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Testi tratti dal libro Le Origini di Avezzano (Testi a cura di Giuseppe Grossi)
Con l’inoltrato XII secolo, con l’arrivo dei Normanni, la Marsica si troverà inserita sui confini settentrionali del Regno normanno di Sicilia e vedrà il definitivo consolidarsi del sistema insediamentale feudale basato sui castella posti sulle alture e villae, casalia ed ecclesiae ad economia agricola poste a fondovalle. Dopo i primi tentativi nella seconda metà dell’XI secolo, nel 1143 i Normanni, con i due figli di Ruggero II d’Altavilla, Ruggero ed Anfuso, provenienti dalla Valle Roveto, riescono a raggiungere il bacino fucense ed ottenere la resa definitiva di Berardo e Rainaldo, figli del Conte dei Marsi Crescenzio, gli ultimi ad avere il titolo di “comites Marsorum” (Ann. Ceccanenses, 283).
Il comitato dei Marsi, ora detto geograficamente “De Valle Marsi” inserito nel Principatus Capuae, fu diviso da Ruggero II in due contee e diverse consorterie familiari: la Contea d’Albe, data a Berardo V; quella di Cèlano assegnata a Rainaldo; il territorio Carseolano, parte del tagliacozzano, Valle di Nerfa e Palentino dato agli eredi di Oderisio II; parte della Valle di Nerfa ed altri feudi fucensi meridionali affidati a Simeone e Crescenzio di Capistrello (Jamison 1972, 214-225).
Il primo documento che c’informa direttamente sulla consistenza dei feudi incastellati del XII secolo è il Catalogus Baronum redatto nel 1150 ed aggiornato nel 1167/8, un catalogo che doveva servire per la Magno Expeditio, in pratica per formare un “esercito normanno” destinato a contrastare la minaccia di un attacco al Regno di Sicilia dopo l’alleanza (1149) tra Corrado III di Germania e l’imperatore bizantino Emanuele Comeno (Santoro 1988, 102, nota 100).
In esso sono citati tutti i castella del Regno di Sicilia, ed anche quelli della Contea di Albe, in cui era inserito l’attuale territorio avezzanese: “(Comes Albae) /1110 – Comes Rogerius de Albe dixit quod tenet in demanio Albae quod est pheudum vij militum et Castellum / novum in Marsi quod est pheudum j militis…” (Jamison 1972, 215-217).
Il conte Ruggero d’Albe era succeduto in quegli anni a “Berardus comes de Albe”, fratello di Rainaldo di Cèlano e padre di Pietro, conte d’Albe e Cèlano. Nella prima stesura del Catalogus Baronum del 1150, infatti, compare il nome di Berardo V come titolare della contea albense, mentre nell’aggiornamento del 1167/8 il suo nome fu sostituito da Ruggero, data la sua ribellione al re normanno Guglielmo I nel 1160. Ruggero “filius Riccardi”, ebbe la contea d’Albe nel 1166 dalla regina Margherita, ma abbandonò la contea marsicana per quella più ricca d’Andria in Puglia nel 1168 (“Ruggerius de Andria”). In tale occasione la contea albense è riconsegnata al figlio di Berardo V, Pietro, che, dopo la morte del cugino conte Annibale di Cèlano, nel 1189, la unisce a quella di Cèlano (Cuozzo 1984, 1110 e 1112).
Era quindi Ruggero, e prima Berardo V, proprietario di ben 23 feudi incastellati, di cui dieci “in demanio”, ovvero in controllo diretto di Ruggero, e 13 “in servicio”, affidati a feudatari fedeli. In totale Ruggero, come Berardo, poteva armare un piccolo esercito composto da 134 cavalieri, 200 fanti ed altrettanti scudieri.
