Verso la fine del secolo XI, la famiglia dei Conti Marsi mostrava già segni di decadimento dalla potenza e compattezza originarie. Questo declino era dovuto al continuo frazionamento della famiglia, causato dalle leggi longobarde, che ammettevano alla successione tutti i figli maschi con eguale diritto. Al contrario, la costituzione dei Franchi riconosceva solo al primogenito il diritto a succedere, e tale sistema entrò in uso nel Napoletano al tempo dei Normanni. Il ceppo principale della famiglia continuò a radicarsi nella Marsica, conservando esclusivamente il titolo di Conti dei Marsi, mentre gli altri rami assunsero nomi diversi, legato ai castelli e territori di loro possesso, come Sangro, Barile, Pietrabbondante, De Ocra, De Fossa, ecc.
La grande famiglia non fu immune da soprusi e discordie, che si infiltrarono tra i discendenti di Berardo “il Francisco”, rompendo l’unità che li aveva tenuti legati come un solo uomo. Così, la gran contea si trovò divisa in tante signorie, che continuarono a vivere senza alcun legame, tranne il ricordo tradizionale della comune discendenza. Verso la fine del secolo XI, il ceppo della gran contea si ridusse al dominio del territorio marsicano, nel quale cospicui possedimenti erano detenuti dai Conti di Valva e dai monasteri benedettini.
Il titolo dei Conti non fu più quello altisonante di “Comites de provincia Marsorum”, ma assunse un tono più modesto: “Marsicanorum Comites”. Questo cambiamento emerge chiaramente da un atto di donazione del 1096, fatto alla chiesa di San Cesidio di Trasacco da Berardo VI, padre di San Berardo, nel quale l’atto recita: “Ego Berardus, Marsicanorum Comes” e in un altro documento del 1120, dove si legge: “Ego Crescentius, Marsicanorum comes”. La residenza dei Conti dei Marsi durante il periodo di maggiore splendore fu prima nel territorio spoletino e in seguito nella città di Marsia. Si ricorda anche che Berardo V risiedette in Auretino e Berardo VI in Colli di Montebove, luogo di nascita di San Berardo, Cardinale e Vescovo dei Marsi, senza dubbio il più illustre della casata.
I Conti dei Marsi discendevano da sangue reale e dominarono una vasta contea per circa due secoli. Egregi per pietà e religione, il loro ingegno e abilità nelle armi erano rinomati. Nella vita di San Berardo, attribuita a Giovanni Signino, si evidenzia che il titolo di Conte era preceduto dall’attributo “Grande”. Tuttavia, non furono immuni da discordie e soprusi, che provocarono il loro declino. Due eventi significativi si verificarono sullo scorcio della prima metà e nei primi anni della seconda del secolo XI, manifestando evidenti segni di deviazione dalla condotta onorevole che i Conti avevano mantenuto fino ad allora.
Nell’anno 1033, un fanciullo chiamato Teofilatto, nipote di papa Benedetto VIII, fu portato alla Cattedra di San Pietro. Tra abusi e iniquità compiute in suo nome, questo pontefice sottrasse dalla giurisdizione di Pandolfo, Vescovo dei Marsi, il Carsolano e la Valle di Nerfa, erigendo a cattedrale la chiesa di Santa Maria di Carsoli e nominando il fanciullo Attone, congiunto dei Conti dei Marsi, come nuovo Vescovo. La divisione della diocesi con due Vescovi, entrambi col titolo dei Marsi, perse significato durante il pontificato di Vittore II, che nel 1055 convocò un concilio a Firenze. Quest’ultimo dispose che Attone fosse trasferito alla sede di Chieti, e restituì le due terre alla giurisdizione di Pandolfo, unico Vescovo legittimo.
L’altro evento avvenne tra il 1050 e il 1070: dopo la morte di Berardo IV, i suoi figli Berardo, Siginulfo, Rainaldo e Pometta entrarono in grave conflitto, probabilmente per la successione alla Contea. Chiesero aiuto al normanno Riccardo, principe di Capua, che, volendo impadronirsi della Marsica, intervenne con un grande esercito, assediando Albe. Tuttavia, tutti gli assalti fallirono, e Riccardo, rendendosi conto che non poteva trarre vantaggio dalla guerra, abbandonò. La risoluzione della contesa avvenne attraverso un accordo: Berardo divenne il Conte dei Marsi e gli altri fratelli ricevettero possedimenti nel Carsolano.
L’intervento normanno segnò l’inizio della decadenza dei Conti dei Marsi. Giunti alla fine del secolo XI, i normanni avevano fondato il regno di Napoli. Ruggero, ottenuta la corona di Sicilia, intendeva annettere la provincia dei Marsi. Nel 1140, affidò l’impresa a suo figlio Anfuso, principe di Capua, che, nonostante le difficoltà, non riuscì a completare la conquista in quell’anno a causa della resistenza degli abitanti.
Fu solo nel 1142 che il re Ruggero si recò a Montecassino e, attraverso la diplomazia, ottenne il pacifico passaggio della Terra Marsorum sotto il suo dominio. L’episodio è confermato dalle parole “Terra Marsorum se regi tradidit” citate nella Chronica anonima casinensis, redatta da un monaco di Montecassino. Sotto il dominio normanno, l’intero territorio che costituiva la contea dei Marsi divenne il principato dei Marsi, organizzato in “comestabulle” o “capitanie” affidate a “contestabili”.
La Marsica, mantenendo i confini attuali, è stata rinominata “Valle dei Marsi” durante questi cambiamenti. I Conti dei Marsi, sotto i Normanni, subirono un cambiamento radicale, venendo privati di gran parte del feudo e perdendo il titolo di Comites Marsorum, assumendo il nome dei castelli in cui risiedevano. Rainaldo divenne Conte di Cèlano, mentre Berardo e Ruggero divennero Conti di Albe. Anche se rimasero i pochi conti fra i feudatari, discendevano comunque dai Conti dei Marsi.
Durante questi anni normanni, Avezzano non era menzionata tra i feudi. Tuttavia, nel primo periodo della dominazione, si apprende dalla Della Marra che i feudatari erano Taddeo, Gualtieri, Baldassarre ed Ettore. Il periodo di edificazione delle mura di Avezzano risale a questo tempo, dimostrato da una lapide con l’iscrizione “An. D. MCLVI PORTA S. BARTOLOMAE1”. Le mura erano circondate da un fossato e dotate di tre porte, denominate San Bartolomeo, San Francesco e San Rocco, quest’ultime avendo ricevuto il nome successivamente alla costruzione delle chiese corrispondenti.
Dopo l’occupazione normanna nel 1142, si possono considerare come i principali costruttori delle mura gli stessi feudatari, o almeno i loro successori. Si discute se la lapide si riferisse alla porta della chiesa di San Bartolomeo, e la posizione delle mura seguiva il perimetro attuale. Con il passaggio del feudo a Gentile de Palearia, conte di Manoppello nell’anno 1182, un nuovo castello fu costruito. Gentile era il fratello del celebre Gualterio, Arcivescovo di Palermo, una figura significativa nel regno normanno.
Un provvedimento emanato dalla Curia di Capua rivelò che Gentile de Palearia aveva usurpato molti beni delle chiese, opprimendo i loro abati e canonici. Il vescovo Zaccaria, animato da zelo pastorale, si recò a Palermo e presentò il caso al re Guglielmo II. Seguirono incontri in cui si stabilì che Gentile doveva restituire i beni e i diritti usurpati, e in caso di vacanze nelle abbazie, il vescovo doveva nominare i nuovi abati, se idonei.
Riferimento autore: Giovanni Pagani.