Parlare di Pietro Marso, dopo la dettagliata ed approfondita documentazione fornitaci da Mario Di Domeníco con la pubblicazione “Cese sui piani Palentini”, potrebbe sembrare superfluo. Con questo capitolo, però, oltre ad aggiungere qualche particolare, si cerca di riassumere dati storici e notizie attinenti questo nostro concittadino, soprattutto per chi non ha avuto la possibilità di documentarsi a dovere. Nato da genitori contadini, di umili condizioni economiche, Pietro ebbe altri due fratelli: Domenico e Giovanni. Della sua famiglia si sa solo quel poco che scrive l’autore citato.
Fin dai primi anni fu indirizzato verso gli studi ecclesiastici e li approfondì trasferendosi a Roma, dove fu discepolo di due celebri umanisti del tempo, Pomponío Leto e Domizio Calderini, che lo formarono e gli fornirono le basi necessarie a divenire in seguito un erudito letterato. Divenuto canonico di San Lorenzo e Tommaso, diede alla luce “I Commentari sopra il poeta Silio”. Recitò un’apprezzata orazione sull’immortalità dell’anima davanti al Cardinale Riario e dedicò al Cardinale Giacomo di Milano un’altra sua opera: “In Lode di Santo Stefano”.
Non mancarono, comunque, critici e studiosi, come ad esempio il maestro Mantovanì, che hanno dedicato a Pietro Marso opere e versi. Fu membro della fiorente “Accademia Romana” e cambiò il cognome originario, Mei, prendendo il soprannome Morso in onore della zona d’origine. Alla scuola di Pomponio Leto si perfezionò nelle scienze umane e letterarie, diventando attento studioso di autori greci e latini, come Aristotele, Platone e Cicerone.
Quale membro dell’Accademia di Pomponio si trovò denunciato, nel 1468, come cospiratore. Venne arrestato e rinchiuso in Castel Sant’Angelo, ma riconosciuto innocente, fu poi scarcerato. Divenne così uno dei più apprezzati studiosi del tempo e cattedratico di fama internazionale presso le maggiori università italiane, prime fra tutte Bologna e Roma. Molti studiosi europei venivano a trovarlo per apprendere lo scibile umanistico, altri solo per poterlo conoscere.
Fu un prolifico scrittore fino al 1511, anno precedente quello della sua morte, avvenuta a Roma il 3 gennaio 1512. Nel 1583 fu seppellito nella chiesa di S. Damaso e Damiano. Fra i suoi tanti discepoli ci fu il nipote Ascanio Marso di Cese, chierico e notaio in Roma, il quale impresse sulla lapide tombale la seguente epigrafe:
A PIETRO MARSO
CANONICO DI QUESTA CHIESA DI SAN LORENZO
UOMO DOTTISSIMO INTEGERRIMO
FRA TUTTI I BUONI
E AI VOTI CON ONESTA’ FEDELE
ASCANIO MARSO ALLO ZIO PATERNO
BENEMERITO POSE
Fra le varie opere di Pietro Marso vanno ricordate: “Panegiricus in memoriam S. Joannis”, “Oratio de immortalitate animae”, Roma, in 4, “Oratio dicta in die S. Stephoni primi martirys”, “Panegiricus in memoriam S. Agustini”, “Oratio in funere Pomponii Leti”, edito a Venezio nel 1841, “Silii Italici de Bello Punico cum eiusdem Commentariis” Argentoratti, 1506, in 4, “De Divinatione lib. II”, Venezio, 1507, in fol., “De Natura Deorum”, Venezia 1507, in fol. e “Cat. Major, seu De Senectute”, Leon 1556, in 4.
Pietro Marso, nel XV secolo, ricordava con orgoglio le sue origini e il paese natale nel passo che riportiamo di seguito, opportunamente tradotto in lingua. “Un piccolo villaggio che i locali chiamano Cese. È il mio paese natio. È sito alla radice dei monti dove nasce il dittamo e dista quattromila passi da Alba. Questo lo dico per non apparire ingrato verso la mia patria.”
Nell’esaminare questa citazione, oltre ad apprezzare i sentimenti dell’autore verso la propria terra, non si può sorvolare sull’importanza che si dà al dittamo. Per questo motivo, sono stato preso da una curiosità che mi ha indotto a proseguire in una appassionata ricerca. Con tutta onestà, debbo confessare che all’inizio non sapevo nemmeno che si trattasse di una pianta, più precisamente di un arbusto.
