Notifica
Notifica

L’Età Antica: Safini, Marsi Ed Equi

Aggiungi qui il testo del titolo

Cambiamenti climatici e guerre: come la Marsica ha plasmato la storia tra leggende e realtà archeologica.

La prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) segna un periodo di trasformazione per il territorio di Avezzano e Fùcino, caratterizzato da drastici cambiamenti climatici e sociali. Con la fine della fase climatica arida, un nuovo periodo di piogge abbondanti provoca l’innalzamento delle acque lacustri, portando alla scomparsa degli insediamenti perilacustri come il villaggio di Avezzano di Strada 6 e i maggiori centri di Luco e Ortucchio. Questa transizione venne tramandata oralmente attraverso la leggenda della città marsa di Archippe, fondato da Marsia re dei Lidi, documentata da storici come Gneo Gellio e Plinio il Vecchio.

Le evidenze archeologiche mostrano che le strutture abitative dell’epoca iniziano a evolvere verso l’incastellamento, portando alla creazione di centri fortificati situati su colline e montagne. Questa nuova forma di insediamento, basata sulla preparazione a conflitti sociali e territoriali, caratterizzò i villaggi guerrieri dei Safini, gruppo etnico prevalente nell’area della Marsica dal IX al IV secolo a.C. Fondamentale per la loro economia, la metallurgia si associava a usi funerari distintivi, come la pratica di inserire armi e oggetti metallici nelle tombe, rifiutando il tradizionale “rito del banchetto”.

La dominanza delle genti safine si afferma anche attraverso conflitti militari con i romani, culminando in guerre documentate nel V-IV secolo a.C. Le scoperte archeologiche nelle necropoli di Cèlano, Scurcola Marsicana e altre località mostrano come queste comunità gestissero relazioni complesse con i popoli circostanti. Le necropoli rivelano ricchezze, come i resti di armi e oggetti di ornamento, suggerendo una società in forte espansione e mobilità sociale.

Col passare del tempo, la spinta delle genti fucensi verso il Lazio diviene sempre più consistente, avviando un intervento militare diretto contro le popolazioni locali. Le interazioni tra Marsi, Equi e i latini documentano come il territorio si trasformi anche in un campo di battaglia culturale e politico. La legge feciale, istituita da Anco Marzio, re di Roma, evidenzia l’importanza dei rapporti tra i Safini e Roma, culminando nei conflitti della II età del Ferro nel IV secolo a.C.

Questa lunga storia di interazioni, conflitti e trasformazioni culturali continua a influenzare l’identità della Marsica e i suoi abitanti. La presenza marsa si estende ben oltre i confini locali, estendendo il loro eccezionale apporto alla formazione di nuove strutture sociali e politiche nel Lazio, ponendo le basi per sviluppi futuri che avrebbero segnato la storia della regione.

Riferimento autore: Giuseppe Grossi.

La prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) si apre per il territorio avezzanese e fucense con sconvolgimenti climatici e sociali. I grandi villaggi del bronzo finale presenti nella piana fucense, posizionati sui ristretti limiti del lago dell’epoca, subirono un cambiamento climatico fatale. Questo evento segnò la fine di gran parte del sistema insediamentale perilacustre dell’età del Bronzo. Nei primi decenni del IX secolo a.C., infatti, la fase climatica di tipo “sub-continentale” o “sub-boreale”, caratterizzata da scarse piogge, si esaurì, e iniziò un nuovo periodo climatico, oceanico, freddo e umido, contraddistinto da abbondanti piogge. Il repentino innalzamento delle acque lacustri segnò inesorabilmente la fine degli insediamenti perilacustri come quello di Avezzano di Strada 6 e i più grandi di Luco ed Ortucchio (Irti-Grossi 1983, 346).

Questo sconvolgimento insediamentale fu talmente significativo da essere tramandato oralmente per secoli, fino all’età romana, attraverso la saga della “città” marsa di Archippe, sommersa dalle acque del Fùcino e fondata da Marsia re dei Lidi. La prima notizia della leggenda marsa viene dall’analista romano Gneo Gellio, vissuto nel II secolo a.C., e poi da Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), il quale riporta: “Gellianus auctor est lacu Fùcino haustum Marsorum oppidum Archippe conditum a Marsia duce Lydorum” (Plinio, Nat. Hist., III, 108 = Gellio, Hist., fr. 8 Peter). Questa saga, ricordata anche da altri autori del III secolo d.C. (Solino, II, 6), rappresenta il preciso ricordo orale dei Marsi sulla fine traumatica del più grande insediamento dell’età del Bronzo della Marsica fucense, ossia quello di Strada 28 di Ortucchio, con i suoi ben 30 ettari di superficie (Grossi 1980, 125, nota 17).

Con questi sconvolgimenti climatici e, soprattutto, con l’aumento dei conflitti sociali nell’area, la struttura “vicana”, basata su villaggi aperti messi in pianura o su terrazzi collinari, cessò nel IX secolo a.C. a favore dello sviluppo del fenomeno dell’“incastellamento”, portando a una nuova struttura insediamentale, “oppidanica”. Questa non era più basata su insediamenti di pianura, ma su villaggi d’altura, o “centri fortificati”, racchiusi da recinzioni lignee paliformi o da murature a secco, costruite con blocchi di pietra. Nascono così molte “cittadelle” fortificate safine, chiamate “ocres”, rette dal re (“raki” in lingua locale), principi guerrieri (“nerf”) e in eterno conflitto tra loro. Questo è evidenziato dagli apprestamenti difensivi e dai corredi tombali maschili dell’epoca, che presentano le prime armi di ferro (Grossi 1990a, 232-238).

Ci troviamo di fronte a una nuova “unità culturale” appenninica dei Safini (i Sabini delle fonti storiche romane), che dal IX al IV secolo a.C. si diffusero dalle conche e pianure fucensi e aquilane fino alle regioni vicine, raggiungendo la Romagna, la Calabria e il suolo laziale con Roma, dalla quale riceveranno dei re. Le recenti ricerche storiografiche e archeologiche stanno evidenziando l’importanza dell’elemento sabino nella creazione di Roma nell’età del ferro. Si è constatato che i primi re romani, escluso il leggendario Romolo, erano da ritenersi Sabini (Mumma, Pompilio, Tito Stazio e Anco Marzio), tutti componenti della tribù dei Tities (Bernardi 1988, 261-266).

Le genti italiche marsicane furono i protagonisti fondamentali di questa civiltà appenninica antica, con i propri usi e costumi funerari della “cultura fucense”, e con i loro conflitti e rapporti con il mondo etrusco-laziale e della Magna Grecia, comprese le guerre del V-IV secolo a.C. contro la potenza romana. La caratteristica fondamentale delle genti safine fucensi, oltre all’intensa produzione metallurgica in bronzo, è riscontrabile negli usi funerari. Infatti, esse usavano mettere accanto agli inumati, oltre alle armi offensive e difensive, solo oggetti e raro vasellame in metallo. Si rifiutava, quindi, il “rito del banchetto”, con il suo consumo di vino, un uso che mal si addiceva a un popolo guerriero. Quest’usanza è presente nelle sepolture dei popoli storici degli Aequi e dei Marsi, genti di “cultura fucense”.

L’elemento dominante dell’economia dell’area, oltre alla metallurgia, è rappresentato dalla pratica della guerra e dalla mobilità sociale geografica, espressa anche dal mercenariato (Tagliamonte 1994), abbinate a una modesta attività agricola e pastorale. È molto probabile che ci fosse una situazione d’estrema conflittualità fra i vari ocres safini per tutto il periodo dell’età del ferro, con guerre incessanti fra i tanti re che li dominavano. L’estrema enfatizzazione dell’aspetto guerriero nei corredi tombali maschili dell’epoca è una conferma diretta, come nel caso della necropoli di Colle Sabulo (S. Maria in Vico) di Avezzano e delle vicine necropoli italiche fucensi di Scurcola Marsicana, Cèlano, Lecce dei Marsi e di altre sepolture della Marsica.

