Testi tratti dal libro Avezzano e la sua storia, (Testi a cura di Giovanni Pagani)
L’importanza della dominazione dei Longobardi nella storia d’Italia, e quindi della Marsica e di Avezzano, ci spinge a fornire alcune notizie sulla loro esistenza e spostamenti in Europa e nella Penisola. Questo popolo, nella sua sede dell’Elba, era arrivato fino al medio Danubio, dove contese ai Gepidi il possesso della regione, incentivato dalla politica bizantina che cercava di seminare discordia tra i Barbari. Dopo aver stretto alleanza con gli Avari, i Longobardi sconfissero i Gepidi e si stanziarono nella Pannonia. Da qui, nel 568, mossero verso la Penisola, spinti dall’attrazione per le terre fertili e dalle sollecitazioni dei loro connazionali.
I Longobardi, più che un esercito, costituivano un popolo nomade. Con un numero che non superava le trecentomila anime, essi avanzarono senza riguardo nei confronti dell’autorità bizantina, distruggendo le strutture del vecchio mondo romano. Le popolazioni italiche superstiti furono falciate dalla fame e dalla pestilenza, conseguenze di ogni invasione. Condotti dal loro re Alboino, si impadronirono della regione, che dal loro nome venne chiamata Longobardia, e proseguirono verso territori che divennero i possedimenti di Spoleto e di Benevento.
La mancanza di un piano di conquista caratterizzò l’invasione longobarda, la quale evidenziava la ricerca di terre ubertose. Gli invasori evitarono i luoghi fortificati, ad eccezione di Pavia, assediata per tre anni fino alla resa per fame, divenendo così la nuova capitale del regno. Si formò quindi una duplice Italia: Longobardia e Romania, segnando l’inizio della rottura dell’unità della Penisola. Nelle regioni soggette ai Bizantini continuarono a vivere le istituzioni romane, mentre quelle occupate dai Longobardi vissero un mutamento radicale, con le popolazioni locali private di diritti e libertà. La barbarie longobarda portò anch’essa alla decadenza dei diritti civili.
La Marsica subì la tremenda invasione di Ariolfo, successore di Faroaldo, duca di Spoleto. San Gregorio Magno nei suoi Dialoghi parla di tali incursioni. La leggenda di San Cetteo, vescovo di Aternum (l’attuale Pescara), conferma queste affermazioni. San Cetteo fu annegato nel fiume Pescara durante un tentativo di salvare un altro rappresentante del Duca di Spoleto, accusato di tradimento. Non si esclude che nella Marsica si siano avvicendate occupazioni greche, romane e longobarde per alterna fortuna di guerra.
Vi sono conferme storiche sulla dominazione longobarda, come il trattato di pace tra il Callimaco ed Agilulfo nel 699 e la sottomissione delle popolazioni locali nel 739. La dominazione longobarda nella Marsica durò fino alla dispersione naturale della nazione. Durante il primo periodo, i Barbari ridussero i vinti a una condizione misera di coloni, costringendoli a coltivare i campi e a cedere la metà dei prodotti. I Longobardi disciolsero i Municipi e ogni forma di governo locale, esercitando una feroce repressione contro coloro che osavano ribellarsi.
Le condizioni dei vinti sono storicamente controverse. La Historia Langobardorum offre poche fonti a riguardo, ma molti storici concordano sulla devastazione che seguì l’invasione. Gregorovius e Cattaneo menzionano la distruzione delle popolazioni, e Fatteschi osserva la desolazione della Sabina nel periodo dell’invasione.
Secondo la Cronaca Volturnese, i castelli negli Abruzzi erano rari anche cinquant’anni dopo la scomparsa del dominio longobardo. La Marsica fu particolarmente colpita dall’invasione, e la città di Anxantium non poté resistere. Anche la sua morte nella storia è avvolta nel mistero e nella totale scomparsa. La presenza longobarda si fece sentire anche nel periodo del diluvio del 589, quando il lago Fùcino causò gravi danni ai paesi circostanti.
Sebbene la dominazione longobarda sia cessata nel 774 con l’arrivo dei Franchi, gli abitanti della Marsica riscoprirono la voglia di riscossa e di rinascita, organizzando la propria difesa e amministrazione. La ripresa dell’attività agricola, della pastorizia e della pesca implicò una nuova vitalità economica per i paesi, sostenuta dall’ambiente fertile e dai regalati paesaggi del Fùcino.
In questo contesto, la tradizione e le storie locali parlano dell’infaticabile lavoro degli Avezzanesi, sotto la direzione di Rotari e l’influsso dei Benedettini. Il nuovo paese di Avezzano, sorto nel Pantano, si affermò come importante centro, testimone della rinascita e della volontà di libertà delle sue popolazioni.
Riferimento autore: Giovanni Pagani.