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Cenni Storici

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Dal giudizio severo di Edward Lear alla rinascita di Avezzano, scopri come una città trascurata divenne un vivace centro commerciale e culturale.

Il più noto viaggiatore straniero dell’Ottocento che visitò la Marsica è l’inglese Edward Lear. Nel suo “Viaggio illustrato nei Tre Abruzzi” (1843-1844), egli menziona Avezzano, esprimendo inizialmente un giudizio severo: “benché Capo di Distretto, Avezzano non è un centro promettente; le sue strade sono mediocri e prive di interesse”. Ll riconosce, tuttavia, il fervore del raccolto di grano e descrive il castello eretto dai Colonna nel Quattrocento come un buon esempio di residenza baronale. La mancanza di locande costringe i visitatori a cercare ospitalità in case modeste, come “casa Corradini”, dal cui aspetto traspare un certo malessere. Un secondo passaggio è pervaso dalla stessa critica, con un ricordo di un “branco di scatenati asini” al posto dei maiali, mentre un terzo passaggio conferma il legame di Avezzano con i contadini delle sue campagne.

Un altro viaggiatore, il barone Richard Keppel Craven, si mostra più ottimista, affermando che Avezzano, pur essendo ben costruita, non ha nulla di notevole. Negli anni successivi, specialmente dopo l’unità d’Italia e i conflitti tra borbonici e piemontesi, la città inizia a cambiare, acquisendo una fisionomia più moderna grazie al prosciugamento del Fùcino e alla scelta di Avezzano come sede del “principe” Torlonia. Questo processo la trasforma in un importante centro commerciale, superando la tradizione di Pescina, Cèlano e Tagliacozzo, che stanno degradando agrariamente.

Con la costruzione della ferrovia Roma-Sulmona nel 1888 e la nascita di uno zuccherificio, Avezzano entra in una fase industriale senza pari in Abruzzo. Nicola Marcone, nel suo “Viaggio al lago dei Marsi”, descrive una città trasformata, con strade ben asfaltate, palazzi magnifici e una piazza centrale degna di una capitale. Il contrasto tra il passato e la nuova realtà è palpabile; Avezzano è ora un centro commerciale vivace, con un traffico intenso di beni e prodotti freschi. Il Fùcino, bonificato e ristrutturato, aggiunge valore alla trasformazione della regione, elevando il profilo sociale ed economico della città.

Tuttavia, neppure trent’anni dopo, nel 1912, nonostante i miglioramenti infrastrutturali, la realtà rimane complessa. Raffaele Colapietra mette in luce le carenze del sistema educativo e i problemi socio-economici di Avezzano, descrivendo un quadro di disorganizzazione e abbandono. L’input positivo di Marcone si scontra con una visione critica di Colapietra, segnando un’evidente divergenza nelle percezioni di Avezzano. Questo porta a domandarsi: era la città un luogo di “integrati” o divenne presto una realtà di “apocalittici”? Il futuro potrà sì offrirci una visione chiarificatrice su un passato complesso e variegato.

Riferimento autore: Angelo Melchiorre.

Il più noto viaggiatore straniero dell’Ottocento tra coloro che visitarono la Marsica in quell’epoca è certamente l’inglese Edward Lear. Costui, in Viaggio illustrato nei Tre Abruzzi (1843-1844), accenna ben tre volte ad Avezzano, e le prime due volte il suo giudizio è alquanto limitativo.

Il primo passo suona così: “Benché Capo di Distretto, Avezzano non è un centro dall’aspetto promettente; vi sono alcuni bei palazzi e conventi, ma l’effetto generale delle sue strade è mediocre e privo di interesse. Essa non discende – io credo – da alcuna antica città […]”. Le uniche considerazioni positive Lear le esprime di fronte al fervore del raccolto del grano, i cui “fasci erano portati sul terreno comunale di fronte alla porta di Avezzano, il cui bel castello, costruito dai Colonna nel quindicesimo secolo, fa distinta mostra di sé all’ingresso del paese ed è un buon esemplare di residenza baronale”.

