Testi tratti dal libro Pietrquaria e il suo Santuario dalle origini ai nostri giorni (Testi a cura di Giovanni Pagani)
Non si potrebbe ritenere concluso l’argomento, se non si desse un attento sguardo al quadro, riproducente su legno l’immagine della Madonna col Bambino, che tanto amore ha suscitato nel cuore degli Avezzanesi e dei Marsi sin dalle più lontane generazioni. Il dipinto, che una volta appariva sbiadito, alterato dai ritocchi e consumato dall’azione del tempo, in seguito a sapiente restauro si presenta oggi in una gaia vivacità di colori. Questo rende ancor più visibile il raggio di luce che l’artista originario, rimasto ignoto, seppe fissare nei volti sereni delle figure.
Dalla seguente relazione dell’illustre prof. Enrico Vivio della Soprintendenza ai Monumenti dell’Aquila, al quale va il merito del restauro, appaiono chiare le condizioni in cui era ridotto il quadro: “Da un attento e scrupoloso esame, il dipinto a tempera su tavola risultava molto deteriorato da precedenti restauri eseguiti da mano inesperta. In varie zone il colore era sollevato dalla tavola: il viso del Bambino e le vesti della Madonna erano quasi completamente rifatti, alterandone i primitivi caratteri”. A causa dell’incuria e dell’abbandono, la tavola risultava assai consunta dai tarli.
Durante il restauro sono state rinvenute piccole tracce di colore che si ritiene appartenere alla prima immagine della Madonna. Dai frammenti si suppone che tale immagine sia stata dipinta tra il XIII ed il XIV secolo e che il suo valore artistico fosse di molto superiore a quello attuale. Le operazioni di restauro hanno incluso: il consolidamento del colore; l’eliminazione dei restauri precedenti; la pulitura completa da strati di polvere e di vernici sovrapposti; la stuccatura delle parti mancanti di colore; la reintegrazione pittorica di tale stuccatura; il consolidamento e disinfezione della tavola; e il ravvivamento del dipinto con vernice speciale.
La Madonna è rappresentata in piedi, ha la veste di colore rosso vivo ed il manto azzurro trapunto di stelle. Sorregge con il braccio destro il Bambino, tenendo i suoi piedini sul palmo della mano sinistra, come in una dolce carezza. Il Bambino, ignudo, è atteggiato a benedire con tre dita della mano destra, mentre la manina sinistra prende il lembo del manto materno con grazia semplice e naturale. Dalla forma nobile, quasi musiva e scultorea, attraverso la verità degli atteggiamenti e la orientale bellezza dei volti tondeggianti e privi di ombre, traspira una profonda umanità del divino.
Questo stile fa andare con la mente a quelle composizioni dello scorcio del secolo XII e di tutto il XIII, in cui il movimento e l’austerità delle figure, insieme all’animazione dei gesti, palesavano un tentativo di nuova maniera, preannunziando il Quattrocento toscano. A volte, la forma rimaneva bizantineggiante, ma grandiosa nella composizione e magnifica nel colore, ancora sotto l’influsso dei mosaici, che continuavano a prevalere sulla pittura, rinfrescando la tradizione bizantina.
Proprio ai detti secoli può rimontare la nascita del dipinto della Madonna di Pietraquaria, perché in quel periodo viene documentata l’esistenza di una corrente pittorica, che segna la prima apparizione di una pittura tipicamente italiana, alla ricerca della bellezza delle figure e della grandiosità della composizione. Dal Chronicon di Leone Marsicano si apprende che nell’anno 1070, Desiderio, abate di Montecassino, il quale poi pontificò col nome di Vittore III, chiamò molti maestri bizantini a lavorare nell’abazia, ricostruita dopo la distruzione saracena. Dai detti maestri ebbe origine la scuola cassinese, che diede vita alla pittura benedettina, le cui propaggini apparvero principalmente nella Campania, nel Lazio, nell’Abruzzo, oltre che in altre regioni d’Italia.
L’arte benedettina si manifestò subito precisa e viva, riuscendo a fondere armoniosamente il naturale schematismo bizantino con un realismo intenso. Questa arte fu al servizio, per lo più, di chiese povere o piccole, impossibilitate a ornarsi di mosaici sempre costosi e pur tanto desiderose di decorarsi con immagini capaci di far comprendere agli occhi del popolo il linguaggio dei testi sacri.
Si ricorse quindi a questa forma di pittura chiaramente espressiva, che anche nel periodo paleocristiano si manifestò in qualche modo, e che ora veniva a realizzarsi in affreschi o pitture murali, in tavola ed in tela incollata su legno. Nell’umile arte delle chiese povere si rivelarono i primi meravigliosi tentativi di questa pittura, che a volte preannunziava il ‘400 toscano e altre volte rimaneva bizantineggiante nella forma.
Questa osservazione fa ritenere che il dipinto della Madonna di Pietraquaria, per i suoi particolari caratteri rispondenti ai motivi descritti, appartenga a un periodo contraddistinto dell’arte, ancora permeata di lieve gustosa ingenuità, dei lontani precursori della prima rinascenza. Guido da Siena, Giunta Pisano, Iacopo Torriti, Pietro Cavallini, Duccio da Boninsegna e Cimabue sono gli esponenti più rappresentativi del periodo descritto, rivelando qualità e caratteristiche particolarmente legate all’estro e alla personalità di ciascuno di essi.
Certo tra gli ignoti, umili pittori, dai quali si irradiò quell’arte nuova, si annovera l’autore del bel dipinto di Nostra Signora di Pietraquaria. I Benedettini di Santa Maria di Cese, di San Salvatore di Avezzano, di San Pietro di Albe, di Santa Maria di Luco, di Santa Maria in Porclaneta non erano ignari della nuova corrente pittorica, che portava il loro nome, essendo nata in Montecassino. Pertanto, dai loro Monasteri, tutti vicini a Pietraquaria, potè facilmente sorgere l’occasione per la creazione fortunata del quadro descritto.
Ora, sul Salviano Maria Santissima di Pietraquaria, radiosa per la perenne carezza del sole, presso pochi ruderi dell’antico castello, testimoni della caducità dell’umana potenza, sta la protettrice adorata della nostra gente. Poco lontano si eleva la Croce, che benedice e protegge le popolazioni dei Marsi.
Riferimento autore: Giovanni Pagani.