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Storia Di San Pelino… Le Origini

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Le rovine di San Pelino svelano un passato latente: tra mistero e storia, scopri come la Marsica conservi le tracce di un’epoca romana dimenticata.

Le origini di San Pelino rimangono avvolte nel mistero, ma tentativi di ricostruzione storica possono comunque illuminare il passato. A partire dagli anni 304-302 a.C., si hanno notizie più certe grazie a Tito Livio, il quale racconta che i romani, al termine della seconda guerra sannitica, conquistarono la città di Alba, precedentemente sotto il controllo del popolo equicolano, trasformandola in colonia e trasferendovi 6000 coloni. Alba divenne così una città fiorente con circa 30.000 abitanti, estendendo i suoi confini verso un’ampia area che includeva i territori vicini a Cèlano e il Lago di Fùcino.

Sebbene l’area di San Pelino fosse parte dei confini albensi, non vi è dubbio che gli abitanti preesistenti, sia di origine equicolana che marsa, rimasero sul posto continuando a mantenere la propria identità, sebbene ora si trovassero sotto il dominio albense. La funzione militare e politica di Alba Fucense come colonia romana era chiara, servendo come avamposto contro i popoli circostanti e creando una separazione netta tra gli Albensi e i Marsi, come riconosciuto da illustri storici romani fra cui Strabone e Plinio.

Strabone, vissuto tra il 60 a.C. e il 20 d.C., definì Alba una “città latina confinante con i Marsi”, evidenziando la distinzione fra i due gruppi. Infatti, i Marsi, come gli Equi, costituivano una popolazione italica autoctona, mentre gli Albensi erano una comunità di cives latini insediata per proteggere gli interessi di Roma nella regione. Nonostante ciò, i rapporti fra Albensi e Marsi rimasero pacifici, facilitando un processo di assimilazione culturale e sociale che si intensificò nel tempo, fino a portare a una progressiva integrazione dei popoli.

Questa assimilazione culminò nei secoli successivi, rendendo sempre più sfumata la distinzione fra le due popolazioni. Fino alla guerra sociale o marsica, che portò all’assegnazione della cittadinanza romana a tutti gli italici, i Marsi erano consapevoli della differenza fra la loro cultura e quella degli Albensi. Tuttavia, non si verificarono conflitti significativi tra le due comunità, che invece si trovavano in un equilibrio precario, favorevole alla coesistenza.

In conclusione, mentre i dettagli sull’Alba pre-coloniale rimangono incerti, è chiaro che l’area di San Pelino è stata storicamente influenzata dalla sua vicinanza a una colonia romana, e la sua identità è stata formata da questo intreccio tra identità locale e dominazione romana.

Riferimento autore: Pasquale Fracassi.

Testi tratti dal libro San Pelino la capitale antica dei marsi anxantini (Testi a cura di Pasquale Fracassi)

Il fatto che le origini di S. Pelino siano poco note e si perdano nei meandri della storia non ci impedisce di tentarne una ricostruzione attendibile. La scarsità delle notizie storiche, infatti, pur essendo quasi scoraggiante, non è tale da costringerci ad abbandonare il tentativo. Tali notizie diventano meno incerte a partire dagli anni 304-302 a.C. quando ci racconta Tito Livio che i romani, a conclusione della seconda guerra sannitica, sottrassero al debellato popolo equicolano la città di Alba e la trasformarono in una loro colonia, conducendovi 6000 coloni con rispettive famiglie e seguito. Da questo momento, sappiamo che Alba divenne una città imponente e forte, popolata da circa 30.000 abitanti.

