La compromissione rappresenta una delle prove più alte e più ardue del Pomilio narratore. Pubblicato nel 1965, il romanzo può avere avuto il valore e il significato di un atto di chiusura rispetto a tutto il primo ventennio del dopoguerra e ha contribuito decisamente ad aprire un nuovo periodo della narrativa contemporanea. Dal punto di vista degli avvenimenti esteriori, La compromissione non ha una trama complicata e avvincente: l’intreccio a sorpresa non manca, ma, più che nella superficie delle vicende e dei personaggi, bisogna coglierlo nelle profondità dell’anima e della storia. Si tratta, evidentemente, di un romanzo storico e introspettivo, ma con tante diverse implicazioni, che vanno da un realismo misurato e vigoroso fino a un lirismo netto e talvolta compiaciuto. Il contenuto del libro è ambientato interamente a Teramo, provincia abruzzese, come già L’uccello nella cupola, nel 1948.
Questa opera introduce il personaggio di Marco Berardi, professore di italiano e latino nei Licei, il quale, dopo aver militato nelle file del Partito d’Azione, passa al Partito Socialista. Berardi, adoperandosi attivamente per ricostituirne e rafforzarne la locale Sezione, diventa segretario, stimato per le sue doti d’ingegno. Tuttavia, dopo la sconfitta elettorale subita dal Fronte Popolare, Berardi si sente frastornato e avvilito, pur continuando a impegnarsi in una faticosa opera di proselitismo, per orgoglio intellettuale più che per convinzioni politiche.
Non lo soddisfa la politica unitaria con il Partito Comunista, il cui materialismo storico e rigoroso monolitismo lo disgustano. Berardi, infatti, prova disprezzo per quei compagni del suo Partito che, in cambio della presidenza dell’ECA, cedono la presidenza dell’Ospedale Civile ai comunisti. Messo in minoranza con scrutinio segreto in un’assemblea di iscritti, egli lascia la segreteria, e il controllo della sezione passa nelle mani di un funzionario, Osvaldo Pace. Questi invita Berardi a fare autocritica, ma lui si rifiuta fermamente.
Sospeso per tre mesi, egli si dimette e restituisce la tessera del partito, ma le dimissioni vengono respinte e gli viene inflitta l’espulsione per “sabotaggio sistematico e frazionismo scissionistico”. In questo frangente, esprime il suo disappunto pronunciando una frase significativa: “Peggio dei comunisti! Peggio ancora dei comunisti!”. Caduto in una sorta di vuoto spirituale, Berardi riallaccia una tormentata relazione sentimentale con Amelia De Ritis, figlia di un noto esponente democristiano, il quale, pur non essendo ancora senatore, è un cittadino facoltoso, ben visto dal vescovo e sempre al centro delle attenzioni dei notabili della città.
Frequentando assiduamente casa De Ritis, Marco cede ai richiami della vita borghese, abbandonando ogni impulso della propria personalità. Amelia, inizialmente innamorata di un Marco militante, diventa suscettibile nei confronti della sua assenza politica. Il tentativo di Marco di riconquistare la sua stima, impegnandosi superficialmente nella lotta politica, risulta vano. Prosegue con malavoglia nelle sue attività, raccogliendo firme contro il Patto Atlantico e la guerra di Corea, senza crederci. Dopo alcuni mesi, Amelia viene ricoverata d’urgenza per un eventuale parto, ma il primo genito nasce morto. Questo evento drammatico segna una svolta profonda nelle loro vite.
La crisi di Marco è soprattutto una crisi politica, che investe la sua coscienza. Da giovane, aveva militato nel Partito d’Azione e si era trovato a fare i conti con l’assenza di una leale disposizione nel mondo politico. Il suo distacco dalla borghesia e dal conformismo prende forma. Comincia a sentire il peso dell’assenza di ideali, di un’umanità che considerava incapace di rinnovarsi. Con il passare del tempo, la sua insoddisfazione cresce, e ciò che prima lo spingeva a lottare in politica, ora non riesce più a motivarlo. Berardi si sente sempre più sradicato.
Quando l’insofferenza della mancanza di impegno sociale e delle sue delusioni lo portano a un profondo disagio, il suo rapporto con Amelia va in crisi. Le loro vite, separate dalle scelte politiche e dalle ambizioni, si rivelano una fonte di tensione. Berardi si chiude in se stesso, incapace di riportare l’armonia, e alla fine entrambi percorrono strade parallele ma distanti. Marco, pur provando affetto, si sente sempre più oppresso dalla sua incapacità di rimanere fedele ai suoi ideali e dall’inevitabile compromissione.
Nel finale del romanzo, Berardi riflette su come la sua generazione, una volta animata da ideali, abbia subito un decadimento. La religiosità diventa un tema importante, con Marco che nonostante tutto implora aiuto divino nei momenti più angoscianti. Tuttavia, il messaggio che emerge è chiaro: Marco rappresenta il conflitto interno di un’intera generazione che, pur di fronte ai fallimenti, conserva una rinnovata consapevolezza e un desiderio di cercare nuova luce in un mondo sempre più complesso e disilluso.
Riferimento autore: Mario Pomilio – Narratore e critico militante. Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito.