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L’Età Medievale. Orsini E Colonna

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Dalle antiche contese di Avezzano e Luco alla stabilità feudale: come le battaglie per la terra hanno plasmato la Marsica.

L’inizio del XV secolo segna un nuovo conflitto fra gli abitanti di Avezzano e Luco riguardo al possesso della terra di Penna. L’Università di Avezzano chiese a Margherita, regina d’Ungheria e Contessa di Albe, di assegnare il territorio ad Avezzano, ottenendo un documento di concessione il 1 giugno 1404. Il documento stabilì che, sebbene il territorio di Penna fosse assegnato ad Avezzano, i diritti civici (legnare, pascolare e utilizzare l’acqua) rimanessero ai Luchesi fino al monte Tarentino. Questo problema di confine continuò a perdurare fino alle epoche moderne.

La Collegiata di S. Maria di Luco mantenne la proprietà di gran parte dell’ex Penna e le conferme alla chiesa si estesero nel tempo, culminando nel Regio Decreto del 1747. Nel 1811, un accordo redatto a Chieti stabilì la cessione della proprietà ecclesiastica al Demanio di Stato, nonostante le proteste di Avezzano. La questione si chiuse dichiarando che non esistevano evidenze a supporto delle pretese avezzanesi.

Nel corso del ‘400, le contese fra Orsini e Colonna per il possesso della contea di Tagliacozzo e Albe terminarono con la vittoria dei Colonna. Avezzano, posta sotto il dominio di nuovi feudatari laziali, divenne un importante feudo al centro del conflitto e dei continui cambiamenti di potere. Con l’avvento di Giovanna II, la contea fu assegnata insieme a quella di Albe a Lorenzo Colonna, consolidando la sua influenza sulla regione.

Il 1404 segna l’assegnazione della contea d’Albe a Giacomo Orsini, mentre il conflitto regale tra Aragonesi e Angioini, che si concluse nel 1443, portò a una rioganizzazione territoriale. La Marsica venne divisa in due contee: una a Cèlano con i Piccolomini e l’altra ad Albe con gli Orsini. L’allocazione dei pascoli avvenne sotto Alfonso d’Aragona, ma Avezzano rimase parzialmente esclusa dai principali tratturi. La strategica posizione di Avezzano permise ai suoi abitanti di utilizzare le vie tratturali per il commercio, nonostante le difficoltà dovute ai conflitti locali.

La fine del ‘400 vide il conflitto tra Colonna e Orsini definitivamente risolto a favore degli Colonna, grazie a diplomi regali che confermarono loro il possesso di vasti territori nella regione. Questo segna non solo un punto di arrivo per le contese feudali, ma anche l’inizio di un’era di stabilità e di sviluppo nella Marsica, dove le popolazioni iniziarono a specializzarsi secondo le caratteristiche del territorio, avviando un’epoca di mobilità e commercializzazione.”

Riferimento autore: Giuseppe Grossi.

L’inizio del XV secolo vede nuovamente riaccendersi i conflitti fra gli abitanti di Avezzano e Luco per il possesso della terra di Penna. L’Università di Avezzano tornò alla carica chiedendo a Margherita, regina d’Ungheria e nuova Contessa di Albe, che il territorio di Penna fosse assegnato ad Avezzano ed escluso ai Luchesi. Margherita, con un documento datato 1 giugno 1404 e redatto a Salerno, assegnò la proprietà del “Territorio Pennae” ad Avezzano, ma lasciò gli usi civici (legnare, pascolare ed utilizzare l’acqua per gli animali) ai Luchesi su tutto il territorio fino al monte Tarentino (Colle degli Stabbi): ” & homines dictae Terrae nostre Luci habent, & habere debent ius sumenti pascua, & aquas cum eorum animalibus in dicto territorio Terrae Pennae, & similitèr habere commoditates eiusdem pascua sumendi, & ligna etiam incidendi im Monte Tarentino libere” (Phoebonius 1668, III, 135-136). Nonostante questa concessione, i problemi per la definizione dei confini si trascinarono fino all’età contemporanea.

La Collegiata di S. Maria di Luco rimase infatti proprietaria di gran parte del territorio dell’ex Penna, dai resti di Anxa-Angitia fino all’Incile. Le conferme alla stessa chiesa luchese si estesero per tutta l’età moderna fino al risolutivo Regio Decreto del 1747 e, in età contemporanea, alle decisioni prese durante il regno di Giacchino Murat. Il 19 dicembre 1811 a Chieti, ad opera del “Cavaliere Giuseppe De Thomasis, Relatore al Consiglio di Stato e Commissario del Re per la Divisione de’ Demani”, fu redatto l’accordo fra il “Comune di Luco della Provincia dell’Aquila e il Clero della Madonna delle Grazie dell’istesso Comune” per la cessione di gran parte della proprietà ecclesiastica al Demanio di Stato e quindi all’Amministrazione Comunale, in base alle leggi del 2 agosto 1806, del 17 gennaio 1810 e Reali Istruzioni del 10 marzo dello stesso anno. Alla chiesa rimase il territorio dal Vallone di S. Vincenzo fino ai confini storici con Avezzano e Capistrello.