I suoi confini, segnalati da appositi cippi recanti l’indicazione “Fines populi albensis”, si presentano molto vasti e si estendono verso sud, lungo le coste settentrionali del Lago, dalle prossimità di Luco alla Foce di Cèlano; quindi, risalendo a nord-est in corrispondenza delle falde del Velino, arrivano a toccare i territori di S. Anatolia e di Scanzano, comprendendo a sud-ovest i Piani Palentini fino alle soglie della Valle Roveto. Sappiamo quindi che dal quel momento l’area che ci interessa, vale a dire quella di S. Pelino, è situata all’interno dei confini albensi e, dunque, è parte integrante del territorio di quella città. Pertanto, sappiamo che essa non può appartenere alla nazione dei Marsi.

La conseguenza logica di tale constatazione potrebbe indurci a conclusioni affrettate. Per esempio, a ritenere che gli antichi abitanti di questi luoghi fossero anch’essi dei cittadini albensi e quindi, al pari degli abitanti di Alba che era qualificata città latina, anch’essi dei cittadini latini. La realtà dei fatti si presenta però in modo diverso. Infatti, gli antichi abitanti di questi luoghi altro non sono che comunità locali che preesistevano all’arrivo dei coloni e che anche successivamente a tale avvenimento continuarono a restare sul posto. Una cosa può dirsi con certezza: che questi abitanti, equa o marsa che sia la loro origine, si trovano ora inseriti nello stato albense e quindi si trovano separati dalla propria nazione originaria ed inseriti in un contesto politico, economico e sociale diverso da quello che era originariamente il proprio.

E la diversità deriva dalla specifica funzione, sia militare che politica, che Alba Fucense svolgeva nella regione, quale colonia dei romani e quindi quale sentinella creata per vigilare sulle popolazioni vicine, equicolane innanzitutto, ma certamente anche marse. Che la colonia albense fosse ben distinta dai Marsi è inconfutabile. Concordano in ciò gli scrittori romani più antichi, quali Tito Livio, Appiano, Strabone, Giulio Cesare e Plinio. Strabone (60 a.C.-20 d.C.) che ci fornisce la definizione più precisa di Alba, allorché la chiama città latina confinante con i Marsi: “Latinas inter urbes sita est Alba Marsis finitima”.

Una definizione doppiamente esatta, sia perché la città, essendo di origine equicolana, era da considerarsi latina a tutti gli effetti, come latino (in senso lato) era il popolo aquicolano, e sia perché, trasformata in colonia, ebbe lo status di colonia latina, il che implicava: per la città, un rapporto di alleanza vantaggioso e preferenziale verso Roma e, per i coloni, il titolo anch’esso vantaggioso e preferenziale di “cives latini”. La separazione tra i due popoli è netta anche per Plinio, il più dotto scienziato dell’antichità romana. Egli, infatti, nell’enumerare i popoli che erano ricompresi nella IV Regione d’Italia, precisa che appartengono alla nazione dei Marsi gli Anxantini, gli Antinati, i Fucenti, i Lucenti e i Marruvii; mentre appartiene agli Albensi la città di Alba posta nei pressi del Lago: “Marsorum (sunt) Anxantini, Atinates, Yucentes, Lucentes, Marruvii; Albensium (est) Alba ad Fucinum Lacum”.

La distinzione è rinvenibile anche presso altri scrittori. Ad esempio, si legge in un brano di Giulio Cesare, riguardante la storia della guerra civile che “Domitius pro se circiter viginti cohortes ex Alba, ex Marsis et Pelignis et finitimis ab regionibus cogerat”. Ma, anche a voler prescindere dai pur sempre doverosi e indispensabili richiami agli storici antichi, è di evidenza logica ineccepibile che Albensi e Marsi siano stati due popoli distinti e separati. Basti appena considerare che i Marsi, così come gli Equi, costituivano una popolazione italica preesistente in quei luoghi, mentre gli Albensi costituivano una popolazione intervenuta e cioè una comunità di cives latini che era stata condotta e insediata in quell’area esclusivamente al fine di tutelare gli interessi di Roma, sia contro gli Equi che, però, essendo stati debellati, non incutevano più eccessivi timori, e sia contro i Marsi che invece dovevano apparire ancora meritevoli di ogni attenzione, essendo nel pieno della forza guerriera.

