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Mario Pomilio. L’Uccello Nella Cupola

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L’uccello nella cupola di Mario Pomilio: un viaggio nelle profondità dell’animo umano tra peccato, grazia e redenzione che riscrive le regole narrative.

Il tema della morte, come dichiarato dallo stesso autore, ha ispirato l’intero Cimitero cinese e anche le pagine più belle de L’uccello nella cupola, un romanzo definito dall’editore Bompiani come “una opera prima non solo per l’autore, ma per la nostra letteratura”. In questa opera non si parla solo di morte, ma anche di peccato e grazia, cruciali per la redenzione. Pomilio propone una narrazione innovativa rispetto alla narrativa postbellica, che generalmente si concentra su afflizioni temporali. L’anno 1954, in coincidenza con la pubblicazione de L’uccello nella cupola, è anche quello di opere come Il disprezzo di Moravia e La mulora di Fenoglio, storie indubbiamente interessanti, ma con intenti narrativi diversi da quelli di Pomilio.

I personaggi di Pomilio non sono meri oggetti o complessi di istinti; ogni elemento, persino gli oggetti, acquista senso e voce in relazione alla coscienza umana. L’uccello nella cupola affonda le sue radici nella narrazione neo-veristica, ma rimane concentrato sui momenti di crisi dell’animo umano. I protagonisti principali sono una giovane coppia di profughi istriani, Marta e il suo compagno, la cui storia di miseria e disperazione inizia nei campi di concentramento. Con l’uscita dal campo, la coppia affronta una vita segnata da precarietà e sofferenza, conducendo alla loro disgregazione.

Frustrazione e alcolismo portano alla rottura dei rapporti, mentre la storia di Marta rivela il tormento di un amore destinato a finire. La confessione di Marta a don Giacomo, un giovane prete, si rivela un momento cruciale, poiché il peccato che incombe su di lei diventa una questione di vita o di morte dell’anima. Don Giacomo, inizialmente assuefatto agli ordinari doveri parrocchiali, si confronta con la complessità del peccato di Marta e la suscita in lui un’ambizione di far luce sulla sua situazione che lo porta a riflettere sull’idea di grazia e compromesso.

La tensione morale tra i due personaggi cresce, rivelando le fragilità di don Giacomo nelle sue responsabilità come mediatore della grazia divina. La sua interazione con Marta culmina in un momento di crisi, in cui lui percepisce la lacerazione tra il dovere sacerdotale e il desiderio umano. L’incontro successivo con Marta, segnato dalla disperazione e dalla ricerca di un aiuto, presenta una nuova sfida per entrambi. La loro interazione si evolve in un profondo conflitto interiore, culminando in eventi drammatici che porteranno alla tragedia della sua morte.

Nella chiusura della sua storia, Pomilio mette in evidenza l’inevitabile solitudine di don Giacomo, la cui esperienza con Marta lo porta a una nuova consapevolezza. L’intervento di don Paolo, un anziano canonico, lo guida verso una riflessione sulla responsabilità e sul senso del dolore. L’uccello nella cupola emerge non solo come un’intensa narrazione umana, ma anche come un’opera che invita a una particolare introspezione sulla fragilità delle relazioni e sulle complessità del peccato e della grazia.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

Il tema della morte, che per dichiarazione dello stesso autore ha ispirato l’intero Cimitero cinese, ha dettato anche le più belle pagine de L’uccello nella cupola, un romanzo breve che l’editore Bompiani, nella presentazione ai lettori, definì “una opera prima non solo per l’autore, ma per la nostra letteratura”. Non c’è solo la morte, in effetti; c’è anche il peccato, che del resto è morte dell’anima, e la grazia, che è base della sua redenzione. Una problematica veramente nuova, dunque, per la narrativa postbellica, disposta a recepire prevalentemente le afflizioni e le esaltazioni d’ordine temporale.

Per misurare con una certa esattezza il distacco che corre tra l’opera di Pomilio e il clima letterario del momento, si pensi che il 1954 è anche l’anno in cui si pubblicano, ad esempio, Il disprezzo di Moravia, La mulora di Fenoglio, I misteri dei ministeri di Frassineti, La raganella d’oro di Landolfi, Il mio cuore a Poetemilvio di Pratolini, Figli difficili di Prisco, La naora di Cicognani, Barbaresco di Arpino, La monaca di Sciangai di Anna Banti: tutti libri interessanti, ma con un interesse diverso da quello de L’uccello nella cupola, perché dominati o dall’aperta pretesa di un’oggettivazione integrale o dalla segreta esigenza di una stilizzazione parimenti spersonalizzante o, ancora, dalla ricerca di un’umanità fatta di bisogni primordiali.

