Testi a cura del dott. Roberto Romani
Il legno, favorito dalle proprie caratteristiche di lavorabilità, leggerezza e facile reperibilità, è da sempre considerato un fondamentale materiale da costruzione. Il suo impiego in questo ambito è documentato, a ritroso, fino alla remota preistoria. Tralasciando le testimonianze più lontane, non perché prive d’interesse, possono essere citate numerose tipologie di strutture lignee di fabbricati ideate e realizzate in epoche storiche. Nei primi secoli del secondo millennio, in Francia la costruzione a “pan de bois”, in Germania la “Fachwerkbau”, in Inghilterra le costruzioni rurali per granai dette “barn”, e in Norvegia le chiese a pilastri chiamate “stavkirker”. Più recenti sono la “gagiola” di Lisbona, la “casa baraccata” calabrese e, infine, la “balloon frame” di Chicago, nella quale la versatilità del materiale legno viene esaltata dalla semplicità concettuale della struttura costituita esclusivamente da tavole collegate con soli chiodi metallici.
Le testimonianze storiche più suggestive relative all’impiego del legno nella costruzione di edifici ci giungono, però, dalla Cina, dove alcuni fabbricati, eretti un migliaio di anni or sono, nel IX e X secolo d.C., sopravvivono ancora oggi. La lunga durata di questi edifici può essere attribuita a diversi fattori interconnessi la cui combinazione, nel complesso, non può essere soltanto casuale, ma altresì potrebbe essere la conseguenza di considerazioni puramente razionali.
Lo Chalet Torlonia, anche se non può vantare la vetustà dei succitati edifici, possiede un proprio fascino che, lungi dall’essere esclusivamente estetico, risulta intriso di una sapiente conoscenza del materiale legno e di un’abile lavorazione. Giuseppe Valadier, titolare della cattedra di “Architettura pratica” all’Accademia di S. Luca a Roma dal 1812 al 1839, nelle sue lezioni rimanda continuamente all’esperienza pratica e alle regole che ne derivano. Ciò mette in evidenza, in quell’epoca, la centralità della figura del mastro e del “pratico” valente rispetto a quella dell’architetto disegnatore, il quale, “…tuttavia, deve conoscere praticamente, per mezzo dell’esperienza, la resistenza dei legni…”. Sarebbe stato interessante che lo sforzo compiuto per rintracciare i progetti originali fosse andato a buon fine, in quanto è soltanto attraverso di essi che si può valutare il contributo individuale del progettista e quello del costruttore nella definizione delle soluzioni tecniche adottate per il manufatto in studio, la cui epoca di costruzione, si ricorda, succede di poco quella delle lezioni del Valadier.
Analizzando il manufatto dal punto di vista costruttivo, bisogna tenere presente che la lettura diretta sul manufatto della tipologia delle unioni realizzate, della loro precisione di realizzazione, della finitura delle superfici di lavorazione, delle tecniche di tracciatura dei pezzi, delle fasi di montaggio progettate, permette di valutare la capacità degli artigiani costruttori soltanto se posta in relazione con l’attrezzatura disponibile, la quale è possibile desumere dalla conoscenza dell’epoca di realizzazione del manufatto.
Nello stesso numero del giornale “L’Italia Morale” si trova anche un articolo d’elogio rivolto al sig. Tersilio Boccaccini, costruttore dello Chalet Torlonia, nel quale si legge: “… noto capo d’arte sig. Boccaccini Tersilio, falegname ebanista con importante stabilimento a vapore in Roma…”. Chi scrive ha effettuato anche un sopralluogo nel locale che, in Roma in via Calatafimi n° 47, accoglieva lo “importante stabilimento a vapore”, oggi adibito a garage pubblico. Sebbene per la diversa attività che ospita sia oggi diviso da un solaio, l’ampiezza e l’altezza del locale non lasciano dubbi sulla “importanza” dello stabilimento a vapore nel passato, né perplessità sul fatto che il luogo fosse adatto per costruirvi un manufatto alto circa 12 metri e formato con 30 metri cubi di legame.
