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Storia Di Paterno…. Il Prosciugamento Del Fucino

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Dalla bonifica del Fùcino alla rinascita della Marsica: come il progetto di Alessandro Torlonia trasformò catastrofi in opportunità di crescita per le comunità locali.

Nell’anno 1862, il comune di Paterno e i paesi circostanti del Fùcino vissero una trasformazione cruciale grazie al progetto avviato dal principe Alessandro Torlonia, che mira a incanalare le acque del lago nel fiume Liri. Un’opera che affonda le radici nell’antichità, le cui prime tracce risalgono a Giulio Cesare e Claudio, ma che subì interruzioni fino a questa realizzazione. Il successo di questa impresa ridusse drasticamente i pericoli di inondazione e liberò vaste terre dall’acqua, migliorando così la vita delle popolazioni locali, storicamente compromesse dalla furia del lago.

Nel corso dei secoli, i residenti dei paesi limitrofi a Pescina, Cèlano, e altri, affrontarono periodicamente le devastazioni causate dal Fùcino. Uno dei momenti più critici si ebbe nel 1816, quando il livello del lago superò il normale, costringendo i contadini alla miseria. Documenti dell’epoca mettono in luce il dramma dei villaggi inondati e delle terre agricole distrutte, evidenziando come le acque del lago inghiottissero sistematicamente i territori fertile, lasciando le popolazioni senza mezzi di sostentamento.

In seguito all’attuazione del grande progetto di prosciugamento, Paterno vide aumentare la propria popolazione, da 689 abitanti nel 1868 a 1.059 nel 1881. Questa crescita demografica si accompagnò all’assegnazione di circa 16.500 ettari di terreno, grazie alla divisione dei beni del principe Torlonia, i quali furono distribuiti tra nuovi contadini e comuni limitrofi. La bonifica portò a un futuro più promettente e alla possibilità di un’agricoltura fiorente, ripristinando quel legame fondamentale tra uomo e terra che il Fùcino aveva minacciato per secoli.

Un ulteriore avanzamento infrastrutturale si registrò con la costruzione della ferrovia Roma-Pescara nel 1887, un’opera importante che, nonostante la distruzione di alcuni edifici storici, come la chiesa di S. Salvatore, facilitò le comunicazioni e contribuì alla prosperità della regione. Tuttavia, il ricordo del passato e la distruzione portata dal terremoto del 1915 continuarono a segnare il territorio, testimoniando le sfide che verranno affrontate per preservare la memoria storica e culturale di queste terre, come nel caso di Fonte Vecchia, un simbolo della storicità di Paterno.

Riferimento autore: Mario di Berardino.

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Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica è un’opera a cura del prof. Mario di Berardino, che illustra la storia di Paterno e del circondario del Fùcino. L’anno 1862 rappresentò un momento cruciale per le popolazioni locali. Il principe Alessandro Torlonia portò a compimento un progetto ereditato dalla storia, un’opera iniziata da Giulio Cesare e continuata da Claudio, per incanalare le acque del Fùcino nel fiume Liri tramite una galleria scavata sotto il monte Salviano. Questo lavoro, ripreso da Traiano e Adriano, era stato abbandonato nel corso dei secoli, causando inondazioni periodiche che devastavano i terreni circostanti.

Le acque del lago innalzate spesso inondavano i campi, riducendo in miseria le popolazioni rivierasche. Le oscillazioni del lago erano legate alla variabilità del volume delle acque immesse e a quelle perse per evaporazione. A Paterno, il livello delle acque raggiungeva normalmente l’altezza di una pietra grossa, il punto esatto che ha dato il nome alla via omonima nel comune, un dato catastale che rimandava alla particella n. 396 in via Pietragrossa.