Elemento distintivo dei gruppi guerrieri dominanti è la coppia di dischi-corazza in lamina di bronzo, utilizzata come difesa pettorale e dorsale dall’VIII al VI secolo a.C., prodotta da una metallurgia locale molto raffinata, con artigiani al servizio del raki e dei nerf (principi) (Grossi 1986b, 20-31; Papi 1990). Gli abitati fortificati si concentrarono sulle alture dominanti le piane e le valli della dorsale appenninica centrale e marsicana, in modo da controllare e difendere il territorio agricolo e di pascolo delle comunità locali. Di questi centri fortificati della prima età del ferro, chiamati “ocres” in lingua safina locale (o “oppida” e “castella” in latino), nel territorio di Avezzano ci sono testimonianze sulle alture dei monti di Avezzano e delle frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno.

Il primo di questi centri è posto sulla sommità chiamata “Colle degli Stabbi”, ex trecentesco “Monte Terrentinj”, alla quota di 963 metri sopra la Discenderia Maggiore dell’Emissario romano fucense, vicino al confine con Luco dei Marsi (“Cunicella”). Nel colle vicino, verso sud, nel medioevo esisteva un cippo detto “Pigna”, probabilmente un cippo confinale romano che continuò a segnare il limite fra la comunità avezzanese e la prepositura cassinese di S. Maria di Luco anche durante il medioevo e l’età moderna. Questo primo centro ha una forma ovoidale con scarse tracce di mura, circondando un’area interna di circa 0,5 ettari, e una porta riconoscibile sul versante nord-ovest. All’interno si rinvennero resti di tegolame, ceramica ad impasto e acroma.

Il secondo centro, sovrastante il Cimitero di Avezzano, è identificabile sulla quota 985, nota come “Castelluccio” di Monte Salviano. Presenta poche tracce di mura attorno a un’area ovoidale di circa 1,02 ettari, ma evidenti resti della strada perimetrale interna, numerosa ceramica ad impasto dell’età del ferro, ceramica acroma e qualche frammento di vasellame a vernice nera. Il toponimo attestato nel medioevo, Arrio, fa ipotizzare che il nome originale del centro fosse Arrium?

Il terzo centro è riconoscibile sull’altura di Monte Cimarani, ex “Cima Grande”, a quota 1108, ora occupata dai ripetitori televisivi. Presenta due fasi d’impianto che racchiudono un’area totale di circa 4,5 ettari: una prima, più antica, a forma ovoidale perfetta e una seconda con forma poligonale irregolare. All’interno, oltre a tegolame e frammenti di vasellame ad impasto e macine in trachite vulcanica, si rinvennero numerose scorie di ferro e, in minore quantità, di bronzo, testimoniando una consistente produzione metallurgica, in relazione ai vicini affioramenti di limonite ferrosa del monte.

Il quarto centro è situato sulla quota 1017, nota come “Colle di S. Silvestro”, sul versante orientale di Monte Cimarani, ai margini della medievale “Valle Pandulfa”. Di forma triangolare sul pendio, con superficie interna di circa 0,12 ettari, sono rinvenuti frammenti fittili relativi a tegolame, ceramica ad impasto e acroma di età italica e medievale (Grossi 1989a, 102, n. 48; 1990b, 79; 1991, 206, n. 49; 1995, 73, n. 54). Il nome di S. Silvestro, “Colletto con la chiesa di S. Silvestro”, deriva dalla presenza di un piccolo insediamento medievale dotato di chiesetta, dipendente dal feudo di Pietraquaria.

Il quinto è ben riconoscibile sull’altura di Monte S. Felice, quota 1030, che sovrasta la Stazione Ferroviaria di Cappelle. La sommità, erroneamente detta di S. Felice, era in passato chiamata “Cima di S. Giovanni d’Alezzo” o “di Alizio”. Qui si riconoscono i resti di tre cinte murarie, dotate di cinque porte a “corridoio interno obliquo”, e di due terrazzi interni con una superficie occupata di 2,6 ettari. Il numero delle recinzioni difensive suggerisce uno sviluppo cronologico del centro fortificato, dal primitivo nucleo ovoidale sommitale dell’età del Ferro alle altre due cinte delle epoche successive fino all’abbandono della fine del IV secolo, probabilmente a seguito della conquista romana.

Nel medioevo, sulla sommità della prima recinzione, fu realizzata, probabilmente su un terrazzo cultuale italico, la chiesa di Sancti Iohannis de Alitio, appartenente al feudo di Pietraquaria, di cui rimangono solo le fondazioni che disegnano la pianta di una struttura a tre piccole corte navate con abside centrale e una cisterna circolare esterna (Grossi 1990b, 66-74). Gli altri quattro centri sono posizionati sulle alture del medievale Mons Humanus, che sovrasta le frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno. Il sesto sorge sull’altura di Monte Castello, quota 1242, che sovrasta a sud l’abitato di Castelnuovo, presentandosi come un centro fortificato di medie dimensioni rioccupato in età medievale dal castello-recinto di Castellum novum, citato nel Catalogus Baronum normanno del 1156.

Le necropoli di tombe a tumulo si trovano nelle pianure e colline vicine, costellate da alte steli monolitiche e statue iconiche raffiguranti i re guerrieri e le loro mogli. Queste estese necropoli, con i loro grandi tumuli circolari, rappresentano veri e propri “segnali” territoriali, esprimendo l’importanza della comunità locale ed anche fungendo da luoghi sacri per il “culto degli Antenati”. Il culto degli Antenati è probabilmente riferito ai Dis Angitibus (CIL IX, n. 3515), figli di Angitia (Ancites), la “Signora dei Morti” del mondo fucense, che sembra sia emersa gradualmente come divinità individuale, derivando da divinità collettive, e definendo via via caratteri sia solari sia ctoni, legati all’ambito funerario e a quello agrario.

Le grandi necropoli italiche dell’età del Ferro sono riconoscibili nel territorio esaminato a S. Pelino, Antrosano, Castelnuovo e sul Colle Sabulo, sui piani sottostanti i centri fortificati già descritti. Per i ritrovamenti di Antrosano e della Valle Solegara, si tratta di materiali provenienti da tombe relative al precedente centro safino situato sulle alture della successiva colonia romana. Da una necropoli situata ai piedi di Antrosano e un’altra fra lo stesso e Cappelle, provengono tre dischi-corazza in lamina di bronzo a decorazione geometrica, databili dalla fine dell’VIII secolo fino al termine del VII secolo a.C., ora conservati al Museo Archeologico di Perugia e nel Museo Preistorico Etnografico “L. Pigorini” di Roma.

Una grande necropoli italica doveva estendersi a Valle Solegara alla località “Monumento” lungo il percorso della Via Valeria, dove ora si trovano i resti di tre mausolei a torre di età imperiale romana. Qui, nel passato, furono ritrovati numerosi materiali riferibili a tombe del VII-V secolo a.C.: gladi a stami di ferro, punte di lance di ferro, fibule di bronzo, e una coppia di dischi-corazza di bronzo con decorazione geometrica del VII secolo a.C. Sotto lo stesso S. Pelino, durante i lavori per la realizzazione dell’Autostrada A25, furono riportate alla luce sepolture italiche che hanno restituito una bella spada di ferro con elsa a crociera del VI-V secolo a.C.

Di notevole importanza è la necropoli di Colle Sabulo o “Campo dei Gentili” di Avezzano, la cui scoperta si deve ai lavori del Torlonia per il prosciugamento del Fùcino, e la cui prima descrizione è data dall’Orlandi. Qui vennero rinvenute sepolture profonde a fossa, coperte da grosse pietre, con armi in ferro e scudetti di bronzo della corazza a “balteo-disco” del VI secolo a.C. A minore profondità furono rinvenuti sarcofagi in pietra con suppellettile variabile, armi in ferro, lucerne, ampolle di terra cotta e un’anfora di tipo campano. L’unica epigrafe rinvenuta risale alla tarda età dell’Impero. Attualmente, sull’esteso banco, sorge il Cimitero Civico, dove riposano le vittime del terremoto del 1915.

