoltà di guardare le cose” da quella che si dice comunemente “distanza metafisica”. Intorno al 1960, con la pubblicazione di una sintesi dei risultati fino allora ottenuti, Bergin uscì dal suo isolamento: ottenne infatti una cattedra di Storia del Cristianesimo presso l’Università americana nella quale aveva già lavorato e poté, in tal modo, avere dei discepoli che, vinta una certa riluttanza iniziale, si lasciarono via via “abbagliare dallo stesso miraggio” del maestro, ne raccolsero la fede nell’esistenza di un testo credibile ma irreperibile.

Ne nacque un lavoro d’equipe, più vasto e meglio articolato, soprattutto più fecondo di risultati, nel senso che consentì di accumulare prove sempre più numerose e più probanti dell’esistenza del quinto evangelio, ma purtroppo il suo ritrovamento rimaneva sempre come una meta irraggiungibile. E appunto una scelta del materiale raccolto in tanti anni che Peter Bergin invia, con la lettera, al Segretario della Pontificia Commissione Biblica, anche lui studioso di Vangeli, scopritore di manoscritti rari ed esperto di apocrifi: senza conoscersi, l’uno all’insaputa dell’altro, hanno percorso “vie parallele cercando quasi la stessa cosa”. Sentendo prossima la fine della sua vita, anche se ha tentato tutto il possibile, Bergin avverte dentro di sé “un senso crudele d’inadempienza” perché, fra tanti documenti reperiti, manca proprio “il libro tanto cercato”. Egli chiede dunque, “dall’orlo del fosso” in cui ormai si trova, la notizia giusta, quella che lo ripagherebbe ampiamente di tante appassionate fatiche.

Si sente rassegnato, e vero, ma anche fiducioso perché un uomo chiamato a reggere la Pontificia Commissione Biblica avrà potuto disporre di strumenti inaccessibili a lui e ai suoi discepoli. “E poi,” – conclude Bergin – “lei è a Roma: e con tutta la polemica che si è sempre fatta contro Roma, è come se qualcosa, in cuor mio, mi dicesse che il quinto evangelio, se esiste, non possa trovarsi se non costi, e sia pure dimenticato o magari nascosto in uno scrigno sul tipo di quello al quale accenna, come vedrà, qualcuno dei testi della mia raccolta”.

Questa, in sintesi, la lettera di Peter Bergin, la cui importanza e il cui significato, come si vedrà, trascendono i limiti di una introduzione al romanzo. Segue subito dopo la scelta dei documenti, distribuiti cronologicamente e raggruppati sotto i seguenti titoli: il manoscritto di Vicario, la mappa del cielo, le leggende, il monaco greco, gli affioramenti, il ramo verde, il Vangelo dei Papi, la storia di fra Michele minorita, il conuito di Lione, il Cristo di Guardia, la professione di fede di Pietro d’Artois, vita del cavalier Du Breuil, la giustificazione del sacerdote Domenico De Lellis, lettere di discepoli. Ognuna di queste sezioni è preceduta da note esplicative, intese ad informare il Segretario della Pontificia Commissione Biblica circa le occasioni e le piste seguite nei ritrovamenti. Tutte, naturalmente, si agganciano in un modo o nell’altro alla leggenda del quinto evangelio, in un intricato gioco di rimandi che finiscono per comporre un quadro di notevole complessità pur nella univocità dell’interesse che vi è sotteso.

Il manoscritto di Vicario comprende dieci lettere, che vanno dal VII al XII sec. d. C. e che riferiscono, in vario modo, in torno ad un Vangelo esistito a Vivario, in Calabria, portatovi da un monaco greco anni prima e lasciato in dono a Cassiodoro. Primo a parlarne è un monaco appunto del cenobio di Vivario, tale Paolo Settimio Secondo, un pagano convertito che racconta di aver visto il manoscritto, di averlo tenuto in mano ed esaminato, di essere certo della sua “novità” e tuttavia con fessa di non saper che cosa farne, dal momento che lo stesso Cassiodoro non aveva osato darlo alla luce. All’entusiasmo e al candore di questo monaco fa riscontro, fra gli altri, la perplessità di un vescovo di Stilo, pure in Calabria, che, scrivendo due secoli dopo all’arcivescovo di Canterbury, dice che di Vivario non restano se non muri sconnessi e del libro richiesto non v’è nessuna traccia. Comunque, testimonianze posteriori convalidano la credenza nel quinto evangelio, il cui testo sarebbe passato dalla Calabria a Bobbio per le mani di San Colombano, fondatore di quel cenobio: questi, giudicandolo forse santamente ispirato, prescrisse ai suoi di “custodirlo e di tenerlo in grande onore”.

E i monaci lo custodirono gelosamente, tanto che chiunque lo chiedesse in lettura, si sentiva rispondere dall’abate: “Procura di trovare il Cristo e avrai trovato il quinto evangelio”. La mappa del cielo è una raccoltina di undici brevissimi frammenti, scelti e disposti “per misteriose analogie” dalla segretaria di Bergin, Anne Lee, l’unica tra i suoi discepoli che si ostina a non credere nel ritrovamento del libro e tuttavia propensa a sentirne la ricerca “come qualcosa di lontanamente analogo a una messinscena mistica, se non altro a un’avventura umana o, come lei dice, esistenziale da accettare come tale e da vivere comunque, visto che è bella di per sé”. Non sono dei documenti, bensì “asteroidi orbitanti intorno ad un remoto sole spento”. Eccone un esempio: “Come cinque furono le piaghe di N.S. Gesù Cristo, e la quinta al costato, la più vicina al cuore, cinque sono gli evangeli, e il quinto è il più sublime”.

Notevole, tra gli altri, il sesto, che è una Preghiera al crocifisso, in versi, attribuita ad un anonimo fiammingo del XIV sec. e che si chiude con queste parole: “Cristo non ha più Vangeli che essi leggano ancora. Ma ciò che facciamo in parole e in opere è l’evangelio che si sta scrivendo”. Alla segretaria Anne Lee spettano anche la scelta e l’ordinamento delle piccole leggende ritrovate dal maestro in una vastissima area di tradizione orale e popolare, che si estende dalla Spagna al mondo slavo: si tratta di una parte minima, distinta in tre filoni (Leggende del Libro, Leggenda del Verbo, Leggenda di Nicodemo), di una ricca fioritura di storie che sembra attestino “che dovunque sono passati i Vangeli sia esplosa in ogni tempo nell’immaginazione popolare l’aspettativa d’un quinto libro che attende di manifestarsi per portare a perfezione la Parola rivelata; oppure, inversamente, che l’esistenza orale, e non soltanto fantasticata, di quel tale quinto libro, abbia acceso in ogni tempo l’immaginazione popolare”.

