Dalla tradizione e dalle storie locali, specie quella di Bernardino Iatosti che si diffonde sull’argomento, si apprende che le processioni della Settimana Santa in Avezzano sono antiche quanto le Confraternite. Attraverso i secoli, esse hanno assorbito non poche usanze forestiere, comuni a tutte le manifestazioni consimili nel mondo cattolico, particolarmente in Italia. Le usanze consistevano, in primo luogo, in visite collettive alle chiese, al canto del “Miserere”, e in atti di penitenza pubblica, pratiche che le Confraternite spesso contemplavano in “un articolo prescrittivo ai loro voti di professione giurata”.
Nulla di straordinario, se non si fossero toccate punte di esagerazione e di fanatismo superstizioso nel torturare il proprio corpo in maniera vistosa e nelle forme più impressionanti. Nella processione del Venerdì Santo si inserivano i cosiddetti “flagellanti” e gli “incrociati”, condannati dalla Chiesa e riprovati da ogni buon cristiano. Qualunque fosse il tempo, nell’ora stabilita, aveva luogo la processione del Venerdì Santo: la folla dei cittadini, che accorrevano anche dai paesi vicini, era immensa e fiancheggiava la via da percorrere. La processione interminabile era aperta da una Croce, decorata dei simboli della passione, detta “Croce dei Misteri”, che procedeva in mezzo a quattro “ceriferari”, portatori di ceri, avvolti in spire di funi grosse e pesanti.
Il portatore della Croce apparteneva solitamente a una famiglia distinta e veniva scelto tra giovani aspiranti a tale onore. Egli era avvolto nelle funi dalla cintola in su e, nel dare inizio al percorso di penitenza da San Rocco verso S. Maria in Vico, intonava il “Miserere” con voce adatta alla circostanza. Seguivano subito, a coppie, i “flagellanti”, alternati per Confraternita. Alcuni di loro erano assistiti da un parente o amico, il cui compito principale era impedire che il sangue si coagulasse sulle ferite. Le ferite erano prodotte da colpi di frusta, usata su se stesso dal “flagellante”, e il sangue continuava a uscire, colorando di rosso il dorso nudo e il saio che pendeva dalla cintola; altri, senza assistente, si colpivano con fruste a lamine di ferro, provocando gonfiori lividi sulla schiena scoperta.
La fila dei “flagellanti” era interrotta di tanto in tanto da un “incrociato”, che portava sul dorso, fissata con funi, una croce, alla quale le sue braccia ignude erano legate con cilici, stretti tanto da affondare nei muscoli. Sul capo portava una corona di spine e trascinava pesanti catene con piedi senza calzari, sanguinanti fino a bagnare la strada. Si martoriavano anche con mezzi impensati e crudeli. Tale spettacolo, completato dal suono delle fruste e delle catene, incuteva raccapriccio e spavento. Tuttavia, il pubblico plaudiva a coloro che erano gravati di pesi e tormenti maggiori mentre scherniva i meno insanguinati.
Tanto numerosi erano i partecipanti che, mentre i primi della processione toccavano già la chiesuola della Madonna di Loreto, gli ultimi non uscivano ancora dalla chiesa di San Francesco, distanti circa tre chilometri. Le tre Confraternite, che si distinguevano per il colore del saio e per le “Croci dei Misteri”, gareggiavano nel contare il numero di penitenti e nelle trovate di penitenze sempre più strane e spettacolari. Una Congrega presentava uomini nudi dalla cintola in su e coperti di pungitopo; un’altra conduceva alcuni che, reggendo con la sinistra un teschio umano, si colpivano il petto con un sasso pungente. Infine, la terza aveva un penitente che, con spilloni fissati in un sughero, segnava sopra il suo corpo le cinque piaghe.
Qualsiasi dissuasione dagli atti descritti, tentata da ecclesiastici e cittadini autorevoli, non aveva alcun effetto, anzi si rischiava di suscitare disordini. Fu necessario l’intervento del Governo, che non tardò ad arrivare. Alla fine di quelle incredibili visioni, il Tronco della Croce apriva il segmento davvero religioso della processione. Ogni Confraternita portava le statue devotamente, con il coro di cantanti e un’orchestra composta di violini, controbassi e clarini.
Le chiese, che la processione doveva visitare, erano quattro: S. Bartolomeo, S. Francesco, S. Maria in Vico, e S. Caterina. Ciascuna preparava una rappresentazione del S. Sepolcro nella forma più sontuosa e splendida, gareggiando con le altre. Nel palco si rappresentava uno degli episodi della passione di Gesù, decorato artisticamente e illuminato da molte lampade. Il Sepolcro più bello era quello dei Cappuccini di Santa Maria in Vico, che allestivano un giardino odoroso di erbe e fiori.
L’ingresso, però, era inibito ai “flagellanti” a sangue, i quali attendevano fuori la porta per rimettersi in fila. Dopo aver adempiuto la cerimonia in San Francesco, la folla si dirigeva verso S. Maria in Vico, dove si faceva una sosta per riposarsi. Qui, accesi grandi fuochi, mentre i cori cantavano, i “flagellanti” e gli “incrociati” venivano ristorati dalle famiglie con cibo e buon vino. Ma non tutti giungevano alla fine del tragitto e quelli che riuscivano a tornare dovevano essere stati sostenuti da qualcuno.
Il Governo, informato del raccapricciante spettacolo, nel 1813 inibì la processione del Venerdì Santo, ritenendola non rispondente ai veri principi religiosi e contraria alla civiltà. Molti furono puniti con la prigione, come i priori delle tre Confraternite: Gianfilippo Minicucci, Giuseppe Rampa, e Rocco Salini, costretti a subire la pena senza processo.
Le Confraternite di S. Giovanni e di S. Rocco non erano mai d’accordo. Queste rivalità sfociavano in risse durante le processioni. Le tensioni si accendevano già nella sera del giovedì santo, quando entrambe si recavano in processione per ascoltare la predica della Passione nella Collegiata di San Bartolomeo. La funzione religiosa era spesso interrotta da liti clamorose.
Dopo anni di dissidi, nel 1845, il Sottointendente Romeo Intelligato ottenne il permesso di ripristinare la processione del Venerdì Santo, modificandola e riformandola. Eliminò gli “incrociati” e i “flagellanti”, aumentando i simboli della passione ed introducendo il clero secolare. Tuttavia, i dissidi riemergevano e la processione fu vietata di nuovo.
Con gli anni, la processione si evolse. I “flagellanti” e gli “incrociati” diminuirono significativamente e, sebbene restassero dissidi tra le due confraternite, si attenuarono. La processione si divise in due: quella di S. Giovanni la sera del giovedì e quella di S. Rocco il mattino del venerdì, mantenendo le sue tradizioni. Negli anni, il Vescovo Mons. Valeri, di comune accordo con i rappresentanti delle due Confraternite, decise di abolire le due processioni anacronistiche. Ne istituì una sola, la sera del Venerdì Santo, con la partecipazione di tutte le autorità cittadine, organizzata alternativamente dalle due Confraternite.
Riferimento autore: Giovanni Pagani.