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Don Orione E Gli Orfani Del Terremoto Della Marsica Del 1915

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Don Orione tra le macerie: un faro di speranza e dedizione per gli orfani del terremoto della Marsica nel 1915.

La testimonianza più significativa riguardante la vita di Don Orione nei luoghi terremotati ci è fornita dallo stesso padre, il quale scrivendo a suo fratello Benedetto, esprime il dolore causato dalle incessanti difficoltà fisiche e morali che affrontava. Nonostante i rigori del freddo invernale e l’opposizione della gerarchia ecclesiastica e dei laici massoni, il “padre dei poveri” continuò a offrire la sua vita come olocausto a Cristo e agli orfani abbandonati. La sua dedizione era tanto intensa da risultare fonte di ispirazione per chi lo circondava, come evidenziato da Don Risi in una lettera datata 1915, in cui descrive il lavoro straordinario compiuto da Don Orione ad Avezzano.

Nel suo impegno umanitario, Don Orione partì per Avezzano per raccogliere orfani dei luoghi colpiti dal terremoto, accogliendo un gran numero di bambini in condizioni di emergenza. La precarietà del momento è riscontrabile nel racconto di Don Risi, che narra di come riuscì ad accogliere e sistemare decine di piccoli durante una notte tumultuosa. Anche la situazione di Don Enrico Contardi, inviato da Don Sterpi per assistere Don Orione, evidenziò il sacrificio del fondatore, che, nonostante il suo stato di salute compromesso, rimaneva un faro di energia e dedizione per tutti.

Il 13 gennaio 1915, giorno del terremoto che devastò la Marsica, portò distruzione e disperazione. Don Orione, nella sua veste di rappresentante del “Patronato Regina Elena”, si trovò a camminare tra le rovine e le macerie con l’obiettivo di organizzare i soccorsi per gli orfani. La sua instancabile operosità e passione erano evidenti durante le sue interazioni con i bambini, ai quali non solo offriva cibo, ma anche affetto. I racconti di chi lo incontrava rivelano un uomo dedicato completamente al bene dei più bisognosi, sempre con un sorriso e la determinazione di migliorare le loro vite.

Nonostante le avversità, Don Orione non dimenticò mai gli orfani che non erano stati in grado di fuggire dalle loro terre; da Tortona, scrisse loro una commovente lettera affermando che li teneva tutti nel suo cuore e raccomandando loro di rimanere fedeli alla religione e al bene. Le sue parole testimoniavano un amore paterno profondo, simile a quello di mille padri concentrato in un solo uomo. Anche Ernesto Campese, segretario di Prefettura, sottolineò l’ammirazione per il suo instancabile spirito paterno, esprimendo l’importanza di Don Orione nella vita degli orfani dopo il sisma, un esempio di altruismo e carità che vive ancora nei cuori di chi ha conosciuto la sua opera.

Riferimento autore: La Centrale eolica di Collarmele, Edizioni Amaltea, 1988.

La testimonianza più attendibile e significativa riguardo alla vita di Don Orione nei luoghi terremotati ci viene fornita dallo stesso fondatore. Scrivendo a suo fratello Benedetto, si espresse con queste parole: “Non pensare a me, se non per pregare, o caro Benedetto; sai che la mia vita l’ho data a Gesù Cristo, alla Santa Chiesa e agli orfani; essa deve consumarsi così.” I dolori fisici, dovuti al lavoro continuo e al freddo estremo della regione montana in inverno, si intrecciarono con le sofferenze morali derivanti dalle incomprensioni della gerarchia ecclesiastica e dalla oppose resistenza dei laici massoni. Tali difficoltà furono talmente gravi da fiaccare anche l’atleta più disposto alla sofferenza.

Tuttavia, il padre dei poveri, sorretto dalla divina grazia, seppe affrontare ogni avversità, offrendo la sua vita come olocausto a Cristo, alla Chiesa e agli orfani abbandonati. Egli confidò a Don Sterpi, suo Vicario: “Mi sarebbe rincresciuto di essere morto tra le montagne d’Abruzzo, senza vedere più nessuno e senza che sapeste dove ero finito, non per me che fa lo stesso, ma per voialtri, per non darvi dolore.” Questo è uno dei rari momenti in cui si aprì al suo Vicario, solitamente riservato riguardo ai suoi mali.