Il monaco greco contiene sei lettere di monaci, prelati e perfino d’un papa (Alessandro II), che parlano appunto di un monaco che avrebbe introdotto anticamente dalla Grecia “un suo vangelo sconosciuto”: il richiamo al manoscritto di Vivario è abbastanza evidente, ma questa volta la leggenda si sposta nell’Italia centrale, esattamente tra l’Umbria e il cuore dell’Abruzzo, da Todi a San Clemente e Pescocostanzo; essa, inoltre, si vivacizza in quanto s’intreccia con l’avventura dei cosiddetti Viandanti in Cristo, alcuni monaci inquieti che abbandonano il cenobio “per vivere al modo di viandanti, come il Cristo, e secondo quello che credono essere il vero vangelo”. Col titolo Gli affioramenti sono raggruppati otto documenti dei secoli IX-XVII nei quali, per dir così, affiora il mito o l’esistenza del quinto evangelio pur in mezzo a sospette citazioni dai Vangeli non canonici.

Spicca, tra gli altri, il settimo, rinvenuto tra le carte della canonica di Colonia e che, con la sua elencazione di ben sedici versetti, costituisce la testimonianza ad un tempo più sintetica e più organica delle verità sconosciute del Vangelo inedito. Il ramo verde comprende quattro lettere di abati e vescovi del XIII secolo che si occupano prevalentemente del caso di un frate proveniente dalla Provenza, Pietro da Narbona, accusato di essere un estremo seguace dell’eresia catara o albigese, poi della nuova setta degli Apostolici e quindi reo della divulgazione di un Vangelo non canonico. Segue il verbale dell’interrogatorio del frate condotto dall’ “inquisitore dell’eretica pravità” per la provincia lombarda e da cui risulta il suo fermo proposito di rinnovare la Chiesa riconducendola in spirito ai tempi dei primi cristiani, in modo che essa sia ancora fatta “d’uomini vivi e non di pietre”.

Il vangelo dei pupi si richiama ad una tradizione imponente, che va dai primi secoli fino a tutto il medioevo, secondo la quale si deve credere “che a Roma, tenuto nascosto o dimenticato, esista un vangelo portatovi da San Pietro e rimasto in deposito ai suoi successori”. La sezione raccoglie quattro documenti, dovuti rispettivamente ad un ingenuo viaggiatore, ad un cronista, ad un prete scettico e ad un francescano. Quest’ultimo, certo frate Eligio da Cortona, un minorita dissidente che osò promulgare una bolla di scomunica contro un papa accusato di simonia, asserisce d’aver veduto con i suoi occhi quel Vangelo allorché fu chiamato a collaborare alla compilazione dell’inventario dei tesori di S. Pietro che, a seguito del trasferimento della sede papale in Avignone (1305), erano stati portati ad Assisi ed affidati alle cure del priore di S. Francesco. Un altro minorita è protagonista della Storia di fra Michele, le cui vicende si svolgono a Firenze nel 1389.

Era costui uno di quei poveri seguaci di S. Francesco “che tanto furono perseguitati per la retta osservanza della sua Regola”. Mandato appunto a Firenze per le prediche della Pasqua, proprio il giorno di Pasqua fu assalito da “molti birri e mascalzoni” e condotto al vescovado sotto l’accusa di andar predicando un nuovo Vangelo che, basato tutto sulla povertà e sulla carità, suonava condanna alla Chiesa del tempo, corrotta in quanto mondanizzata. Al processo, rapidamente istruito contro di lui, si difese dicendo: “Peccatore sì, ma cattolico: eretico non sono. E voi ingannate il popolo con scritture e con parole”. Condannato al rogo, morì cantando il Te Deum e il suo corpo fu trafugato da alcuni fedeli che lo giudicarono martire e santo.

Il conuito di Lione ci porta nella città francese da cui prende il titolo, in casa di Messer Arrigo della Marca, ricco mercante “e assai vago di cose nuove”, che un bel giorno invita alla sua mensa Monsignor Diego Alvarez de Castro, lì di passaggio per certe sue ambascerie in Italia, con altri “gentili uomini e maggiorenti della città”, tra cui un prete reputato buon teologo. A tavola, mentre si discorreva delle guerre che allora desolavano l’Europa, uno dei commensali disse che “veramente era tempo che il Cristo tornasse nuovamente a incarnarsi, visto che una sola volta non era bastata a mutare gli uomini”. Slittata poi la discussione dalla figura di Cristo alla diffusa credenza in un Vangelo sconosciuto, Messer Arrigo affermò d’aver letto presso Lodovico Vartomanno, il quale aveva fatto molti viaggi in oriente, “che li molti popoli credono che un tal libro esista realmente, e tengonlo veritiero, e usano anzi questo detto: che esso non dura mai nel medesimo luogo, ma passa sempre di gente in gente”.

Il racconto si chiude con due elette: una detta dal prete, che narra di S. Pietro navigante alla volta di Roma e, sorpreso dalla tempesta, per alleggerire il carico della navicella butta al mare la cassa in cui aveva riposto il quinto evangelio; l’altra, detta dal Monsignore, narra di S. Giovanni che va alla disperata ricerca d’un prete a cui affidare il Vangelo sulle rivelazioni fatte da Gesù durante i quaranta giorni dalla sua resurrezione. Un posto assai ragguardevole, anche come mole, tra i documenti occupa Il Cristo di Guardia, che è la storia tra romanzesca e agiografica, ma sostanzialmente verisimile nella sua finzione, di un tale Giosué Borgogno, nativo di Guardia Piemontese. In quel borgo sperduto della Calabria si era formata, col favore dei marchesi di Fuscaldo, lombardi di origine e forse valdesi anch’essi, una piccola comunità di Valdesi, che per tre secoli riuscì prudentemente a sfuggire ai tribunali dell’Inquisizione.