Pomilio non è mai disposto a scambiare i suoi personaggi per degli oggetti o per dei complessi d’istinti e nemmeno a ritenere le sue pagine come campo di prova per dei vuoti esercizi di stile. In lui, semmai, anche gli oggetti e i moti istintivi acquistano un senso e una voce in armonia o in contrasto con la coscienza umana, e le parole sono sempre come limpidi cristalli, cioè capaci di far trasparire il messaggio che portano con sé. L’uccello nella cupola ha nel suo fondo le radici di una narrazione neo-veristica, che la critica non ha tenuto finora nel debito conto solo per il fatto, crediamo, che la vicenda nel romanzo è colta nei suoi momenti culminanti, quando cioè giunge a sconvolgere le plaghe dell’anima.

Protagonista della prima parte è una giovane coppia di profughi istriani dell’ultimo dopoguerra stabilitisi a Teramo, con una squallida storia di miseria e di fame che la donna, di nome Marta, una sera così sintetizza in poche parole al suo confessore: “Al principio, quando ci conoscemmo nel campo di concentrazione, che lui era fuggito da Fiume e io da Pola, molte cose erano diverse. Eravamo disperati, sì, ma lui voleva lavorare, e anch’io, e insieme non ci sentivamo più tanto soli.”

Quando uscimmo, che avevamo il sussidio del governo, lui trovò da lavorare, era ebanista. Ma poi non fu più contento, e si volle mettere da solo, e cambiammo e venimmo qui. Ma qui lavoro ce n’era poco, e avevamo solo il sussidio, e lui si scoraggiò di nuovo, fu di nuovo disperato, e riprese a bere.

Triste condizione d’esuli in patria, disoccupazione e sottoccupazione, alcolismo: c’era abbastanza per far disgregare e naufragare anche la famiglia più solida, figuriamoci quale sconquasso doveva derivarne nei già fragili rapporti di due sposi irregolari e per giunta senza figli. Fu la fine di ogni parvenza d’amore e la donna stessa lo ammette, senza mezzi termini, in confessione: “E così è finito tutto, e non c’è stato più che il tormento di sentirci legati l’uno all’altro senza poterci liberare. E così io l’ho odiato, per il pensiero di non sapere come sfuggirgli, e lui pure m’ha odiata e da allora ho aspettato soltanto che morisse.”

A raccogliere questa confessione fu don Giacomo, un prete ancor giovane che si era ormai assuefatto ai monotoni uffici di una parrocchia tranquilla. Divenuto l’amico confidente e sicuro delle sue penitenti, che venivano giornalmente a raccontargli sempre le stesse mancanze veniali, improvvisamente una sera don Giacomo, di fronte al caso straordinario di Marta, sente tutta l’insufficienza delle consuete esortazioni alla pace e alla rassegnazione

Gli si ridesta nella coscienza la nozione spaventosa del peccato, di quello vero e grande, che i teologi chiamano mortale, poiché provoca lacerazioni e angosce che non si sanano senza una ferma volontà di riscatto. Forse, nei recessi della sua anima, covavano da sempre come un’oscura attesa e un vago desiderio di un caso di coscienza simile a quello di Marta. Per la cui soluzione occorreva “la presenza integrale di sé, il dispiegamento di tutte le proprie energie spirituali e quelle qualità che i testi teologici elencavano con tanta chiarezza: la pietas, la fortitudo e tutto il resto”.

Di qui lo sbigottimento e insieme l’esaltazione che egli prova intimamente di fronte a quella povera donna: la interroga come un inquisitore inflessibile, con tono pacato ma deciso, e quando sa quello che basta per aver chiare le proporzioni del peccato, e cioè che non si è sposata con l’uomo con cui vive “more uxorio”, che con pratiche illecite si fece uccidere nel seno un figlio di tre mesi poiché lui non lo voleva, che per questo e per altro lo odia al punto da farlo morire lentamente di polmonite senza far nulla in suo aiuto, allora si sente come sconcertato e, anziché la via del perdono, imbocca quella dell’aspro rimprovero.

