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Terremoto Del 1915. I Superstiti

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La visita del re ai luoghi del terremoto e l’incontro con don Orione: un contrasto tra l’immagine pubblica della monarchia e l’azione solidale nella Marsica.

Le donne di Cerchio, che contestarono gli irredentisti per il loro attivismo a favore dell’entrata in guerra dell’Italia, non immaginavano le sofferenze future: i pochi uomini sopravvissuti al crollo delle loro case sarebbero stati costretti a combattere lontano, in un conflitto che si aggiungeva al tragico tributo del terremoto del 13 gennaio 1915. Questi contadini, partiti per il fronte, non conoscevano le ragioni di quella guerra e molti, tornando, non furono in grado di comprenderle. La retorica che inneggiava al dovere di difendere la Patria si scontrava con una realtà ben più dura per il popolo della Marsica.

Uno dei momenti centrali di questa vicenda fu la visita del re Vittorio Emanuele III ai luoghi del disastro, avvenuta il 15 gennaio. Il Giornale d’Italia del 1915 riportò dettagliatamente il viaggio del re, sottolineando il passaggio per la stazione di Arsoli e l’arrivo ad Avezzano accompagnato da generali e ufficiali. Nonostante i soccorsi stentassero a decollare, alcuni cittadini e militari si adoperavano per estrarre i feriti dalle macerie. Tale descrizione fa emergere la commozione del sovrano, ma anche la tardività degli aiuti concreti, come evidenziato da un secondo articolo del Giornale d’Italia che parlava di promesse di rifornimenti ancora disattese.

In questo contesto, Ignazio Silone, all’epoca noto come Secondino Tranquilli, testimoniò la mancanza di aiuti nei primi giorni post-terremoto. La sua descrizione della vita povera degli sfollati, costretti in rifugi provvisori e minacciati dai lupi, getta luce su una situazione disperata. Silone racconta anche di un piccolo prete, don Orione, che cercò di aiutare gli orfani, ma si scontrò con le autorità per ottenere un mezzo di trasporto. Questo gesto humanitario avvenne proprio mentre il re visitava i luoghi colpiti dal sisma, evidenziando il contrasto tra l’azione di chi realmente prestava soccorso e l’immagine pubblica della monarchia.

L’evento restò impresso nella memoria di Silone, evidenziando l’importanza di quell’incontro. La testimonianza di quel giorno, trasmessa anni dopo, dimostra come la figura di don Orione rappresentò un pilastro del solidarismo cristiano, influenzando profondamente la vita di Silone, tanto che volle che un Pater noster fosse recitato al suo funerale a Pescina. Al contrario, la cronaca de La Tribuna descrisse il re come colui che “portò con sé sei bambini salvati”, distorcendo la realtà di chi operava concretamente. Questo mostra come la comunicazione ufficiale fosse già, in quel periodo, influenzata dall’esigenza di narrare in modo favorevole l’operato della monarchia.

Riferimento autore: Enzo Gentile.

Le donne che, alla stazione di Cerchio, avevano contestato gli irredentisti perché favorevoli all’entrata in guerra dell’Italia, affermando che loro la guerra la stavano già vivendo, non immaginavano che i loro uomini, quei pochi che si erano salvati dal crollo delle loro case, sarebbero poi dovuti andare lontano, a combattere quell’altra guerra e a pagare un altro tragico tributo di sangue. A differenza di quei generosi soccorritori, le ragioni di quella guerra, i contadini non le conoscevano prima di partire per il fronte e né le capirono, quei pochi che tornarono, dopo che quel flagello immane ebbe termine.

Il perché della mancata esenzione dal servizio militare per gente già così duramente provata sarà certamente spiegato dagli storici. Certo è che allora prevalse la retorica secondo cui le fiere popolazioni marse non si sarebbero sottratte al dovere di difendere la Patria, nemmeno nelle condizioni in cui si trovavano. Resta, però, il fatto che nessuno di noi, ascoltatori attenti delle storie che i reduci raccontavano, della loro vita in trincea, senti mai pronunciare la parola “nemici”. Loro parlavano sempre degli “uomini che erano dall’altra parte”.