Le armi in ferro rinvenute includevano: “spade, lance, cinture”, il che suggerisce che anche le sepolture a minore profondità siano riferibili a tombe databili dal VI al IV secolo a.C., oltre a quelle associate alla presenza coloniale romana albense. I materiali conservati in passato nel Museo Lapidario avezzanese documentano la fase italica della necropoli. Altre scoperte riscontrate nella necropoli di “Castelluccio” sono state descritte dallo iatosti che menziona il rinvenimento, fra le chiesette della Madonna di Loreto e di S. Antonio, di una inumazione maschile dell’età del ferro con un corredo composto da una lunga spada in ferro e una “targa di rame” (placca di cinturone?) in bronzo.

Le aree di culto dell’età del ferro includono il grande santuario in grotta di Ciccio Felice, scavato dal Radmilli nel 1956. Questo luogo di culto, dedicato probabilmente a una divinità della fecondità, presenta un notevole numero di ex-voto di età ellenistica, riferibili a organi genitali e forme umane. La struttura del santuario della prima età del ferro (VII secolo a.C.) consisteva in sei basi rettangolari ricavate sul piano roccioso della stanza esterna e orientate verso nord e nord-est: il Radmilli propone di riconoscervi basi legate a riti d’incubazione.

Dalla prima età del ferro fino al IV secolo, le valli del Liri e dell’Imele-Salto acquisirono un ruolo importante nel processo di diffusione delle genti safine nel Lazio e nelle loro guerre contro etruschi, latini e romani per il possesso delle fertili terre laziali. La prima presenza safina nel Latium adiectum è quella ernica, probabilmente nata dalle migrazioni stagionali delle genti fucensi. Questi “veria sacra” non erano spostamenti di masse, ma probabilmente di piccoli gruppi di lavoratori stagionali, artigiani o guerrieri safini in cerca di opportunità nel Lazio. Questa presenza è attesta dal VII secolo con un disco-corazza in lamina di bronzo e oggetti metallici rinvenuti in una stipe votiva d’Anagni.

I contatti con il mondo ernico sono documentati già dal VII secolo a.C., evidenziando l’allineamento con il re romano Tullio Ostilio durante la sua guerra con Albalonga. I Marsi colonizzavano Anagnia. Dal V secolo gli Ernici costituirono uno stato federale, il nomen Hernicum, che comprendeva centro politici-religiosi e diversi municipi. La posizione dei Marsi e il loro conflitto con Roma si documentano nel IV secolo a.C., dimostrando la complessità delle relazioni territoriali in questa area. La presenza marsa si estendeva verso i Piani Palentini e nella Valle di Nerfa, con indizi sulla loro attiva resistenza ai tentativi romani di stabilire colonie nel IV secolo.

Con il V secolo a.C., gli scontri tra le genti safine e le truppe romane aumentano, inserendosi nel conflitto riguardante il lago Fùcino. Il passo di Livio è stato oggetto di varie interpretazioni riguardo alla localizzazione di un centro fortificato. La nuova comprensione suggerisce una possibile ubicazione nel territorio sorano, legato a un centro volasco. Infine, si sottolinea come nel IV secolo a.C. l’alta valle del Liri acquisisse sempre più importanza per la conquista romana delle regioni safine adiacenti.

Riferimento autore: Giuseppe Grossi.

La prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) si apre per il territorio avezzanese e fucense con sconvolgimenti climatici e sociali. I grandi villaggi del bronzo finale presenti nella piana fucense, posizionati sui ristretti limiti del lago dell’epoca, subirono un cambiamento climatico fatale. Questo evento segnò la fine di gran parte del sistema insediamentale perilacustre dell’età del Bronzo. Nei primi decenni del IX secolo a.C., infatti, la fase climatica di tipo “sub-continentale” o “sub-boreale”, caratterizzata da scarse piogge, si esaurì, e iniziò un nuovo periodo climatico, oceanico, freddo e umido, contraddistinto da abbondanti piogge. Il repentino innalzamento delle acque lacustri segnò inesorabilmente la fine degli insediamenti perilacustri come quello di Avezzano di Strada 6 e i più grandi di Luco ed Ortucchio (Irti-Grossi 1983, 346).

Questo sconvolgimento insediamentale fu talmente significativo da essere tramandato oralmente per secoli, fino all’età romana, attraverso la saga della “città” marsa di Archippe, sommersa dalle acque del Fùcino e fondata da Marsia re dei Lidi. La prima notizia della leggenda marsa viene dall’analista romano Gneo Gellio, vissuto nel II secolo a.C., e poi da Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), il quale riporta: “Gellianus auctor est lacu Fùcino haustum Marsorum oppidum Archippe conditum a Marsia duce Lydorum” (Plinio, Nat. Hist., III, 108 = Gellio, Hist., fr. 8 Peter). Questa saga, ricordata anche da altri autori del III secolo d.C. (Solino, II, 6), rappresenta il preciso ricordo orale dei Marsi sulla fine traumatica del più grande insediamento dell’età del Bronzo della Marsica fucense, ossia quello di Strada 28 di Ortucchio, con i suoi ben 30 ettari di superficie (Grossi 1980, 125, nota 17).

Con questi sconvolgimenti climatici e, soprattutto, con l’aumento dei conflitti sociali nell’area, la struttura “vicana”, basata su villaggi aperti messi in pianura o su terrazzi collinari, cessò nel IX secolo a.C. a favore dello sviluppo del fenomeno dell’“incastellamento”, portando a una nuova struttura insediamentale, “oppidanica”. Questa non era più basata su insediamenti di pianura, ma su villaggi d’altura, o “centri fortificati”, racchiusi da recinzioni lignee paliformi o da murature a secco, costruite con blocchi di pietra. Nascono così molte “cittadelle” fortificate safine, chiamate “ocres”, rette dal re (“raki” in lingua locale), principi guerrieri (“nerf”) e in eterno conflitto tra loro. Questo è evidenziato dagli apprestamenti difensivi e dai corredi tombali maschili dell’epoca, che presentano le prime armi di ferro (Grossi 1990a, 232-238).

Ci troviamo di fronte a una nuova “unità culturale” appenninica dei Safini (i Sabini delle fonti storiche romane), che dal IX al IV secolo a.C. si diffusero dalle conche e pianure fucensi e aquilane fino alle regioni vicine, raggiungendo la Romagna, la Calabria e il suolo laziale con Roma, dalla quale riceveranno dei re. Le recenti ricerche storiografiche e archeologiche stanno evidenziando l’importanza dell’elemento sabino nella creazione di Roma nell’età del ferro. Si è constatato che i primi re romani, escluso il leggendario Romolo, erano da ritenersi Sabini (Mumma, Pompilio, Tito Stazio e Anco Marzio), tutti componenti della tribù dei Tities (Bernardi 1988, 261-266).

Le genti italiche marsicane furono i protagonisti fondamentali di questa civiltà appenninica antica, con i propri usi e costumi funerari della “cultura fucense”, e con i loro conflitti e rapporti con il mondo etrusco-laziale e della Magna Grecia, comprese le guerre del V-IV secolo a.C. contro la potenza romana. La caratteristica fondamentale delle genti safine fucensi, oltre all’intensa produzione metallurgica in bronzo, è riscontrabile negli usi funerari. Infatti, esse usavano mettere accanto agli inumati, oltre alle armi offensive e difensive, solo oggetti e raro vasellame in metallo. Si rifiutava, quindi, il “rito del banchetto”, con il suo consumo di vino, un uso che mal si addiceva a un popolo guerriero. Quest’usanza è presente nelle sepolture dei popoli storici degli Aequi e dei Marsi, genti di “cultura fucense”.