In questa città (anzi, paese) non si trova neppure una locanda, e il povero visitatore deve accontentarsi della modesta e fastidiosa ospitalità concessagli in “casa Corradini”, con “due letti assai malfatti […], l’aspetto maculato delle pareti […], il pensieroso pigolío di un afflitto pulcino con una sola ala […], lo sgradito e orribile vino cotto”. Il curioso e insolito spettacolo dei maiali che, la sera, rientrano di corsa in dittà, rende più movimentato e degno di ricordo questo primo impatto del viaggiatore inglese con la cittadina marsicana.

Il secondo passo non è altro che la ripetizione del motivo iniziale: solo che, al posto dei maiali, vi è adesso “uno sterminato branco di scatenati asini”, e l’invalido pulcino conosciuto all’arrivo si è tragicamente “suicidato in una tinozza d’acqua”. Nel terzo passo, Avezzano è solo indirettamente ricordata, perché Lear, nel percorrere i Campi Palentini, incontra generosi e cordiali contadini provenienti “dal mercato di Avezzano” e una simpatica vecchietta, che gli vende “per la somma di un grano” ben mezzo cocomero, grosso e rinfrescante.

Un altro celebre viaggiatore ottocentesco, anche lui inglese, il barone Richard Keppel Craven, se la sbriga con poche parole, pur mostrandosi più generoso del Lear nell’affermare che Avezzano, “posta in una zona perfettamente pianeggiante, con ampie strade e solide abitazioni spaziose”, presenta, al suo interno, “un aspetto decoroso”. Ma, più avanti, anch’egli avanza serie riserve, scrivendo che “l’interno di Avezzano, città comunque ben costruita, non ha niente di notevole, ad eccezione, forse, dell’abbigliamento delle donne, che è particolarmente semplice e di buon gusto”.

La Avezzano della prima metà dell’Ottocento, dunque, è ancora un piccolo borgo contadino, pur essendo già divenuta nel 1811 capoluogo di Distretto e sede della Sottintendenza (una delle quattro dell’Abruzzo Ulteriore II). Solo dopo l’unità d’Italia, e dopo essere stata per alcuni mesi (tra il 1860 e il 1862) luogo di scontri fra borbonici e piemontesi, Avezzano comincia ad assumere fisionomia più moderna e dimensioni di vera e propria “città”.

È soprattutto il prosciugamento del Fùcino (e la conseguente scelta di Avezzano come sede del “principe” Torlonia) a trasformare la città “in effettiva capitale commerciale ed economica della zona, in grado di soverchiare tanto la tradizione diocesana e culturale di Pescina, quanto quelle feudali di Cèlano e Tagliacozzo, ormai degradate a livello agrario o modestamente proprietario”.

Qualche anno dopo, con la costruzione della ferrovia Roma-Sulmona, l’inaugurazione della stazione (anno 1888) e la creazione dello zuccherificio, proprio Avezzano segna il passaggio “ad una fase industriale che, in Abruzzo, esclusivamente nella vecchia valle del Pescara […] era all’epoca riuscita a realizzarsi, ma mai a contatto di un nucleo urbano vero e proprio considerevole come Avezzano“. I nuovi visitatori della città, quindi, possono esprimere il loro stupore e la loro ammirazione nel vedere una città ampliata e rinnovata in così breve tempo.

Nicola Marcone, autore di un interessante Viaggio al lago dei Marsi e suoi dintorni, scrive: “Giace Avezzano in perfetta pianura, è quasi tutta rifatta a nuovo, compreso l’antichissimo Castello; ha vie regolari, ben lastricate, ed è adorna di superbi palazzi. Venti anni or sono quelle strade erano impraticabili per completa mancanza di acquedotti e di selciati […], tutto il paese era immerso in una poltiglia di fango che quei signori ricordano con ribrezzo, orgogliosi di aver provveduto al decoro e alla salute della intera città”.

