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Testi tratti dal libro Avezzano e la sua storia (Testi a cura di Giovanni Pagani)
Gli avvenimenti politici che si svolsero nel Regno delle Due Sicilie e in ogni altra regione d’Italia durante il periodo del prosciugamento del Fùcino furono molteplici e tutti di straordinaria importanza. Questi eventi determinarono un profondissimo rivolgimento nell’organizzazione dei singoli Stati italiani, che scomparvero del tutto come tali, concorrendo alla formazione di un unico Stato libero, unito e indipendente. Nonostante l’attenzione fosse focalizzata principalmente sul prosciugamento del Fùcino, che per secoli aveva devastato la città e la regione marsa, i fatti rivoluzionari non lasciarono indifferenti gli avezzanesi e gli altri cittadini della Marsica. L’attività svolta in proposito fu vivace e varia tra le fazioni politiche.
Ad alimentare i contrasti contribuirono le nuove condizioni di benessere, per cui le popolazioni marse, con a capo quella di Avezzano, nutrivano gratitudine verso i Borboni, che più volte si erano interessati delle loro sorti, specialmente Ferdinando II. Egli sostenne l’idea del prosciugamento integrale del Fùcino, ne promosse l’iniziativa e ne vide porre le basi per una grandiosa realizzazione, liberando i paesi fucensi da un incubo secolare. Si deve inoltre ricordare che le nuove condizioni di benessere furono percepite in ogni settore sociale fin dall’inizio dei lavori, i quali assorbirono un numero straordinario di quattromila lavoratori, tutti provenienti dalla Marsica; il loro salario costituì il motivo primo del miglioramento economico locale.
Nonostante ciò, si notarono anche simpatizzanti e assertori di un ordine nuovo avverso al governo borbonico, specialmente tra professionisti e intellettuali. Questi non mancarono di far sentire il peso della loro partecipazione al movimento rivoluzionario nazionale. La spedizione di Crimea, il Congresso di Parigi, la seconda guerra d’indipendenza e i moti dell’Italia Centrale prepararono il terreno per un cambiamento di regime nello Stato del Sud d’Italia. La morte di Ferdinando II, avvenuta a Caserta il 22 maggio 1859, sembrò accelerare il destino della sua dinastia. Questo re energico e sagace, talvolta maltrattato con esagerata violenza, seppe amministrare saggiamente il suo regno, promuovendo costruzioni pubbliche, come la prima ferrovia in Italia, la Napoli-Portici, e allacciando Napoli e la Sicilia con una vasta rete telegrafica a sistema elettrico.
Alla sua morte, gli succedette Francesco II, giovane inesperto che pagò la sua inesperienza con la perdita del trono. Gli eventi precipitarono: l’agitazione era vivissima in Sicilia, dove il moto liberale borghese trovava sostegno nelle aspirazioni autonomistiche. La notte del 5 maggio 1860, dallo scoglio di Quarto, prese il via la spedizione dei Mille, condotta da Giuseppe Garibaldi, il quale, sbarcato a Marsala, occupò rapidamente l’isola, ingrossando le sue fila con numerosi volontari siciliani. Allora Francesco II, il 25 giugno, proclamò lo Statuto e concesse l’amnistia ai condannati politici, senza però riuscire a fermare la marcia di Garibaldi, che il 7 settembre entrò a Napoli quasi da solo, invitato dal Presidente del Ministero Costituzionale, Liborio Romano.
Si opposero solo le cittadelle di Messina e di Civitella del Tronto, e le fortezze di Capua e di Gaeta, dove Francesco II con le truppe rimastegli fedeli mostrò un coraggio incredibile nella valorosa difesa. Seguì la discesa di Vittorio Emanuele II nel territorio napoletano, l’incontro a Teano con Garibaldi, il quale, dopo averlo salutato “Re d’Italia”, si ritirò nella piccola isola di Caprera. Il 21 ottobre si tenne il plebiscito, che portò all’annessione di Napoli e della Sicilia al regno sabaudo.