L’elemento dominante dell’economia dell’area, oltre alla metallurgia, è rappresentato dalla pratica della guerra e dalla mobilità sociale geografica, espressa anche dal mercenariato (Tagliamonte 1994), abbinate a una modesta attività agricola e pastorale. È molto probabile che ci fosse una situazione d’estrema conflittualità fra i vari ocres safini per tutto il periodo dell’età del ferro, con guerre incessanti fra i tanti re che li dominavano. L’estrema enfatizzazione dell’aspetto guerriero nei corredi tombali maschili dell’epoca è una conferma diretta, come nel caso della necropoli di Colle Sabulo (S. Maria in Vico) di Avezzano e delle vicine necropoli italiche fucensi di Scurcola Marsicana, Cèlano, Lecce dei Marsi e di altre sepolture della Marsica.

Elemento distintivo dei gruppi guerrieri dominanti è la coppia di dischi-corazza in lamina di bronzo, utilizzata come difesa pettorale e dorsale dall’VIII al VI secolo a.C., prodotta da una metallurgia locale molto raffinata, con artigiani al servizio del raki e dei nerf (principi) (Grossi 1986b, 20-31; Papi 1990). Gli abitati fortificati si concentrarono sulle alture dominanti le piane e le valli della dorsale appenninica centrale e marsicana, in modo da controllare e difendere il territorio agricolo e di pascolo delle comunità locali. Di questi centri fortificati della prima età del ferro, chiamati “ocres” in lingua safina locale (o “oppida” e “castella” in latino), nel territorio di Avezzano ci sono testimonianze sulle alture dei monti di Avezzano e delle frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno.

Il primo di questi centri è posto sulla sommità chiamata “Colle degli Stabbi”, ex trecentesco “Monte Terrentinj”, alla quota di 963 metri sopra la Discenderia Maggiore dell’Emissario romano fucense, vicino al confine con Luco dei Marsi (“Cunicella”). Nel colle vicino, verso sud, nel medioevo esisteva un cippo detto “Pigna”, probabilmente un cippo confinale romano che continuò a segnare il limite fra la comunità avezzanese e la prepositura cassinese di S. Maria di Luco anche durante il medioevo e l’età moderna. Questo primo centro ha una forma ovoidale con scarse tracce di mura, circondando un’area interna di circa 0,5 ettari, e una porta riconoscibile sul versante nord-ovest. All’interno si rinvennero resti di tegolame, ceramica ad impasto e acroma.

Il secondo centro, sovrastante il Cimitero di Avezzano, è identificabile sulla quota 985, nota come “Castelluccio” di Monte Salviano. Presenta poche tracce di mura attorno a un’area ovoidale di circa 1,02 ettari, ma evidenti resti della strada perimetrale interna, numerosa ceramica ad impasto dell’età del ferro, ceramica acroma e qualche frammento di vasellame a vernice nera. Il toponimo attestato nel medioevo, Arrio, fa ipotizzare che il nome originale del centro fosse Arrium?

Il terzo centro è riconoscibile sull’altura di Monte Cimarani, ex “Cima Grande”, a quota 1108, ora occupata dai ripetitori televisivi. Presenta due fasi d’impianto che racchiudono un’area totale di circa 4,5 ettari: una prima, più antica, a forma ovoidale perfetta e una seconda con forma poligonale irregolare. All’interno, oltre a tegolame e frammenti di vasellame ad impasto e macine in trachite vulcanica, si rinvennero numerose scorie di ferro e, in minore quantità, di bronzo, testimoniando una consistente produzione metallurgica, in relazione ai vicini affioramenti di limonite ferrosa del monte.

Il quarto centro è situato sulla quota 1017, nota come “Colle di S. Silvestro”, sul versante orientale di Monte Cimarani, ai margini della medievale “Valle Pandulfa”. Di forma triangolare sul pendio, con superficie interna di circa 0,12 ettari, sono rinvenuti frammenti fittili relativi a tegolame, ceramica ad impasto e acroma di età italica e medievale (Grossi 1989a, 102, n. 48; 1990b, 79; 1991, 206, n. 49; 1995, 73, n. 54). Il nome di S. Silvestro, “Colletto con la chiesa di S. Silvestro”, deriva dalla presenza di un piccolo insediamento medievale dotato di chiesetta, dipendente dal feudo di Pietraquaria.

Il quinto è ben riconoscibile sull’altura di Monte S. Felice, quota 1030, che sovrasta la Stazione Ferroviaria di Cappelle. La sommità, erroneamente detta di S. Felice, era in passato chiamata “Cima di S. Giovanni d’Alezzo” o “di Alizio”. Qui si riconoscono i resti di tre cinte murarie, dotate di cinque porte a “corridoio interno obliquo”, e di due terrazzi interni con una superficie occupata di 2,6 ettari. Il numero delle recinzioni difensive suggerisce uno sviluppo cronologico del centro fortificato, dal primitivo nucleo ovoidale sommitale dell’età del Ferro alle altre due cinte delle epoche successive fino all’abbandono della fine del IV secolo, probabilmente a seguito della conquista romana.

Nel medioevo, sulla sommità della prima recinzione, fu realizzata, probabilmente su un terrazzo cultuale italico, la chiesa di Sancti Iohannis de Alitio, appartenente al feudo di Pietraquaria, di cui rimangono solo le fondazioni che disegnano la pianta di una struttura a tre piccole corte navate con abside centrale e una cisterna circolare esterna (Grossi 1990b, 66-74). Gli altri quattro centri sono posizionati sulle alture del medievale Mons Humanus, che sovrasta le frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno. Il sesto sorge sull’altura di Monte Castello, quota 1242, che sovrasta a sud l’abitato di Castelnuovo, presentandosi come un centro fortificato di medie dimensioni rioccupato in età medievale dal castello-recinto di Castellum novum, citato nel Catalogus Baronum normanno del 1156.

Le necropoli di tombe a tumulo si trovano nelle pianure e colline vicine, costellate da alte steli monolitiche e statue iconiche raffiguranti i re guerrieri e le loro mogli. Queste estese necropoli, con i loro grandi tumuli circolari, rappresentano veri e propri “segnali” territoriali, esprimendo l’importanza della comunità locale ed anche fungendo da luoghi sacri per il “culto degli Antenati”. Il culto degli Antenati è probabilmente riferito ai Dis Angitibus (CIL IX, n. 3515), figli di Angitia (Ancites), la “Signora dei Morti” del mondo fucense, che sembra sia emersa gradualmente come divinità individuale, derivando da divinità collettive, e definendo via via caratteri sia solari sia ctoni, legati all’ambito funerario e a quello agrario.

Le grandi necropoli italiche dell’età del Ferro sono riconoscibili nel territorio esaminato a S. Pelino, Antrosano, Castelnuovo e sul Colle Sabulo, sui piani sottostanti i centri fortificati già descritti. Per i ritrovamenti di Antrosano e della Valle Solegara, si tratta di materiali provenienti da tombe relative al precedente centro safino situato sulle alture della successiva colonia romana. Da una necropoli situata ai piedi di Antrosano e un’altra fra lo stesso e Cappelle, provengono tre dischi-corazza in lamina di bronzo a decorazione geometrica, databili dalla fine dell’VIII secolo fino al termine del VII secolo a.C., ora conservati al Museo Archeologico di Perugia e nel Museo Preistorico Etnografico “L. Pigorini” di Roma.

Una grande necropoli italica doveva estendersi a Valle Solegara alla località “Monumento” lungo il percorso della Via Valeria, dove ora si trovano i resti di tre mausolei a torre di età imperiale romana. Qui, nel passato, furono ritrovati numerosi materiali riferibili a tombe del VII-V secolo a.C.: gladi a stami di ferro, punte di lance di ferro, fibule di bronzo, e una coppia di dischi-corazza di bronzo con decorazione geometrica del VII secolo a.C. Sotto lo stesso S. Pelino, durante i lavori per la realizzazione dell’Autostrada A25, furono riportate alla luce sepolture italiche che hanno restituito una bella spada di ferro con elsa a crociera del VI-V secolo a.C.