Un esempio critico della situazione si ebbe nel 1816, quando il lago superò il livello medio di circa sei metri. In un documento redatto dal dottor Tommaso Brogi per il Reale Istituto d’incoraggiamento alle Scienze Naturali di Napoli, veniva denunciato il grave disagio causato dall’acqua in eccesso alle popolazioni di Avezzano, Luco, Trasacco, Ortucchio, Venere, S. Benedetto, Pescina, Collarmele, Cerchio, Aielli, Cèlano, Paterno e S. Pelino.

Le descrizioni di Brogi parlano di terre che erano state ingoiate dal lago, dove i contadini vivevano in miseria, con Avezzano che aveva perso migliaia di moggi di terreno fertile. Luco si trovò privo di territorio a causa delle acque che avevano inondato le sue case, mentre per Trasacco e Ortucchio, il dramma fu simile. Ortucchio divenne un’isola circondata dalle acque, i suoi abitanti costretti a utilizzare scale per entrare nelle loro case.

Paterno e S. Pelino, per fortuna, non correvano lo stesso pericolo di inondazione, grazie all’elevata posizione geografica. Questo rese queste terre desiderabili agli antichi romani, che vi fondarono ville, attratti dalla bellezza del paesaggio e dalla sicurezza offerta dalle colline. Tuttavia, le terre circostanti rimasero vulnerabili, sottoposte a devastazioni continue. Nel 1851, il Consiglio Distrettuale di Avezzano formulò una deliberazione esprimendo il dolore per i danni inflitti dalla crescente ondata del lago e delle difficoltà nel porvi rimedio.

Arrivò il 1862, data da ricordare: vennero aperte le saracinesche del Fùcino per far defluire l’acqua nel fiume Liri. L’ingegnere Enrico Bermont, subentrando a Franz Major de Montricher, e il direttore dei lavori, Alessandro Brisse, venivano salutati per la realizzazione di quest’opera che necessitò di canalizzazioni precise. L’intero lavoro si concluse nel 1877.

In 1868, come dettagliato da Di Pietro, la popolazione di Paterno contava 689 abitanti, con una buona qualità di vita, grazie anche alla fertilità delle terre e al clima favorevole. Con il prosciugamento del lago, la disponibilità di terre da coltivare aumentò notevolmente. Circa 16.500 ettari furono rese coltivabili, divise principalmente fra i discendenti del principe Torlonia e altri abitanti locali.

Nel censimento del 1881, la popolazione di Paterno era aumentata a 1059 abitanti, mentre S. Pelino ne aveva 914. Il progetto della ferrovia Roma-Pescara, inaugurato nel 1887, migliorò ulteriormente le comunicazioni, pur comportando la demolizione della chiesa di S. Salvatore, importantissima per il suo portale, ora al sicuro in Cèlano.

Tra la devastazione causata da eventi storici e naturali, il terremoto del 1915 contribuì a cancellare le tracce del passato. Oggi è rimasta poca cosa di ciò che era antico. L’unica testimonianza è Fonte Vecchia, datata 1762, che, malgrado il degrado, conserva iscrizioni storiche e memoria del lavoro di un anonimo scultore, dedicata ai bambini di Paterno.

In conclusione, l’opera di recupero e conservazione di ciò che resta è fondamentale per riorganizzare l’identità storica di Paterno, sfuggendo all’oblio e valorizzando i propri legami con il passato.

Riferimento autore: Mario di Berardino.

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Ospitalità e servizi

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Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica è un’opera a cura del prof. Mario di Berardino, che illustra la storia di Paterno e del circondario del Fùcino. L’anno 1862 rappresentò un momento cruciale per le popolazioni locali. Il principe Alessandro Torlonia portò a compimento un progetto ereditato dalla storia, un’opera iniziata da Giulio Cesare e continuata da Claudio, per incanalare le acque del Fùcino nel fiume Liri tramite una galleria scavata sotto il monte Salviano. Questo lavoro, ripreso da Traiano e Adriano, era stato abbandonato nel corso dei secoli, causando inondazioni periodiche che devastavano i terreni circostanti.

