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Terremoto Del 1915. I Soccorsi

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Il terremoto del 1915 in Marsica: mons. Bagnoli rivela la tragedia collettiva in una Marsica devastata e dimenticata.

Il lutto che ci addolora non è lutto di individui o di famiglie, ma è lutto di stirpe e di razza. Questa profonda riflessione di Mons. Pio Marcello Bagnoli, Vescovo dei Marsi, esprime in modo incisivo la tragedia che ha colpito Avezzano e l’intera Marsica il 13 gennaio 1915. Attraverso rapporti dalle diverse parrocchie, Bagnoli ebbe una chiara visione dell’entità della catastrofe, con migliaia di morti, feriti e danni strutturali devastanti. La Chiesa cattolica si mobilitò in modo significativo per fornire aiuti immediati ai superstiti, organizzando assistenza materiale e morale per affrontare le conseguenze della calamità. Il Papa, Benedetto XV, si recò al Lazzaretto di Santa Maria per visitare i feriti, mostrando una carità che trascendeva le questioni politiche. La sua visita avvenne in un contesto di emergenza estrema, mentre le comunicazioni tra Roma e le aree colpite erano gravemente compromesse. I diversi resoconti, tra cui quello di Rosario Javicoli, evidenziarono la frustrazione dei superstiti, che lamentavano l’assenza di soccorsi tempestivi e appropriati. Le testimonianze esasperanti mettevano in evidenza i ritardi nei soccorsi governativi, con attacchi diretti della politica a Salandra e alla sua gestione della crisi. Il XX secolo iniziava con la forte scossa del terremoto, ma anche con il rifiuto sistematico di riconoscere la gravità della situazione. Durante il suo intervento parlamentare del 29 marzo 1915, Erminio Sipari denunciava non solo i ritardi dell’intervento governativo, ma anche l’assurdità della mancanza di misure preventive, come l’invio di aerei per esplorare l’area colpita. Malgrado i segnali evidenti, il governo, ostinatamente, si era mostrato sottovalutativo, con conseguenze devastanti e inaccettabili. Tra le tante voci di protesta, emerge quella di Ferdinando Pompei, il quale denunciava la completa mancanza di aiuti a Cèlano, un paese annientato quasi per intero dal sisma. La sua richiesta di attenzione su un vero dramma umano, vissuto da un’intera comunità, risuonava come un grido di aiuto che rimaneva in gran parte inascoltato. Anche a distanza di giorni, le condizioni di vita rimanevano atroci, come attesta l’intervento di Nardelli, che descriveva l’assenza di strutture di supporto per le vittime in grave difficoltà. A testimoniare la straordinarietà del momento, anche un gruppo di irredentisti partì da diverse regioni per portare soccorso ai lazzaretti e alle macerie. Entrando in Avezzano, erano colpiti non solo dalle rovine, ma anche dalla disperazione di coloro che avevano perso tutto. I racconti dell’epoca, oggi riportati, svelano un’umanità in movimento, pronta a rispondere alla tragedia e alla devastazione, nonostante i ritardi e le indifferenze governative. Le cicatrici del 1915 restano le memorie di una lotta per la sopravvivenza e l’assistenza collettiva.

Riferimento autore: Enzo Gentile.

Testi tratti dal libro 13 gennaio 1915 Il terremoto della Marsica (Testi a cura di Enzo Gentile*)

“Il lutto che ci addolora non è lutto di individui o di famiglie: è lutto di stirpe e di razza”. Questa considerazione, contenuta nella lettera pastorale che Mons. Pio Marcello Bagnoli, Vescovo dei Marsi, inviò al clero ed al popolo della sua diocesi per la quaresima del 1915, definisce con rara efficacia ciò che avvenne in Avezzano e nell’intera Marsica all’alba del 13 gennaio 1915. Attraverso le notizie che gli erano giunte dalle parrocchie, esistenti in tutti i paesi colpiti dal tremendo sisma, Mons. Bagnoli possedeva notizie precise sul numero dei morti, dei feriti e dei dispersi, così come delle chiese e delle case distrutte.

D’altra parte, la Chiesa cattolica, attraverso vie diverse e a volte anche contrastanti, fu partecipe attentissima delle necessità dei superstiti di quel disastro. Pochi purtroppo ebbero in termini di cure, distribuzione di cibo, ricovero per gli orfani e riorganizzazione di un minimo di vita civile. L’inviato speciale della Nazione, Rosario Javicoli, in un servizio pubblicato il 14 gennaio, testimonia dell’immediatezza di tale atteggiamento della Chiesa, scrivendo: “Possiamo assicurare che alle 11,30 S.S. Benedetto XV è uscito dal Vaticano e si è recato al Lazzaretto di Santa Maria ove ha visitato un centinaio di feriti”. Il Pontefice si è trattenuto a colloquio con i feriti, apprendendo i particolari dell’immane disastro e esortandoli ad avere fiducia nella misericordia del Signore. Ha anche distribuito i soccorsi.