Inizia quindi un intenso scambio, Marta reagisce prontamente e con durezza: “Perché sono qui? Ma perché me lo chiedete? Dove dovevo andare? E poi, e poi, che ne sapete voi? Come potete capire? Voi non l’avete mai provato, voi, tutto quello che ho provato io.”

Da quel momento, s’instaura nella vicenda il clima di una fortissima tensione morale, il cui protagonista principale viene a essere il prete, che sente crescere dentro di sé l’ambizione di far propria a tutti i costi la vittoria, sostituendo “all’impulso disordinato, ma sincero, di quell’anima, l’orgoglio della propria”. Eppure l’orgoglio non riesce a campeggiare nel contrasto della sua coscienza. Spunta ben presto il Dubbio circa la sua funzione di mediatore della grazia divina, oltre che una sottile angoscia di chi sa che da un suo gesto o da una sua parola può dipendere la salvezza o la dannazione di un’anima.

Nel suo duello col peccato, don Giacomo, senza avvedersene, stava commettendo “l’errore di pensare al male come a una sostanza che va annientata, quand’esso è il contrario, e un’assenza, l’assenza d’amore che va riempita d’amore, il vuoto che va colmato”. Con tale disposizione, egli si reca in casa del moribondo per assisterlo nel difficile trapasso e, ottenutane la riconciliazione con Dio, accede alla sua richiesta di sposarlo con Marta, la quale, convinta che non serve più, acconsente con riluttanza.

D’altra parte, mentre don Giacomo, lasciandola sola col suo dolore dinanzi al cadavere di un uomo divenuto suo marito sul punto di morte, non comprende la necessità improcrastinabile d’aver cura di un’anima sconvolta e ormai in balia di se stessa, rischia di “perdere tutto il frutto della sua opera”. Quanto grave fosse tale rischio poté egli stesso verificarlo il giorno dopo, durante le esequie, quando l’operaio delle pompe funebri esitò un attimo per avvitare il coperchio alla bara, ma Marta non si mosse, anzi si rivolse a don Giacomo con “un atteggiamento ormai aperto di sfida”.

La rinnovata convinzione delle tremende responsabilità che ricadevano sul suo stato sacerdotale, aggravate da una irrimediabile tristezza derivante dalla propria solitudine d’uomo, fece subito scivolare don Giacomo sotto il peso di una schiacciante disperazione. Trascorsero vari mesi senza sapere più nulla della donna, rifuggendo dal pensiero di lei. Un giorno, però, meditando sulla conversazione tenuta una sera col vecchio canonico della città, trovò la forza di riscattarsi dal torpore che avviliva la propria coscienza e decise di rintracciare Marta.

Saputo dal sagrestano che la donna menava da tempo vita corrotta, pubblicamente, e che da ultimo aveva stretto rapporti con un industriale del luogo, ne restò sgomento e, senza frapporre più indugi, si recò a farle visita. In preda ad una trepidazione mai provata, don Giacomo affrontò il colloquio con toni indecisi e arrendevoli. Marta, per fargli provare in concreto il senso del peccato, gli afferrò d’improvviso il capo e lo baciò a lungo, mollemente, sulla bocca. Il prete ne fu sconvolto.

I giorni che seguirono, “d’un agosto allucinato, senza neppure un segno di quell’afa che fa presentire la pioggia”, furono pieni di insofferenze e di stanchezze interiori che gli impedivano perfino di concentrarsi nella preghiera. Riesaminando tutta la propria condotta dal primo all’ultimo incontro con Marta, lo assaliva una gran quantità di interrogativi e dubbi tormentosi e, soprattutto, il timore che il male si fosse insinuato nella sua coscienza.

Anche Marta, intanto, era tornata alla sua solitudine: abbandonata dall’amante, si sentiva di giorno in giorno sempre più svuotata e come inaridita. Una sera, non potendo resistere alla disperazione, si recò da don Giacomo in cerca d’aiuto. Il parroco non osò per qualche minuto alzare gli occhi su di lei, visibilmente imbarazzato, e con modi bruschi la invitò ad una confessione totale e schietta.

La donna rinarrò tutta la sua storia, ma ad un certo punto si dispose con angoscia a ricevere un’assoluzione provvisoria. Don Giacomo, rimasto solo con se stesso, capì di non aver fatto pienamente il suo dovere e che, ciò che era più grave, non era in grado di porvi riparo. Sapeva di chiedere troppo. Ma ormai si sentiva come chi, correndo a precipizio giù per una china, sa che potrà fermarsi solo arrivando al fondo.

