Testi tratti dal libro 13 gennaio 1915 Il terremoto della Marsica (Testi a cura di Enzo Gentile*)
Il New York Times, di sabato 17 gennaio 1915, riporta le impressioni di un accompagnatore d’eccezione del re Vittorio Emanuele nella sua visita ad Avezzano. Si tratta nientemeno che di Guglielmo Marconi, che dichiarò, tra l’altro: “Avezzano ha assolutamente cessato di vivere. A Messina, alcuni edifici, specialmente quelli di lungo mare, davano l’impressione di essere ancora intatti in quanto le facciate erano sopravvissute alle scosse mentre soltanto gli interni erano crollati. Non è così ad Avezzano. Nessun muro è rimasto in piedi. Sembra come se la città sia stata ridotta in polvere da una gigantesca macchina”.
Ma l’inventore del telegrafo non poteva certo trascurare, in quella eccezionale occasione, la possibilità di mettere in rilievo come quel mezzo fosse risultato utile. Raccontò, infatti, al suddetto giornale che, avvertito da un carrettiere, un ferroviere telegrafista, sistemato un telegrafo su un carro merci, aveva inviato a Roma le prime notizie del disastro. Chissà se qualcuno lo informò, mentre accompagnava il re fra le macerie di Avezzano e di Pescina, che il tentativo di quei due volenterosi che si erano serviti della sua invenzione era stato vanificato dal fatto che il messaggio non era stato firmato da un sottoprefetto, essendo quest’ultimo rimasto sotto le macerie.
Ma seguiamo, ancora per un attimo, il racconto dello scienziato al giornale americano: “Durante il primo giorno dopo il disastro, i soccorritori erano così pochi da non poter persino provare a scavare in posti nei quali provenivano invocazioni di aiuto, tanto da dover piantare paletti qua e là in punti del genere con la speranza di poter ritornare più tardi con forze adeguate per tirar fuori le persone imprigionate. Quando tuttavia i soccorritori sono veramente arrivati, la maggior parte di quelle voci erano state ridotte al silenzio e i paletti erano lì soltanto ad indicare i luoghi dove giacevano i corpi delle vittime”.
Tutto ciò mentre la gente di Avezzano aveva dovuto fare una scelta drammatica: abbandonare il disseppellimento dei cadaveri per concentrare tutti gli sforzi nel salvataggio dei sepolti vivi. Oggi, nel Fùcino, in una località vicina ad Ortucchio, sorgono gli impianti della Telespazio, grazie ai quali, via satellite, è possibile il collegamento tra i vari continenti. All’ingresso di questo complesso, forse per uno di quei particolari capricci che, ogni tanto, anche la Storia si concede, è stata installata la chiglia del panfilo Elettra, a bordo del quale Marconi fece, per anni, importanti esperimenti.
Nel secolo scorso, un pittore danese, C. Zahrtmann, scoprì, capitando per caso a Civita d’Antino, la straordinaria luce che illumina la Valle Roveto. Fra l’altro, aveva scoperto in una casa gentilizia una pinacoteca e una biblioteca di incredibile ricchezza. Ma, soprattutto, il pittore, specializzato sia nella paesaggistica che nella ritrattistica, aveva scoperto, oltre alla luce che illuminava la Valle, anche degli splendidi occhi che illuminavano il volto di una modella. Fatto sta che ne nacque una vera e propria scuola di pittori danesi che andarono a vivere, per lunghi periodi, a Civita d’Antino.
La mattina del terremoto, essendosi protratta quella frequentazione per alcuni decenni, in paese vi era il giovane pittore D. Hvidt che, incontrando a Roma, pochi giorni dopo, un suo più illustre connazionale, G. Joergensen, venuto a vivere in Italia e soprattutto in Assisi dopo la sua conversione al cattolicesimo, così gli racconta: “Ah, è tremendo, terribile! Tutti gli uomini con i quali ho vissuto durante questi ultimi otto mesi, si da conoscere anche le loro famiglie e la storia dei loro amori, sono morti tutti insieme, uccisi in un lampo, in un batter d’occhio… Finivo di vestirmi quando osservai che il pavimento cominciava a muoversi… il movimento divenne più forte, accompagnato da un sordo rumore… dal soffitto cominciò a venir giù il calcinaccio tutto intorno a me, e vidi le mura oscillare, tremare. Allora ebbi netta la sensazione che tutto stava per crollare”.