Ma, al tempo della Riforma protestante, vi giunse un certo Giovanni Negrino, grande agitatore e forse discepolo di Calvino, con lo scopo di attirare alla nuova fede quella popolazione: non ebbe però molta fortuna perché, catturato dalle guardie dello stesso marchese di Fuscaldo, venne messo a morte. Ne raccolse l’eredità un giovane seguace, precisamente Giosuè Borgogno, il quale, dopo aver fatto molti proseliti, fu anche lui processato e condannato a morte per aver predicato “un falso vangelo”. Questo, secondo una versione dei fatti. Secondo un’altra versione, la vita di Giosué appare un vero e proprio duplicato della vita di Gesù (si pensi anche all’assonanza dei nomi). Nato da una figlia di Giuseppe Borgogno, falegname, la quale era rimasta incinta d’uno sconosciuto, Giosuè crebbe poveramente distinguendosi per vivacità tra i suoi coetanei.

Era poco più che un ragazzo quando s’incontrò con Giovanni Negrino, il quale lo perfezionò nel leggere e nello scrivere e subito sognò di farne il suo erede spirituale, cercando di cancellarne ogni traccia di cattolicesimo. Un giorno Giosuè scovò nel vano d’un muro della sua casa un libro singolare, che era nientemeno il Vangelo provenzale che tanto tempo prima era stato affidato alla famiglia dei Borgogno. La scoperta scosse profondamente sia lui che il suo maestro; questi addirittura gli confessò d’aver compreso finalmente “che il Cristo non ci ha dato una dottrina da seguire, ma una vita da imitare”. Si dettero insieme a predicare il nuovo Vangelo; ma, dopo appena quattro mesi, Giovanni fu trascinato nel castello dei marchesi di Fuscaldo e lì venne soffocato senz’alcun processo. Giosué rimase, ovviamente, sconvolto dalla morte del maestro. Dopo qualche anno di silenzio e di meditazione sul nuovo Vangelo, riprese la sua predicazione e nel giro di poco tempo si vide circondato a sua volta da discepoli, si da allarmare perfino l’alto clero di Napoli, capitale del regno.

Si cercò dapprima di isolarlo, di screditarlo quale autore di una “novissima eresia”; poi, durante una settimana santa, chiamato a rappresentare il Cristo nella messinscena popolare del dramma della Passione, finzione e verità finiscono per intrecciarsi contro di lui: viene processato e condannato a morte. Il governatore di Cosenza si rifiuta di dare esecuzione alla sentenza per timore di disordini e Giosué andrà a morire a Napoli, lontano dalla sua gente, presso la quale era già quasi in fama di santità. A questa stupenda narrazione tiene dietro La professione di fede di Pietro d’Artois, breve compendio dei motivi ricorrenti in tanti scritti analoghi che Bergin dice di aver dovuto sacrificare.

Ne è autore un tipico agostiniano del ‘500, Pietro d’Artois, irregolare, irrequieto, accostatosi più volte ai Riformati. Segue la Vita del cavalier Du Breuil, una biografia in forma epistolare del ‘600, ritrovata presso l’Archivio universitario di Leida, tra documenti relativi alla dissidenza religiosa in Francia. Ne è autore Dominique Dubos, colui che fu per anni il confessore di Du Breuil e che curò più tardi la stampa dei suoi quaderni; il destinatario della lettera è Pierre Vermeil, un giansenista esule in Olanda. Vi si tratteggia la figura di un uomo, anzi il cammino di un’anima vissuta fino all’estremo nell’esercizio della carità. Dopo una giovinezza trascorsa in modo piuttosto irrequieto, tra duelli amori avventure versi licenziosi, perché il suo nome facesse il giro di Parigi, il cavalier Du Breuil decise “di ridursi a mezza strada tra lo stato laicale e la condizione eremitale”, associandosi ai solitari di Port-Royal: la sua fu “una di quelle conversioni imperfette che si riconoscono dalla volontà d’esser perfetti”.

I suoi giorni cominciarono a scorrere sotto la paura continua, l’assillo, “l’angoscia della grazia”. Poi, per sua fortuna, passato sotto la direzione spirituale di Mr. de Saci, riuscì a liberarsi dai suoi tormenti sulle idee di S. Agostino e sulle tesi di Giansenio, per dedicarsi tutto alla traduzione e allo studio dei Vangeli; e in questo lavoro gli accadde di scoprire dei frammenti d’un Vangelo inedito, che lo attrassero e lo esaltarono insieme. Ma, durante un viaggio a Parigi, trovato in possesso di alcuni testi di amici giansenisti, anche certe sue carte “affrettatamente esaminate e giudicate, per prevenzione, d’intonazione giansenista, divennero al processo altrettante prove contro di lui” che da tempo non era più giansenista. Condannato come eretico, finì la sua vita in prigione, rassegnato a tutto, fuorché alla perdita dei frammenti del quinto Evangelio raccolti con tanto amore e ritenuti dall’arcivescovo di Parigi “degni del fuoco”.

La giustificazione del sacerdote Domenico De Lellis altro non è che una penetrante e succosa autobiografia del Santo abruzzese (ricalcata sulla vita di Camillo De Lellis), che Bergin dice di aver trovata con altre carte manoscritte presso la Biblioteca vescovile di Lanciano. Vi si narra, in prima persona, dei propri natali, della difficile infanzia vissuta senza la mamma mortagli a tre anni, del tormentato avvio agli studi rimasto senza successo fino ai 14 anni, della scoperta di una bibliotechina di un prozio prete spentosi prima della sua nascita, e del ritrovamento di un testo a mano con questo titolo: “Il Vangelo secondo di San Giovanni, ovverosia il quinto evangelio, nuovamente volgarizzato da Mons. Raffaele De Lellis, canonico della chiesa cattedrale di Lanciano“. Benché non vi capisse molto, il giovinetto prese a leggerlo e a meditarlo, si che proprio di lì cominciò a farsi luce la sua appassionata vocazione.

Entrato in seminario, confidò al rettore il piacere e gli stimoli ricevuti da quella lettura; ma presto ne ebbe stupore e dolore insieme perché, costretto a consegnare il manoscritto, il vescovo stesso gli disse che si trattava d’un libro eretico e che, se per caso ne ricordasse ancora qualcosa, doveva procurare di cancellarlo dalla sua mente se voleva la salute dell’anima sua. Naturalmente, De Lellis non se ne mostrò convinto, né allora né mai; ma trovò per questo interminabili dispiaceri e incomprensioni, e soprattutto dopo la sua ordinazione sacerdotale a Napoli e le prime esperienze di parroco, si che finì per tornarsene in Abruzzo e vivere in estrema solitudine, senza amici e senza alcun conforto.

