Testi a cura del dott. Roberto Romani
Lo chalet oggetto dello studio viene oggi mostrato ai visitatori del parco che lo accoglie, come il padiglione realizzato dai Torlonia per esporre progetti e reperti del prosciugamento del lago Fùcino alle Esposizioni Universali di Parigi e di Torino alla fine dell’Ottocento. A maggiore credibilità viene anche aggiunto che, per motivi logistici, la struttura era stata concepita come archetipo di “prefabbricato” in legno.
Accertato, però, che parte di quanto si racconta intorno allo chalet Torlonia non è confortato da prove reali, resta la sola certezza dell’evidente smontabilità della struttura. La smontabilità, tuttavia, non può essere interpretata come l’elemento caratterizzante di una struttura prefabbricata. Essa può essere, alcune volte, una condizione necessaria, ma mai sufficiente. Il carattere che definisce univocamente i prefabbricati risiede nella possibilità di mettere in opera elementi portanti complessi, formati da parti pre-assemblate, capaci di assolvere completamente a una specifica funzione strutturale, in un luogo diverso da quello in cui vengono montati. Elementi dello Chalet Torlonia che rispondono a tali caratteristiche sono alcune parti dei pannelli lignei costituenti le pareti.
Né la sola modularità, ricorrente in molti manufatti lignei e definita come ripetizione di strutture elementari, può essere intesa come carattere tipico delle strutture prefabbricate; queste possono o meno possederla. È interessante capire, pertanto, quanto della struttura in studio possa essere considerato prefabbricato e quanto, invece, si debba ritenere modulare e/o smontabile. Risulta prioritaria, in questa indagine, un’analisi preliminare sul funzionamento statico dell’intera struttura, sulla definizione dei suoi elementi strutturali e sui loro rapporti gerarchici. Lo Chalet Torlonia, come detto, ha pianta ottagonale. La scelta di tale forma, ha origine prevalentemente estetica, sebbene non possa non apprezzarsi il valore funzionale: maggiore superficie coperta a parità di perimetro, e quindi di legname impiegato, rispetto a una pianta con minor numero di lati.
Considerato, però, che il fabbricato è stato collocato ad Avezzano, in una zona notoriamente ad alta sismicità, la scelta si è rivelata opportuna. Il Pedrini, nel suo lavoro “La casa dell’avvenire” del 1910, attribuisce agli edifici con pianta poligonale particolari pregi antisismici, inferiori soltanto a quelli con forme circolari. Le componenti principali che costituiscono l’intero manufatto si possono considerare quattro: il basamento, il corpo centrale, la sua copertura e il porticato.
Il basamento è concepito in modo da evitare il degrado della membratura lignea, iniziale nelle zone dove si verifica il ristagno d’acqua: tipicamente il tetto e l’appoggio al suolo. Il piano calpestabile di tutto l’edificio è rialzato rispetto al piano di campagna di circa 60 cm, e vi si accede attraverso quattro scale, ciascuna di quattro gradini, poste ortogonalmente tra loro. Gli otto pilastri del corpo centrale sono distanziati dal suolo attraverso altrettanti plinti metallici in ghisa, che sembrano semplicemente appoggiati sul terreno. Esternamente all’ottagono delimitato dai plinti, per tutta l’ampiezza del porticato e per un’altezza sufficiente a superare quella dei plinti stessi, è realizzato un riempimento in sassi e calcestruzzo, la cui superficie superiore costituisce l’acciottolato del porticato stesso.
Internamente all’ottagono, invece, un pavimento in legno chiude superiormente un ampio spazio vuoto arieggiato attraverso quattro prese d’aria contrapposte, “a bocca di lupo”, che si affacciano sull’acciottolato del porticato. Grande attenzione è stata riposta nel mettere in opera lo stesso pavimento di legno del corpo centrale. Questo, infatti, è appoggiato sopra una struttura di travi di legno sostenute al centro dell’ottagono da un ritto di legno a sua volta appoggiato su plinto metallico.
