La crescita economica e demografica non ha molti riflessi sulla gestione della chiesa parrocchiale di S. Michele Arcangelo, le cui rendite erano e continuano ad essere caratterizzate da un livello di modestia a dir poco sconfortante. I suoi conti erano estremamente esigui: sette ducati ed un carlino in denaro, cinque salme e sei coppette di grano, e cinque salme e sei misure di vino, per un totale di 22 ducati che, dedotti gli oneri, diventavano 18,36. A questi si aggiungeva il beneficio di Santa Maria di Casanuova, conferito dal principe Colonna, il giuspatrono della badia curata, per sopperire alla scarsità di queste risorse. Prima di tale donazione, si provvedeva al mantenimento del curato attraverso la tassazione “focolaria” dei parrocchiani.
Agli inizi del secolo, la tenuità di queste rendite rendeva così poco appetibile la sede parrocchiale che nel 1812, quando morì il vecchio parroco del paese, Don Pietro Manduca, non fu facile trovargli un successore. Finché fu in vita lui, il problema non si pose, poiché riceveva dal principe Colonna una integrazione annuale di 45 ducati. Tuttavia, dopo la sua morte, l’elargizione cessò e la sede rimase scoperta per mancanza di richieste. Il problema fu risolto dal vescovo con il ricorso a delle investiture provvisorie. Nel 1812, fu nominato curato provvisorio del paese Don Camillo Iacovitti e, nel 1815, Don Filippo Blasetti, che si firmava con la qualifica di “Economo Curato Provvisorio”. Quest’ultimo divenne di fatto il nuovo abate curato del paese dopo la morte di Don Pietro Manduca e, nel 1820, anche il nuovo titolare della cappella della SS.ma Annunziata, che aveva un beneficio annesso costituito da un piccolo patrimonio di circa 100 coppe di terra.
Nel 1833, divenne titolare della badia curata di S. Michele Arcangelo il sacerdote sampelinese Don Gabriele Boleo, il quale si trovò subito costretto ad impegnarsi sul fronte delle risorse parrocchiali. Infatti, si vide obbligato ad attivarsi contemporaneamente su due fronti: da una parte, per difendere il beneficio di Santa Maria di Casanuova, che la commissione per la liquidazione dei diritti feudali voleva sequestrargli, e dall’altra, per acquisire le rendite della SS.ma Annunziata, liberatesi con la morte di Don Filippo Blasetti, le quali rischiavano di finire in altre mani. Il livello delle rendite influiva negativamente anche sulla manutenzione della chiesa. A questo proposito, significativa è una lettera che Don Gabriele Boleo scrisse al vicario diocesano nel 1860, in cui segnalava lo stato disastroso nel quale si trovavano i paramenti e il mattonato della chiesa. Nel 1888, una segnalazione fu inviata persino al papa per sollecitarne un autorevole intervento, ma non si sa quali furono i risultati.
Don Gabriele Boleo rimase alla guida della sede parrocchiale per ben 63 anni, dal 1833 al 1896. Nell’ultimo anno, gli subentrò, dapprima come coadiutore e poi come successore, il sacerdote sampelinese Don Paolo Iacovitti, la cui candidatura prevalse su quella del vice parroco, Don Luca Boleo (1823 – 1903). Quest’ultimo, nipote di Don Gabriele, sarebbe sicuramente stato il successore, se non fosse stato compromesso da un “incidente” di percorso. Infatti, mise incinta una ragazza, una certa Maria D’Anselmi, nel 1887, dovendo quindi accontentarsi di un ruolo di secondo piano che non lo gratificava.
I suoi rapporti con il nuovo parroco furono spesso conflittuali. Quando questi entrò in polemica con i confratelli del SS.mo Rosario, Don Luca Boleo si schierò dalla parte opposta e, nel 1899, ricevette l’incarico di cappellano della nuova chiesa della Madonna del Rosario. È importante ricordare che all’interno della chiesa parrocchiale di S. Pelino erano erette due cappelle con relativi altari: quella del SS.mo Rosario, fondata nel 1746 con un diploma del maestro generale dell’Ordine dei predicatori Domenicani, Tommaso Rispoli, e quella della SS.ma Annunziata e dei Santi Silvestro e Girolamo, fondata nel 1616 dai fratelli Tarquinio e Leonardo Fracassi.
Quella del SS.mo Rosario era officiata da un cappellano apposito, il quale, secondo una norma contestata dalla confraternita, doveva essere lo stesso parroco del paese. La cappella della SS.ma Annunziata, che era un giuspatronato dei Fracassi, era officiata da un altro cappellano, che, in cambio della sua ammissione al beneficio annesso, aveva l’obbligo di aver cura dell’altare e di dire messa una volta a settimana, nel giorno di sabato.
La cappella della SS.ma Annunziata fu eretta in due fasi: nel 1616, dai fratelli Tarquinio e Leonardo Fracassi, i quali le assegnarono quattro fondi come donazione irrevocabile, e nel 1651, dai rispettivi figli, che ne arricchirono il patrimonio e ottennero dal vescovo il diritto di giuspatronato. Ciò spiega la procedura di nomina del cappellano, che consisteva in un atto di designazione da parte dei Fracassi e in una successiva bolla di investitura da parte del vescovo. Questo diritto di giuspatronato si trasmise poi per successione ereditaria e, nel XIX secolo, era divenuto così diffuso che rintracciare tutti i titolari era praticamente impossibile.
Il diritto di giuspatronato si estendeva anche ai Fracassi di Paterno e a tutte le persone legate per discendenza agli antichi fondatori. Vi rientravano anche i fratelli Vincenzo, Giovanni Battista e Don Gabriele Boleo, poiché un’antenata della loro nonna era Fracassi. Così si spiegano i primi tentativi di Don Gabriele Boleo di ricostruire l’albero genealogico dei Fracassi.
La collocazione di questa cappella era presso l’altare maggiore della chiesa, dove era apposta l’iscrizione: “De iure patronatus Cresentii, Marci Antonii et Michael Angeli Fracassi“. Per quello che riguarda la cappella del Rosario, si è già detto che nel 1875 essa si trasformò in una confraternita laicale con la sua organizzazione e nel 1898 si trasferì nella nuova chiesa della Madonna del Rosario. In seguito a tale traslazione, la confraternita si considerò sciolta dal vincolo di soggezione al parroco e pretese di potersi nominare a proprio piacimento il cappellano, il cui obbligo era di avere cura dell’altare e di celebrare una messa cantata il primo di ogni mese e una in caso di morte di ogni confratello.
Riferimento autore: Pasquale Fracassi.