A conclusione della raccolta dei documenti, di cui si è fin qui riferito, Peter Bergin pone tre lettere di discepoli diversi. Il primo invia al maestro un art

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Dopo dieci anni di silenzio, Mario Pomilio è tornato al romanzo con un libro straordinario, Il quinto evangelio (Rusconi Editore, Premio Napoli 1975): straordinario nel titolo così come nel motivo ispiratore e nell’impianto strutturale. Ci si può chiedere subito come esso si collochi nel quadro già delineato della sua esperienza narrativa. Ebbene, chiunque abbia seguito l’itinerario artistico di Pomilio con l’intento di cogliere il significato particolare delle tappe di volta in volta raggiunte, ne avrà scoperto almeno due costanti informatrici: la tematica etico-religiosa e quella storico-sociale. Le quali, beninteso, non sono affatto scindibili tra loro, si piuttosto parallele o addirittura convergenti, pur se talvolta le loro finalità non appaiono ben amalgamate e danno l’impressione di voler prevalere l’una sull’altra.

Così, per dirla brevemente, L’uccello nella cupola e Il testimone recano più marcato il segno di conflitti morali, laddove Il nuovo corso e La compromissione contengono più pressanti interrogativi tratti dalla storia contingente, cioè dalle vicende civili e perfino politiche del dopoguerra. Ma la verità è che, come nei primi due romanzi non è assente l’impegno di guardare nel profondo della società concreta degli uomini, così nemmeno negli altri due è assente l’impegno di scrutare nei travagli delle coscienze. Del resto, che Pomilio fin dai suoi esordi abbia inteso condurre una duplice operazione di scavo interiore e d’intelligenza storica, lo dimostra il lungo racconto Il cimitero cinese, il quale, come si è visto, per essere stato concepito e abbozzato nel ’51, ci riporta appunto alle vere origini del cammino da lui percorso.

Ora, con Il quinto evangelio, quella operazione continua: infatti, esso va senz’altro ricollegato alla costante della tematica etico-religiosa, a giudicarlo dal suo motivo di fondo, che è la ricerca di un nuovo Vangelo. Tuttavia, a volerne scoprire e attentamente soppesare tutte le implicazioni storico-dottrinali, come vedremo, esso si presta anche ad un’interpretazione ideologico-sociale. Si pensi innanzitutto al protagonista del romanzo, Peter Bergin, giovane ufficiale americano, che si autodefinisce inizialmente “quasi agnostico in fatto di religione” e formatosi oltre tutto in area non cattolica. Si pensi, poi, al clima geopolitico in cui prende avvio la sua singolare avventura: siamo nel 1945, in Germania, un paese ormai immerso in un generale sfacelo provocato da quella oscura parentesi di travagli e di abiezioni morali che era stato il nazismo.

Si pensi, infine, alla figura del parroco titolare della chiesa distrutta e abbandonata di Colonia, nella quale per caso capita Bergin e da cui prende appunto le mosse la sua ricerca: morto o disperso che sia sotto i bombardamenti, egli è ben vivo e presente nei suoi libri e nei suoi quaderni, che costituiscono la testimonianza di un cristianesimo inquieto e autentico. Ma sarà bene procedere, per intendere pienamente il significato di questa premessa, ad una scrupolosa rassegna delle varie parti che compongono il romanzo. Il libro si apre con una lunga e dettagliata lettera che Peter Bergin, ormai prossimo alla morte, indirizza al Segretario della Pontificia Commissione Biblica di Roma, per esporgli tutte le strane vicende che gli sono occorse.

Nato e cresciuto in un paesino della costa orientale degli Stati Uniti, dopo essersi dedicato puntualmente ai suoi studi e aver fatto le esperienze psicologico-sentimentali che tutti fanno nella prima giovinezza, Bergin aveva deciso di avviarsi alla carriera universitaria e conseguire una cattedra di Storia. Ma improvvisamente “una guerra sconosciuta lo sradica dall’Università dove lavora tranquillo… e lo sbatte su un’Europa abbuiata e dilaniata”. Qualche mese prima della fine della guerra, è costretto a lasciare il suo reparto e a recarsi a Colonia per occuparsi dei rapporti con i tedeschi, essendo tra i pochi ufficiali che ne conoscono la lingua. E a Colonia avviene qualcosa che deciderà della sua vita futura: gli assegnano, infatti, come ufficio e alloggio, le stanze superstiti di una canonica bombardata.

Tra il piacere e lo stupore, l’indomani si accinge ad esplorare l’inattesa dimora, soprattutto la biblioteca che, per essere stata di un prete, contiene specialmente Bibbie, classici cristiani, manuali di morale, storie sacre, insomma tutto quell’armamentario che è tipico di un prete colto. Ma, osservando attentamente la ripartizione dei libri in precisi settori e, ancor più, il modo con cui sono rimasti o custoditi nella polvere o consunti dall’uso o minuziosamente postillati, Bergin scopre via via “la situazione difficile e contrastata di un prete il quale, senza affatto respingere la tradizione, rifuggiva da quella sorta di conformità dell’assenso che specialmente ai suoi tempi era così diffusa presso i preti”. Comprende che doveva essere “in lui una zona di curiosità e d’inquietudini lasciate fermentare liberamente al contatto di testi non propriamente ortodossi e spesso d’ispirazione o protestante o affatto laica”.

Ma c’è di più: trova dei quaderni personali, fitti di annotazioni coraggiose, da cui ricava l’impressione di un prete davvero fuori del comune, tutto compreso dei suoi doveri, fermamente convinto che “il dissenso costituisce, nella storia presente, il solo obbligo compatibile con la coscienza del cristiano”. E il dissenso, si badi, non deve ridursi ad una pura enunciazione di principi teorici, ma acquisire la veste riconoscibile della condotta pratica, cioè di un impegno quotidiano e sempre rinnovantesi nel segno della verità. Tale dissenso, nella Germania nazista, avrebbe dovuto tramutarsi in disobbedienza civile contro “lo Stato che si fa Dio e ci impone l’Ordine ingiusto”. Tale dissenso, ancora, deve manifestarsi nel seno stesso della Chiesa, ogni volta che la pigrizia morale ne arresta il cammino tra gli uomini e ne svuota il messaggio della sua vera essenza, che è la carità.

