Il testimone, scritto subito dopo L’uccello nella cupola, esattamente nel biennio 1955-56, propone una problematica etico-religiosa, incentrata sulla insufficienza della giustizia terrena. Quello che colpisce profondamente fin dalle prime pagine è il tono crudo e secco, d’un verismo drammatico, impresso al racconto. Questa volta siamo a Parigi, in un quartiere periferico. Una ragazza-madre di vent’anni, Jeanne, col suo Petit di tre mesi vive in uno squallido abbandono. Lavora come inserviente presso il Cafe de la Paix, un bar di second’ordine, alle dipendenze di due vecchi sospettosi e arcigni, Mr. Jacques e Mme Louise, in continua preoccupazione per il figlioletto, costretta a lasciarlo solo nel vicino Hotel de la Nuit, in una stanzetta scomodissima dell’ultimo piano, una specie di mansarda isolata dal resto dell’edificio.
Charles, il giovane amante dedito alla malavita, va spesso a trovarla. Non gli basta di averle dato un figlio e l’abitudine dell’alcol; ora vuole anche denaro. Jeanne gli dà senza discutere tutto ciò che può. Subito dopo però diventa aspra, irragionevole, vuole addirittura che se ne vada per restare sola con suo figlio. Ha ben ragione di reagire in tal modo: guadagna appena per morire lentamente di stenti, lei e il bambino; è malata e non può nemmeno curarsi. Le mammelle, a volte, devono essere spremute con violenza perché possano dare un po’ di latte al povero Petit, che diventa sempre più magro e fa veramente pena con la sua testa grossa e con quella fronte rugosa.
Una sera Charles prega Jeanne di ospitarlo nella sua stanzetta, temendo di essere ricercato dalla polizia. La notte appresso, Charles, in preda all’alcol, la caccia in un grosso guaio. S’impossessa furtivamente di un piccolo mazzo di chiavi e si trascina al Cafe de la Paix. Qui, mentre tenta invano di aprire a tastoni la calcolatrice, si vede scoperto dal proprietario; nella lotta che ne segue, cade sul pavimento, sbattendo la testa contro la stufa.
Jeanne si sveglia e, non vedendo più Charles, si preoccupa. Un terribile sospetto la fa vestire in gran furia e la fa volare verso il Cafe de la Paix. Qui, viene arrestata come complice, condotta al commissariato più vicino, in rue Fremicourt, senza poter nemmeno rivedere il suo Petit. Da sei anni dirige quel commissariato un funzionario, François Duclair, uomo di carattere chiuso, dotato di acuta intelligenza, ma ormai preso da una irrimediabile sfiducia in se stesso e da un forte disgusto del proprio mestiere. Da dodici anni non fa che chiedersi che senso abbia la sua vita.
La sua crisi non è solo il riflesso di una sventura familiare. Se non gli importa più nulla degli elogi e della carriera, è perché non crede più in certi valori o verità assolute. Si lascia allora vincere da impulsi umani, più che dalle convinzioni giuridiche. Questo gli rimprovera benevolmente il vecchio amico Leroy, noto magistrato di Parigi. L’incontro di Duclair con Jeanne avviene senza alcun risultato positivo ai fini dell’inchiesta; la ragazza si chiude nel mutismo.
A un certo punto, frustrata dalla sua impotenza, Jeanne si getta disperata sul letto, sfogandosi a singhiozzi e rivelando che non è per se stessa che si dispera, ma per il suo piccino. Alla compagna di cella, una certa Denise, spiega che da ieri sera non l’allatta più. Finito il suo lavoro, Duclair lascia l’ufficio e si sente preso da una mite indolenza, non ha voglia di tornare a casa. Agitato, decide di interrogare nuovamente Jeanne, che si rifiuta di parlare. La situazione si fa sempre più complessa.
Charles, nel frattempo, si porta via il bambino, costringendo Jeanne a una disperata ricerca. In un barlume di coscienza, Jeanne si accorge che le sue mani si sono strette attorno al collo del figlio. Accorrono nella cella gli agenti e il commissario, inorriditi. Duclair vorrebbe aprire il cuore alla compassione, ma avverte solo un profondo raccapriccio e un senso di vertigine. Jeanne lo tempesta di pugni, rinfacciandogli la responsabilità di quanto accaduto.
Ritorna al commissariato e riflette sulla propria responsabilità. Duclair si rende conto di aver sottoposto Jeanne a una pressione insostenibile e confessa di essersi caricato di ogni responsabilità. Leroy lo rassicura che si tratta di un infortunio e che, in simili casi, ognuno ha il suo grande alibi. Duclair si ribella all’idea che Jeanne debba essere imputata d’infanticidio, richiedendo una riflessione più profonda sulla giustizia e sul dolore umano.
Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).