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Mario Pomilio. Lingua E Dialetti

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Mario Pomilio, tra riflessioni linguistiche e resistenza culturale, rivendica il valore intrinseco dei dialetti contro la mera strumentalità del linguaggio.

Il profilo di Mario Pomilio come romanziere e critico militante non può tralasciare la sua forte riflessione sulla lingua, che rinasce attorno al ’60 in risposta agli sperimentalismi stilistici. Pomilio si oppone a posizioni come quella di Pasolini, secondo cui la lingua sarebbe solo un mezzo, e a Moravia, che identificava l’adozione del gergo dialettale come segno di disgregazione sociale. Pomilio sostiene, con argomentazioni incisive, che il linguaggio, sia nel dialetto che nella forma letteraria, ha un valore che trascende la mera strumentalità e la divisione di classe, evidenziando la storicità e l’autonomia dei dialetti, che emergono come lingue complete, espressioni di una comunità piuttosto che di una singola classe sociale.

Richiamandosi a Manzoni, Pomilio sottolinea che i dialetti sono vere lingue in grado di esprimere ogni sfumatura della società. Allo stesso modo, si rifà al marxista Stalin, che sosteneva che la lingua fosse un prodotto collettivo. Il processo attuale di mescolanza tra dialetti e lingua letteraria segna, per Pomilio, un passo verso una “koine” nazionale, frutto non solo della burocrazia ma anche della comunità. Questo tema è paragonabile all’idea di Gramsci di un linguaggio nazional-popolare e riflette l’interesse di Leopardi per un linguaggio adatto all’universalità.

Tuttavia, Pomilio critica gli attuali tentativi di integrare i dialetti nella lingua letteraria, li considera aristocratici e antipopolari perché richiedono una traduzione mentale da parte del lettore, complicando la comprensione. Lamenta la perdita della “grande lezione” di Dante, il quale, usando un linguaggio innovativo, sapeva fondere il popolare e il letterario senza scompensi. Pomilio evidenzia come Dante avesse il coraggio di abbracciare il popolaresco, riuscendo a creare una lingua unificata, senza mai perdere di vista il “senso” del linguaggio nazionale.

Il discorso di Pomilio affronta anche il passato neorealista, evidenziando come molti scrittori contemporanei, come Mastronardi, propongano visioni oggettive del reale, sacrificando l’ideale e la passione per un linguaggio più immediato. Pomilio, tuttavia, mette in guardia contro questa tendenza, sottolineando l’importanza di preservare la coscienza morale nel linguaggio. La riflessione si conclude con la convinzione che resistere in nome della lingua non significa solo sostenere una forma, ma scrivere storie che rappresentino la nostra storia.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante, a cura del prof. Vittoriano Esposito.

Questo profilo di Mario Pomilio romanziere e critico militante si arricchisce se si considera un tema che ha visto Pomilio estremamente impegnato negli ultimi anni: la questione della lingua. Negli anni ’60, questa questione è rinata con più vigore, in parte a causa degli sperimentalismi stilistici di certi neorealisti e poi neoavanguardisti. Per Pomilio, questo è un tema non puramente formale, ma ancorato al discorso generale e fondamentale sull’uomo.

La posizione di Pomilio emerge dal suo rifiuto di credere, come Pasolini, che “la lingua non è che un mezzo” e da quella di Moravia secondo cui l’adozione del gergo dialettale nella narrativa italiana sarebbe “il sintomo della disgregazione della borghesia”. Le sue argomentazioni mostrano che il linguaggio, sia nelle forme dialettali che in quelle letterarie, non può avere un valore puramente strumentale e tantomeno classista. Pomilio afferma che è facile dimenticarsi delle origini storiche dei dialetti, i quali, normali sviluppi del latino, hanno valore e struttura di lingue organiche e autonome.

Poiché questi dialetti hanno sempre potuto rispondere ai bisogni di tutti gli strati sociali, sono stati storicamente il mezzo espressivo di una comunità intera. Pomilio cita Manzoni, il quale nella Lettera al Carena definiva i dialetti “vere lingue” che la società utilizza per esprimersi. Qui, Pomilio ricorda anche le parole di Stalin, che in un articolo del ’50 affermava che la lingua era stata creata da tutta la società e da tutte le classi.