Girovagare per il Monte Salviano, fra l’ampia vegetazione, cercando non si sa bene quale esemplare, è impresa abbastanza ardua. Sarebbe stato tutto molto più semplice, ovviamente, se si fossero conosciute le caratteristiche, la forma o le dimensioni dell’arbusto stesso. A volte, però, la volontà aiuta e la fortuna aspetta se supportata dalla costanza, dall’impegno e dalla pazienza.
Con l’ausilio di testi di botanica e nuovi strumenti di ricerca, sono riuscito ad avere fra le mani le notizie che cercavo. Solo allora ho capito il motivo per cui, cinquecento anni fa, il nostro concittadino associava Cese a questo tipo di arbusto. Bisogna sapere, in primo luogo, che questa pianta è attualmente protetta da leggi regionali, in quanto è considerata rara; inoltre essa ha delle proprietà non comuni.
Per le foglie, che ricordano quelle del frassino, è detta anche “frassinella” o “limonella” per il forte odore di limone che emanano se vengono strofinate. Inoltre, è molto bella da vedere, specialmente quando è in fiore, ma non sono solo queste le caratteristiche che ne hanno determinato l’importanza. Molti altri scrittori e poeti l’hanno citata. L’ha fatto Pascoli nelle “Myricae” e Tasso nella “Gerusalemme Liberata”, quando al cap. XI – 72, scrive: “colse dittamo in Ida, erbe crinito di purpureo fiore che ha in giovanil foglie alto valore.” Questa pianta è stata menzionata inoltre da Baudelaire, Altidora Esperentosa ed Aristotele, quest’ultimo affermando che l’uso della pianta era ritenuto curativo per le ferite, osservando una capra ferita che sistematicamente andava a strofinare la parte lesa sulle foglie di questo arbusto.
Altri autori hanno parlato del dittamo e delle sue molteplici caratteristiche. Esso contiene, in particolare, un olio ricco di anetolo, estragolo, saponine e principi amari come colina e dittamina, oltre a un alcaloide che agisce sull’utero. Quest’olio, assunto in dosi elevate, può provocare emorragie uterine ed è quindi controindicato durante la gravidanza, ma ha anche proprie digestive, antispasmodiche e diuretiche, e svolge un’azione tonificante sull’organismo in genere.
Le parti utilizzabili sono le foglie e la corteccia della radice. Fa parte della famiglia delle rutacee, è una pianta erbacea perenne alta dai 50 ai 70 centimetri; alquanto legnosa alla base, ha fusto eretto provvisto di peli e ghiandole, specie in alto. Le sue foglie sono di colore verde scuro, ovali e lanceolate, a margine minutamente seghettate; i fiori a cinque petali sono bianchi tendenti al rosa e con venature porporine. Il frutto è una capsula ghiandolosa con cinque brevi cuspidi. Cresce nell’Europa centrale e meridionale, raramente in Abruzzo, dove fiorisce nelle radure, nei cespuglieti e nei querceti submontani fino agli 800 metri. Si trova alle falde della Maiella e nella Marsica. Ne è vietata la raccolta dalla L. R. 2177, art. 4 a chiunque, poiché considerata pianta rara e protetta.
Durante questa ricerca, dopo aver girato per mesi con documenti e foto alla mano, ma senza esito, mi stavo convincendo che fosse da considerarsi estinta nel nostro territorio. Pensavo che era ormai trascorso mezzo millennio dalla citazione di Pietro Marso. Fortunatamente mi sbagliavo. Come premesso, sarà stata la tenacia, sarà stato l’aver scelto zone plausibili ed anche una buona dose di fortuna, ma nella mattinata del 3 giugno 2001, durante un’escursione, io e mia moglie abbiamo avuto gradita sorpresa di “incontrarla” proprio sul Monte Salviano.
In virtù dell’esiguità degli esemplari, essa va protetta da chiunque la trovi, ma noi di Cese dovremmo ritenerla anche un regalo della natura e, soprattutto, parte integrante della nostra storia, proprio perché riesce a fiorire ancora oggi sul nostro monte, 500 anni dopo che un nostro conterraneo l’ha menzionata esplicitamente per le sue importanti “virtù”. Anche se fino ad ora questa tematica non è stata affrontata né presa minimamente in considerazione, ora dovremmo valutare questa “ricchezza” e magari associare il dittamo a Cese; se non altro, infatti, perché questo simbolo floreale ha caratterizzato e fatto conoscere il paese anche attraverso la storia, la cultura e la letteratura dal XV secolo ad oggi.
Riferimento autore: Osvaldo Cipollone.