Il corpo centrale è costituito dagli otto pilastri in legno di Pino marittimo poggiati sui plinti metallici, da tre serie di catene lignee poligonali chiuse, da sei pannelli lignei chiusi, da due portoni d’ingresso e da una vetrata perimetrale. I pilastri e le catene poligonali chiuse costituiscono gli elementi strutturali dell’intero complesso; i pilastri sono visibilmente sovradimensionati per supplire all’assenza di tiranti alle estremità superiori. I pannelli cui è demandato anche il compito, insieme alla vetrata e ai portoni, di tamponatura assolvono funzioni stabilizzanti rispetto alle sollecitazioni esterne orizzontali, quali il vento e il sisma.
L’utilizzo del legname per le catene poligonali chiuse rappresenta una scelta tecnica ed estetica apprezzabile. Anche se la resistenza del legno a trazione assiale è, in valore assoluto, minore rispetto a quella del metallo, il legno “lavora” meglio del metallo grazie al quoziente di qualità. Per sfruttare le eccellenti qualità del legno di resistere a sforzi di trazione, devono essere superate le difficoltà dovute all’applicazione delle forze alle estremità. In ciascuno spazio tra due pilastri consecutivi si trovano una vetrata e un pannello di legno o un grande portone d’ingresso.
La copertura del corpo centrale è un esempio di tetto a padiglione ottagonale. Non è stato possibile accedere alla struttura di sostegno a causa della presenza di un controsoffitto in tela dipinta e di un manto esterno costituito da diversi strati impermeabili. La struttura può essere desunta soltanto da foto realizzate durante i lavori di restauro del 1978. Si osserva subito la doppia serie di puntoni: quelli superiori a sostegno del tetto e quelli inferiori cui è appeso il controsoffitto. I puntoni, in numero totale di sedici per ogni serie, convergono al centro dove è posto un elemento di congiunzione.
Il tetto è sormontato da un’asta metallica, pennone, di altezza pari a circa la metà dell’intero edificio. La sua dimensione esercita un momento affatto trascurabile, ma senza accesso al sottotetto, il suo fissaggio alla struttura del tetto rimane una questione aperta. Una struttura di questo tipo può ben essere definita spingente sulle pareti laterali dell’edificio. Come descritta, le membrature non formano alcuna figura geometrica indeformabile. In una situazione di questo genere, il peso stesso del tetto potrebbe insidiare la stabilità dell’intera struttura.
Il porticato esterno, infine, costituisce l’ultima delle quattro componenti principali. Esso conferisce all’edificio un aspetto esterno a due altezze e due volumi. La copertura del porticato è formata da sette falde trapezoidali, simili a quelle del corpo centrale. La linearità di forme si interrompe nell’ottava falda, sopra l’ingresso principale. Le falde trapezoidali poggiano su una catena lignea poligonale che circonda il corpo centrale, mentre il lato lungo poggia su quattro pali lignei equidistanti.
In testa ai quattro pali di ciascun lato è posto un lungo bancale fissato con puntoni laterali per ogni palo, struttura che funge anche da controventatura del porticato. Il materiale ligneo è costituito da pali grezzi di diverse sezioni e da rami intrecciati, per lo più di castagno. Questa scelta è esclusivamente estetica, poiché tale materiale ha scarsa durabilità e nessun vantaggio strutturale. Per questa ragione, il porticato è l’unica parte completamente sostituita nel 1978, ed è già in cattive condizioni.
Per “unioni” si intende qualsiasi collegamento tra le membrature che formano una struttura lignea. Le unioni più comuni sono a “tenone e mortasa” e a “mezzo legno.” Per resistenze a trazione assiale, si ricorre a supporti ausiliari metallici o lignei. Nel manufatto oggetto di studio, si trovano “connessioni esterne” tra la membratura lignea e il basamento in muratura; queste connessioni permettono la protezione del legname dall’umidità. Le “connessioni interne” tra le membrature lignee sono del tipo “a mezzo legno” o con l’ausilio di chiavarde a vite. Si può ritenere che anche le altre connessioni non ispezionabili siano similari.