Alle proteste del Comune di Avezzano, che ancora accampava diritti ed usi civici sul territorio dell’ex Penna, il De Thomasis, viste le prove presentate dai rappresentanti di Luco, chiuse la questione con la dichiarazione che la pretesa avezzanese era sprovvista di prove e che “non esistono gli usi dedotti dal Comune di Avezzano” (ASA, 4).

Il ‘400 vide numerosi conflitti fra Orsini e Colonna per il possesso delle contee di Tagliacozzo ed Albe, conflitti terminati sul finire del secolo con la vittoria dei Colonna. La sede comitale d’Albe, cui Avezzano apparteneva, era ormai in abbandono ed Avezzano, il più importante feudo della contea, diventò la sede permanente dei nuovi feudatari laziali. Questo creò una contea allo sbando, caratterizzata dai continui passaggi feudali a favore dei membri della famiglia reale di Napoli o addirittura devoluta direttamente alla Regia Camera (Brogi 1900, II, 252-324).

L’elemento più considerevole della presenza diretta dei Colonna nella contea albense era la politica filo-papale della regina di Napoli Giovanna II, che, per ingraziarsi Martino V, nel 1414 assegnò la Contea d’Albe al suo nipote, Lorenzo Colonna. Dall’esame dei numerosi documenti dell’Archivio Orsini, conosciamo l’espansione della famiglia romana nel contado di Tagliacozzo ed Albe nel ‘400.

Nel 1404, il 9 giugno, Margherita, madre del re di Napoli Ladislao, concedeva la contea di Albe a Giacomo Orsini per i servigi militari resi dallo stesso al figlio re (Colonna B. 1955, 199). Il giorno dopo, la stessa regina e “Contessa di AlbeMargherita, con due decreti, condonò per un anno allo stesso Giacomo le tasse relative ai suoi feudi, che dovevano contribuire alla pensione annua di trenta once d’oro dello stesso Orsini (Squilla 1966, 152).

Nel frattempo, il Regno di Napoli era interessato dalle lotte fra Aragonesi e Angioini, che si conclusero nel 1443 con la conquista aragonese di Napoli e il defenestramento di Renato d’Angiò, ultimo esponente angioino. Alfonso d’Aragona divenne re di un regno che comprendeva nuovamente anche la Sicilia con capitale a Napoli. La Marsica era divisa in due contee: quella di Cèlano con i Conti di Cèlano, cui successero i Piccolomini, e quella di Albe con gli Orsini.

Lo stesso re aragonese iniziava in Aprutium la sistemazione della rete tratturale pastorale, con l’istituzione nel 1447 della Dohana menae pecudum Apuliae (“Dogana della mena delle pecore in Puglia”). Tuttavia, Avezzano, ad esclusione di Paterno, rimase parzialmente esclusa dai tre tratturi alfonsini di Cèlano-Foggia, L’Aquila-Foggia, Pescasseroli-Candela.

La rete tratturale più vicina ad Avezzano era quella di Cèlano-Foggia, che iniziava dopo Paterno in territorio di Cèlano e da esso, utilizzando in parte la Via Valeria, arrivava a Foggia attraverso Sulmona e l’Altopiano delle Cinquemiglia (Colapietra 1972). Gli abitanti di Avezzano, seppur votati a un collegamento geografico anche con i vicini pascoli laziali, utilizzarono anche loro il Regio Tratturo Cèlano-Foggia, come documentato dalla numerosa presenza di ovini già a partire dalla seconda metà del ‘300.

A causa delle guerre fra Aragonesi e Angioini, la penetrazione colonnese in Aprutium fu molto movimentata e contrastata, sia a causa degli Orsini sia per alcuni reali di Napoli. Nel 1427, i Colonna ebbero il possesso della Contea di Cèlano e di quella d’Albe con il deforme Edoardo Colonna, marito di Jacovella di Cèlano dal 1424; nel 1436 le due contee furono tolte ai Colonna dalla regina Isabella d’Aragona a favore del vecchio condottiero Giacomo Caldora, secondo marito di Jacovella; nel 1441 gli Orsini si impossessarono delle contee di Tagliacozzo e d’Albe, tenendole per altri quindici anni.