Un tardo pomeriggio, infatti, mentre si trovava distratto in una festa, fu fatto chiamare dalla madre superiora dell’ospedale. Appena giunto, nell’apprendere che si trattava di una donna che aveva tentato di suicidarsi, ebbe un sussulto e pensò subito a Marta. Persuaso di averla esposta ad un sacrificio sproporzionato, fu preso da un’agitazione incontenibile e sperò fervidamente che i medici la salvassero. Ma non ci fu nulla da fare: la pallottola aveva forato il polmone provocando un’emorragia che non fu possibile arrestare. Quando il parroco fu ammesso in sala operatoria, il corpo della donna non aveva più segni di vita.

La notte seguente fu per don Giacomo d’una sofferenza immobile. Riesaminando frequentemente se stesso e tutto l’accaduto, si consolò con una vaga speranza: si disse che, se uno è tanto forte da perdere un altro, può forse espiare per un altro; e che forse per Marta non tutto era perduto, purché lui riuscisse a riparare ai propri errori.

Il primo atto di riparazione fu la decisione, presa per mortificare il proprio orgoglio, “di seguire, come fosse un congiunto, il funerale, anche se la cosa non aveva senso”. La mattina dopo, avendo dato incarico al sagrestano di attendere ai preparativi, nel pomeriggio accompagnarono la salma al camposanto. Quando la bara fu deposta nella fossa, il custode attese un cenno del parroco per ricoprirla, ma don Giacomo non sapeva decidersi. A un tratto, si slacciò dal petto la croce che portava sotto la tonaca e la lasciò cadere sul coperchio della bara.

Don Giacomo si mise in ginocchio e cominciò a pregare a voce alta e fervida, trascinando con sé le voci dei tre uomini che rispondevano alle sue parole. Si chiudeva così la drammatica vicenda di Marta. A scuoterlo e riscattarlo dal tormento venne provvidenzialmente, qualche giorno dopo, una chiamata di don Paolo, vecchio titolare dell’antica canonica cittadina, il quale, non potendo più muoversi per la sua salute cagionevole, lo pregò di passare da suo nipote paralitico, per alleviarne la sofferenza.

La conversazione scivolò lentamente sulle responsabilità sacerdotali, fino a che don Giacomo non sentì sciogliersi gli ultimi suggelli del proprio ritegno e gli espose, nelle linee essenziali, il “caso” che lo aveva angustiato. Il canonico, dopo averlo attentamente ascoltato, lo tranquillizzò: “Puoi avere sbagliato. Può anche darsi che senza il tuo intervento molte cose sarebbero state diverse. In peggio o in meglio, chi lo sa? La grande forza del cristiano sta nella certezza che nulla accade senza che qualcuno l’abbia permesso o quanto meno tollerato”.

Don Giacomo tornò a casa finalmente rasserenato. L’incontro fu salutare per la sua coscienza, se da quel giorno prese a vedere le cose e gli uomini sotto una nuova luce. La figura e la storia di Marta sembravano perdersi in una lontananza remota e lo lasciavano in una pacata indifferenza. Non si turbò nemmeno al pensiero di doverne nuovamente parlare col vescovo quando, pochi giorni dopo, fu invitato a recarsi nella curia.

Il lettore può notare che l’immagine di un uccello prigioniero nella chiesa si ricolleghi alla tormentata esperienza di Marta e di don Giacomo. Così si può legittimamente vedere in tutto il romanzo una sottile vena giansenistica, a conferma che senza l’intervento del canonico, la vicenda avrebbe avuto una ben diversa conclusione. L’epilogo ci offre una prospettiva in contrasto con lo sviluppo della storia, che conferisce un’emozione di speranza.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

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Ospitalità e servizi

Il tema della morte, che per dichiarazione dello stesso autore ha ispirato l’intero Cimitero cinese, ha dettato anche le più belle pagine de L’uccello nella cupola, un romanzo breve che l’editore Bompiani, nella presentazione ai lettori, definì “una opera prima non solo per l’autore, ma per la nostra letteratura”. Non c’è solo la morte, in effetti; c’è anche il peccato, che del resto è morte dell’anima, e la grazia, che è base della sua redenzione. Una problematica veramente nuova, dunque, per la narrativa postbellica, disposta a recepire prevalentemente le afflizioni e le esaltazioni d’ordine temporale.