La storia dimostrerà poi che seri motivi di attrito tra la comunità albense e quella dei Marsi non si verificarono. Infatti, i rapporti di fedele e stretta alleanza che i Marsi mantennero con Roma favorirono localmente la pacifica coesistenza tra questi e gli albensi e avviarono un lento ma inarrestabile processo di assimilazione sociale e culturale che troverà completamento qualche secolo più tardi, in epoca imperiale, con l’integrazione degli Albensi nella nazione dei Marsi. Questa assimilazione farà sì che, tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo, molti scrittori romani più non distinguano tra l’una e l’altra popolazione ed accomunino ai Marsi gli Albensi. Così Festo: “Albenses, qui sunt Marsici”, così Varrone: “Albenses sunt Marsorum”; così anche Silio Italico e Tolomeo.

Nei primi tempi, però, e precisamente fino alla guerra sociale o marsica, fino a quando cioè non si ebbe l’estensione a tutti gli italici della cittadinanza romana e fino a quando le colonie non divennero inutili e furono tutte trasformate in municipi romani (90-88 a.C.), i Marsi restarono perfettamente consci di questa presenza, pacifica quando si voglia, ma funzionalmente sempre diversa e potenzialmente anche nemica. Prova ne sia che allo scoppio della guerra sociale, la prima preoccupazione fu quella di cingere Alba di assedio per evitare sorprese. Ebbene, se la fotografia sociale e politica della zona appare sufficientemente chiara a partire dagli anni 304-302 a.C., con Albensi e Marsi che costituiscono due comunità ben distinte e con gli antichi sampelinesi che costituiscono una comunità indigena inserita nella colonia albense, meno facile, ma non per questo impossibile, si presenta la ricostruzione della situazione precedente.

“Dell’Alba precedente nulla si conosce fino a che non divenne colonia romana”, sono soliti ripetere in proposito gli studiosi moderni. Certo è che, “una volta condotti sul posto 6000 coloni, col seguito di mogli, figli, suoceri e schiavi e addetti alle attività non agricole, è evidente che dal piccolo centro posto sull’alta collina scomparve praticamente la presenza dell’elemento etnico preesistente, equo o marso che fosse, se preesisteva”. In realtà, che Alba preesisteva all’arrivo dei coloni è certo, come è certa la sua appartenenza al popolo equicolano. L’incertezza riguarda il nome che la città aveva prima che dai coloni fosse chiamata Alba, in ricordo della loro prima città, e i confini che ne delimitavano il territorio, con particolare riferimento a quelli meridionali che la separavano dai limitrofi marsi.

Ed allora, se Alba esisteva già prima di essere trasformata in colonia ed era una città equicolana, il problema che si pone è ora questo: anteriormente all’arrivo dei coloni, l’area sampelinese faceva già parte del territorio degli Albensi-equicolani oppure faceva parte del territorio dei Marsi? E, quindi, sempre con riferimento a questa epoca arcaica, la zona di S. Pelino era abitata dai Marsi oppure dalle popolazioni equicolane di Alba? Dare una risposta al quesito che ci siamo posti è possibile. Basta, a tal fine, riesaminare tutti gli indizi e le testimonianze storiche che abbiamo, operando i dovuti collegamenti che la logica impone.

Riferimento autore: Pasquale Fracassi.

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Testi tratti dal libro San Pelino la capitale antica dei marsi anxantini (Testi a cura di Pasquale Fracassi)

Il fatto che le origini di S. Pelino siano poco note e si perdano nei meandri della storia non ci impedisce di tentarne una ricostruzione attendibile. La scarsità delle notizie storiche, infatti, pur essendo quasi scoraggiante, non è tale da costringerci ad abbandonare il tentativo. Tali notizie diventano meno incerte a partire dagli anni 304-302 a.C. quando ci racconta Tito Livio che i romani, a conclusione della seconda guerra sannitica, sottrassero al debellato popolo equicolano la città di Alba e la trasformarono in una loro colonia, conducendovi 6000 coloni con rispettive famiglie e seguito. Da questo momento, sappiamo che Alba divenne una città imponente e forte, popolata da circa 30.000 abitanti.