Don Roberto Risi, rettore nel 1915 della Chiesa di Sant’Anna in Vaticano, in una lettera a Don Sterpi, descrisse il lavoro straordinario che Don Orione stava compiendo ad Avezzano per gli orfanelli. “Il direttore Don Orione è partito alle ore 7 per Avezzano”, scriveva, “dove va a stabilirsi in una baracca per la raccolta degli orfani di tutti i luoghi terremotati.” In quei giorni, a Ognissanti, una baraonda accoglieva gli orfani, con alcuni di loro che dormivano all’aperto. Una notte, ad esempio, giunsero 24 orfani, sistemati alla meglio con materassi e tappeti.

Al San Filippo di Via Alba erano 64 ed altri 17 alla Colonia di Montemario, per un totale di 81 orfani. Don Risi annotava che il direttore desiderava accettarne altri 15. Dopo aver assistito gli orfani, Don Risi vide diversi lupi mentre si trovava a 1300 metri d’altezza, ed anche se la sua automobile slittò, per fortuna giunsero altre due automobili che lo riportarono ad Avezzano.

Don Enrico Contardi, un altro sacerdote della Piccola Opera della Divina Provvidenza, fu inviato da Don Sterpi per assistere Don Orione. Egli raccontò del peggioramento della salute del direttore, affermando in una lettera che l’umidità e il lavoro intenso lo avevano sciupato, ma che egli continuava a mostrarsi energico e allegro, non rivelando affatto i suoi dolori. In un’altra comunicazione, scrisse a un confratello: “Non vi parlo della vita di sacrificio e di abnegazione che il nostro direttore compie, perché vi spaventereste.” Questa frase evidenzia il grande zelo e la carità di Don Orione.

Il quotidiano Il Popolo Marso rivelò l’enorme opera caritatevole di Don Orione, descrivendo come, dopo aver ottenuto di accogliere gli orfani, egli “volò” con la sua automobile in tutti i luoghi colpiti dal terremoto, per raccoglierli e portarli a Roma. Era noto per la gioia che mostrava mentre donava dolci e vestiti nuovi agli orfani, accompagnandoli poi alla stazione. La sua instancabile operosità era apprezzata e amata da tutte le autorità.

Terminata l’emergenza, Don Orione lasciò Avezzano, ma non dimenticò mai quegli orfani. L’Istituto di Via Alba a Roma divenne la loro nuova casa, mentre egli si adoperò per trovare anche per altri orfani una casa accogliente ad Avezzano, come evidenziato nella lettera scritta da Tortona il 6 maggio 1915.

Nella Casa Madre della Congregazione Orionina a Tortona, si trovano sentimenti di bontà paterna espressi da Don Orione, nel suo scritto agli orfani. Egli spiegava che partì senza salutarli perché sapeva che fosse difficile contenere le proprie emozioni. Nell’epistola, parlava loro con affetto e raccomandava di mantenere la purezza e la virtù cristiana.

La frase di Ernesto Campese, segretario di Prefettura nel Ministero degli Interni, riassume bene l’impatto di Don Orione: “Un padre. L’amore di mille padri nel corpo mortale di un padre solo.” Campese, durante il suo lavoro, visitò Avezzano e conosceva gli sforzi di Don Orione, il quale, circondato da orfani, chiedeva biberon e si preoccupava della loro cura.

Don Orione, nel suo impegno, si adoperò per organizzare soccorsi e i bambini venivano prelevati dai treni per raggiungere gli orfanotrofi. In una delle sue visite, Don Orione prediligeva essere pratico e disponibile, senza lasciarsi impacciare da formalità.

Il suo operato si manifestava anche tra le macerie di Avezzano, in un momento critico per la popolazione dopo il terremoto. Il suo volto umile e il suo spirito di samaritano sono diventati simbolo della sua dedizione per i più bisognosi.

Riferimento autore: La Centrale eolica di Collarmele – Dal Parco Regionale Sirente-Velino una proposta di energia pulita – 1988 Edizioni Amaltea.

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Ospitalità e servizi

La testimonianza più attendibile e significativa riguardo alla vita di Don Orione nei luoghi terremotati ci viene fornita dallo stesso fondatore. Scrivendo a suo fratello Benedetto, si espresse con queste parole: “Non pensare a me, se non per pregare, o caro Benedetto; sai che la mia vita l’ho data a Gesù Cristo, alla Santa Chiesa e agli orfani; essa deve consumarsi così.” I dolori fisici, dovuti al lavoro continuo e al freddo estremo della regione montana in inverno, si intrecciarono con le sofferenze morali derivanti dalle incomprensioni della gerarchia ecclesiastica e dalla oppose resistenza dei laici massoni. Tali difficoltà furono talmente gravi da fiaccare anche l’atleta più disposto alla sofferenza.