Benedetto XV si recò al Lazzaretto attraversando il cavalcavia interno che dal Vaticano conduce a Santa Maria. La notizia è confermata dal commissariato di pubblica sicurezza. Il Papa parlò con un giovanetto quattordicenne moribondo ed ha distribuito medaglie ai feriti. Nel Lazzaretto una donna ha partorito un bambino morto. Ci sarebbe da chiedersi se a qualcuno sia venuto mai in mente di censire un bambino nato morto nel Lazzaretto di Santa Maria fra le vittime del terremoto.

Di grande significato è il commento del corrispondente La Nazione, che aggiungeva: “L’uscita di S.S. dal Vaticano è ritenuta uno di quei fattori storici di capitale importanza, che da soli valgono a definire più che uno stato d’animo, tutta un’epoca”. Rosario Javicoli era uno dei tanti inviati che, in treno, durante la notte tra il 13 ed il 14 gennaio, raggiunsero Tagliacozzo, l’ultima stazione in qualche modo ancora praticabile della ferrovia che da Roma raggiungeva la Marsica. L’impatto con la realtà che si trovarono dinanzi fu drammatico: gli appelli dei superstiti che fuggivano senza meta e la consapevolezza che i soccorsi registravano spaventosi ritardi presentavano ai loro occhi un panorama desolato.

“Un altro segno – scrive ancora Javicoli – che siamo vicini al luogo della catastrofe più grande (Avezzano n.d.r.) ce l’offrono alcuni giovanotti che vedendoci e scambiandoci per autorità costituite, ci investono poco garbatamente: – Sono 10 ore che migliaia di persone sono sotto le macerie; dieci ore che c’è gente senza casa, senza nulla e a Roma non si provvede e da Roma non si manda nulla”. Già, l’intervento di Roma! Fu tempestivo, come sostennero poi le autorità di governo, o tragicamente lento come affermano i critici?

Il discorso polemico dell’On. Erminio Sipari, cugino di Benedetto Croce e deputato del Collegio Pescina-Pescasseroli, tenuto in Parlamento il 29 marzo 1915, durante una seduta convocata per convertire in legge i decreti emanati dopo il terremoto, colpì direttamente Salandra, allora Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni. “Quella mattina – esordì Sipari – il sisma fu nitidamente avvertito anche qui a Roma…”. E faceva riferimento al calcolo delle onde sismiche che rivelava chiaramente l’epicentro a circa cento chilometri di distanza, dedotto dalla comunicazione immediata al Ministro dell’Interno.

La risposta della Chiesa e delle autorità fu quindi oggetto di analisi critica. Sipari affermò che l’epicentro del terremoto doveva essere stato collocato a circa cento chilometri di distanza, benché la Marsica e la Ciociaria rimanessero nell’ombra. La sua denuncia di ritardi nella risposta governativa fu forte e incisiva, esprimendo il senso di urgenza e necessità dei soccorsi.

Tra le proteste dei sostenitori di Salandra, Sipari aggiunse imperterrito: “Secondo un’intervista rilasciata ad alcuni giornali da un funzionario delle ferrovie, abbiamo appreso che, alla stazione di Roma, erano stati approntati due treni speciali. Non vedendo, però, giungere nessun soccorso, né di soldati, né di sanità…”. Il giovane deputato abruzzese, con quel discorso, distrusse l’idea che i ritardi fossero stati determinati dalle notizie giunte a Salandra solo verso le ore diciannove del 13 gennaio.

Infine, torno su Nardelli, che su Il Giornale d’Italia del 22 gennaio scriveva delle terribili condizioni post-terremoto: “Non c’è ancora in funzione una sola cucina economica e non una baracca che ripari dal freddo”. Le persone, recuperate, erano sottoposte a gravissime sofferenze e si trovavano sotto un cielo minaccioso. Tuttavia, si registrò immediatamente anche un forte senso di solidarietà, come dimostra il gruppo di irredentisti che partì per le zone devastate, segnando l’inizio di azioni umanitarie immediate.

Riferimento autore: Enzo Gentile.

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Testi tratti dal libro 13 gennaio 1915 Il terremoto della Marsica (Testi a cura di Enzo Gentile*)

“Il lutto che ci addolora non è lutto di individui o di famiglie: è lutto di stirpe e di razza”. Questa considerazione, contenuta nella lettera pastorale che Mons. Pio Marcello Bagnoli, Vescovo dei Marsi, inviò al clero ed al popolo della sua diocesi per la quaresima del 1915, definisce con rara efficacia ciò che avvenne in Avezzano e nell’intera Marsica all’alba del 13 gennaio 1915. Attraverso le notizie che gli erano giunte dalle parrocchie, esistenti in tutti i paesi colpiti dal tremendo sisma, Mons. Bagnoli possedeva notizie precise sul numero dei morti, dei feriti e dei dispersi, così come delle chiese e delle case distrutte.