Proprio al fine di ritrovare questa essenza, quel prete ad un certo punto aveva ripreso a leggere, secondo quanto confessava nei suoi appunti, i Vangeli e a poco a poco si era accorto che essi sono assai più che “un libro di devozione”, poiché offrono “una proposta di valori alternativi […] a ogni ordinamento il quale si situi all’apposto dell’amore”. Infervorato dalle sue nuove letture dei Vangeli canonici, egli si era persuaso con S. Paolo che “la Parola è senza fine” ed era perciò passato perfino a giustificare “la fioritura degli apocrifi in quanto tentativo, maldestro quanto si vuole, d’integrare noi la sua Parola”, ed a credere “nella leggenda dell’apocrifo per eccellenza, quel Vangelo dei Vangeli soggiacente o nascosto, e da rintracciare o addirittura inventare noi”. La sorpresa di Bergin non finisce qui: si arresta solo per poco nel prendere atto della credenza in un “mito”.

C’è qualcos’altro di concreto tra le carte del suo prete: un manoscritto dal titolo inequivocabile, Das fünftes Evangelium (Il quinto evangelio), contenente 33 frammenti tratti da un testo antico che il prete dice di aver trovato per caso in un vecchio monastero nei pressi di Augusta, ma che non poté interamente sfogliare e leggere per il netto rifiuto dell’abate che lo aveva in consegna. Pur così mutilato, il nuovo Vangelo era apparso al prete fortemente suggestivo, tanto che “se n’era lasciato ispirare per alcuni lavori d’invenzione, dei quali il più notevole era l’abbozzo d’un dramma sacro dal titolo Il quinto evangelista.”

A questo punto, Bergin comincia a scuotersi dal suo agnosticismo e, se dapprima è molto titubante e solo incuriosito, poi viene sempre più affascinato dalla prospettiva di un ritrovamento così eccezionale quale sarebbe quello d’un Vangelo veritiero, da aggiungere ai quattro canonici; ma lo distolgono momentaneamente dalla bella idea la fine delle operazioni belliche e il conseguente trasferimento da Colonia a Verona. Qui si da il caso che la Commissione, di cui egli fa parte, incaricata di discutere del rimpatrio dei tedeschi prigionieri, tenga le sue sedute nelle sale della Biblioteca municipale, il cui direttore, fatta amicizia, finisce un giorno per mostrargli una pietra tombale del IX sec. d. C., con un epitaffio in cui si accenna tra l’altro all’ottimo commento che l’arcidiacono Pacifico fece del famoso quinto Vangelo.

Bergin ne viene come folgorato: per la prima volta in vita sua assapora “la gioia singolare della scoperta dell’inedito” e intuisce la ragione inconsueta per cui “la filologia può diventare un’avventura”. Lo assale più che mai l’ansia delle ricerche, pur in mezzo a mille dubbi: “Per una specie d’ironia, più mi ripetevo che il quinto evangelio non era affar mio, più mi pareva di dover rispondere a una chiamata; più insistevo a dirmi che le mie scelte erano fatte, meno riuscivo a vincere la sensazione d’essere stato scelto, e quasi a mia insaputa”. Si capisce perché, dopo qualche tempo, lasciando Verona, si sentisse in un groviglio “di confuse velleità e di sconforto, intimamente dibattuto, intimamente diviso”.

Si capisce anche perché, rientrato a Colonia e ricevuto l’ordine di rimpatrio, si preoccupasse seriamente della sorte che sarebbe toccata alle carte del suo prete, tanto che cercò di trascriverne il più possibile, “con l’animo di chi provvede a un salvataggio o imbarca le cose più care in vista d’un’alluvione”. Tornato in America, Bergin fece gran fatica a reinserirsi in una realtà “al cospetto della quale il Vangelo stesso appariva una favola inessenziale”; e quando si provò a rileggere i suoi vecchi appunti, gli “parve di tornare a contatto con gli avanzi di se stesso”. Tuttavia, il giorno in cui il bibliotecario di Verona lo informò di aver trovata una nuova testimonianza sul quinto evangelio, dovuta ad un poligrafo del ‘700, un certo Senio, scrittore mediocre ma erudito scrupoloso, egli si decise risolutamente “a cambiare destino” e si mise alla ricerca di espedienti pratici che gli consentissero di venire nuovamente in Europa.

Si chiese, ad un certo punto, se non fosse “questo il momento più adatto alla manifestazione di un quinto evangelio, visto che gli uomini, pur indegni di leggerlo, parevano averne tanto bisogno”; e credette che tutta “la catena di coincidenze e quasi di richiami” che lo avevano fatto innamorare di una leggenda, lo designasse per se stessa a tramutarla in realtà. Ci vollero due anni perché gli si presentasse l’opportunità, con un programma culturale detto USIS, di tornare in Europa e farsi per tutto il resto della vita “pellegrino di sogni” o, come lo definì un collega, “peccatore di miti”. Passando da un paese all’altro, rovistando archivi e biblioteche, conobbe momenti di disperazione e momenti di gioia, di avvilimento e di esaltazione; e si accorse ad un tratto, quasi insensibilmente, di star cambiando dentro di sé.

Significativa questa sua ammissione: “Non che fossi, propriamente, quel che si dice un convertito: in fondo, chi ci capisce niente con questo imbroglio del credere? Ma, ecco, non ero più un cacciatore di documenti: ero piuttosto qualcuno che va rintracciando una verità. E meglio, a forza di stare fra i cercatori di quinti evangeli, io finivo per sposarne non solo i problemi, ma i sentimenti, facevo mie le loro trepidazioni, le loro attese, il loro candido millenarismo e al limite, forse, la loro fede”. In sostanza, la sua ricerca filologica venne trasformandosi gradualmente in qualcosa di molto simile ad una “esperienza religiosa”, gli fece acquisire “la facoltà di guardare le cose” da quella che si dice comunemente “distanza metafisica”. Intorno al 1960, con la pubblicazione di una sintesi dei risultati fino allora ottenuti, Bergin uscì dal suo isolamento: ottenne infatti una cattedra di Storia del Cristianesimo presso l’Università americana nella quale aveva già lavorato e poté, in tal modo, avere dei discepoli che, vinta una certa riluttanza iniziale, si lasciarono via via “abbagliare dallo stesso miraggio” del maestro, ne raccolsero la fede nell’esistenza di un testo credibile ma irreperibile.