Pomilio, riaffermando il carattere storico e sociale del linguaggio, osserva che il rimescolio attuale in Italia tra dialetti e lingua letteraria non è un caso isolato; esprime invece uno spirito unificante e ascensionale, mirato alla creazione di una sorta di “koine” nazionale. Questo fenomeno implica che anche le classi popolari stanno contribuendo all’elaborazione linguistica e ripropone la questione del linguaggio nazional-popolare ipotizzato da Gramsci, e di quella “parità di linguaggio” tra scrittori e nazione che Leopardi auspicava.

Allo stesso tempo, però, Pomilio critica gli attuali tentativi di innesto diretto dei dialetti nella lingua, considerandoli aristocratici e antipopolari. Tali approcci possono risultare complessi per i lettori meno addottrinati, rendendo difficile la comprensione di un discorso bilingue, dove il dialetto è scelto attraverso il gusto di uno scrittore che scrive prima in lingua letteraria e richiede al lettore uno sforzo di traduzione.

Questa posizione si ricollega a quanto accadeva nel ‘500, quando gli scrittori modellavano il volgare sul latino, creando una frattura tra italiano scritto e parlato. Pomilio fa riferimento a Dante, evidenziando come il sommo poeta avesse una coscienza pratica del problema linguistico. Dante accettava l’idiomatico e il familiare, ma senza perdere mai di vista le esigenze del linguaggio cardinalmente completo da cui partiva. L’essenza del suo processo consiste nel fondere dialettalità e popolarità in un risultato unilinguistico superore.

Pomilio osserva che Dante attua una “dialettica del ricambio linguistico”, rompendo la staticità del volgare aulico e includendo il popolare in uno stile letterario personale. Questo è un processo che si ritrova anche nelle opere di Manzoni e Verga, autori che hanno cercato una narrativa popolare, realizzando il passaggio dal dialetto alla lingua in un modo che ha reso possibile esprimere pienamente il proprio mondo spirituale e artistico.

Pomilio distingue inoltre tra dialetto e lingua, sostenendo che il dialetto rappresenta l’indistinto e il mero. In contrasto, la lingua è storicizzata e riflette la personalità dell’artista. Così, il discorso sulle sperimentazioni stilistiche coinvolge anche il problema dei contenuti: non si creano valori nuovi attraverso esercitazioni artificiali, ma l’efficacia di un’opera d’arte dipende dalle sue idee e messaggi più che dalle soluzioni formali.

Un chiaro esempio è offerto da Boccaccio, considerato “scrittore popolare” per i suoi contenuti, nonostante soluzioni formali non propriamente popolari. Analogamente, Lucio Mastronardi con il suo Calzolaio di Vigevano esemplifica una tendenza a privilegiare tecniche espressive rispetto ai messaggi. Molti giovani narratori degli anni ’60, seguendo Mastronardi, hanno scelto una visione oggettiva del reale, rinunciando all’intelligenza ordinatrice del linguaggio.

Infine, Pomilio esprime il suo scetticismo sulla possibilità di risalire attraverso il dialetto dalla letteratura dell’oggettività alla coscienza storica. Egli sostiene che resistere all’esplosione dialettale degli ultimi anni significa mantenere una coscienza morale e continuare a scrivere storie della nostra storia. Questo studio di Pomilio, ricco di argomentazioni e conoscenze letterarie, risulta tra i migliori recenti sulla questione della lingua.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

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Questo profilo di Mario Pomilio romanziere e critico militante si arricchisce se si considera un tema che ha visto Pomilio estremamente impegnato negli ultimi anni: la questione della lingua. Negli anni ’60, questa questione è rinata con più vigore, in parte a causa degli sperimentalismi stilistici di certi neorealisti e poi neoavanguardisti. Per Pomilio, questo è un tema non puramente formale, ma ancorato al discorso generale e fondamentale sull’uomo.