Dalla breve nota sul giornale e dal sopralluogo effettuato, con l’ausilio della letteratura specializzata, è possibile immaginare lo stabilimento del sig. Boccaccini. Il termine utilizzato, “stabilimento” e non “bottega”, evoca immediatamente la rivoluzione industriale iniziata a cavallo dei secoli XVIII e XIX, soprattutto con l’avvento delle macchine a vapore. La rivoluzione industriale coinvolse anche la lavorazione del legno le cui macchine utensili, però, si affermarono soltanto dopo quelle per la lavorazione del metallo. All’Esposizione Universale di Parigi del 1855, infatti, si imposero all’attenzione dei tecnici i primi tipi di macchine da legno azionate a vapore e trasmissione meccanica.
Tutte queste macchine furono realizzate in Inghilterra e negli Stati Uniti da cui poi si diffusero, con diversi modelli, in Francia, Germania ed Austria. In Italia il loro sviluppo fu più lento, nonostante in questo paese la lavorazione del legno avesse raggiunto notevole perfezione. Ciò fu dovuto, forse, alla carenza di materia prima e di disponibilità finanziarie; infatti, soltanto dopo la riforma doganale del 1888, fu favorito lo sviluppo industriale anche nel campo del legname. In tale epoca alcuni abili ed intraprendenti mastri artigiani diventarono industriali, sostituendo seghe circolari e torni rudimentali con macchine più potenti e di maggiore precisione.
Considerata l’ampiezza del locale in via Calatafimi e l’importanza dei lavori ivi realizzati, tra i quali si possono menzionare quelli del Palazzo Colonna, dell’allora Ministero della Guerra e della neonata Banca d’Italia, è verosimile ipotizzare la presenza, nello stabilimento, di un’attrezzatura completa di sega circolare, sega a nastro con carrello, pialla a filo e spessore, fresatrice toupie, macchine per tenoni, e maschinetti, macchine per forare e per fare cave e mortase, macchine lucidatrici e affilatrici per lame di sega e coltelli di pialla.
Per far funzionare una tale quantità di macchinari era necessario avere a disposizione molta energia. Basti pensare a quanta ne sia stata necessaria per realizzare lo Chalet Torlonia, lavorando ben 30 metri cubi di legname. La scelta del vapore come forza motrice fu quasi obbligata per il sig. Boccaccini, in quanto l’energia idraulica vincolava la scelta del sito dello stabilimento alla presenza di acqua, mentre l’energia elettrica, anche se il motore elettromeccanico era già stato inventato nel 1834, non era ancora economicamente conveniente e largamente disponibile.
In uno stabilimento a vapore, tutte le attrezzature potevano essere azionate anche contemporaneamente da una sola macchina a vapore; ad essa erano collegate per mezzo di cinghie, alberi di trasmissione, ingranaggi vari, camme e sistemi biella-manovella, permettendo di distribuire la forza motrice nell’opificio. La motrice a vapore offriva il vantaggio di poter sopportare uno sforzo per tempi più lunghi rispetto ai motori elettrici di contemporanea costruzione. Il combustibile della motrice per la produzione del vapore poteva essere fornito da gas, da petrolio o da altro; nello stabilimento del sig. Boccaccini, essendo destinato alla lavorazione del legno, è lecito pensare che fosse fornito da scarti di lavorazione, trucioli della piallatura e segatura. L’incendio dello stabilimento di via Calatafimi può pertanto essere attribuito, con ogni probabilità, alla presenza del focolare a legna con il quale veniva prodotto il vapore.
Una volta che la scelta del materiale fu completata, il costruttore dello Chalet Torlonia iniziò la sua realizzazione. Si pose il problema di un primo assemblaggio presso lo stabilimento, scelta consigliata per la complessità dell’opera, ma sconsigliata per le enormi dimensioni. Non essendoci documenti che svelino quale fosse la soluzione adottata, non resta che porre il quesito a sé stessi. Molti sono gli elementi per una risposta affermativa: il carattere di prototipo dello Chalet, la necessità di provare almeno una membratura per ogni tipo realizzato, la garanzia di un prodotto perfetto per il buon nome della Ditta.
In ordine all’interpretazione costruttiva dell’opera, è stata posta attenzione ai rilievi delle marche, effettuati durante le operazioni di lavorazione dei pezzi che avvenivano fuori opera. Per la caratteristica di smontabilità dello Chalet Torlonia, le segnature avrebbero potuto avere lo scopo di assegnare permanentemente a ciascuna membratura sempre la stessa posizione in opera, evitando che si scambiassero tra loro. Purtroppo, i contrassegni ritrovati sono in numero esiguo, non sufficienti ad alcuna interpretazione; molti contrassegni, infatti, sono stati cancellati da un utilizzo inopportuno del “frullino” per ripulire le superfici durante i recenti interventi di restauro.