Di notevole importanza è la necropoli di Colle Sabulo o “Campo dei Gentili” di Avezzano, la cui scoperta si deve ai lavori del Torlonia per il prosciugamento del Fùcino, e la cui prima descrizione è data dall’Orlandi. Qui vennero rinvenute sepolture profonde a fossa, coperte da grosse pietre, con armi in ferro e scudetti di bronzo della corazza a “balteo-disco” del VI secolo a.C. A minore profondità furono rinvenuti sarcofagi in pietra con suppellettile variabile, armi in ferro, lucerne, ampolle di terra cotta e un’anfora di tipo campano. L’unica epigrafe rinvenuta risale alla tarda età dell’Impero. Attualmente, sull’esteso banco, sorge il Cimitero Civico, dove riposano le vittime del terremoto del 1915.

Le armi in ferro rinvenute includevano: “spade, lance, cinture”, il che suggerisce che anche le sepolture a minore profondità siano riferibili a tombe databili dal VI al IV secolo a.C., oltre a quelle associate alla presenza coloniale romana albense. I materiali conservati in passato nel Museo Lapidario avezzanese documentano la fase italica della necropoli. Altre scoperte riscontrate nella necropoli di “Castelluccio” sono state descritte dallo

Aggiungi qui il testo del titolo

Ospitalità e servizi

La prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) si apre per il territorio avezzanese e fucense con sconvolgimenti climatici e sociali. I grandi villaggi del bronzo finale presenti nella piana fucense, posizionati sui ristretti limiti del lago dell’epoca, subirono un cambiamento climatico fatale. Questo evento segnò la fine di gran parte del sistema insediamentale perilacustre dell’età del Bronzo. Nei primi decenni del IX secolo a.C., infatti, la fase climatica di tipo “sub-continentale” o “sub-boreale”, caratterizzata da scarse piogge, si esaurì, e iniziò un nuovo periodo climatico, oceanico, freddo e umido, contraddistinto da abbondanti piogge. Il repentino innalzamento delle acque lacustri segnò inesorabilmente la fine degli insediamenti perilacustri come quello di Avezzano di Strada 6 e i più grandi di Luco ed Ortucchio (Irti-Grossi 1983, 346).

Questo sconvolgimento insediamentale fu talmente significativo da essere tramandato oralmente per secoli, fino all’età romana, attraverso la saga della “città” marsa di Archippe, sommersa dalle acque del Fùcino e fondata da Marsia re dei Lidi. La prima notizia della leggenda marsa viene dall’analista romano Gneo Gellio, vissuto nel II secolo a.C., e poi da Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), il quale riporta: “Gellianus auctor est lacu Fùcino haustum Marsorum oppidum Archippe conditum a Marsia duce Lydorum” (Plinio, Nat. Hist., III, 108 = Gellio, Hist., fr. 8 Peter). Questa saga, ricordata anche da altri autori del III secolo d.C. (Solino, II, 6), rappresenta il preciso ricordo orale dei Marsi sulla fine traumatica del più grande insediamento dell’età del Bronzo della Marsica fucense, ossia quello di Strada 28 di Ortucchio, con i suoi ben 30 ettari di superficie (Grossi 1980, 125, nota 17).

Con questi sconvolgimenti climatici e, soprattutto, con l’aumento dei conflitti sociali nell’area, la struttura “vicana”, basata su villaggi aperti messi in pianura o su terrazzi collinari, cessò nel IX secolo a.C. a favore dello sviluppo del fenomeno dell’“incastellamento”, portando a una nuova struttura insediamentale, “oppidanica”. Questa non era più basata su insediamenti di pianura, ma su villaggi d’altura, o “centri fortificati”, racchiusi da recinzioni lignee paliformi o da murature a secco, costruite con blocchi di pietra. Nascono così molte “cittadelle” fortificate safine, chiamate “ocres”, rette dal re (“raki” in lingua locale), principi guerrieri (“nerf”) e in eterno conflitto tra loro. Questo è evidenziato dagli apprestamenti difensivi e dai corredi tombali maschili dell’epoca, che presentano le prime armi di ferro (Grossi 1990a, 232-238).

Ci troviamo di fronte a una nuova “unità culturale” appenninica dei Safini (i Sabini delle fonti storiche romane), che dal IX al IV secolo a.C. si diffusero dalle conche e pianure fucensi e aquilane fino alle regioni vicine, raggiungendo la Romagna, la Calabria e il suolo laziale con Roma, dalla quale riceveranno dei re. Le recenti ricerche storiografiche e archeologiche stanno evidenziando l’importanza dell’elemento sabino nella creazione di Roma nell’età del ferro. Si è constatato che i primi re romani, escluso il leggendario Romolo, erano da ritenersi Sabini (Mumma, Pompilio, Tito Stazio e Anco Marzio), tutti componenti della tribù dei Tities (Bernardi 1988, 261-266).

Le genti italiche marsicane furono i protagonisti fondamentali di questa civiltà appenninica antica, con i propri usi e costumi funerari della “cultura fucense”, e con i loro conflitti e rapporti con il mondo etrusco-laziale e della Magna Grecia, comprese le guerre del V-IV secolo a.C. contro la potenza romana. La caratteristica fondamentale delle genti safine fucensi, oltre all’intensa produzione metallurgica in bronzo, è riscontrabile negli usi funerari. Infatti, esse usavano mettere accanto agli inumati, oltre alle armi offensive e difensive, solo oggetti e raro vasellame in metallo. Si rifiutava, quindi, il “rito del banchetto”, con il suo consumo di vino, un uso che mal si addiceva a un popolo guerriero. Quest’usanza è presente nelle sepolture dei popoli storici degli Aequi e dei Marsi, genti di “cultura fucense”.

L’elemento dominante dell’economia dell’area, oltre alla metallurgia, è rappresentato dalla pratica della guerra e dalla mobilità sociale geografica, espressa anche dal mercenariato (Tagliamonte 1994), abbinate a una modesta attività agricola e pastorale. È molto probabile che ci fosse una situazione d’estrema conflittualità fra i vari ocres safini per tutto il periodo dell’età del ferro, con guerre incessanti fra i tanti re che li dominavano. L’estrema enfatizzazione dell’aspetto guerriero nei corredi tombali maschili dell’epoca è una conferma diretta, come nel caso della necropoli di Colle Sabulo (S. Maria in Vico) di Avezzano e delle vicine necropoli italiche fucensi di Scurcola Marsicana, Cèlano, Lecce dei Marsi e di altre sepolture della Marsica.

Elemento distintivo dei gruppi guerrieri dominanti è la coppia di dischi-corazza in lamina di bronzo, utilizzata come difesa pettorale e dorsale dall’VIII al VI secolo a.C., prodotta da una metallurgia locale molto raffinata, con artigiani al servizio del raki e dei nerf (principi) (Grossi 1986b, 20-31; Papi 1990). Gli abitati fortificati si concentrarono sulle alture dominanti le piane e le valli della dorsale appenninica centrale e marsicana, in modo da controllare e difendere il territorio agricolo e di pascolo delle comunità locali. Di questi centri fortificati della prima età del ferro, chiamati “ocres” in lingua safina locale (o “oppida” e “castella” in latino), nel territorio di Avezzano ci sono testimonianze sulle alture dei monti di Avezzano e delle frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno.

Il primo di questi centri è posto sulla sommità chiamata “Colle degli Stabbi”, ex trecentesco “Monte Terrentinj”, alla quota di 963 metri sopra la Discenderia Maggiore dell’Emissario romano fucense, vicino al confine con Luco dei Marsi (“Cunicella”). Nel colle vicino, verso sud, nel medioevo esisteva un cippo detto “Pigna”, probabilmente un cippo confinale romano che continuò a segnare il limite fra la comunità avezzanese e la prepositura cassinese di S. Maria di Luco anche durante il medioevo e l’età moderna. Questo primo centro ha una forma ovoidale con scarse tracce di mura, circondando un’area interna di circa 0,5 ettari, e una porta riconoscibile sul versante nord-ovest. All’interno si rinvennero resti di tegolame, ceramica ad impasto e acroma.