Ne nacque un lavoro d’equipe, più vasto e meglio articolato, soprattutto più fecondo di risultati, nel senso che consentì di accumulare prove sempre più numerose e più probanti dell’esistenza del quinto evangelio, ma purtroppo il suo ritrovamento rimaneva sempre come una meta irraggiungibile. E appunto una scelta del materiale raccolto in tanti anni che Peter Bergin invia, con la lettera, al Segretario della Pontificia Commissione Biblica, anche lui studioso di Vangeli, scopritore di manoscritti rari ed esperto di apocrifi: senza conoscersi, l’uno all’insaputa dell’altro, hanno percorso “vie parallele cercando quasi la stessa cosa”. Sentendo prossima la fine della sua vita, anche se ha tentato tutto il possibile, Bergin avverte dentro di sé “un senso crudele d’inadempienza” perché, fra tanti documenti reperiti, manca proprio “il libro tanto cercato”. Egli chiede dunque, “dall’orlo del fosso” in cui ormai si trova, la notizia giusta, quella che lo ripagherebbe ampiamente di tante appassionate fatiche.

Si sente rassegnato, e vero, ma anche fiducioso perché un uomo chiamato a reggere la Pontificia Commissione Biblica avrà potuto disporre di strumenti inaccessibili a lui e ai suoi discepoli. “E poi,” – conclude Bergin – “lei è a Roma: e con tutta la polemica che si è sempre fatta contro Roma, è come se qualcosa, in cuor mio, mi dicesse che il quinto evangelio, se esiste, non possa trovarsi se non costi, e sia pure dimenticato o magari nascosto in uno scrigno sul tipo di quello al quale accenna, come vedrà, qualcuno dei testi della mia raccolta”.

Questa, in sintesi, la lettera di Peter Bergin, la cui importanza e il cui significato, come si vedrà, trascendono i limiti di una introduzione al romanzo. Segue subito dopo la scelta dei documenti, distribuiti cronologicamente e raggruppati sotto i seguenti titoli: il manoscritto di Vicario, la mappa del cielo, le leggende, il monaco greco, gli affioramenti, il ramo verde, il Vangelo dei Papi, la storia di fra Michele minorita, il conuito di Lione, il Cristo di Guardia, la professione di fede di Pietro d’Artois, vita del cavalier Du Breuil, la giustificazione del sacerdote Domenico De Lellis, lettere di discepoli. Ognuna di queste sezioni è preceduta da note esplicative, intese ad informare il Segretario della Pontificia Commissione Biblica circa le occasioni e le piste seguite nei ritrovamenti. Tutte, naturalmente, si agganciano in un modo o nell’altro alla leggenda del quinto evangelio, in un intricato gioco di rimandi che finiscono per comporre un quadro di notevole complessità pur nella univocità dell’interesse che vi è sotteso.

Il manoscritto di Vicario comprende dieci lettere, che vanno dal VII al XII sec. d. C. e che riferiscono, in vario modo, in torno ad un Vangelo esistito a Vivario, in Calabria, portatovi da un monaco greco anni prima e lasciato in dono a Cassiodoro. Primo a parlarne è un monaco appunto del cenobio di Vivario, tale Paolo Settimio Secondo, un pagano convertito che racconta di aver visto il manoscritto, di averlo tenuto in mano ed esaminato, di essere certo della sua “novità” e tuttavia con fessa di non saper che cosa farne, dal momento che lo stesso Cassiodoro non aveva osato darlo alla luce. All’entusiasmo e al candore di questo monaco fa riscontro, fra gli altri, la perplessità di un vescovo di Stilo, pure in Calabria, che, scrivendo due secoli dopo all’arcivescovo di Canterbury, dice che di Vivario non restano se non muri sconnessi e del libro richiesto non v’è nessuna traccia. Comunque, testimonianze posteriori convalidano la credenza nel quinto evangelio, il cui testo sarebbe passato dalla Calabria a Bobbio per le mani di San Colombano, fondatore di quel cenobio: questi, giudicandolo forse santamente ispirato, prescrisse ai suoi di “custodirlo e di tenerlo in grande onore”.

E i monaci lo custodirono gelosamente, tanto che chiunque lo chiedesse in lettura, si sentiva rispondere dall’abate: “Procura di trovare il Cristo e avrai trovato il quinto evangelio”. La mappa del cielo è una raccoltina di undici brevissimi frammenti, scelti e disposti “per misteriose analogie” dalla segretaria di Bergin, Anne Lee, l’unica tra i suoi discepoli che si ostina a non credere nel ritrovamento del libro e tuttavia propensa a sentirne la ricerca “come qualcosa di lontanamente analogo a una messinscena mistica, se non altro a un’avventura umana o, come lei dice, esistenziale da accettare come tale e da vivere comunque, visto che è bella di per sé”. Non sono dei documenti, bensì “asteroidi orbitanti intorno ad un remoto sole spento”. Eccone un esempio: “Come cinque furono le piaghe di N.S. Gesù Cristo, e la quinta al costato, la più vicina al cuore, cinque sono gli evangeli, e il quinto è il più sublime”.

Notevole, tra gli altri, il sesto, che è una Preghiera al crocifisso, in versi, attribuita ad un anonimo fiammingo del XIV sec. e che si chiude con queste parole: “Cristo non ha più Vangeli che essi leggano ancora. Ma ciò che facciamo in parole e in opere è l’evangelio che si sta scrivendo”. Alla segretaria Anne Lee spettano anche la scelta e l’ordinamento delle piccole leggende ritrovate dal maestro in una vastissima area di tradizione orale e popolare, che si estende dalla Spagna al mondo slavo: si tratta di una parte minima, distinta in tre filoni (Leggende del Libro, Leggenda del Verbo, Leggenda di Nicodemo), di una ricca fioritura di storie che sembra attestino “che dovunque sono passati i Vangeli sia esplosa in ogni tempo nell’immaginazione popolare l’aspettativa d’un quinto libro che attende di manifestarsi per portare a perfezione la Parola rivelata; oppure, inversamente, che l’esistenza orale, e non soltanto fantasticata, di quel tale quinto libro, abbia acceso in ogni tempo l’immaginazione popolare”.

