Al tempo degli Svevi, Paterno attraversò uno dei più tristi momenti della sua esistenza. Tommaso, conte del Molise, la incendiò per punirla di essere passata dalla parte del re Federico II. Immagino il paese in quel lontano 1222, avvolto da fiamme corrusche che, divorando case, sostanze e fienili, s’innalzavano al cielo, tra le grida dei poveri paternesi, atterriti davanti ai guerrieri del conte Tommaso. Non contento di distruggere il paese, egli mirava a sterminare l’intera popolazione, dopo aver depredato le povere case, per rifornire i celanesi assediati dai soldati dell’imperatore.
Ma come erano giunti gli Svevi nella Marsica? Estinta in Germania la dinastia di Franconia, si disputarono la successione i duchi di Baviera, che dal nome del capostipite Welf si denominarono Guelfi, e i duchi di Svevia, i quali si chiamarono Ghibellini, dal nome del castello di Weiblingen, dal quale traevano origine. La contesa si chiuse con la vittoria di Corrado II di Svevia, il quale morì subito dopo nel corso della seconda crociata, lasciando l’eredità al nipote Federico I Barbarossa.
Il capolavoro diplomatico di costui fu il matrimonio tra il proprio figlio Enrico VI e l’unica erede del regno normanno, Costanza d’Altavilla. Con tale matrimonio, Enrico VI, succeduto al Barbarossa nel 1190, divenne signore incontrastato della Germania e dell’Italia meridionale, ma per breve tempo, poiché fu colto da morte improvvisa, seguito ben presto dalla moglie Costanza.
Lasciarono un bambino di appena tre anni, il futuro Federico II, alla tutela del papa Innocenzo III. Federico, arrivato alla maggiore età, poté dominare su quelle terre che toccavano il Mediterraneo a sud e il Baltico a nord. Il primo suo pensiero fu quello di punire coloro che avevano fomentato disordini e scontenti durante la sua minore età. Per questo motivo ebbe a che fare anche con la Marsica e precisamente con la contea di Cèlano, di cui Paterno, anche se per breve tempo, passò a far parte.
Difatti, alla scomparsa di Rainaldo de Cèlano e Berardo de Albe, morti non si sa come tra il 1187 e il 1198, le contee di Cèlano e di Albe furono riunite da Pietro, che si dichiarò conte di Cèlano. Sotto il regno della regina Costanza e nel periodo in cui Federico era sotto la tutela di Innocenzo III, si distinse per fedeltà e attaccamento alla casa sveva, tanto da essere tenuto in grande considerazione dalla regina prima e dal papa dopo.
In seguito, la sua grande e meritata fama fu offuscata dalla scomunica che il papa gli comminò per essere egli passato dalla parte dei nemici di Federico. Quando Pietro morì, nel 1212, gli successe il conte Riccardo, il quale, per chiedere perdono, partecipò all’incoronazione di Federico II nel 1220. Tuttavia, il viaggio a Roma non valse a nulla, poiché di Riccardo non si seppe più nulla e, poco dopo, la contea di Cèlano venne occupata da Tommaso, conte del Molise.
Tommaso doveva vantare dei diritti sulla contea, ma non era nelle grazie di Federico. Il Brogi mette in evidenza che non si sa quale torto avesse fatto all’imperatore, ma, se è vero, come riferisce Febonio, che era fratello di Innocenzo III, Federico non volle perdonarlo per l’odio che portava a colui che fu il suo tutore.
Dopo la sua incoronazione, Federico ordinò che Tommaso fosse spogliato dei contadi di Cèlano e del Molise. Tommaso non si piegò e con fierezza si preparò a difendersi. Fortificò le rocche di Cèlano e di Ovindoli e quella di Boiano nel Molise, la quale, però, si arrese per prima ai soldati dell’imperatore. Tommaso piombò su di loro, li mise in fuga e riacquistò quella terra.