La posizione di Pomilio emerge dal suo rifiuto di credere, come Pasolini, che “la lingua non è che un mezzo” e da quella di Moravia secondo cui l’adozione del gergo dialettale nella narrativa italiana sarebbe “il sintomo della disgregazione della borghesia”. Le sue argomentazioni mostrano che il linguaggio, sia nelle forme dialettali che in quelle letterarie, non può avere un valore puramente strumentale e tantomeno classista. Pomilio afferma che è facile dimenticarsi delle origini storiche dei dialetti, i quali, normali sviluppi del latino, hanno valore e struttura di lingue organiche e autonome.

Poiché questi dialetti hanno sempre potuto rispondere ai bisogni di tutti gli strati sociali, sono stati storicamente il mezzo espressivo di una comunità intera. Pomilio cita Manzoni, il quale nella Lettera al Carena definiva i dialetti “vere lingue” che la società utilizza per esprimersi. Qui, Pomilio ricorda anche le parole di Stalin, che in un articolo del ’50 affermava che la lingua era stata creata da tutta la società e da tutte le classi.

Pomilio, riaffermando il carattere storico e sociale del linguaggio, osserva che il rimescolio attuale in Italia tra dialetti e lingua letteraria non è un caso isolato; esprime invece uno spirito unificante e ascensionale, mirato alla creazione di una sorta di “koine” nazionale. Questo fenomeno implica che anche le classi popolari stanno contribuendo all’elaborazione linguistica e ripropone la questione del linguaggio nazional-popolare ipotizzato da Gramsci, e di quella “parità di linguaggio” tra scrittori e nazione che Leopardi auspicava.

Allo stesso tempo, però, Pomilio critica gli attuali tentativi di innesto diretto dei dialetti nella lingua, considerandoli aristocratici e antipopolari. Tali approcci possono risultare complessi per i lettori meno addottrinati, rendendo difficile la comprensione di un discorso bilingue, dove il dialetto è scelto attraverso il gusto di uno scrittore che scrive prima in lingua letteraria e richiede al lettore uno sforzo di traduzione.

Questa posizione si ricollega a quanto accadeva nel ‘500, quando gli scrittori modellavano il volgare sul latino, creando una frattura tra italiano scritto e parlato. Pomilio fa riferimento a Dante, evidenziando come il sommo poeta avesse una coscienza pratica del problema linguistico. Dante accettava l’idiomatico e il familiare, ma senza perdere mai di vista le esigenze del linguaggio cardinalmente completo da cui partiva. L’essenza del suo processo consiste nel fondere dialettalità e popolarità in un risultato unilinguistico superore.

Pomilio osserva che Dante attua una “dialettica del ricambio linguistico”, rompendo la staticità del volgare aulico e includendo il popolare in uno stile letterario personale. Questo è un processo che si ritrova anche nelle opere di Manzoni e Verga, autori che hanno cercato una narrativa popolare, realizzando il passaggio dal dialetto alla lingua in un modo che ha reso possibile esprimere pienamente il proprio mondo spirituale e artistico.

Pomilio distingue inoltre tra dialetto e lingua, sostenendo che il dialetto rappresenta l’indistinto e il mero. In contrasto, la lingua è storicizzata e riflette la personalità dell’artista. Così, il discorso sulle sperimentazioni stilistiche coinvolge anche il problema dei contenuti: non si creano valori nuovi attraverso esercitazioni artificiali, ma l’efficacia di un’opera d’arte dipende dalle sue idee e messaggi più che dalle soluzioni formali.

Un chiaro esempio è offerto da Boccaccio, considerato “scrittore popolare” per i suoi contenuti, nonostante soluzioni formali non propriamente popolari. Analogamente, Lucio Mastronardi con il suo Calzolaio di Vigevano esemplifica una tendenza a privilegiare tecniche espressive rispetto ai messaggi. Molti giovani narratori degli anni ’60, seguendo Mastronardi, hanno scelto una visione oggettiva del reale, rinunciando all’intelligenza ordinatrice del linguaggio.

Infine, Pomilio esprime il suo scetticismo sulla possibilità di risalire attraverso il dialetto dalla letteratura dell’oggettività alla coscienza storica. Egli sostiene che resistere all’esplosione dialettale degli ultimi anni significa mantenere una coscienza morale e continuare a scrivere storie della nostra storia. Questo studio di Pomilio, ricco di argomentazioni e conoscenze letterarie, risulta tra i migliori recenti sulla questione della lingua.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

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