È certo, però, che l’ondata di retorica verso i superstiti era incominciata abbastanza presto. Basta dare uno sguardo ai giornali filogovernativi dell’epoca per rendersene conto. L’evento centrale di tale campagna fu la visita che il re Vittorio Emanuele III fece in alcuni paesi terremotati, venerdì 15 gennaio. Il Giornale d’Italia, nell’edizione del 1915, sotto il titolo a caratteri cubitali “Il re sui luoghi del disastro”, così descrive minutamente il viaggio: “… alle ore 12:30 S.M. il Re passò per questa stazione (Arsoli n.d.r.) incrociandosi con il treno che trasportava i feriti del disastro di Avezzano.” Nel 1943, lo stesso sovrano dovette fare sosta un’altra volta ad Arsoli, in occasione della sua fuga da Roma verso Pescara, da dove doveva imbarcarsi per Brindisi, lasciando il Paese in balia di se stesso.

Proseguendo con la cronaca de Il Giornale d’Italia, si riporta: “Alle 13:05 è giunto (ad Avezzano n.d.r.) il treno reale. Il Re ne è subito disceso, insieme col primo aiutante di campo Generale Brusati, con gli aiutanti di campo Generale Vanzo, Colonnello Squillace e Conte Avogadro degli Azzoni, col Colonnello Guicciardi e col Colonnello dei Carabinieri comandante la Legione di Roma, Cav. Marcaldi.

Il lavoro di salvataggio procede febbrilmente da parte delle truppe e dei militi della Società di Pubblica Assistenza accorsi ad Avezzano, nonché da parte dei cittadini che coadiuvano le autorità. Sono numerosi i feriti che i soldati traggono dalle macerie. I feriti più gravi vengono curati nel carro-soccorso della Amministrazione ferroviaria per poter proseguire poi per Roma per ulteriori cure, mentre i feriti lievi partono immediatamente per Roma, sui treni che vengono via via approntati.

Vi è poi la descrizione di tutta una serie di “incontri” dai quali il “Re ha avuto profonda commozione”. Certo, la commozione di Sua Maestà ci sarà pure stata, ma prima che a essa facessero seguito atti concreti risolutivi, occorsero parecchi giorni, come evidenziato dallo stesso Giornale d’Italia, che il giovedì 21 gennaio titola a tutta pagina: “Il grido di dolore e della miseria tra la bufera della neve – le spedizioni di soccorso dei nostri lettori”. Le baracche, i rifornimenti, i medicinali erano ancora rimasti solo promesse. Il Re, però, in proprio aveva donato nientemeno che trecento lire!

Ma, sulla visita del re, è importante riportare la testimonianza illustre di Ignazio Silone, la cui famiglia registrò gravi lutti in quella drammatica circostanza. In Uscita di sicurezza, dunque, Silone, all’epoca ancora conosciuto come Secondino Tranquilli, così ricorda: “Si era appena a pochi giorni dopo il terremoto. La maggior parte dei morti giacevano ancora sotto le macerie. I soccorsi stentavano a mettersi in opera. Gli atterriti superstiti vivevano nelle vicinanze delle case distrutte, in rifugi provvisori. Si era in pieno inverno, quell’anno particolarmente rigido.”.

A causa della distruzione delle stalle, gli animali come asini, muli, vacche e pecore erano anch’essi raccolti in recinti di fortuna. La notte portava i lupi, attirati dal forte odore del bestiame non più protetto. Era pericoloso allontanarsi dai rifugi e, con gli armenti esposti, i lupi divennero audaci e temerari.