Il contrasto fra quei “tempi passati” e la realtà attuale, per il Marcone, è evidentissimo: adesso Avezzano possiede una magnifica piazza, quella intitolata ad Alessandro Torlonia, “senza esagerazione degna d’una Capitale: tutta circondata di edifici costruiti con disegno quasi uniforme, contornata di rare piante ornamentali, con larghe strade per ogni verso, ha nel mezzo un enorme parterre d’un vivo verde, che miglior tappeto non potrebbe convenire a quella specie di galleria!”.

E, ancora, il Marcone descrive, con toni esultanti, il “vastissimo palazzo del Principe”, con annessa “Foresteria”, i “superbi granai, riboccanti de’ nuovi prodotti del lago”, la “cattedrale” (di S. Bartolomeo) splendente “di maestà nuova” e con un magnifico organo: insomma, una città vera e propria, resa tale anche dal comportamento, civile e industrioso, dei suoi abitanti, sobri, laboriosi, attivissimi, dediti più al commercio che ai lavori di campagna.

Lungo le sue strade non si corre il rischio di incontrarvi “poveraglia”, e nemmeno “gente lacera o pitocca”; i mercati d’un tempo si sono trasformati in Fiere; il traffico commerciale è intensissimo, tanto che vi “s’incrociano i carri di grano, di fagioli, di bellissime e ricercate patate, di fresche verdure, e soprattutto di mele e pere stupende, che esportano ne’ grandi centri di consumo e specialmente in Roma”.

Nelle vicinanze, lo spettacolo affascinante del nuovo Fùcino, quello prosciugato e bonificato, con le sue aziende agricole, le stalle ultramoderne, i capaci “magazzini generali”, gli abbondanti suoi prodotti. Insomma, nel giro di pochi decenni, l’arcaica e misera Avezzano del Lear e del Keppel Craven si è trasformata nel mirabile gioiello architettonico e sociale di cui ci parla Nicola Marcone.

Ma quale credito si può dare sia agli uni, sia all’altro? Non c’è, forse, il pericolo che i primi fossero condizionati da fattori psicologici e culturali, e il secondo da motivazioni “politiche”? In fondo, nessuno dei tre autori accenna mai a quelle realtà, più nascoste ma anche più vere e profonde, che costituiscono, da sempre, la storia degli uomini e la storia delle città: e, cioè, le realtà sociali, morali, culturali, le cosiddette “strutture” profonde della vita dei popoli, da cui nascono le loro grandezze, ma anche le loro miserie.

Noi sappiamo, ad esempio, che l’Abruzzo di quegli ultimi decenni dell’Ottocento è travagliato da gravi e drammatici problemi: la fame, l’emigrazione, lo spopolamento montano, l’analfabetismo, le disuguaglianze sociali. E, nella Marsica fucense, hanno inizio ben presto i contrasti per l’affitto o il subaffitto del “Bacinetto”, per la definizione dei rapporti tra gli antichi proprietari e il nuovo “feudatario”, per le richieste dei Comuni ex-ripuari, per lo sfruttamento dei braccianti, per la questione dell’istruzione pubblica.

“Il 15 novembre 1881, sulla Gazzetta di Aquila – come ricorda Raffaele Colapietra – “si era letta una descrizione nerissima dello stato dell’istruzione pubblica ad Avezzano, il ginnasio municipale abolito per soppressione del sussidio di 1800 lire annue, asilo infantile e scuole tecniche ancora sulla carta malgrado l’affollarsi di petizioni, deliberazioni municipali, commissioni, offerte, le scuole elementari in perfetto abbandono, gli esami ad arbitrio degli insegnanti […], 600 ettari demaniali da cui non si sapeva cavare altro che 5 mila lire annue, strade rurali costruite in gran numero per tramutare gli orti in siti edificatori […], la costruzione del forno comunale lasciata a mezzo, l’appaltatore della luce lasciato senza petrolio, siti comunali adibiti a pubbliche latrine, le acque piovane non incanalate, il Salviano non rimboschito ed i confini con Luco non determinati, il Comune stesso addirittura sfrattato dal castello Orsini per morosità, le 85 mila lire del legato latosti per l’ospedale ridotte a 30 mila per malversazioni d’ogni genere, un quadro impressionante, insomma, di disorganizzazione […]”.