Il monaco greco contiene sei lettere di monaci, prelati e perfino d’un papa (Alessandro II), che parlano appunto di un monaco che avrebbe introdotto anticamente dalla Grecia “un suo vangelo sconosciuto”: il richiamo al manoscritto di Vivario è abbastanza evidente, ma questa volta la leggenda si sposta nell’Italia centrale, esattamente tra l’Umbria e il cuore dell’Abruzzo, da Todi a San Clemente e Pescocostanzo; essa, inoltre, si vivacizza in quanto s’intreccia con l’avventura dei cosiddetti Viandanti in Cristo, alcuni monaci inquieti che abbandonano il cenobio “per vivere al modo di viandanti, come il Cristo, e secondo quello che credono essere il vero vangelo”. Col titolo Gli affioramenti sono raggruppati otto documenti dei secoli IX-XVII nei quali, per dir così, affiora il mito o l’esistenza del quinto evangelio pur in mezzo a sospette citazioni dai Vangeli non canonici.

Spicca, tra gli altri, il settimo, rinvenuto tra le carte della canonica di Colonia e che, con la sua elencazione di ben sedici versetti, costituisce la testimonianza ad un tempo più sintetica e più organica delle verità sconosciute del Vangelo inedito. Il ramo verde comprende quattro lettere di abati e vescovi del XIII secolo che si occupano prevalentemente del caso di un frate proveniente dalla Provenza, Pietro da Narbona, accusato di essere un estremo seguace dell’eresia catara o albigese, poi della nuova setta degli Apostolici e quindi reo della divulgazione di un Vangelo non canonico. Segue il verbale dell’interrogatorio del frate condotto dall’ “inquisitore dell’eretica pravità” per la provincia lombarda e da cui risulta il suo fermo proposito di rinnovare la Chiesa riconducendola in spirito ai tempi dei primi cristiani, in modo che essa sia ancora fatta “d’uomini vivi e non di pietre”.

Il vangelo dei pupi si richiama ad una tradizione imponente, che va dai primi secoli fino a tutto il medioevo, secondo la quale si deve credere “che a Roma, tenuto nascosto o dimenticato, esista un vangelo portatovi da San Pietro e rimasto in deposito ai suoi successori”. La sezione raccoglie quattro documenti, dovuti rispettivamente ad un ingenuo viaggiatore, ad un cronista, ad un prete scettico e ad un francescano. Quest’ultimo, certo frate Eligio da Cortona, un minorita dissidente che osò promulgare una bolla di scomunica contro un papa accusato di simonia, asserisce d’aver veduto con i suoi occhi quel Vangelo allorché fu chiamato a collaborare alla compilazione dell’inventario dei tesori di S. Pietro che, a seguito del trasferimento della sede papale in Avignone (1305), erano stati portati ad Assisi ed affidati alle cure del priore di S. Francesco. Un altro minorita è protagonista della Storia di fra Michele, le cui vicende si svolgono a Firenze nel 1389.

Era costui uno di quei poveri seguaci di S. Francesco “che tanto furono perseguitati per la retta osservanza della sua Regola”. Mandato appunto a Firenze per le prediche della Pasqua, proprio il giorno di Pasqua fu assalito da “molti birri e mascalzoni” e condotto al vescovado sotto l’accusa di andar predicando un nuovo Vangelo che, basato tutto sulla povertà e sulla carità, suonava condanna alla Chiesa del tempo, corrotta in quanto mondanizzata. Al processo, rapidamente istruito contro di lui, si difese dicendo: “Peccatore sì, ma cattolico: eretico non sono. E voi ingannate il popolo con scritture e con parole”. Condannato al rogo, morì cantando il Te Deum e il suo corpo fu trafugato da alcuni fedeli che lo giudicarono martire e santo.

Il conuito di Lione ci porta nella città francese da cui prende il titolo, in casa di Messer Arrigo della Marca, ricco mercante “e assai vago di cose nuove”, che un bel giorno invita alla sua mensa Monsignor Diego Alvarez de Castro, lì di passaggio per certe sue ambascerie in Italia, con altri “gentili uomini e maggiorenti della città”, tra cui un prete reputato buon teologo. A tavola, mentre si discorreva delle guerre che allora desolavano l’Europa, uno dei commensali disse che “veramente era tempo che il Cristo tornasse nuovamente a incarnarsi, visto che una sola volta non era bastata a mutare gli uomini”. Slittata poi la discussione dalla figura di Cristo alla diffusa credenza in un Vangelo sconosciuto, Messer Arrigo affermò d’aver letto presso Lodovico Vartomanno, il quale aveva fatto molti viaggi in oriente, “che li molti popoli credono che un tal libro esista realmente, e tengonlo veritiero, e usano anzi questo detto: che esso non dura mai nel medesimo luogo, ma passa sempre di gente in gente”.

Il racconto si chiude con due elette: una detta dal prete, che narra di S. Pietro navigante alla volta di Roma e, sorpreso dalla tempesta, per alleggerire il carico della navicella butta al mare la cassa in cui aveva riposto il quinto evangelio; l’altra, detta dal Monsignore, narra di S. Giovanni che va alla disperata ricerca d’un prete a cui affidare il Vangelo sulle rivelazioni fatte da Gesù durante i quaranta giorni dalla sua resurrezione. Un posto assai ragguardevole, anche come mole, tra i documenti occupa Il Cristo di Guardia, che è la storia tra romanzesca e agiografica, ma sostanzialmente verisimile nella sua finzione, di un tale Giosué Borgogno, nativo di Guardia Piemontese. In quel borgo sperduto della Calabria si era formata, col favore dei marchesi di Fuscaldo, lombardi di origine e forse valdesi anch’essi, una piccola comunità di Valdesi, che per tre secoli riuscì prudentemente a sfuggire ai tribunali dell’Inquisizione.

Ma, al tempo della Riforma protestante, vi giunse un certo Giovanni Negrino, grande agitatore e forse discepolo di Calvino, con lo scopo di attirare alla nuova fede quella popolazione: non ebbe però molta fortuna perché, catturato dalle guardie dello stesso marchese di Fuscaldo, venne messo a morte. Ne raccolse l’eredità un giovane seguace, precisamente Giosuè Borgogno, il quale, dopo aver fatto molti proseliti, fu anche lui processato e condannato a morte per aver predicato “un falso vangelo”. Questo, secondo una versione dei fatti. Secondo un’altra versione, la vita di Giosué appare un vero e proprio duplicato della vita di Gesù (si pensi anche all’assonanza dei nomi). Nato da una figlia di Giuseppe Borgogno, falegname, la quale era rimasta incinta d’uno sconosciuto, Giosuè crebbe poveramente distinguendosi per vivacità tra i suoi coetanei.

