L’inizio del medioevo è indubbiamente segnato per la Marsica dall’arrivo dei Longobardi nella provincia Valeria nel 571-574 con la definitiva conquista nel 591 ad opera di Ariulfo, secondo Duca di Spoleto. La conquista non fu uniforme e si prolungò per circa 20 anni, in un arco cronologico di una certa estensione, ma con conseguenze comunque devastanti sulla grande maggioranza dei centri urbani e degli abitati rurali ancora esistenti, sottoposti a saccheggi e distruzioni. Sebbene esistesse un Ducato longobardo a Spoleto, il potere del suo duca non era dei più stabili sul territorio, visto l’eccessivo dinamismo delle famiglie guerriere longobarde dell’Italia centrale che autonomamente decidevano le direttrici di conquista e i loro insediamenti nelle aree conquistate.
La prova della pericolosità di quei tempi, dai Bizantini ai Longobardi, e alla difficoltà del vivere negli insediamenti di pianura, è data dal ritrovamento di materiali di quest’epoca sulle alture una volta occupate dai centri fortificati dei Marsi. Ceramica sigillata africana di VI secolo (tipo Hayes 87) è stata rinvenuta sul centro fortificato di Milionia a Rivoli di Ortona dei Marsi, sull’altura di S. Vittorino di Cèlano e di una fibula in bronzo a forma di pavone di VI-VII sempre sul Monte Secine di Aielli. Tali rinvenimenti attestano il ritorno, a scopo difensivo, sulle alture fra il VI e VII secolo da parte degli abitanti dei vici sottostanti di Caelum ed Agellum.
Uomini che riutilizzano tombe d’età giulio-claudia per le loro inumazioni nel corso del VI-VII secolo, come attestato nella necropoli di S. Agostino di Aielli. Indizi della distruttiva conquista longobarda sono, probabilmente, riscontrabili nei Piani Palentini e nell’area di Vico, con la fine delle locali strutture fondiarie tardoantiche romane che terminano la loro vita agli inizi del VII secolo.
Del dramma della primitiva conquista della Valeria provincia da parte delle famiglie longobarde, abbiamo l’accorata e diretta descrizione del papa Gregorio Magno che evidenzia l’uccisione per impiccagione di due monaci nella Valeria e la crudele decapitazione di un “venerabile diacono” nella Marsica. Da queste notizie si evidenzia la mancanza, per quel periodo, di vescovi nel territorio della Marsica, probabilmente fuggiti alle prime avvisaglie longobarde, ma soprattutto la presenza di monaci verosimilmente ancora addetti alla conversione dei gruppi pagani che sopravvivevano negli insediamenti rurali appenninici.
È significativo che dopo l’invasione longobarda non si abbia più notizia delle diocesi menzionate dalle fonti tardoantiche in Abruzzo, come Sulmo, Aufinum, Truentum ed Aufidena. Vengono meno anche le diocesi marsicane, non citate dalle fonti, ma deducibili dalle ricerche archeologiche e dalla sopravvivenza altomedievale del termine civitas (Marruvio, Alba, Antino e Carsoli), di cui solo quella marruvina, di cui abbiamo documentazione nel VI e VII secolo, sopravvivrà con il nome di Civitas Marsicana e si espanderà fino a comprendere gran parte della Marsica medievale.
Ben diversa sarà la sorte del vicino municipium di Marsi(s) Anxa, che essendo sede del santuario pagano più importante della Marsica subirà probabilmente le distruzioni cristiane nel corso del IV e V secolo. Rimane difficile spiegarsi la mancanza del termine civitas per la sua area urbana nell’altomedioevo, mentre questo termine è presente in tutti i siti marsicani occupati dai municipi romani. Quindi, una dannatio memoriae a spese della città-santuario marsa che, con il nome di Lucus e la sua chiesa di S. Maria, riapparirà alla luce dei documenti storici solo nel corso del X secolo.
In passato, prima della conquista longobarda del VI secolo, è possibile che il municipium marso di Antinum, come quello albense, sia stata sede di una primitiva diocesi cristiana dal IV-V secolo, vista la titolatura medievale di Civitate Antena e la sopravvivenza dell’abitato interno, nei limiti segnati dalle mura, sino al V-VI secolo con una contrazione notevole dal VII al X. Ancora nel 1183, con la bolla del Papa Lucio III, i confini della pieve di S. Stefano di Civita d’Antino comprendevano, oltre al territorio proprio della civitas con le sue numerose chiese, i territori di Morino, di Meta e di Rendinara.