Una di quelle mattine, assistette a una scena inaspettata: un piccolo prete, sporco e malandato, si aggirava tra le macerie attorniato da bambini e ragazzi orfani. Quando si fermarono alcune automobili, era il re con il suo seguito che visitava i comuni devastati. Il piccolo prete, senza chiedere permesso, cominciò a caricare i bambini su una delle automobili, ma i carabinieri si opposero, generando una vivace colluttazione che attirò l’attenzione del sovrano.

Il prete, coraggioso, chiese direttamente al Re di usare una delle automobili per portare i bambini a Roma. Il Re, viste le circostanze, non poteva dire di no. Questa mattina gelida segnò l’inizio di un legame tra il futuro scrittore e il piccolo prete, don Orione, che avrebbe lasciato un’importante traccia nella storia del solidarismo cristiano. Questo legame si chiuse con il Pater noster che Silone volle recitare al funerale di don Orione, proprio a Pescina.

Il giornale La Tribuna riportò quell’episodio in modo molto diverso. Nella quarta edizione di martedì 19 gennaio, annunciò in prima pagina: “Il re ritorna a Roma portando sei bimbi salvati”, ma in una pagina interna spiegò che “il Re è tornato a Roma in automobile alle 18:50, recando con sé sei bambini da lui stesso raccolti.” Se non vi fosse stata, alcuni decenni più tardi, la testimonianza diretta di Silone, qualcuno potrebbe aver immaginato il Re intento a scavare fra le macerie, mentre invece l’azione di soccorso era stata compiuta da don Luigi Orione e dai tanti volontari, inclusi quelli giunti dall’America.

Riferimento autore: Enzo Gentile.

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Le donne che, alla stazione di Cerchio, avevano contestato gli irredentisti perché favorevoli all’entrata in guerra dell’Italia, affermando che loro la guerra la stavano già vivendo, non immaginavano che i loro uomini, quei pochi che si erano salvati dal crollo delle loro case, sarebbero poi dovuti andare lontano, a combattere quell’altra guerra e a pagare un altro tragico tributo di sangue. A differenza di quei generosi soccorritori, le ragioni di quella guerra, i contadini non le conoscevano prima di partire per il fronte e né le capirono, quei pochi che tornarono, dopo che quel flagello immane ebbe termine.

Il perché della mancata esenzione dal servizio militare per gente già così duramente provata sarà certamente spiegato dagli storici. Certo è che allora prevalse la retorica secondo cui le fiere popolazioni marse non si sarebbero sottratte al dovere di difendere la Patria, nemmeno nelle condizioni in cui si trovavano. Resta, però, il fatto che nessuno di noi, ascoltatori attenti delle storie che i reduci raccontavano, della loro vita in trincea, senti mai pronunciare la parola “nemici”. Loro parlavano sempre degli “uomini che erano dall’altra parte”.

È certo, però, che l’ondata di retorica verso i superstiti era incominciata abbastanza presto. Basta dare uno sguardo ai giornali filogovernativi dell’epoca per rendersene conto. L’evento centrale di tale campagna fu la visita che il re Vittorio Emanuele III fece in alcuni paesi terremotati, venerdì 15 gennaio. Il Giornale d’Italia, nell’edizione del 1915, sotto il titolo a caratteri cubitali “Il re sui luoghi del disastro”, così descrive minutamente il viaggio: “… alle ore 12:30 S.M. il Re passò per questa stazione (Arsoli n.d.r.) incrociandosi con il treno che trasportava i feriti del disastro di Avezzano.” Nel 1943, lo stesso sovrano dovette fare sosta un’altra volta ad Arsoli, in occasione della sua fuga da Roma verso Pescara, da dove doveva imbarcarsi per Brindisi, lasciando il Paese in balia di se stesso.

Proseguendo con la cronaca de Il Giornale d’Italia, si riporta: “Alle 13:05 è giunto (ad Avezzano n.d.r.) il treno reale. Il Re ne è subito disceso, insieme col primo aiutante di campo Generale Brusati, con gli aiutanti di campo Generale Vanzo, Colonnello Squillace e Conte Avogadro degli Azzoni, col Colonnello Guicciardi e col Colonnello dei Carabinieri comandante la Legione di Roma, Cav. Marcaldi.