Il secondo centro, sovrastante il Cimitero di Avezzano, è identificabile sulla quota 985, nota come “Castelluccio” di Monte Salviano. Presenta poche tracce di mura attorno a un’area ovoidale di circa 1,02 ettari, ma evidenti resti della strada perimetrale interna, numerosa ceramica ad impasto dell’età del ferro, ceramica acroma e qualche frammento di vasellame a vernice nera. Il toponimo attestato nel medioevo, Arrio, fa ipotizzare che il nome originale del centro fosse Arrium?

Il terzo centro è riconoscibile sull’altura di Monte Cimarani, ex “Cima Grande”, a quota 1108, ora occupata dai ripetitori televisivi. Presenta due fasi d’impianto che racchiudono un’area totale di circa 4,5 ettari: una prima, più antica, a forma ovoidale perfetta e una seconda con forma poligonale irregolare. All’interno, oltre a tegolame e frammenti di vasellame ad impasto e macine in trachite vulcanica, si rinvennero numerose scorie di ferro e, in minore quantità, di bronzo, testimoniando una consistente produzione metallurgica, in relazione ai vicini affioramenti di limonite ferrosa del monte.

Il quarto centro è situato sulla quota 1017, nota come “Colle di S. Silvestro”, sul versante orientale di Monte Cimarani, ai margini della medievale “Valle Pandulfa”. Di forma triangolare sul pendio, con superficie interna di circa 0,12 ettari, sono rinvenuti frammenti fittili relativi a tegolame, ceramica ad impasto e acroma di età italica e medievale (Grossi 1989a, 102, n. 48; 1990b, 79; 1991, 206, n. 49; 1995, 73, n. 54). Il nome di S. Silvestro, “Colletto con la chiesa di S. Silvestro”, deriva dalla presenza di un piccolo insediamento medievale dotato di chiesetta, dipendente dal feudo di Pietraquaria.

Il quinto è ben riconoscibile sull’altura di Monte S. Felice, quota 1030, che sovrasta la Stazione Ferroviaria di Cappelle. La sommità, erroneamente detta di S. Felice, era in passato chiamata “Cima di S. Giovanni d’Alezzo” o “di Alizio”. Qui si riconoscono i resti di tre cinte murarie, dotate di cinque porte a “corridoio interno obliquo”, e di due terrazzi interni con una superficie occupata di 2,6 ettari. Il numero delle recinzioni difensive suggerisce uno sviluppo cronologico del centro fortificato, dal primitivo nucleo ovoidale sommitale dell’età del Ferro alle altre due cinte delle epoche successive fino all’abbandono della fine del IV secolo, probabilmente a seguito della conquista romana.

Nel medioevo, sulla sommità della prima recinzione, fu realizzata, probabilmente su un terrazzo cultuale italico, la chiesa di Sancti Iohannis de Alitio, appartenente al feudo di Pietraquaria, di cui rimangono solo le fondazioni che disegnano la pianta di una struttura a tre piccole corte navate con abside centrale e una cisterna circolare esterna (Grossi 1990b, 66-74). Gli altri quattro centri sono posizionati sulle alture del medievale Mons Humanus, che sovrasta le frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno. Il sesto sorge sull’altura di Monte Castello, quota 1242, che sovrasta a sud l’abitato di Castelnuovo, presentandosi come un centro fortificato di medie dimensioni rioccupato in età medievale dal castello-recinto di Castellum novum, citato nel Catalogus Baronum normanno del 1156.

Le necropoli di tombe a tumulo si trovano nelle pianure e colline vicine, costellate da alte steli monolitiche e statue iconiche raffiguranti i re guerrieri e le loro mogli. Queste estese necropoli, con i loro grandi tumuli circolari, rappresentano veri e propri “segnali” territoriali, esprimendo l’importanza della comunità locale ed anche fungendo da luoghi sacri per il “culto degli Antenati”. Il culto degli Antenati è probabilmente riferito ai Dis Angitibus (CIL IX, n. 3515), figli di Angitia (Ancites), la “Signora dei Morti” del mondo fucense, che sembra sia emersa gradualmente come divinità individuale, derivando da divinità collettive, e definendo via via caratteri sia solari sia ctoni, legati all’ambito funerario e a quello agrario.

Le grandi necropoli italiche dell’età del Ferro sono riconoscibili nel territorio esaminato a S. Pelino, Antrosano, Castelnuovo e sul Colle Sabulo, sui piani sottostanti i centri fortificati già descritti. Per i ritrovamenti di Antrosano e della Valle Solegara, si tratta di materiali provenienti da tombe relative al precedente centro safino situato sulle alture della successiva colonia romana. Da una necropoli situata ai piedi di Antrosano e un’altra fra lo stesso e Cappelle, provengono tre dischi-corazza in lamina di bronzo a decorazione geometrica, databili dalla fine dell’VIII secolo fino al termine del VII secolo a.C., ora conservati al Museo Archeologico di Perugia e nel Museo Preistorico Etnografico “L. Pigorini” di Roma.

Una grande necropoli italica doveva estendersi a Valle Solegara alla località “Monumento” lungo il percorso della Via Valeria, dove ora si trovano i resti di tre mausolei a torre di età imperiale romana. Qui, nel passato, furono ritrovati numerosi materiali riferibili a tombe del VII-V secolo a.C.: gladi a stami di ferro, punte di lance di ferro, fibule di bronzo, e una coppia di dischi-corazza di bronzo con decorazione geometrica del VII secolo a.C. Sotto lo stesso S. Pelino, durante i lavori per la realizzazione dell’Autostrada A25, furono riportate alla luce sepolture italiche che hanno restituito una bella spada di ferro con elsa a crociera del VI-V secolo a.C.

Di notevole importanza è la necropoli di Colle Sabulo o “Campo dei Gentili” di Avezzano, la cui scoperta si deve ai lavori del Torlonia per il prosciugamento del Fùcino, e la cui prima descrizione è data dall’Orlandi. Qui vennero rinvenute sepolture profonde a fossa, coperte da grosse pietre, con armi in ferro e scudetti di bronzo della corazza a “balteo-disco” del VI secolo a.C. A minore profondità furono rinvenuti sarcofagi in pietra con suppellettile variabile, armi in ferro, lucerne, ampolle di terra cotta e un’anfora di tipo campano. L’unica epigrafe rinvenuta risale alla tarda età dell’Impero. Attualmente, sull’esteso banco, sorge il Cimitero Civico, dove riposano le vittime del terremoto del 1915.

Le armi in ferro rinvenute includevano: “spade, lance, cinture”, il che suggerisce che anche le sepolture a minore profondità siano riferibili a tombe databili dal VI al IV secolo a.C., oltre a quelle associate alla presenza coloniale romana albense. I materiali conservati in passato nel Museo Lapidario avezzanese documentano la fase italica della necropoli. Altre scoperte riscontrate nella necropoli di “Castelluccio” sono state descritte dallo iatosti che menziona il rinvenimento, fra le chiesette della Madonna di Loreto e di S. Antonio, di una inumazione maschile dell’età del ferro con un corredo composto da una lunga spada in ferro e una “targa di rame” (placca di cinturone?) in bronzo.

Le aree di culto dell’età del ferro includono il grande santuario in grotta di Ciccio Felice, scavato dal Radmilli nel 1956. Questo luogo di culto, dedicato probabilmente a una divinità della fecondità, presenta un notevole numero di ex-voto di età ellenistica, riferibili a organi genitali e forme umane. La struttura del santuario della prima età del ferro (VII secolo a.C.) consisteva in sei basi rettangolari ricavate sul piano roccioso della stanza esterna e orientate verso nord e nord-est: il Radmilli propone di riconoscervi basi legate a riti d’incubazione.