Agli inizi del VII secolo la Valeria, ormai pienamente longobarda, è inserita nel Ducato di Spoleto con la nascita nella Marsica di una gastaldia locale retta da un gastaldius Marsorun residente nella Civitas Marsicana, e nella curte comitale di Apinianicum di Pescina. Nello stesso secolo, nel 608, un prete nativo dalla Marsica diventa papa col nome di Bonifacio IV.
Pur tuttavia, la conquista longobarda mette fine alle strutture amministrative romane ed anche alle primitive diocesi cristiane insediate negli ambiti municipali. Dei vecchi municipia d’Alba, Anxa, Marrubio ed Antino non rimane traccia alcuna. Dalle prime notizie dell’area fucense in tarda età longobarda e prima età franca sappiamo che i fundi e vici documentati in piena età imperiale romana sono in gran parte riutilizzati dalle ecclesie, celle, casalia, villae e curtes.
Nel 761 abbiamo la prima notizia, in un documento di Farfa, di un gastaldo longobardo dei Marsi. Del lungo periodo di occupazione longobarda del territorio non sono, allo stato attuale delle ricerche, attestate presenze dirette di tipo archeologico, ma sono segnalate dalla presenza del culto di S. Angelo ad Avezzano, ancora nel secolo XIV nella località “Fonte-Muscino”, culto specifico del mondo longobardo cristianizzato che vedeva nell’Angelo sterminatore la figura cultuale dell’Arimanno.
La seconda metà dell’ VIII secolo segna la fine del governo longobardo della Marsia, infatti, nel 774, la gastaldia dei Marsi in finibus Spoletii è conquistata da Carlo Magno e nuovamente inserita nell’ormai franco-longobardo Ducato di Spoleto, ma il potere locale continua ad essere dominato da funzionari longobardi, come risulta dalla citazione di duchi di Spoleto dal nome longobardo ed ancora, nell’879, dell’importante funzionario longobardo (sculdahis) Garibaldo, abitante con la moglie Scamberga nella Civitas Marsicana.
Grande importanza avrà la Marsica ed il territorio preso in esame, nel quadro dei numerosi conflitti che vedranno, di volta in volta, lo scontro fra Longobardi e Franchi, fra Normanni e Conti dei Marsi, fra Svevi ed Angioini. La vicina Valle Roveto assume un ruolo fondamentale, perché a Sora passava il confine, variabile, fra i ducati longobardi di Spoleto e Benevento. La continua lotta per il controllo di queste terre avrà conseguenze disastrose per la popolazione locale. Nel 937, per esempio, abbiamo notizia dell’invasione della Marsica da parte di una banda di predoni Ungari, che furono sconfitti da truppe congiunte dei Marsi e Peligni.
Con la conquista franca del Ducato di Spoleto, iniziano le prime testimonianze sulle chiese e monasteri benedettini del territorio avezzanese. La prima notizia riguardante l’area di Avezzano nell’alto medioevo è dell’anno 782, quando il duca di Spoleto Ildebrando concesse a Montecassino l’importante curtis longobarda di Paterno.
Per questa importante corte longobarda è da supporre che essa si sia sovrapposta a una villa e proprietà tardo-antica del territorio albense appartenuta a un Paternus, da cui probabilmente il termine di fundus Paternianus. La derivazione della curtis di Paterno da un prediale appare rafforzata dalla citazione della chiesa di S. Maria in Paterniano in un documento redatto nel secolo XI.
Ad ogni modo, la chiesa di S. Gregorio in Serviliano, anch’essa sovrapposta su un precedente fundus romano appartenuto a un Servilius, viene citata nel 899 e successivamente nel 1007, e anch’essa presenta tracce di un passato ben più antico di quanto si pensasse.
Intorno alla metà del X secolo conosciamo un abitante di Paterno chiamato Apici, che lasciò in eredità le sue proprietà dell’area a S. Maria di Luco. Si annoverano anche menzioni di una cella monastica dipendente dal monastero sangritano di S. Angelo in Barregio nel 873.
Il territorio di Avezzano era ormai saldamente inserito nella Diocesi dei Marsi, come attestato da una bolla del Papa Stefano IX inviata nel 1057 al Vescovo dei Marsi Pandolfo, in cui si conferma la giurisdizione su tutto il territorio marsicano.
Riferimento autore: Giuseppe Grossi.