Per misurare con una certa esattezza il distacco che corre tra l’opera di Pomilio e il clima letterario del momento, si pensi che il 1954 è anche l’anno in cui si pubblicano, ad esempio, Il disprezzo di Moravia, La mulora di Fenoglio, I misteri dei ministeri di Frassineti, La raganella d’oro di Landolfi, Il mio cuore a Poetemilvio di Pratolini, Figli difficili di Prisco, La naora di Cicognani, Barbaresco di Arpino, La monaca di Sciangai di Anna Banti: tutti libri interessanti, ma con un interesse diverso da quello de L’uccello nella cupola, perché dominati o dall’aperta pretesa di un’oggettivazione integrale o dalla segreta esigenza di una stilizzazione parimenti spersonalizzante o, ancora, dalla ricerca di un’umanità fatta di bisogni primordiali.

Pomilio non è mai disposto a scambiare i suoi personaggi per degli oggetti o per dei complessi d’istinti e nemmeno a ritenere le sue pagine come campo di prova per dei vuoti esercizi di stile. In lui, semmai, anche gli oggetti e i moti istintivi acquistano un senso e una voce in armonia o in contrasto con la coscienza umana, e le parole sono sempre come limpidi cristalli, cioè capaci di far trasparire il messaggio che portano con sé. L’uccello nella cupola ha nel suo fondo le radici di una narrazione neo-veristica, che la critica non ha tenuto finora nel debito conto solo per il fatto, crediamo, che la vicenda nel romanzo è colta nei suoi momenti culminanti, quando cioè giunge a sconvolgere le plaghe dell’anima.

Protagonista della prima parte è una giovane coppia di profughi istriani dell’ultimo dopoguerra stabilitisi a Teramo, con una squallida storia di miseria e di fame che la donna, di nome Marta, una sera così sintetizza in poche parole al suo confessore: “Al principio, quando ci conoscemmo nel campo di concentrazione, che lui era fuggito da Fiume e io da Pola, molte cose erano diverse. Eravamo disperati, sì, ma lui voleva lavorare, e anch’io, e insieme non ci sentivamo più tanto soli.”

Quando uscimmo, che avevamo il sussidio del governo, lui trovò da lavorare, era ebanista. Ma poi non fu più contento, e si volle mettere da solo, e cambiammo e venimmo qui. Ma qui lavoro ce n’era poco, e avevamo solo il sussidio, e lui si scoraggiò di nuovo, fu di nuovo disperato, e riprese a bere.

Triste condizione d’esuli in patria, disoccupazione e sottoccupazione, alcolismo: c’era abbastanza per far disgregare e naufragare anche la famiglia più solida, figuriamoci quale sconquasso doveva derivarne nei già fragili rapporti di due sposi irregolari e per giunta senza figli. Fu la fine di ogni parvenza d’amore e la donna stessa lo ammette, senza mezzi termini, in confessione: “E così è finito tutto, e non c’è stato più che il tormento di sentirci legati l’uno all’altro senza poterci liberare. E così io l’ho odiato, per il pensiero di non sapere come sfuggirgli, e lui pure m’ha odiata e da allora ho aspettato soltanto che morisse.”

A raccogliere questa confessione fu don Giacomo, un prete ancor giovane che si era ormai assuefatto ai monotoni uffici di una parrocchia tranquilla. Divenuto l’amico confidente e sicuro delle sue penitenti, che venivano giornalmente a raccontargli sempre le stesse mancanze veniali, improvvisamente una sera don Giacomo, di fronte al caso straordinario di Marta, sente tutta l’insufficienza delle consuete esortazioni alla pace e alla rassegnazione

Gli si ridesta nella coscienza la nozione spaventosa del peccato, di quello vero e grande, che i teologi chiamano mortale, poiché provoca lacerazioni e angosce che non si sanano senza una ferma volontà di riscatto. Forse, nei recessi della sua anima, covavano da sempre come un’oscura attesa e un vago desiderio di un caso di coscienza simile a quello di Marta. Per la cui soluzione occorreva “la presenza integrale di sé, il dispiegamento di tutte le proprie energie spirituali e quelle qualità che i testi teologici elencavano con tanta chiarezza: la pietas, la fortitudo e tutto il resto”.

Di qui lo sbigottimento e insieme l’esaltazione che egli prova intimamente di fronte a quella povera donna: la interroga come un inquisitore inflessibile, con tono pacato ma deciso, e quando sa quello che basta per aver chiare le proporzioni del peccato, e cioè che non si è sposata con l’uomo con cui vive “more uxorio”, che con pratiche illecite si fece uccidere nel seno un figlio di tre mesi poiché lui non lo voleva, che per questo e per altro lo odia al punto da farlo morire lentamente di polmonite senza far nulla in suo aiuto, allora si sente come sconcertato e, anziché la via del perdono, imbocca quella dell’aspro rimprovero.

Inizia quindi un intenso scambio, Marta reagisce prontamente e con durezza: “Perché sono qui? Ma perché me lo chiedete? Dove dovevo andare? E poi, e poi, che ne sapete voi? Come potete capire? Voi non l’avete mai provato, voi, tutto quello che ho provato io.”

Da quel momento, s’instaura nella vicenda il clima di una fortissima tensione morale, il cui protagonista principale viene a essere il prete, che sente crescere dentro di sé l’ambizione di far propria a tutti i costi la vittoria, sostituendo “all’impulso disordinato, ma sincero, di quell’anima, l’orgoglio della propria”. Eppure l’orgoglio non riesce a campeggiare nel contrasto della sua coscienza. Spunta ben presto il Dubbio circa la sua funzione di mediatore della grazia divina, oltre che una sottile angoscia di chi sa che da un suo gesto o da una sua parola può dipendere la salvezza o la dannazione di un’anima.

Nel suo duello col peccato, don Giacomo, senza avvedersene, stava commettendo “l’errore di pensare al male come a una sostanza che va annientata, quand’esso è il contrario, e un’assenza, l’assenza d’amore che va riempita d’amore, il vuoto che va colmato”. Con tale disposizione, egli si reca in casa del moribondo per assisterlo nel difficile trapasso e, ottenutane la riconciliazione con Dio, accede alla sua richiesta di sposarlo con Marta, la quale, convinta che non serve più, acconsente con riluttanza.

D’altra parte, mentre don Giacomo, lasciandola sola col suo dolore dinanzi al cadavere di un uomo divenuto suo marito sul punto di morte, non comprende la necessità improcrastinabile d’aver cura di un’anima sconvolta e ormai in balia di se stessa, rischia di “perdere tutto il frutto della sua opera”. Quanto grave fosse tale rischio poté egli stesso verificarlo il giorno dopo, durante le esequie, quando l’operaio delle pompe funebri esitò un attimo per avvitare il coperchio alla bara, ma Marta non si mosse, anzi si rivolse a don Giacomo con “un atteggiamento ormai aperto di sfida”.

La rinnovata convinzione delle tremende responsabilità che ricadevano sul suo stato sacerdotale, aggravate da una irrimediabile tristezza derivante dalla propria solitudine d’uomo, fece subito scivolare don Giacomo sotto il peso di una schiacciante disperazione. Trascorsero vari mesi senza sapere più nulla della donna, rifuggendo dal pensiero di lei. Un giorno, però, meditando sulla conversazione tenuta una sera col vecchio canonico della città, trovò la forza di riscattarsi dal torpore che avviliva la propria coscienza e decise di rintracciare Marta.

Saputo dal sagrestano che la donna menava da tempo vita corrotta, pubblicamente, e che da ultimo aveva stretto rapporti con un industriale del luogo, ne restò sgomento e, senza frapporre più indugi, si recò a farle visita. In preda ad una trepidazione mai provata, don Giacomo affrontò il colloquio con toni indecisi e arrendevoli. Marta, per fargli provare in concreto il senso del peccato, gli afferrò d’improvviso il capo e lo baciò a lungo, mollemente, sulla bocca. Il prete ne fu sconvolto.

I giorni che seguirono, “d’un agosto allucinato, senza neppure un segno di quell’afa che fa presentire la pioggia”, furono pieni di insofferenze e di stanchezze interiori che gli impedivano perfino di concentrarsi nella preghiera. Riesaminando tutta la propria condotta dal primo all’ultimo incontro con Marta, lo assaliva una gran quantità di interrogativi e dubbi tormentosi e, soprattutto, il timore che il male si fosse insinuato nella sua coscienza.