Nel nostro territorio, che era parte integrante della Contea di Albe, troviamo fra il 1150 e il 1168, i castella di Castelnuovo, Paterno e Pietraquaria. Il primo era feudo di un solo milite, con una popolazione di circa 125-130 abitanti. I suoi resti sono visibili sul Monte Castello. Il secondo, Paternum, era feudo di tre militi con una popolazione di circa 375-390 abitanti. Il terzo, Petram Aquarum, era feudo di ben cinque militi con una popolazione di circa 625-650 abitanti, quindi il più grande incastellamento del territorio albense.
Utili sono le descrizioni del Brogi sul finire dell’800 riguardanti i resti di queste località, composti da torri, cisterne e fossati. Della vecchia sede del castellum di Pietraquaria rimangono scarsi resti legati all’erto colle, quota 957, che domina il santuario di S. Maria di Pietraquaria. D’altra parte, il castello-recinto a pianta triangolare su pendio roccioso è una testimonianza dell’architettura dell’epoca.
La mancata citazione di Avezzano come castellum nel Catalogo normanno ha sollevato dubbi fra gli storici. L’erezione di fortificazioni sul finire del XII secolo fu duramente avversata dagli Svevi, che si preoccuparono di far demolire edifici non dichiarati precedentemente. A segnare la seconda metà del XII secolo marsicano sono i diversi conflitti fra i baroni della contea albense e i Vescovi dei Marsi.
Il primo conflitto è segnalato con il Vescovo dei Marsi Zaccaria che, intorno al 1180, ebbe una lite con i potenti feudatari normanni, Conti di Manopello, per il possesso delle nuove e ricche pievi diocesane. Nell’affrontare queste problematiche, il vescovo Zaccaria si trovò a dover gestire gli interventi di margini giuridici sempre più intensi. Questi conflitti evidenziano l’arroganza dei normanni Conti di Manopello, che nella seconda metà del XII secolo controllavano il feudo di Avezzano.
È questo il primo documento in cui appare la pieve di S. Bartolomeo, centro della villa di Avezzano. La crescente villa di Avezzano andava quindi a modificarsi per assumere successivamente l’aspetto di un borgo accentrato, un castrum. La scelta avezzanese di S. Bartolomeo come santo protettore dell’abitato presenta evidenti legami con attività locali. San Bartolomeo è patrono degli indemoniati e delle malattie psichiche e presenta specifiche caratteristiche taumaturgiche.
Nel 1189 Pietro, figlio del Conte d’Albe Berardo V, riunisce le due contee d’Albe e Cèlano. La politica matrimoniale di Pietro gli permise di controllare personalmente tutto il bacino fucense. Alla morte nel 1212 di Pietro, suo fratello Riccardo diviene Conte di Cèlano, mentre il figlio Tommaso si titola “Celani, Albe et Molisi comes”. L’accorta politica matrimoniale di Pietro gli permise di controllare personalente tutto il bacino fucense.
Il conflitto fra i re svevi e il potente conte Tommaso fu inevitabile. Nel 1247, il pontefice Innocenzo IV restituisce al conte di Cèlano e Molise i beni usurpati dall’imperatore svevo. Avezzano, che era stata infeudata ai baroni della contea albense dei de Paleria, passò sotto la dominazione degli Corsi, poi ai De Ocra, ed infine ai De Poli. Federico II sosta vicino ad Avezzano nel 1242 e vi emette diverse sentenze e privilegi.
Nel 1250, su volere di Federico II, gli Orsini arrivano nella Marsica, mentre nel 1268, Carlo I d’Angiò, dopo la vittoria su Corradino di Svevia, sosta nei pressi di Avezzano dal 25 agosto al 3 settembre.
La crescente villa di Avezzano, quindi, andava modificandosi per assumere successivamente l’aspetto di un borgo accentrato, un castrum. Tuttavia, fu solo dopo la morte di Federico II, e il successivo intenso conflitto con il Conte Tommaso, che i poteri nobiliari marsicani si trovarono in forte crisi.
Riferimento autore: Giuseppe Grossi.
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