Le operazioni contro la fortezza di Gaeta si protrassero a lungo a causa della tenace resistenza delle truppe borboniche. Il 13 febbraio 1861, Francesco II si ritirò a Roma, ospite del papa Pio IX. La fortezza di Civitella del Tronto resistette fino al 21 marzo, mentre il 17 marzo 1861 il re sardo-piemontese assunse il titolo di Re d’Italia, continuando a farsi chiamare Vittorio Emanuele II. L’unificazione dell’Italia assunse un carattere annessionistico-monarchico, piuttosto che rivoluzionario, secondo lo spirito risorgimentale. Il popolo italiano non ebbe modo di riflettere sulla forma di Stato appropriata.
L’Italia fu divisa in province e circondari, con un prefetto e un sottoprefetto di nomina regia per garantire l’unità e l’autorità dello Stato. Il sindaco, anch’esso di nomina regia nei primi tempi, era affiancato da un Consiglio comunale eletto dal popolo. Questa organizzazione non era nuova, existendo già nel regno di Napoli, confermata da Ferdinando I al suo ritorno. Ciononostante, il popolo, in gran parte contadino, analfabeta e povero, si dimostrò estraneo al movimento nazionale. I partecipi coscienti rappresentavano una minoranza, e la coscrizione obbligatoria generò una diffusa delusione, soprattutto in Sicilia.
L’unità nazionale portò a una fusione dei debiti e all’aumento delle tasse nel Meridione, dove l’agricoltura e le attività economiche languivano. Molti contadini iniziarono a vedere il nuovo governo come una minaccia alle loro tradizioni, mentre le condizioni economiche peggiorarono con il passaggio dei beni demaniali a nuovi proprietari. Ciò portò a un crescente malcontento. La vendita dei vasti beni demaniali dell’ex-regno borbonico aumentò la miseria dei contadini, aggravando la situazione e dando origine a conflitti.
Rispose a questo malcontento il fenomeno del brigantaggio, che si manifestò come guerriglia partigiana. Fino al 1866, si contarono numerosi combattenti meridionali uccisi o condannati durante i combattimenti. Il brigantaggio meridionale venne visto come un fenomeno di delinquenza e represso severamente, con fucilazioni di quanti venivano catturati. Anche tra i sostenitori dei Borboni si verificò una mancanza di discriminazione tra briganti e leale opposizione. La popolazione di Avezzano appariva indifferente, ma aspettava eventi che potessero ridare vita ai Borboni. Anche i lavori per il prosciugamento del Fùcino contribuirono a preoccuparli, in quanto la situazione politica si inaspriva.
Il l’ottobre del 1860 portò un ulteriore allarme, e il 3 ottobre la concentrazione di guardie nazionali ad Avezzano, provenienti da varie città, sfociò in eventi drammatici. I garibaldini uccisero un contadino per l’apparentemente innocente affermazione di lealtà a Francesco II. La serata del 9 ottobre portò a un’esplosione di sentimenti anti-garibaldini ad Avezzano, culminando nella riottosa liberazione dei prigionieri politici e nel saccheggio delle case dei liberali.
La rivolta di Avezzano si estese a tutta la Marsica, provocando sollevazioni in paesi vicini come Cèlano, Scurcola e altri, con l’unica eccezione di Magliano e Gioia dei Marsi. I ribelli invitarono il colonnello La Grange a occupare la Marsica con le sue truppe, che giunsero a ottobre dando avvio a una serie di eventi tumultuosi. L’occupazione avvenne tra difficoltà e fuggitivi, mentre i borbonici cercavano di mantenere il controllo. Si assisteva a una vera guerra civile, con tragici eventi e massacri che ancora oggi informano la memoria collettiva della Marsica.
Riferimento autore: Giovanni Pagani.
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