Dalla prima età del ferro fino al IV secolo, le valli del Liri e dell’Imele-Salto acquisirono un ruolo importante nel processo di diffusione delle genti safine nel Lazio e nelle loro guerre contro etruschi, latini e romani per il possesso delle fertili terre laziali. La prima presenza safina nel Latium adiectum è quella ernica, probabilmente nata dalle migrazioni stagionali delle genti fucensi. Questi “veria sacra” non erano spostamenti di masse, ma probabilmente di piccoli gruppi di lavoratori stagionali, artigiani o guerrieri safini in cerca di opportunità nel Lazio. Questa presenza è attesta dal VII secolo con un disco-corazza in lamina di bronzo e oggetti metallici rinvenuti in una stipe votiva d’Anagni.

I contatti con il mondo ernico sono documentati già dal VII secolo a.C., evidenziando l’allineamento con il re romano Tullio Ostilio durante la sua guerra con Albalonga. I Marsi colonizzavano Anagnia. Dal V secolo gli Ernici costituirono uno stato federale, il nomen Hernicum, che comprendeva centro politici-religiosi e diversi municipi. La posizione dei Marsi e il loro conflitto con Roma si documentano nel IV secolo a.C., dimostrando la complessità delle relazioni territoriali in questa area. La presenza marsa si estendeva verso i Piani Palentini e nella Valle di Nerfa, con indizi sulla loro attiva resistenza ai tentativi romani di stabilire colonie nel IV secolo.

Con il V secolo a.C., gli scontri tra le genti safine e le truppe romane aumentano, inserendosi nel conflitto riguardante il lago Fùcino. Il passo di Livio è stato oggetto di varie interpretazioni riguardo alla localizzazione di un centro fortificato. La nuova comprensione suggerisce una possibile ubicazione nel territorio sorano, legato a un centro volasco. Infine, si sottolinea come nel IV secolo a.C. l’alta valle del Liri acquisisse sempre più importanza per la conquista romana delle regioni safine adiacenti.

Riferimento autore: Giuseppe Grossi.

La prima età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.) si apre per il territorio avezzanese e fucense con sconvolgimenti climatici e sociali. I grandi villaggi del bronzo finale presenti nella piana fucense, posizionati sui ristretti limiti del lago dell’epoca, subirono un cambiamento climatico fatale. Questo evento segnò la fine di gran parte del sistema insediamentale perilacustre dell’età del Bronzo. Nei primi decenni del IX secolo a.C., infatti, la fase climatica di tipo “sub-continentale” o “sub-boreale”, caratterizzata da scarse piogge, si esaurì, e iniziò un nuovo periodo climatico, oceanico, freddo e umido, contraddistinto da abbondanti piogge. Il repentino innalzamento delle acque lacustri segnò inesorabilmente la fine degli insediamenti perilacustri come quello di Avezzano di Strada 6 e i più grandi di Luco ed Ortucchio (Irti-Grossi 1983, 346).

Questo sconvolgimento insediamentale fu talmente significativo da essere tramandato oralmente per secoli, fino all’età romana, attraverso la saga della “città” marsa di Archippe, sommersa dalle acque del Fùcino e fondata da Marsia re dei Lidi. La prima notizia della leggenda marsa viene dall’analista romano Gneo Gellio, vissuto nel II secolo a.C., e poi da Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), il quale riporta: “Gellianus auctor est lacu Fùcino haustum Marsorum oppidum Archippe conditum a Marsia duce Lydorum” (Plinio, Nat. Hist., III, 108 = Gellio, Hist., fr. 8 Peter). Questa saga, ricordata anche da altri autori del III secolo d.C. (Solino, II, 6), rappresenta il preciso ricordo orale dei Marsi sulla fine traumatica del più grande insediamento dell’età del Bronzo della Marsica fucense, ossia quello di Strada 28 di Ortucchio, con i suoi ben 30 ettari di superficie (Grossi 1980, 125, nota 17).

Con questi sconvolgimenti climatici e, soprattutto, con l’aumento dei conflitti sociali nell’area, la struttura “vicana”, basata su villaggi aperti messi in pianura o su terrazzi collinari, cessò nel IX secolo a.C. a favore dello sviluppo del fenomeno dell’“incastellamento”, portando a una nuova struttura insediamentale, “oppidanica”. Questa non era più basata su insediamenti di pianura, ma su villaggi d’altura, o “centri fortificati”, racchiusi da recinzioni lignee paliformi o da murature a secco, costruite con blocchi di pietra. Nascono così molte “cittadelle” fortificate safine, chiamate “ocres”, rette dal re (“raki” in lingua locale), principi guerrieri (“nerf”) e in eterno conflitto tra loro. Questo è evidenziato dagli apprestamenti difensivi e dai corredi tombali maschili dell’epoca, che presentano le prime armi di ferro (Grossi 1990a, 232-238).

Ci troviamo di fronte a una nuova “unità culturale” appenninica dei Safini (i Sabini delle fonti storiche romane), che dal IX al IV secolo a.C. si diffusero dalle conche e pianure fucensi e aquilane fino alle regioni vicine, raggiungendo la Romagna, la Calabria e il suolo laziale con Roma, dalla quale riceveranno dei re. Le recenti ricerche storiografiche e archeologiche stanno evidenziando l’importanza dell’elemento sabino nella creazione di Roma nell’età del ferro. Si è constatato che i primi re romani, escluso il leggendario Romolo, erano da ritenersi Sabini (Mumma, Pompilio, Tito Stazio e Anco Marzio), tutti componenti della tribù dei Tities (Bernardi 1988, 261-266).

Le genti italiche marsicane furono i protagonisti fondamentali di questa civiltà appenninica antica, con i propri usi e costumi funerari della “cultura fucense”, e con i loro conflitti e rapporti con il mondo etrusco-laziale e della Magna Grecia, comprese le guerre del V-IV secolo a.C. contro la potenza romana. La caratteristica fondamentale delle genti safine fucensi, oltre all’intensa produzione metallurgica in bronzo, è riscontrabile negli usi funerari. Infatti, esse usavano mettere accanto agli inumati, oltre alle armi offensive e difensive, solo oggetti e raro vasellame in metallo. Si rifiutava, quindi, il “rito del banchetto”, con il suo consumo di vino, un uso che mal si addiceva a un popolo guerriero. Quest’usanza è presente nelle sepolture dei popoli storici degli Aequi e dei Marsi, genti di “cultura fucense”.

L’elemento dominante dell’economia dell’area, oltre alla metallurgia, è rappresentato dalla pratica della guerra e dalla mobilità sociale geografica, espressa anche dal mercenariato (Tagliamonte 1994), abbinate a una modesta attività agricola e pastorale. È molto probabile che ci fosse una situazione d’estrema conflittualità fra i vari ocres safini per tutto il periodo dell’età del ferro, con guerre incessanti fra i tanti re che li dominavano. L’estrema enfatizzazione dell’aspetto guerriero nei corredi tombali maschili dell’epoca è una conferma diretta, come nel caso della necropoli di Colle Sabulo (S. Maria in Vico) di Avezzano e delle vicine necropoli italiche fucensi di Scurcola Marsicana, Cèlano, Lecce dei Marsi e di altre sepolture della Marsica.

Elemento distintivo dei gruppi guerrieri dominanti è la coppia di dischi-corazza in lamina di bronzo, utilizzata come difesa pettorale e dorsale dall’VIII al VI secolo a.C., prodotta da una metallurgia locale molto raffinata, con artigiani al servizio del raki e dei nerf (principi) (Grossi 1986b, 20-31; Papi 1990). Gli abitati fortificati si concentrarono sulle alture dominanti le piane e le valli della dorsale appenninica centrale e marsicana, in modo da controllare e difendere il territorio agricolo e di pascolo delle comunità locali. Di questi centri fortificati della prima età del ferro, chiamati “ocres” in lingua safina locale (o “oppida” e “castella” in latino), nel territorio di Avezzano ci sono testimonianze sulle alture dei monti di Avezzano e delle frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno.