Ancora trent’anni dopo, esattamente nel 1912, nonostante la creazione di nuove strutture materiali (palazzi, strade, scuole, zuccherificio, banche, ferrovie), i risultati si dimostrano notevolmente inferiori alle aspettative, come avviene per lo zuccherificio: “[…] non i 1900 lavoratori preventivati, ma soltanto 850, più una quarantina impiegati nell’annesso opificio per la fabbrica dell’alcool dalla melassa […]”.

Le sorridenti notazioni di Nicola Marcone si sono, dunque, rovesciate in questa quasi apocalittica descrizione di Colapietra, il quale per altro non fa che ribadire valutazioni e giudizi negativi già espressi da numerosi critici del prosciugamento. E allora? A chi dar credito? Avezzano tra il 1880 e il 1915 era quella degli “integrati” (per parafrasare una fortunata espressione di Umberto Eco) o quella degli “apocalittici”? Non spetta a noi dare una risposta definitiva. Probabilmente, la conoscenza di nuovi documenti e anche una minore animosità ideologica nei confronti del nostro recente passato potranno, un giorno, consentirci di rivedere il tutto con occhi diversi e con l’animo sgombro di “passioni”.

Riferimento autore: Angelo Melchiorre.

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Ospitalità e servizi

Il più noto viaggiatore straniero dell’Ottocento tra coloro che visitarono la Marsica in quell’epoca è certamente l’inglese Edward Lear. Costui, in Viaggio illustrato nei Tre Abruzzi (1843-1844), accenna ben tre volte ad Avezzano, e le prime due volte il suo giudizio è alquanto limitativo.

Il primo passo suona così: “Benché Capo di Distretto, Avezzano non è un centro dall’aspetto promettente; vi sono alcuni bei palazzi e conventi, ma l’effetto generale delle sue strade è mediocre e privo di interesse. Essa non discende – io credo – da alcuna antica città […]”. Le uniche considerazioni positive Lear le esprime di fronte al fervore del raccolto del grano, i cui “fasci erano portati sul terreno comunale di fronte alla porta di Avezzano, il cui bel castello, costruito dai Colonna nel quindicesimo secolo, fa distinta mostra di sé all’ingresso del paese ed è un buon esemplare di residenza baronale”.

In questa città (anzi, paese) non si trova neppure una locanda, e il povero visitatore deve accontentarsi della modesta e fastidiosa ospitalità concessagli in “casa Corradini”, con “due letti assai malfatti […], l’aspetto maculato delle pareti […], il pensieroso pigolío di un afflitto pulcino con una sola ala […], lo sgradito e orribile vino cotto”. Il curioso e insolito spettacolo dei maiali che, la sera, rientrano di corsa in dittà, rende più movimentato e degno di ricordo questo primo impatto del viaggiatore inglese con la cittadina marsicana.

Il secondo passo non è altro che la ripetizione del motivo iniziale: solo che, al posto dei maiali, vi è adesso “uno sterminato branco di scatenati asini”, e l’invalido pulcino conosciuto all’arrivo si è tragicamente “suicidato in una tinozza d’acqua”. Nel terzo passo, Avezzano è solo indirettamente ricordata, perché Lear, nel percorrere i Campi Palentini, incontra generosi e cordiali contadini provenienti “dal mercato di Avezzano” e una simpatica vecchietta, che gli vende “per la somma di un grano” ben mezzo cocomero, grosso e rinfrescante.