Le acque del lago innalzate spesso inondavano i campi, riducendo in miseria le popolazioni rivierasche. Le oscillazioni del lago erano legate alla variabilità del volume delle acque immesse e a quelle perse per evaporazione. A Paterno, il livello delle acque raggiungeva normalmente l’altezza di una pietra grossa, il punto esatto che ha dato il nome alla via omonima nel comune, un dato catastale che rimandava alla particella n. 396 in via Pietragrossa.

Un esempio critico della situazione si ebbe nel 1816, quando il lago superò il livello medio di circa sei metri. In un documento redatto dal dottor Tommaso Brogi per il Reale Istituto d’incoraggiamento alle Scienze Naturali di Napoli, veniva denunciato il grave disagio causato dall’acqua in eccesso alle popolazioni di Avezzano, Luco, Trasacco, Ortucchio, Venere, S. Benedetto, Pescina, Collarmele, Cerchio, Aielli, Cèlano, Paterno e S. Pelino.

Le descrizioni di Brogi parlano di terre che erano state ingoiate dal lago, dove i contadini vivevano in miseria, con Avezzano che aveva perso migliaia di moggi di terreno fertile. Luco si trovò privo di territorio a causa delle acque che avevano inondato le sue case, mentre per Trasacco e Ortucchio, il dramma fu simile. Ortucchio divenne un’isola circondata dalle acque, i suoi abitanti costretti a utilizzare scale per entrare nelle loro case.

Paterno e S. Pelino, per fortuna, non correvano lo stesso pericolo di inondazione, grazie all’elevata posizione geografica. Questo rese queste terre desiderabili agli antichi romani, che vi fondarono ville, attratti dalla bellezza del paesaggio e dalla sicurezza offerta dalle colline. Tuttavia, le terre circostanti rimasero vulnerabili, sottoposte a devastazioni continue. Nel 1851, il Consiglio Distrettuale di Avezzano formulò una deliberazione esprimendo il dolore per i danni inflitti dalla crescente ondata del lago e delle difficoltà nel porvi rimedio.

Arrivò il 1862, data da ricordare: vennero aperte le saracinesche del Fùcino per far defluire l’acqua nel fiume Liri. L’ingegnere Enrico Bermont, subentrando a Franz Major de Montricher, e il direttore dei lavori, Alessandro Brisse, venivano salutati per la realizzazione di quest’opera che necessitò di canalizzazioni precise. L’intero lavoro si concluse nel 1877.

In 1868, come dettagliato da Di Pietro, la popolazione di Paterno contava 689 abitanti, con una buona qualità di vita, grazie anche alla fertilità delle terre e al clima favorevole. Con il prosciugamento del lago, la disponibilità di terre da coltivare aumentò notevolmente. Circa 16.500 ettari furono rese coltivabili, divise principalmente fra i discendenti del principe Torlonia e altri abitanti locali.

Nel censimento del 1881, la popolazione di Paterno era aumentata a 1059 abitanti, mentre S. Pelino ne aveva 914. Il progetto della ferrovia Roma-Pescara, inaugurato nel 1887, migliorò ulteriormente le comunicazioni, pur comportando la demolizione della chiesa di S. Salvatore, importantissima per il suo portale, ora al sicuro in Cèlano.

Tra la devastazione causata da eventi storici e naturali, il terremoto del 1915 contribuì a cancellare le tracce del passato. Oggi è rimasta poca cosa di ciò che era antico. L’unica testimonianza è Fonte Vecchia, datata 1762, che, malgrado il degrado, conserva iscrizioni storiche e memoria del lavoro di un anonimo scultore, dedicata ai bambini di Paterno.

In conclusione, l’opera di recupero e conservazione di ciò che resta è fondamentale per riorganizzare l’identità storica di Paterno, sfuggendo all’oblio e valorizzando i propri legami con il passato.

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