Era poco più che un ragazzo quando s’incontrò con Giovanni Negrino, il quale lo perfezionò nel leggere e nello scrivere e subito sognò di farne il suo erede spirituale, cercando di cancellarne ogni traccia di cattolicesimo. Un giorno Giosuè scovò nel vano d’un muro della sua casa un libro singolare, che era nientemeno il Vangelo provenzale che tanto tempo prima era stato affidato alla famiglia dei Borgogno. La scoperta scosse profondamente sia lui che il suo maestro; questi addirittura gli confessò d’aver compreso finalmente “che il Cristo non ci ha dato una dottrina da seguire, ma una vita da imitare”. Si dettero insieme a predicare il nuovo Vangelo; ma, dopo appena quattro mesi, Giovanni fu trascinato nel castello dei marchesi di Fuscaldo e lì venne soffocato senz’alcun processo. Giosué rimase, ovviamente, sconvolto dalla morte del maestro. Dopo qualche anno di silenzio e di meditazione sul nuovo Vangelo, riprese la sua predicazione e nel giro di poco tempo si vide circondato a sua volta da discepoli, si da allarmare perfino l’alto clero di Napoli, capitale del regno.

Si cercò dapprima di isolarlo, di screditarlo quale autore di una “novissima eresia”; poi, durante una settimana santa, chiamato a rappresentare il Cristo nella messinscena popolare del dramma della Passione, finzione e verità finiscono per intrecciarsi contro di lui: viene processato e condannato a morte. Il governatore di Cosenza si rifiuta di dare esecuzione alla sentenza per timore di disordini e Giosué andrà a morire a Napoli, lontano dalla sua gente, presso la quale era già quasi in fama di santità. A questa stupenda narrazione tiene dietro La professione di fede di Pietro d’Artois, breve compendio dei motivi ricorrenti in tanti scritti analoghi che Bergin dice di aver dovuto sacrificare.

Ne è autore un tipico agostiniano del ‘500, Pietro d’Artois, irregolare, irrequieto, accostatosi più volte ai Riformati. Segue la Vita del cavalier Du Breuil, una biografia in forma epistolare del ‘600, ritrovata presso l’Archivio universitario di Leida, tra documenti relativi alla dissidenza religiosa in Francia. Ne è autore Dominique Dubos, colui che fu per anni il confessore di Du Breuil e che curò più tardi la stampa dei suoi quaderni; il destinatario della lettera è Pierre Vermeil, un giansenista esule in Olanda. Vi si tratteggia la figura di un uomo, anzi il cammino di un’anima vissuta fino all’estremo nell’esercizio della carità. Dopo una giovinezza trascorsa in modo piuttosto irrequieto, tra duelli amori avventure versi licenziosi, perché il suo nome facesse il giro di Parigi, il cavalier Du Breuil decise “di ridursi a mezza strada tra lo stato laicale e la condizione eremitale”, associandosi ai solitari di Port-Royal: la sua fu “una di quelle conversioni imperfette che si riconoscono dalla volontà d’esser perfetti”.

I suoi giorni cominciarono a scorrere sotto la paura continua, l’assillo, “l’angoscia della grazia”. Poi, per sua fortuna, passato sotto la direzione spirituale di Mr. de Saci, riuscì a liberarsi dai suoi tormenti sulle idee di S. Agostino e sulle tesi di Giansenio, per dedicarsi tutto alla traduzione e allo studio dei Vangeli; e in questo lavoro gli accadde di scoprire dei frammenti d’un Vangelo inedito, che lo attrassero e lo esaltarono insieme. Ma, durante un viaggio a Parigi, trovato in possesso di alcuni testi di amici giansenisti, anche certe sue carte “affrettatamente esaminate e giudicate, per prevenzione, d’intonazione giansenista, divennero al processo altrettante prove contro di lui” che da tempo non era più giansenista. Condannato come eretico, finì la sua vita in prigione, rassegnato a tutto, fuorché alla perdita dei frammenti del quinto Evangelio raccolti con tanto amore e ritenuti dall’arcivescovo di Parigi “degni del fuoco”.

La giustificazione del sacerdote Domenico De Lellis altro non è che una penetrante e succosa autobiografia del Santo abruzzese (ricalcata sulla vita di Camillo De Lellis), che Bergin dice di aver trovata con altre carte manoscritte presso la Biblioteca vescovile di Lanciano. Vi si narra, in prima persona, dei propri natali, della difficile infanzia vissuta senza la mamma mortagli a tre anni, del tormentato avvio agli studi rimasto senza successo fino ai 14 anni, della scoperta di una bibliotechina di un prozio prete spentosi prima della sua nascita, e del ritrovamento di un testo a mano con questo titolo: “Il Vangelo secondo di San Giovanni, ovverosia il quinto evangelio, nuovamente volgarizzato da Mons. Raffaele De Lellis, canonico della chiesa cattedrale di Lanciano“. Benché non vi capisse molto, il giovinetto prese a leggerlo e a meditarlo, si che proprio di lì cominciò a farsi luce la sua appassionata vocazione.

Entrato in seminario, confidò al rettore il piacere e gli stimoli ricevuti da quella lettura; ma presto ne ebbe stupore e dolore insieme perché, costretto a consegnare il manoscritto, il vescovo stesso gli disse che si trattava d’un libro eretico e che, se per caso ne ricordasse ancora qualcosa, doveva procurare di cancellarlo dalla sua mente se voleva la salute dell’anima sua. Naturalmente, De Lellis non se ne mostrò convinto, né allora né mai; ma trovò per questo interminabili dispiaceri e incomprensioni, e soprattutto dopo la sua ordinazione sacerdotale a Napoli e le prime esperienze di parroco, si che finì per tornarsene in Abruzzo e vivere in estrema solitudine, senza amici e senza alcun conforto.

A conclusione della raccolta dei documenti, di cui si è fin qui riferito, Peter Bergin pone tre lettere di discepoli diversi. Il primo invia al maestro un art

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