I suoi confini, segnalati da appositi cippi recanti l’indicazione “Fines populi albensis”, si presentano molto vasti e si estendono verso sud, lungo le coste settentrionali del Lago, dalle prossimità di Luco alla Foce di Cèlano; quindi, risalendo a nord-est in corrispondenza delle falde del Velino, arrivano a toccare i territori di S. Anatolia e di Scanzano, comprendendo a sud-ovest i Piani Palentini fino alle soglie della Valle Roveto. Sappiamo quindi che dal quel momento l’area che ci interessa, vale a dire quella di S. Pelino, è situata all’interno dei confini albensi e, dunque, è parte integrante del territorio di quella città. Pertanto, sappiamo che essa non può appartenere alla nazione dei Marsi.

La conseguenza logica di tale constatazione potrebbe indurci a conclusioni affrettate. Per esempio, a ritenere che gli antichi abitanti di questi luoghi fossero anch’essi dei cittadini albensi e quindi, al pari degli abitanti di Alba che era qualificata città latina, anch’essi dei cittadini latini. La realtà dei fatti si presenta però in modo diverso. Infatti, gli antichi abitanti di questi luoghi altro non sono che comunità locali che preesistevano all’arrivo dei coloni e che anche successivamente a tale avvenimento continuarono a restare sul posto. Una cosa può dirsi con certezza: che questi abitanti, equa o marsa che sia la loro origine, si trovano ora inseriti nello stato albense e quindi si trovano separati dalla propria nazione originaria ed inseriti in un contesto politico, economico e sociale diverso da quello che era originariamente il proprio.

E la diversità deriva dalla specifica funzione, sia militare che politica, che Alba Fucense svolgeva nella regione, quale colonia dei romani e quindi quale sentinella creata per vigilare sulle popolazioni vicine, equicolane innanzitutto, ma certamente anche marse. Che la colonia albense fosse ben distinta dai Marsi è inconfutabile. Concordano in ciò gli scrittori romani più antichi, quali Tito Livio, Appiano, Strabone, Giulio Cesare e Plinio. Strabone (60 a.C.-20 d.C.) che ci fornisce la definizione più precisa di Alba, allorché la chiama città latina confinante con i Marsi: “Latinas inter urbes sita est Alba Marsis finitima”.

Una definizione doppiamente esatta, sia perché la città, essendo di origine equicolana, era da considerarsi latina a tutti gli effetti, come latino (in senso lato) era il popolo aquicolano, e sia perché, trasformata in colonia, ebbe lo status di colonia latina, il che implicava: per la città, un rapporto di alleanza vantaggioso e preferenziale verso Roma e, per i coloni, il titolo anch’esso vantaggioso e preferenziale di “cives latini”. La separazione tra i due popoli è netta anche per Plinio, il più dotto scienziato dell’antichità romana. Egli, infatti, nell’enumerare i popoli che erano ricompresi nella IV Regione d’Italia, precisa che appartengono alla nazione dei Marsi gli Anxantini, gli Antinati, i Fucenti, i Lucenti e i Marruvii; mentre appartiene agli Albensi la città di Alba posta nei pressi del Lago: “Marsorum (sunt) Anxantini, Atinates, Yucentes, Lucentes, Marruvii; Albensium (est) Alba ad Fucinum Lacum”.