Le truppe imperiali, al comando del conte Della Acerra, riuscirono a far capitolare la rocca di Boiano e, nell’anno successivo 1222, assediarono Tommaso che si trovava a Roccamandolfi; quindi assalirono Cèlano. Tommaso, trovando modo di uscire da Roccamandolfi, tramite strade montane, giunse a Ovindoli e da qui piombò su Cèlano contro gli assedianti, sbaragliandoli e uccidendone molti, imprigionando altri.
Successivamente, Tommaso, completata questa impresa, scorazzò sull’intera Marsica, saccheggiò la città di Albe, diede alle fiamme Paterno e rifornì Cèlano di abbondanti viveri. Paterno fu dunque incendiata da Tommaso, conte di Cèlano, perché stava dalla parte degli imperiali e non poteva essere altrimenti, dato che nel 1222 faceva parte della contea di Albe, sotto il potere di Berardo de Ocra, il quale si era impossessato della contea quando Tommaso si era impadronito del contado di Cèlano.
In una donazione di quello stesso anno, riportata da Febonio, si legge: “Nos Berardus de Ocra Dei et imperiali gratia comes Albae…”. Tommaso incendiò Paterno perché stava dalla parte degli imperiali, come d’altronde tutta la contea di Albe. In seguito all’incendio di Paterno, il conte Della Acerra portò altre truppe a Cèlano, deciso a prenderla per fame.
Nel 1223, Federico II, dopo il congresso avvenuto a Ferentino con papa Onorio III e Giovanni di Breme, re di Gerusalemme, durante il quale aveva contratto matrimonio con Jolanda, figliuola unica del detto Giovanni, si era obbligato a passare tra due anni in Levante per riconquistare il regno del suocero. Preso congento dal papa, passò per Sora e, attraverso Avezzano e Paterno, si recò a Cèlano, dove si trovava il suo nemico Tommaso. Benché qui facesse venire anche la moglie e il figlio del conte per indurlo ad arrendersi, nulla poté ottenere.
Lasciato l’esercito all’assedio di Cèlano, l’imperatore riprese la via della Sicilia. Ci volle in seguito la mediazione del papa Onorio III per far arrendere Tommaso, il quale si ritirò a Roma, dove fu raggiunto dalla famiglia. Gli abitanti di Cèlano furono costretti a uscire dalle loro case, poiché il paese fu completamente raso al suolo.
I Celanesi furono trasportati in esilio, parte all’isola di Malta e parte in Sicilia. Fu solo verso l’anno 1227, probabilmente per intercessione del papa, che l’imperatore permise ai Celanesi di tornare al patrio suolo e di costruirvi abitazioni. Il nuovo paese, cui l’imperatore volle che si desse il nome di Cesarea, sorse non più sul monte Tino, ove era precedentemente alla distruzione, ma alle falde del medesimo, intorno all’unica costruzione salvata: la chiesa di San Giovanni Evangelista, ora Madonna delle Grazie.
Finché visse l’imperatore Federico, la nuova borgata si disse Cesarea, ma dopo la sua morte, la chiamarono con l’antico nome. Sappiamo dal Capocelatro che, dopo la capitolazione del conte Tommaso, le contee di Albe e di Cèlano furono riunite di nuovo sotto il dominio di Federico d’Antiochia, figlio illegittimo di Federico II, avuto da Beatrice, principessa d’Antiochia.
In seguito, Federico d’Antiochia diventerà principe di Toscana, mentre nel 1230, in occasione della pace stipulata col papa Gregorio IX, Federico II concesse la contea di Albe a Giovanni de Polí, nipote del papa, in sostituzione del contado di Fondi che gli aveva tolto durante la guerra e dato a Ruggero Dell’Aquila, a cui prima apparteneva.
Tra le genti d’Abruzzo, il ricordo di Federico II non si cancellerà fino a quando L’Aquila, la città da lui fondata, continuerà ad essere chiamata “la città di Federico”. I paternesi, dopo il brutto momento trascorso a causa dell’incendio, lungi dall’abbandonare il paese distrutto, lo ricostruirono di nuovo, dimostrando un attaccamento profondo a questo lembo di terra che congiungeva il lago ai monti, al cielo.
Riferimento autore: Il paese Paterno… monografia storica di un centro della Marsica (Testi a cura del prof. Mario di Berardino).