Un altro celebre viaggiatore ottocentesco, anche lui inglese, il barone Richard Keppel Craven, se la sbriga con poche parole, pur mostrandosi più generoso del Lear nell’affermare che Avezzano, “posta in una zona perfettamente pianeggiante, con ampie strade e solide abitazioni spaziose”, presenta, al suo interno, “un aspetto decoroso”. Ma, più avanti, anch’egli avanza serie riserve, scrivendo che “l’interno di Avezzano, città comunque ben costruita, non ha niente di notevole, ad eccezione, forse, dell’abbigliamento delle donne, che è particolarmente semplice e di buon gusto”.

La Avezzano della prima metà dell’Ottocento, dunque, è ancora un piccolo borgo contadino, pur essendo già divenuta nel 1811 capoluogo di Distretto e sede della Sottintendenza (una delle quattro dell’Abruzzo Ulteriore II). Solo dopo l’unità d’Italia, e dopo essere stata per alcuni mesi (tra il 1860 e il 1862) luogo di scontri fra borbonici e piemontesi, Avezzano comincia ad assumere fisionomia più moderna e dimensioni di vera e propria “città”.

È soprattutto il prosciugamento del Fùcino (e la conseguente scelta di Avezzano come sede del “principe” Torlonia) a trasformare la città “in effettiva capitale commerciale ed economica della zona, in grado di soverchiare tanto la tradizione diocesana e culturale di Pescina, quanto quelle feudali di Cèlano e Tagliacozzo, ormai degradate a livello agrario o modestamente proprietario”.

Qualche anno dopo, con la costruzione della ferrovia Roma-Sulmona, l’inaugurazione della stazione (anno 1888) e la creazione dello zuccherificio, proprio Avezzano segna il passaggio “ad una fase industriale che, in Abruzzo, esclusivamente nella vecchia valle del Pescara […] era all’epoca riuscita a realizzarsi, ma mai a contatto di un nucleo urbano vero e proprio considerevole come Avezzano“. I nuovi visitatori della città, quindi, possono esprimere il loro stupore e la loro ammirazione nel vedere una città ampliata e rinnovata in così breve tempo.

Nicola Marcone, autore di un interessante Viaggio al lago dei Marsi e suoi dintorni, scrive: “Giace Avezzano in perfetta pianura, è quasi tutta rifatta a nuovo, compreso l’antichissimo Castello; ha vie regolari, ben lastricate, ed è adorna di superbi palazzi. Venti anni or sono quelle strade erano impraticabili per completa mancanza di acquedotti e di selciati […], tutto il paese era immerso in una poltiglia di fango che quei signori ricordano con ribrezzo, orgogliosi di aver provveduto al decoro e alla salute della intera città”.

Il contrasto fra quei “tempi passati” e la realtà attuale, per il Marcone, è evidentissimo: adesso Avezzano possiede una magnifica piazza, quella intitolata ad Alessandro Torlonia, “senza esagerazione degna d’una Capitale: tutta circondata di edifici costruiti con disegno quasi uniforme, contornata di rare piante ornamentali, con larghe strade per ogni verso, ha nel mezzo un enorme parterre d’un vivo verde, che miglior tappeto non potrebbe convenire a quella specie di galleria!”.

E, ancora, il Marcone descrive, con toni esultanti, il “vastissimo palazzo del Principe”, con annessa “Foresteria”, i “superbi granai, riboccanti de’ nuovi prodotti del lago”, la “cattedrale” (di S. Bartolomeo) splendente “di maestà nuova” e con un magnifico organo: insomma, una città vera e propria, resa tale anche dal comportamento, civile e industrioso, dei suoi abitanti, sobri, laboriosi, attivissimi, dediti più al commercio che ai lavori di campagna.

Lungo le sue strade non si corre il rischio di incontrarvi “poveraglia”, e nemmeno “gente lacera o pitocca”; i mercati d’un tempo si sono trasformati in Fiere; il traffico commerciale è intensissimo, tanto che vi “s’incrociano i carri di grano, di fagioli, di bellissime e ricercate patate, di fresche verdure, e soprattutto di mele e pere stupende, che esportano ne’ grandi centri di consumo e specialmente in Roma”.