Il primo di questi centri è posto sulla sommità chiamata “Colle degli Stabbi”, ex trecentesco “Monte Terrentinj”, alla quota di 963 metri sopra la Discenderia Maggiore dell’Emissario romano fucense, vicino al confine con Luco dei Marsi (“Cunicella”). Nel colle vicino, verso sud, nel medioevo esisteva un cippo detto “Pigna”, probabilmente un cippo confinale romano che continuò a segnare il limite fra la comunità avezzanese e la prepositura cassinese di S. Maria di Luco anche durante il medioevo e l’età moderna. Questo primo centro ha una forma ovoidale con scarse tracce di mura, circondando un’area interna di circa 0,5 ettari, e una porta riconoscibile sul versante nord-ovest. All’interno si rinvennero resti di tegolame, ceramica ad impasto e acroma.

Il secondo centro, sovrastante il Cimitero di Avezzano, è identificabile sulla quota 985, nota come “Castelluccio” di Monte Salviano. Presenta poche tracce di mura attorno a un’area ovoidale di circa 1,02 ettari, ma evidenti resti della strada perimetrale interna, numerosa ceramica ad impasto dell’età del ferro, ceramica acroma e qualche frammento di vasellame a vernice nera. Il toponimo attestato nel medioevo, Arrio, fa ipotizzare che il nome originale del centro fosse Arrium?

Il terzo centro è riconoscibile sull’altura di Monte Cimarani, ex “Cima Grande”, a quota 1108, ora occupata dai ripetitori televisivi. Presenta due fasi d’impianto che racchiudono un’area totale di circa 4,5 ettari: una prima, più antica, a forma ovoidale perfetta e una seconda con forma poligonale irregolare. All’interno, oltre a tegolame e frammenti di vasellame ad impasto e macine in trachite vulcanica, si rinvennero numerose scorie di ferro e, in minore quantità, di bronzo, testimoniando una consistente produzione metallurgica, in relazione ai vicini affioramenti di limonite ferrosa del monte.

Il quarto centro è situato sulla quota 1017, nota come “Colle di S. Silvestro”, sul versante orientale di Monte Cimarani, ai margini della medievale “Valle Pandulfa”. Di forma triangolare sul pendio, con superficie interna di circa 0,12 ettari, sono rinvenuti frammenti fittili relativi a tegolame, ceramica ad impasto e acroma di età italica e medievale (Grossi 1989a, 102, n. 48; 1990b, 79; 1991, 206, n. 49; 1995, 73, n. 54). Il nome di S. Silvestro, “Colletto con la chiesa di S. Silvestro”, deriva dalla presenza di un piccolo insediamento medievale dotato di chiesetta, dipendente dal feudo di Pietraquaria.

Il quinto è ben riconoscibile sull’altura di Monte S. Felice, quota 1030, che sovrasta la Stazione Ferroviaria di Cappelle. La sommità, erroneamente detta di S. Felice, era in passato chiamata “Cima di S. Giovanni d’Alezzo” o “di Alizio”. Qui si riconoscono i resti di tre cinte murarie, dotate di cinque porte a “corridoio interno obliquo”, e di due terrazzi interni con una superficie occupata di 2,6 ettari. Il numero delle recinzioni difensive suggerisce uno sviluppo cronologico del centro fortificato, dal primitivo nucleo ovoidale sommitale dell’età del Ferro alle altre due cinte delle epoche successive fino all’abbandono della fine del IV secolo, probabilmente a seguito della conquista romana.

Nel medioevo, sulla sommità della prima recinzione, fu realizzata, probabilmente su un terrazzo cultuale italico, la chiesa di Sancti Iohannis de Alitio, appartenente al feudo di Pietraquaria, di cui rimangono solo le fondazioni che disegnano la pianta di una struttura a tre piccole corte navate con abside centrale e una cisterna circolare esterna (Grossi 1990b, 66-74). Gli altri quattro centri sono posizionati sulle alture del medievale Mons Humanus, che sovrasta le frazioni di Castelnuovo, S. Pelino e Paterno. Il sesto sorge sull’altura di Monte Castello, quota 1242, che sovrasta a sud l’abitato di Castelnuovo, presentandosi come un centro fortificato di medie dimensioni rioccupato in età medievale dal castello-recinto di Castellum novum, citato nel Catalogus Baronum normanno del 1156.

Le necropoli di tombe a tumulo si trovano nelle pianure e colline vicine, costellate da alte steli monolitiche e statue iconiche raffiguranti i re guerrieri e le loro mogli. Queste estese necropoli, con i loro grandi tumuli circolari, rappresentano veri e propri “segnali” territoriali, esprimendo l’importanza della comunità locale ed anche fungendo da luoghi sacri per il “culto degli Antenati”. Il culto degli Antenati è probabilmente riferito ai Dis Angitibus (CIL IX, n. 3515), figli di Angitia (Ancites), la “Signora dei Morti” del mondo fucense, che sembra sia emersa gradualmente come divinità individuale, derivando da divinità collettive, e definendo via via caratteri sia solari sia ctoni, legati all’ambito funerario e a quello agrario.

Le grandi necropoli italiche dell’età del Ferro sono riconoscibili nel territorio esaminato a S. Pelino, Antrosano, Castelnuovo e sul Colle Sabulo, sui piani sottostanti i centri fortificati già descritti. Per i ritrovamenti di Antrosano e della Valle Solegara, si tratta di materiali provenienti da tombe relative al precedente centro safino situato sulle alture della successiva colonia romana. Da una necropoli situata ai piedi di Antrosano e un’altra fra lo stesso e Cappelle, provengono tre dischi-corazza in lamina di bronzo a decorazione geometrica, databili dalla fine dell’VIII secolo fino al termine del VII secolo a.C., ora conservati al Museo Archeologico di Perugia e nel Museo Preistorico Etnografico “L. Pigorini” di Roma.

Una grande necropoli italica doveva estendersi a Valle Solegara alla località “Monumento” lungo il percorso della Via Valeria, dove ora si trovano i resti di tre mausolei a torre di età imperiale romana. Qui, nel passato, furono ritrovati numerosi materiali riferibili a tombe del VII-V secolo a.C.: gladi a stami di ferro, punte di lance di ferro, fibule di bronzo, e una coppia di dischi-corazza di bronzo con decorazione geometrica del VII secolo a.C. Sotto lo stesso S. Pelino, durante i lavori per la realizzazione dell’Autostrada A25, furono riportate alla luce sepolture italiche che hanno restituito una bella spada di ferro con elsa a crociera del VI-V secolo a.C.

Di notevole importanza è la necropoli di Colle Sabulo o “Campo dei Gentili” di Avezzano, la cui scoperta si deve ai lavori del Torlonia per il prosciugamento del Fùcino, e la cui prima descrizione è data dall’Orlandi. Qui vennero rinvenute sepolture profonde a fossa, coperte da grosse pietre, con armi in ferro e scudetti di bronzo della corazza a “balteo-disco” del VI secolo a.C. A minore profondità furono rinvenuti sarcofagi in pietra con suppellettile variabile, armi in ferro, lucerne, ampolle di terra cotta e un’anfora di tipo campano. L’unica epigrafe rinvenuta risale alla tarda età dell’Impero. Attualmente, sull’esteso banco, sorge il Cimitero Civico, dove riposano le vittime del terremoto del 1915.

Le armi in ferro rinvenute includevano: “spade, lance, cinture”, il che suggerisce che anche le sepolture a minore profondità siano riferibili a tombe databili dal VI al IV secolo a.C., oltre a quelle associate alla presenza coloniale romana albense. I materiali conservati in passato nel Museo Lapidario avezzanese documentano la fase italica della necropoli. Altre scoperte riscontrate nella necropoli di “Castelluccio” sono state descritte dallo

Resta connesso con Terre Marsicane

TERRE MARSICANE MEWS

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Avezzano (AQ) n.9 del 12 novembre 2008 – Editore web solutions Alter Ego S.r.l.s. – Direttore responsabile Luigi Todisco.

copyright: TERREMARSICANE Servizi e Comunicazione S.r.l.s.

Informazioni e contatto

Invia suggerimenti o materiale integrativo

Utilizza il form sottostante per segnalare delle modifiche o inesattezze e inviare del materiale utile all'ottimizzazione dei contenuti