Come uscii fuori? Non lo so… Nel parco dietro l’antico palazzo Ferrante, che si chiamava il Vaticano di Civita d’Antino per la sua vastità, s’era rifugiata una grande folla… I due danesi decidono immediatamente di aggiungersi ai soccorritori volontari e lo scrittore racconta il loro passaggio attraverso i paesi distrutti. Qui ci limitiamo a riportare alcune pagine in cui Joergensen racconta l’arrivo al paese così caro a tanti suoi connazionali: “Questa è Civita d’Antino: questa era Civita d’Antino: Fuirnus Troes. Lentamente camminarono per la cittadina, guidati da Sante, il basso e tarchiato marito di Teresa, la modella prediletta dei pittori danesi. Sante ci guida parzialmente, identificando una dopo l’altra le case crollate”.
La visita prosegue ed il racconto diventa sempre più tragico: “Mi appresso a due donne che guardano in basso nel cumulo delle macerie dove si sta scavando; penso che sia una cantina: ma che è una camera di un primo piano, tanto si ammassano in alto le macerie. Ovunque si incontrano i superstiti a piccoli gruppi… parlano sottovoce, quasi per timore, scambiandosi la domanda ansiosa: – È vivo? È viva?”.
Del pari interessante e commovente appare il reportage di Giovanni Cena. Si tratta di una testimonianza preziosa che conferma, tra l’altro, le considerazioni che, purtroppo, si son dovute sin qui fare sui ritardi che aggravarono i contorni già drammatici di quella immane tragedia. “Fa uno strano effetto – dice comunque l’illustre scrittore – rileggere i giornali del pomeriggio e della sera del 13. L’Agenzia Stefani dà notizia di danni in paesi della provincia romana situati all’estrema periferia del centro del disastro. Di Avezzano voci contraddittorie: si aspettano notizie dal sottoprefetto – che era morto insieme a quasi tutti gli altri funzionari dello Stato”.
Eppure a Tivoli alle 14 vi sono già dei feriti, giunti in treno da Avezzano, i quali affermano che la città è tutta spianata. Eppure la notizia di Avezzano è stata telegrafata a Roma da Tagliacozzo alle 11 del mattino. A tarda notte si hanno notizie gravi da Sora, da Sulmona, da Aquila, da Teramo: la zona è vasta… La linea ferroviaria fra Avezzano e Roma funziona, ma essendo ad un solo binario e con forti pendenze, funziona in modo lentissimo.
Il giorno 17 il tragitto durava ancora 12 ore! Anche questa volta l’opera privata fu più sollecita che l’azione governativa, quantunque entrambe troppo impari al bisogno. Tosto da Roma e da altri centri partirono, oltre a gruppi di soccorso e a squadre di pompieri, numerose automobili cariche di viveri e di indumenti, che si distribuirono lungo la via Valeria e la strada di Mapoli, nei paesi del Fùcino e delle valli del Liri e del Salto. Ma i paeselli di montagna – molti sono situati sopra i mille metri e parecchi non hanno che strade mulattiere – attesero a lungo assistenza e viveri.
Il che sarebbe stato prezioso e lodevole il primo giorno diventa insufficiente e criticabile il quarto e il quinto. Otto giorni dopo la catastrofe la distribuzione di viveri e coperte era regolare, ma allora occorrevano già le baracche. Interessante appare anche una nota che il Cena aggiunge al suo racconto, e che così recita: “Ventimila profughi sono oggi generosamente ospitati in Roma”. Ma è urgente sottrarre il maggior numero possibile di superstiti alle intemperie di eccezionale intensità che imperversano quest’anno nella Marsica.
Mantenerli nelle città vicine, anche offrendo loro lavoro, sarebbe più facile e meno costoso al Governo che approvvigionarli sui luoghi, in attesa che vi siano costruiti dei ripari sufficienti.
I1 Cena, però, continua: “… ma le stesse obiezioni valgono per la guerra, più rara che non, ahimé, il terremoto in Italia. Eppure vi si dedica una preparazione permanente e meravigliosa per la sua complessità”. Nella lettera pastorale di Mons. Bagnoli, citata all’inizio di questo lavoro, si legge, fra l’altro: “… la Marsica, figli dilettissimi, risorgerà, e risorgerà presto. Le cause della rinascita sono nella Marsica stessa. La ricchezza della nostra regione è nella terra meravigliosamente feconda; è nell’indole e nelle abitudini della razza laboriosa ed onesta”.
Che dire di più, se non che la fede portò a Mons. Pio Marcello Bagnoli, in quell’ora così triste e drammatica, anche virtù profetiche?
Riferimento autore: Associazione Teatrale Abruzzese e Molisana, L’Aquila.