Le donne che, alla stazione di Cerchio, avevano contestato gli irredentisti perché favorevoli all’entrata in guerra dell’Italia, affermando che loro la guerra la stavano già vivendo, non immaginavano che i loro uomini, quei pochi che si erano salvati dal crollo delle loro case, sarebbero poi dovuti andare lontano, a combattere quell’altra guerra e a pagare un altro tragico tributo di sangue. A differenza di quei generosi soccorritori, le ragioni di quella guerra, i contadini non le conoscevano prima di partire per il fronte e né le capirono, quei pochi che tornarono, dopo che quel flagello immane ebbe termine.
Il perché della mancata esenzione dal servizio militare per gente già così duramente provata sarà certamente spiegato dagli storici. Certo è che allora prevalse la retorica secondo cui le fiere popolazioni marse non si sarebbero sottratte al dovere di difendere la Patria, nemmeno nelle condizioni in cui si trovavano. Resta, però, il fatto che nessuno di noi, ascoltatori attenti delle storie che i reduci raccontavano, della loro vita in trincea, senti mai pronunciare la parola “nemici”. Loro parlavano sempre degli “uomini che erano dall’altra parte”.
È certo, però, che l’ondata di retorica verso i superstiti era incominciata abbastanza presto. Basta dare uno sguardo ai giornali filogovernativi dell’epoca per rendersene conto. L’evento centrale di tale campagna fu la visita che il re Vittorio Emanuele III fece in alcuni paesi terremotati, venerdì 15 gennaio. Il Giornale d’Italia, nell’edizione del 1915, sotto il titolo a caratteri cubitali “Il re sui luoghi del disastro”, così descrive minutamente il viaggio: “… alle ore 12:30 S.M. il Re passò per questa stazione (Arsoli n.d.r.) incrociandosi con il treno che trasportava i feriti del disastro di Avezzano.” Nel 1943, lo stesso sovrano dovette fare sosta un’altra volta ad Arsoli, in occasione della sua fuga da Roma verso Pescara, da dove doveva imbarcarsi per Brindisi, lasciando il Paese in balia di se stesso.
Proseguendo con la cronaca de Il Giornale d’Italia, si riporta: “Alle 13:05 è giunto (ad Avezzano n.d.r.) il treno reale. Il Re ne è subito disceso, insieme col primo aiutante di campo Generale Brusati, con gli aiutanti di campo Generale Vanzo, Colonnello Squillace e Conte Avogadro degli Azzoni, col Colonnello Guicciardi e col Colonnello dei Carabinieri comandante la Legione di Roma, Cav. Marcaldi.
Il lavoro di salvataggio procede febbrilmente da parte delle truppe e dei militi della Società di Pubblica Assistenza accorsi ad Avezzano, nonché da parte dei cittadini che coadiuvano le autorità. Sono numerosi i feriti che i soldati traggono dalle macerie. I feriti più gravi vengono curati nel carro-soccorso della Amministrazione ferroviaria per poter proseguire poi per Roma per ulteriori cure, mentre i feriti lievi partono immediatamente per Roma, sui treni che vengono via via approntati.
Vi è poi la descrizione di tutta una serie di “incontri” dai quali il “Re ha avuto profonda commozione”. Certo, la commozione di Sua Maestà ci sarà pure stata, ma prima che a essa facessero seguito atti concreti risolutivi, occorsero parecchi giorni, come evidenziato dallo stesso Giornale d’Italia, che il giovedì 21 gennaio titola a tutta pagina: “Il grido di dolore e della miseria tra la bufera della neve – le spedizioni di soccorso dei nostri lettori”. Le baracche, i rifornimenti, i medicinali erano ancora rimasti solo promesse. Il Re, però, in proprio aveva donato nientemeno che trecento lire!
Ma, sulla visita del re, è importante riportare la testimonianza illustre di Ignazio Silone, la cui famiglia registrò gravi lutti in quella drammatica circostanza. In Uscita di sicurezza, dunque, Silone, all’epoca ancora conosciuto come Secondino Tranquilli, così ricorda: “Si era appena a pochi giorni dopo il terremoto. La maggior parte dei morti giacevano ancora sotto le macerie. I soccorsi stentavano a mettersi in opera. Gli atterriti superstiti vivevano nelle vicinanze delle case distrutte, in rifugi provvisori. Si era in pieno inverno, quell’anno particolarmente rigido.”.
A causa della distruzione delle stalle, gli animali come asini, muli, vacche e pecore erano anch’essi raccolti in recinti di fortuna. La notte portava i lupi, attirati dal forte odore del bestiame non più protetto. Era pericoloso allontanarsi dai rifugi e, con gli armenti esposti, i lupi divennero audaci e temerari.
Una di quelle mattine, assistette a una scena inaspettata: un piccolo prete, sporco e malandato, si aggirava tra le macerie attorniato da bambini e ragazzi orfani. Quando si fermarono alcune automobili, era il re con il suo seguito che visitava i comuni devastati. Il piccolo prete, senza chiedere permesso, cominciò a caricare i bambini su una delle automobili, ma i carabinieri si opposero, generando una vivace colluttazione che attirò l’attenzione del sovrano.
Il prete, coraggioso, chiese direttamente al Re di usare una delle automobili per portare i bambini a Roma. Il Re, viste le circostanze, non poteva dire di no. Questa mattina gelida segnò l’inizio di un legame tra il futuro scrittore e il piccolo prete, don Orione, che avrebbe lasciato un’importante traccia nella storia del solidarismo cristiano. Questo legame si chiuse con il Pater noster che Silone volle recitare al funerale di don Orione, proprio a Pescina.
Il giornale La Tribuna riportò quell’episodio in modo molto diverso. Nella quarta edizione di martedì 19 gennaio, annunciò in prima pagina: “Il re ritorna a Roma portando sei bimbi salvati”, ma in una pagina interna spiegò che “il Re è tornato a Roma in automobile alle 18:50, recando con sé sei bambini da lui stesso raccolti.” Se non vi fosse stata, alcuni decenni più tardi, la testimonianza diretta di Silone, qualcuno potrebbe aver immaginato il Re intento a scavare fra le macerie, mentre invece l’azione di soccorso era stata compiuta da don Luigi Orione e dai tanti volontari, inclusi quelli giunti dall’America.
Riferimento autore: Enzo Gentile.