Tuttavia, il padre dei poveri, sorretto dalla divina grazia, seppe affrontare ogni avversità, offrendo la sua vita come olocausto a Cristo, alla Chiesa e agli orfani abbandonati. Egli confidò a Don Sterpi, suo Vicario: “Mi sarebbe rincresciuto di essere morto tra le montagne d’Abruzzo, senza vedere più nessuno e senza che sapeste dove ero finito, non per me che fa lo stesso, ma per voialtri, per non darvi dolore.” Questo è uno dei rari momenti in cui si aprì al suo Vicario, solitamente riservato riguardo ai suoi mali.

Don Roberto Risi, rettore nel 1915 della Chiesa di Sant’Anna in Vaticano, in una lettera a Don Sterpi, descrisse il lavoro straordinario che Don Orione stava compiendo ad Avezzano per gli orfanelli. “Il direttore Don Orione è partito alle ore 7 per Avezzano”, scriveva, “dove va a stabilirsi in una baracca per la raccolta degli orfani di tutti i luoghi terremotati.” In quei giorni, a Ognissanti, una baraonda accoglieva gli orfani, con alcuni di loro che dormivano all’aperto. Una notte, ad esempio, giunsero 24 orfani, sistemati alla meglio con materassi e tappeti.

Al San Filippo di Via Alba erano 64 ed altri 17 alla Colonia di Montemario, per un totale di 81 orfani. Don Risi annotava che il direttore desiderava accettarne altri 15. Dopo aver assistito gli orfani, Don Risi vide diversi lupi mentre si trovava a 1300 metri d’altezza, ed anche se la sua automobile slittò, per fortuna giunsero altre due automobili che lo riportarono ad Avezzano.

Don Enrico Contardi, un altro sacerdote della Piccola Opera della Divina Provvidenza, fu inviato da Don Sterpi per assistere Don Orione. Egli raccontò del peggioramento della salute del direttore, affermando in una lettera che l’umidità e il lavoro intenso lo avevano sciupato, ma che egli continuava a mostrarsi energico e allegro, non rivelando affatto i suoi dolori. In un’altra comunicazione, scrisse a un confratello: “Non vi parlo della vita di sacrificio e di abnegazione che il nostro direttore compie, perché vi spaventereste.” Questa frase evidenzia il grande zelo e la carità di Don Orione.

Il quotidiano Il Popolo Marso rivelò l’enorme opera caritatevole di Don Orione, descrivendo come, dopo aver ottenuto di accogliere gli orfani, egli “volò” con la sua automobile in tutti i luoghi colpiti dal terremoto, per raccoglierli e portarli a Roma. Era noto per la gioia che mostrava mentre donava dolci e vestiti nuovi agli orfani, accompagnandoli poi alla stazione. La sua instancabile operosità era apprezzata e amata da tutte le autorità.

Terminata l’emergenza, Don Orione lasciò Avezzano, ma non dimenticò mai quegli orfani. L’Istituto di Via Alba a Roma divenne la loro nuova casa, mentre egli si adoperò per trovare anche per altri orfani una casa accogliente ad Avezzano, come evidenziato nella lettera scritta da Tortona il 6 maggio 1915.

Nella Casa Madre della Congregazione Orionina a Tortona, si trovano sentimenti di bontà paterna espressi da Don Orione, nel suo scritto agli orfani. Egli spiegava che partì senza salutarli perché sapeva che fosse difficile contenere le proprie emozioni. Nell’epistola, parlava loro con affetto e raccomandava di mantenere la purezza e la virtù cristiana.

La frase di Ernesto Campese, segretario di Prefettura nel Ministero degli Interni, riassume bene l’impatto di Don Orione: “Un padre. L’amore di mille padri nel corpo mortale di un padre solo.” Campese, durante il suo lavoro, visitò Avezzano e conosceva gli sforzi di Don Orione, il quale, circondato da orfani, chiedeva biberon e si preoccupava della loro cura.

Don Orione, nel suo impegno, si adoperò per organizzare soccorsi e i bambini venivano prelevati dai treni per raggiungere gli orfanotrofi. In una delle sue visite, Don Orione prediligeva essere pratico e disponibile, senza lasciarsi impacciare da formalità.

Il suo operato si manifestava anche tra le macerie di Avezzano, in un momento critico per la popolazione dopo il terremoto. Il suo volto umile e il suo spirito di samaritano sono diventati simbolo della sua dedizione per i più bisognosi.

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