I pilastri e le travi delle catene poligonali chiuse sono state certamente i primi elementi realizzati. La macchina utensile utilizzata con maggiore probabilità è la sega a nastro. Il tronco, bloccato sul carrello, si muove verso l’utensile della sega. Tra i segni della lavorazione, quelli della lama oggi non si riscontrano affatto. Su un lato esterno di ciascun pilastro, dove poggia il pannello chiuso, si nota una scanalatura nascosta da un listello chiodato. Come si potrà dire in seguito, tale scanalatura non può servire per manovrare durante il montaggio dei pannelli e delle vetrate. Si può tentare un’ipotesi: il listello copre i segni inevitabili dovuti al bloccaggio del tronco sul carrello per la lavorazione alla sega a nastro.
Eretti i pilastri e bloccate le catene poligonali chiuse, la struttura dello Chalet iniziale assumeva una fisionomia di solidità. I pannelli laterali chiudono sei facce del prisma ottagonale, mentre due facce hanno i portoni d’ingresso. Essi appaiono esternamente divisi in quattro sezioni per mezzo di un montante verticale e di una traversa orizzontale. Ciascuna sezione, tamponata dall’interno con tavolato, porta una Croce di S. Andrea costituita da due saette inclinate in senso opposto che si incrociano nel mezzo. Le due sezioni inferiori, insieme, costituiscono un unico telaio rettangolare indipendente, mentre quelle superiori hanno solamente l’aspetto di un telaio.
Montanti e traverse dei telai rettangolari inferiori, infatti, sono assemblati con perni di legno nelle unioni ad angolo, prima che i telai stessi siano fissati nelle apposite sedi tra i pilastri attraverso robuste chiavarde a vite. Dopo aver assemblata l’intelaiatura completa del pannello, è possibile, dall’interno dello Chalet, porre in opera le Croci di S. Andrea che, non richiedendo alcuna forzatura, si inseriscono senza problemi. Le tavole per la tamponatura, di dimensioni uniformi, si uniscono tra loro per la larghezza, attraverso un incastro.
La soluzione costruttiva adottata per i pannelli laterali chiusi concilia la semplicità costruttiva con l’efficacia nella funzione strutturale di controventatura del fabbricato. Quanto appena detto non lascia dubbi sulla facilità di montaggio, agevolata dalle dimensioni mai eccessive delle singole membrature. Gli incastri a “mezzo legno” sono stati realizzati generalmente con la sega circolare, e in alcuni casi, solo è preferibile la sega a nastro. Le membrature delle Croci di S. Andrea presentano tagli a diverse angolazioni.
Per completare la chiusura laterale del corpo centrale, dopo aver montato i pannelli laterali, si può provvedere a montare superiormente la vetrata perimetrale. Anche in questo caso, la semplicità e l’efficienza sono le caratteristiche predominanti. I pezzi da assemblare sono pochi: cinque ante per la vetrata di cui tre fisse e due mobili. L’assemblaggio avviene sempre dall’interno e inizia con le tavole sottostanti la vetrata, avvitate ai pilastri. Le ante, divise in quattro parti, sono montate con cornici chiodate.
Nulla si può dire del pavimento ligneo originale, in quanto l’intervento di restauro del 1992 sembra aver mantenuto solo il disegno del preesistente. Le caratteristiche della lavorazione sono state trascurate. Le molteplici viti scelte per l’uso dell’avvitatore elettrico sono state infisse senza attente predisposizioni, a discapito di un migliore effetto estetico finale.
Le caratteristiche del legno rendono agevole la sua sagomatura mediante asportazione meccanica. Ciò ha dato origine alle unioni ad incastro che, seppur rappresentando aspecti raffinati nella costruzione di un manufatto ligneo, costituiscono pur sempre una soluzione di continuità nel materiale, comportando punti di debolezza strutturale e ricettacoli per gli agenti del degradamento biotico. Nello Chalet Torlonia, le unioni ad incastro non evidenziano soluzioni particolari; trasmettono immediatamente la praticità di realizzazione insieme all’efficacia e alla semplicità d’assemblaggio.