D’altra parte, la Chiesa cattolica, attraverso vie diverse e a volte anche contrastanti, fu partecipe attentissima delle necessità dei superstiti di quel disastro. Pochi purtroppo ebbero in termini di cure, distribuzione di cibo, ricovero per gli orfani e riorganizzazione di un minimo di vita civile. L’inviato speciale della Nazione, Rosario Javicoli, in un servizio pubblicato il 14 gennaio, testimonia dell’immediatezza di tale atteggiamento della Chiesa, scrivendo: “Possiamo assicurare che alle 11,30 S.S. Benedetto XV è uscito dal Vaticano e si è recato al Lazzaretto di Santa Maria ove ha visitato un centinaio di feriti”. Il Pontefice si è trattenuto a colloquio con i feriti, apprendendo i particolari dell’immane disastro e esortandoli ad avere fiducia nella misericordia del Signore. Ha anche distribuito i soccorsi.

Benedetto XV si recò al Lazzaretto attraversando il cavalcavia interno che dal Vaticano conduce a Santa Maria. La notizia è confermata dal commissariato di pubblica sicurezza. Il Papa parlò con un giovanetto quattordicenne moribondo ed ha distribuito medaglie ai feriti. Nel Lazzaretto una donna ha partorito un bambino morto. Ci sarebbe da chiedersi se a qualcuno sia venuto mai in mente di censire un bambino nato morto nel Lazzaretto di Santa Maria fra le vittime del terremoto.

Di grande significato è il commento del corrispondente La Nazione, che aggiungeva: “L’uscita di S.S. dal Vaticano è ritenuta uno di quei fattori storici di capitale importanza, che da soli valgono a definire più che uno stato d’animo, tutta un’epoca”. Rosario Javicoli era uno dei tanti inviati che, in treno, durante la notte tra il 13 ed il 14 gennaio, raggiunsero Tagliacozzo, l’ultima stazione in qualche modo ancora praticabile della ferrovia che da Roma raggiungeva la Marsica. L’impatto con la realtà che si trovarono dinanzi fu drammatico: gli appelli dei superstiti che fuggivano senza meta e la consapevolezza che i soccorsi registravano spaventosi ritardi presentavano ai loro occhi un panorama desolato.

“Un altro segno – scrive ancora Javicoli – che siamo vicini al luogo della catastrofe più grande (Avezzano n.d.r.) ce l’offrono alcuni giovanotti che vedendoci e scambiandoci per autorità costituite, ci investono poco garbatamente: – Sono 10 ore che migliaia di persone sono sotto le macerie; dieci ore che c’è gente senza casa, senza nulla e a Roma non si provvede e da Roma non si manda nulla”. Già, l’intervento di Roma! Fu tempestivo, come sostennero poi le autorità di governo, o tragicamente lento come affermano i critici?

Il discorso polemico dell’On. Erminio Sipari, cugino di Benedetto Croce e deputato del Collegio Pescina-Pescasseroli, tenuto in Parlamento il 29 marzo 1915, durante una seduta convocata per convertire in legge i decreti emanati dopo il terremoto, colpì direttamente Salandra, allora Presidente del Consiglio e Ministro degli Interni. “Quella mattina – esordì Sipari – il sisma fu nitidamente avvertito anche qui a Roma…”. E faceva riferimento al calcolo delle onde sismiche che rivelava chiaramente l’epicentro a circa cento chilometri di distanza, dedotto dalla comunicazione immediata al Ministro dell’Interno.

La risposta della Chiesa e delle autorità fu quindi oggetto di analisi critica. Sipari affermò che l’epicentro del terremoto doveva essere stato collocato a circa cento chilometri di distanza, benché la Marsica e la Ciociaria rimanessero nell’ombra. La sua denuncia di ritardi nella risposta governativa fu forte e incisiva, esprimendo il senso di urgenza e necessità dei soccorsi.

Tra le proteste dei sostenitori di Salandra, Sipari aggiunse imperterrito: “Secondo un’intervista rilasciata ad alcuni giornali da un funzionario delle ferrovie, abbiamo appreso che, alla stazione di Roma, erano stati approntati due treni speciali. Non vedendo, però, giungere nessun soccorso, né di soldati, né di sanità…”. Il giovane deputato abruzzese, con quel discorso, distrusse l’idea che i ritardi fossero stati determinati dalle notizie giunte a Salandra solo verso le ore diciannove del 13 gennaio.

Infine, torno su Nardelli, che su Il Giornale d’Italia del 22 gennaio scriveva delle terribili condizioni post-terremoto: “Non c’è ancora in funzione una sola cucina economica e non una baracca che ripari dal freddo”. Le persone, recuperate, erano sottoposte a gravissime sofferenze e si trovavano sotto un cielo minaccioso. Tuttavia, si registrò immediatamente anche un forte senso di solidarietà, come dimostra il gruppo di irredentisti che partì per le zone devastate, segnando l’inizio di azioni umanitarie immediate.

Riferimento autore: Enzo Gentile.

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