Il lavoro di salvataggio procede febbrilmente da parte delle truppe e dei militi della Società di Pubblica Assistenza accorsi ad Avezzano, nonché da parte dei cittadini che coadiuvano le autorità. Sono numerosi i feriti che i soldati traggono dalle macerie. I feriti più gravi vengono curati nel carro-soccorso della Amministrazione ferroviaria per poter proseguire poi per Roma per ulteriori cure, mentre i feriti lievi partono immediatamente per Roma, sui treni che vengono via via approntati.

Vi è poi la descrizione di tutta una serie di “incontri” dai quali il “Re ha avuto profonda commozione”. Certo, la commozione di Sua Maestà ci sarà pure stata, ma prima che a essa facessero seguito atti concreti risolutivi, occorsero parecchi giorni, come evidenziato dallo stesso Giornale d’Italia, che il giovedì 21 gennaio titola a tutta pagina: “Il grido di dolore e della miseria tra la bufera della neve – le spedizioni di soccorso dei nostri lettori”. Le baracche, i rifornimenti, i medicinali erano ancora rimasti solo promesse. Il Re, però, in proprio aveva donato nientemeno che trecento lire!

Ma, sulla visita del re, è importante riportare la testimonianza illustre di Ignazio Silone, la cui famiglia registrò gravi lutti in quella drammatica circostanza. In Uscita di sicurezza, dunque, Silone, all’epoca ancora conosciuto come Secondino Tranquilli, così ricorda: “Si era appena a pochi giorni dopo il terremoto. La maggior parte dei morti giacevano ancora sotto le macerie. I soccorsi stentavano a mettersi in opera. Gli atterriti superstiti vivevano nelle vicinanze delle case distrutte, in rifugi provvisori. Si era in pieno inverno, quell’anno particolarmente rigido.”.

A causa della distruzione delle stalle, gli animali come asini, muli, vacche e pecore erano anch’essi raccolti in recinti di fortuna. La notte portava i lupi, attirati dal forte odore del bestiame non più protetto. Era pericoloso allontanarsi dai rifugi e, con gli armenti esposti, i lupi divennero audaci e temerari.

Una di quelle mattine, assistette a una scena inaspettata: un piccolo prete, sporco e malandato, si aggirava tra le macerie attorniato da bambini e ragazzi orfani. Quando si fermarono alcune automobili, era il re con il suo seguito che visitava i comuni devastati. Il piccolo prete, senza chiedere permesso, cominciò a caricare i bambini su una delle automobili, ma i carabinieri si opposero, generando una vivace colluttazione che attirò l’attenzione del sovrano.

Il prete, coraggioso, chiese direttamente al Re di usare una delle automobili per portare i bambini a Roma. Il Re, viste le circostanze, non poteva dire di no. Questa mattina gelida segnò l’inizio di un legame tra il futuro scrittore e il piccolo prete, don Orione, che avrebbe lasciato un’importante traccia nella storia del solidarismo cristiano. Questo legame si chiuse con il Pater noster che Silone volle recitare al funerale di don Orione, proprio a Pescina.

Il giornale La Tribuna riportò quell’episodio in modo molto diverso. Nella quarta edizione di martedì 19 gennaio, annunciò in prima pagina: “Il re ritorna a Roma portando sei bimbi salvati”, ma in una pagina interna spiegò che “il Re è tornato a Roma in automobile alle 18:50, recando con sé sei bambini da lui stesso raccolti.” Se non vi fosse stata, alcuni decenni più tardi, la testimonianza diretta di Silone, qualcuno potrebbe aver immaginato il Re intento a scavare fra le macerie, mentre invece l’azione di soccorso era stata compiuta da don Luigi Orione e dai tanti volontari, inclusi quelli giunti dall’America.

Riferimento autore: Enzo Gentile.

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