La distinzione è rinvenibile anche presso altri scrittori. Ad esempio, si legge in un brano di Giulio Cesare, riguardante la storia della guerra civile che “Domitius pro se circiter viginti cohortes ex Alba, ex Marsis et Pelignis et finitimis ab regionibus cogerat”. Ma, anche a voler prescindere dai pur sempre doverosi e indispensabili richiami agli storici antichi, è di evidenza logica ineccepibile che Albensi e Marsi siano stati due popoli distinti e separati. Basti appena considerare che i Marsi, così come gli Equi, costituivano una popolazione italica preesistente in quei luoghi, mentre gli Albensi costituivano una popolazione intervenuta e cioè una comunità di cives latini che era stata condotta e insediata in quell’area esclusivamente al fine di tutelare gli interessi di Roma, sia contro gli Equi che, però, essendo stati debellati, non incutevano più eccessivi timori, e sia contro i Marsi che invece dovevano apparire ancora meritevoli di ogni attenzione, essendo nel pieno della forza guerriera.

La storia dimostrerà poi che seri motivi di attrito tra la comunità albense e quella dei Marsi non si verificarono. Infatti, i rapporti di fedele e stretta alleanza che i Marsi mantennero con Roma favorirono localmente la pacifica coesistenza tra questi e gli albensi e avviarono un lento ma inarrestabile processo di assimilazione sociale e culturale che troverà completamento qualche secolo più tardi, in epoca imperiale, con l’integrazione degli Albensi nella nazione dei Marsi. Questa assimilazione farà sì che, tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo, molti scrittori romani più non distinguano tra l’una e l’altra popolazione ed accomunino ai Marsi gli Albensi. Così Festo: “Albenses, qui sunt Marsici”, così Varrone: “Albenses sunt Marsorum”; così anche Silio Italico e Tolomeo.

Nei primi tempi, però, e precisamente fino alla guerra sociale o marsica, fino a quando cioè non si ebbe l’estensione a tutti gli italici della cittadinanza romana e fino a quando le colonie non divennero inutili e furono tutte trasformate in municipi romani (90-88 a.C.), i Marsi restarono perfettamente consci di questa presenza, pacifica quando si voglia, ma funzionalmente sempre diversa e potenzialmente anche nemica. Prova ne sia che allo scoppio della guerra sociale, la prima preoccupazione fu quella di cingere Alba di assedio per evitare sorprese. Ebbene, se la fotografia sociale e politica della zona appare sufficientemente chiara a partire dagli anni 304-302 a.C., con Albensi e Marsi che costituiscono due comunità ben distinte e con gli antichi sampelinesi che costituiscono una comunità indigena inserita nella colonia albense, meno facile, ma non per questo impossibile, si presenta la ricostruzione della situazione precedente.

“Dell’Alba precedente nulla si conosce fino a che non divenne colonia romana”, sono soliti ripetere in proposito gli studiosi moderni. Certo è che, “una volta condotti sul posto 6000 coloni, col seguito di mogli, figli, suoceri e schiavi e addetti alle attività non agricole, è evidente che dal piccolo centro posto sull’alta collina scomparve praticamente la presenza dell’elemento etnico preesistente, equo o marso che fosse, se preesisteva”. In realtà, che Alba preesisteva all’arrivo dei coloni è certo, come è certa la sua appartenenza al popolo equicolano. L’incertezza riguarda il nome che la città aveva prima che dai coloni fosse chiamata Alba, in ricordo della loro prima città, e i confini che ne delimitavano il territorio, con particolare riferimento a quelli meridionali che la separavano dai limitrofi marsi.

Ed allora, se Alba esisteva già prima di essere trasformata in colonia ed era una città equicolana, il problema che si pone è ora questo: anteriormente all’arrivo dei coloni, l’area sampelinese faceva già parte del territorio degli Albensi-equicolani oppure faceva parte del territorio dei Marsi? E, quindi, sempre con riferimento a questa epoca arcaica, la zona di S. Pelino era abitata dai Marsi oppure dalle popolazioni equicolane di Alba? Dare una risposta al quesito che ci siamo posti è possibile. Basta, a tal fine, riesaminare tutti gli indizi e le testimonianze storiche che abbiamo, operando i dovuti collegamenti che la logica impone.

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