Anche Marta, intanto, era tornata alla sua solitudine: abbandonata dall’amante, si sentiva di giorno in giorno sempre più svuotata e come inaridita. Una sera, non potendo resistere alla disperazione, si recò da don Giacomo in cerca d’aiuto. Il parroco non osò per qualche minuto alzare gli occhi su di lei, visibilmente imbarazzato, e con modi bruschi la invitò ad una confessione totale e schietta.

La donna rinarrò tutta la sua storia, ma ad un certo punto si dispose con angoscia a ricevere un’assoluzione provvisoria. Don Giacomo, rimasto solo con se stesso, capì di non aver fatto pienamente il suo dovere e che, ciò che era più grave, non era in grado di porvi riparo. Sapeva di chiedere troppo. Ma ormai si sentiva come chi, correndo a precipizio giù per una china, sa che potrà fermarsi solo arrivando al fondo.

Un tardo pomeriggio, infatti, mentre si trovava distratto in una festa, fu fatto chiamare dalla madre superiora dell’ospedale. Appena giunto, nell’apprendere che si trattava di una donna che aveva tentato di suicidarsi, ebbe un sussulto e pensò subito a Marta. Persuaso di averla esposta ad un sacrificio sproporzionato, fu preso da un’agitazione incontenibile e sperò fervidamente che i medici la salvassero. Ma non ci fu nulla da fare: la pallottola aveva forato il polmone provocando un’emorragia che non fu possibile arrestare. Quando il parroco fu ammesso in sala operatoria, il corpo della donna non aveva più segni di vita.

La notte seguente fu per don Giacomo d’una sofferenza immobile. Riesaminando frequentemente se stesso e tutto l’accaduto, si consolò con una vaga speranza: si disse che, se uno è tanto forte da perdere un altro, può forse espiare per un altro; e che forse per Marta non tutto era perduto, purché lui riuscisse a riparare ai propri errori.

Il primo atto di riparazione fu la decisione, presa per mortificare il proprio orgoglio, “di seguire, come fosse un congiunto, il funerale, anche se la cosa non aveva senso”. La mattina dopo, avendo dato incarico al sagrestano di attendere ai preparativi, nel pomeriggio accompagnarono la salma al camposanto. Quando la bara fu deposta nella fossa, il custode attese un cenno del parroco per ricoprirla, ma don Giacomo non sapeva decidersi. A un tratto, si slacciò dal petto la croce che portava sotto la tonaca e la lasciò cadere sul coperchio della bara.

Don Giacomo si mise in ginocchio e cominciò a pregare a voce alta e fervida, trascinando con sé le voci dei tre uomini che rispondevano alle sue parole. Si chiudeva così la drammatica vicenda di Marta. A scuoterlo e riscattarlo dal tormento venne provvidenzialmente, qualche giorno dopo, una chiamata di don Paolo, vecchio titolare dell’antica canonica cittadina, il quale, non potendo più muoversi per la sua salute cagionevole, lo pregò di passare da suo nipote paralitico, per alleviarne la sofferenza.

La conversazione scivolò lentamente sulle responsabilità sacerdotali, fino a che don Giacomo non sentì sciogliersi gli ultimi suggelli del proprio ritegno e gli espose, nelle linee essenziali, il “caso” che lo aveva angustiato. Il canonico, dopo averlo attentamente ascoltato, lo tranquillizzò: “Puoi avere sbagliato. Può anche darsi che senza il tuo intervento molte cose sarebbero state diverse. In peggio o in meglio, chi lo sa? La grande forza del cristiano sta nella certezza che nulla accade senza che qualcuno l’abbia permesso o quanto meno tollerato”.

Don Giacomo tornò a casa finalmente rasserenato. L’incontro fu salutare per la sua coscienza, se da quel giorno prese a vedere le cose e gli uomini sotto una nuova luce. La figura e la storia di Marta sembravano perdersi in una lontananza remota e lo lasciavano in una pacata indifferenza. Non si turbò nemmeno al pensiero di doverne nuovamente parlare col vescovo quando, pochi giorni dopo, fu invitato a recarsi nella curia.

Il lettore può notare che l’immagine di un uccello prigioniero nella chiesa si ricolleghi alla tormentata esperienza di Marta e di don Giacomo. Così si può legittimamente vedere in tutto il romanzo una sottile vena giansenistica, a conferma che senza l’intervento del canonico, la vicenda avrebbe avuto una ben diversa conclusione. L’epilogo ci offre una prospettiva in contrasto con lo sviluppo della storia, che conferisce un’emozione di speranza.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

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