Nelle vicinanze, lo spettacolo affascinante del nuovo Fùcino, quello prosciugato e bonificato, con le sue aziende agricole, le stalle ultramoderne, i capaci “magazzini generali”, gli abbondanti suoi prodotti. Insomma, nel giro di pochi decenni, l’arcaica e misera Avezzano del Lear e del Keppel Craven si è trasformata nel mirabile gioiello architettonico e sociale di cui ci parla Nicola Marcone.

Ma quale credito si può dare sia agli uni, sia all’altro? Non c’è, forse, il pericolo che i primi fossero condizionati da fattori psicologici e culturali, e il secondo da motivazioni “politiche”? In fondo, nessuno dei tre autori accenna mai a quelle realtà, più nascoste ma anche più vere e profonde, che costituiscono, da sempre, la storia degli uomini e la storia delle città: e, cioè, le realtà sociali, morali, culturali, le cosiddette “strutture” profonde della vita dei popoli, da cui nascono le loro grandezze, ma anche le loro miserie.

Noi sappiamo, ad esempio, che l’Abruzzo di quegli ultimi decenni dell’Ottocento è travagliato da gravi e drammatici problemi: la fame, l’emigrazione, lo spopolamento montano, l’analfabetismo, le disuguaglianze sociali. E, nella Marsica fucense, hanno inizio ben presto i contrasti per l’affitto o il subaffitto del “Bacinetto”, per la definizione dei rapporti tra gli antichi proprietari e il nuovo “feudatario”, per le richieste dei Comuni ex-ripuari, per lo sfruttamento dei braccianti, per la questione dell’istruzione pubblica.

“Il 15 novembre 1881, sulla Gazzetta di Aquila – come ricorda Raffaele Colapietra – “si era letta una descrizione nerissima dello stato dell’istruzione pubblica ad Avezzano, il ginnasio municipale abolito per soppressione del sussidio di 1800 lire annue, asilo infantile e scuole tecniche ancora sulla carta malgrado l’affollarsi di petizioni, deliberazioni municipali, commissioni, offerte, le scuole elementari in perfetto abbandono, gli esami ad arbitrio degli insegnanti […], 600 ettari demaniali da cui non si sapeva cavare altro che 5 mila lire annue, strade rurali costruite in gran numero per tramutare gli orti in siti edificatori […], la costruzione del forno comunale lasciata a mezzo, l’appaltatore della luce lasciato senza petrolio, siti comunali adibiti a pubbliche latrine, le acque piovane non incanalate, il Salviano non rimboschito ed i confini con Luco non determinati, il Comune stesso addirittura sfrattato dal castello Orsini per morosità, le 85 mila lire del legato latosti per l’ospedale ridotte a 30 mila per malversazioni d’ogni genere, un quadro impressionante, insomma, di disorganizzazione […]”.

Ancora trent’anni dopo, esattamente nel 1912, nonostante la creazione di nuove strutture materiali (palazzi, strade, scuole, zuccherificio, banche, ferrovie), i risultati si dimostrano notevolmente inferiori alle aspettative, come avviene per lo zuccherificio: “[…] non i 1900 lavoratori preventivati, ma soltanto 850, più una quarantina impiegati nell’annesso opificio per la fabbrica dell’alcool dalla melassa […]”.

Le sorridenti notazioni di Nicola Marcone si sono, dunque, rovesciate in questa quasi apocalittica descrizione di Colapietra, il quale per altro non fa che ribadire valutazioni e giudizi negativi già espressi da numerosi critici del prosciugamento. E allora? A chi dar credito? Avezzano tra il 1880 e il 1915 era quella degli “integrati” (per parafrasare una fortunata espressione di Umberto Eco) o quella degli “apocalittici”? Non spetta a noi dare una risposta definitiva. Probabilmente, la conoscenza di nuovi documenti e anche una minore animosità ideologica nei confronti del nostro recente passato potranno, un giorno, consentirci di rivedere il tutto con occhi diversi e con l’animo sgombro di “passioni”.

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