Durante i mesi invernali di tanti anni fa, i nonni radunavano i nipotini attorno al camino per raccontare storie, vere o colorite dalla fantasia, spesso incentrate sul brigantaggio. In Abruzzo, si è sviluppata una letteratura che oscilla tra realtà e leggenda, ricca di fatti di sangue, rapine e angherie, ma anche di atti di generosità. Tra i briganti più temuti spiccano i nomi di Marco Sciarra, Santuccio di Froscia, Medoro Narducci, Giuseppe Coldaneri, Luigi Alonzi, soprannominato Chiavone, e Berardo Viola. Marco Sciarra si distinse come capofila nel brigantaggio abruzzese, dirigendo le sue azioni principalmente contro le truppe del Regno di Napoli, tenendole in scacco per sette anni, insieme alle forze dello Stato Pontificio.
Il Papa Sisto V organizzo una strenua lotta contro la banda di Marco Sciarra, affrontando scontri difficili. Il brigante conosceva profondamente i monti dell’Abruzzo, in particolare i rifugi dei monti Simbruini e Velino. Le sue scorrerie seminavano terrore tra la popolazione, in particolare tra possidenti e latifondisti, come i Pace di Antrosano. La repressione contro i briganti fu guidata dal Colonnello di Stato Maggiore Claudio Bergia, che, attraverso scontri e strategie militari, ridusse significativamente la forza offensiva dei ribelli.
Marco Sciarra era noto per la sua abilità nelle manovre, la sua spavalderia e il suo carattere difficile. Tuttavia, fu catturato in un’imboscata organizzata dalle truppe borboniche, a causa del tradimento di uno dei suoi più fidati soldati, mentre si trovava a casa della sua donna. Le bande di Marco Sciarra includevano anche brigantesse, abili nel sorprendere il nemico durante gli scontri. Nell’immaginario collettivo abruzzese, è rimasto il detto che paragona qualcuno a Marco Sciarra per descriverne l’arroganza e il disprezzo del pericolo.
Successivamente, i briganti furono sovvenzionati dai Borboni in esilio. Il generale Borjes, giunto con i suoi seguaci per abbattere il Governo Nazionale, morì nella Valle di Luppa. Infatti, il 7 dicembre 1861, dopo aver attraversato Frattura di Scanno e Forca Caruso, raggiunse l’osteria di Guatranella, tra Cerchio e Cèlano, dove rimasero nascosti per tutto il giorno. Qui, un giovinetto, Luigi Ranelletti, accettò di guidarli verso Sante Marie del Tufo, ma la loro fuga era piena di pericoli.
Come riportato da Pietro Capuano nel suo libro La tragica vicenda di Michele Capuano da Rose e dei suoi compagni, la banda di Borjes dovette affrontare numerosi ostacoli per sfuggire a sentinelle e carabinieri, percorrendo strade sottostanti ad Antrosano fino a raggiungere Scurcola Marsicana.
Riferimento autore: Giovanbattista Pitoni e Alvaro Salvi.