Il quattrocento fu uno dei periodi più oscuri e travagliati per l’Italia meridionale, divenuta teatro delle contese franco-spagnole, in cui il ruolo del Pontefice e delle famiglie romane risultò sempre di estrema importanza. Il conflitto tra gli Orsini e i Colonna per Albe e Tagliacozzo fu ricco di colpi di scena e rovesciamenti di fronti, sino al definitivo successo dei Colonna, dovuto tanto alla capacità dei condottieri di questa famiglia quanto a una serie di fortunate circostanze, come la volontà pacificatrice degli Aragonesi che, nel 1495-96, decisero di confermare al loro posto una gran parte dei baroni che erano stati fedeli a Carlo VIII.

La scelta all’inizio del ‘500 che vide i Colonna schierarsi con gli Spagnoli e gli Orsini con i Francesi, premiò definitivamente i Colonna, i quali divennero signori di Albe e Tagliacozzo dal 1504 e per tre secoli. Nell’ottica dei vari possessi della contea albense durante il ‘400 che interessarono il territorio di Avezzano, ricordiamo il diploma del 21 febbraio 1432 della “Concessione delle terre marsicane ad Eduardo Colonna“, in cui troviamo Avezzano fra i feudi della Contea d’Albe: “Comitatum Celani …, Paternuum, …, comitatum Albe minus terras castra loca et fortilicia subscipta, videlicet …, Aveczanum” (Faraglia 1904, 368).

L’Elenco dei feudi del Regno, fatto compilare da Alfonso d’Aragona nel 1445, menzionava Avezzano e Cese tra i possessi di Giovanni Antonio Orsini, Conte di Tagliacozzo e d’Albe: “Avezzanum, …, Cese” (Brogi 1900, 284). La concessione di Ferrante d’Aragona del 20 marzo 1464 a favore di Napoleone e Roberto Orsini delle contee di Tagliacozzo ed Albe, e delle baronie di Carsoli, del Corvaro e della terra di Paterno, venne seguita da una nuova concessione del 20 giugno 1484, con gli stessi contenuti, a Virgilio Orsini ed al figlio Giangiacomo.

Nel mese di luglio dello stesso anno, lo stesso re aragonese concesse all’Orsini la pensione annua di 6000 ducati, da ricavare dalla tassa del sale dovuta dai suoi feudi (Celletti 1963, 27, 34). Il 30 ottobre 1426 abbiamo un documento che attesta il nome di due, delle tre porte, del castrum di Avezzano. Si tratta di una pergamena in cui è riportata, da parte di Leonardo di San Cristofaro de Griptis di Spoltore, per ordine del giudice delegato Giovanni di Carapelle, una sentenza per la vertenza fra l’università di Avezzano e la chiesa collegiata di S. Bartolomeo, per il possesso di alcuni beni, case, locali e orti situati sulla sponda pubblica del Fùcino, da “Porta S. Felice” fino a “Porta S. Francesco” (ADM, A/18). Probabilmente, la Porta di S. Felice è riconoscibile nella successiva Porta di S. Rocco, attraverso cui si immetteva la “Via Albense” che portava ad Albe.

La politica “armentaria” degli Orsini e il loro dispotismo non erano ben accetti dai “terrazzani” (agricoltori) della contea albense; infatti, nel 1490, Gentile Orsini trasformò il vecchio castello angioino d’Avezzano in un’aggiornata ed efficiente rocca rinascimentale, “seditiosis. exitium” (“a sterminio dei sediziosi”), per controllare i rivoltosi agricoltori e pescatori avezzanesi che apertamente parteggiavano per i Colonna (Colapietra 1998, 40). L’iscrizione presente sopra il portale gotico trecentesco del castello, successivamente murato dai Colonna, recita: “Gentilis.Virginius.Ursinus. cum.avitum./ ius.parum.succederet.bellic.virtutis./ causa.relictum. a.maioribus.haeredium./ recup.auxitq. Xisti.IV.pont.max.copiis./ ter.victor.praefuit.in.Etruria. Latioq.et./ Gallia.exercitus. Ferdinandi.regis.Sicil./Imp.varios.motus. repressit.delevitq.remp.restituit.postq.bellor.felices. success.arcem.Aveani.seditiosis.exitium./ a.fundament.pos. MCCCCLXXXX.

Il rifacimento del primitivo castello trecentesco in rocca rinascimentale a pianta quadrata con bastioni cilindrici, è attribuito al celebre architetto Francesco di Giorgio Martini, autore del Forte di S. Leo, che in quegli anni lavorava per gli Orsini, come attestano alcune lettere dello stesso Virgilio Orsini (Santoro 1988, 135-136). Avezzano al termine del medioevo si presentava come un borgo ben accentrato, dotato di una “Via centrale” ed altre strade, con un percorso perimetrale dotato di supportici sulle mura, provviste di torrioni angolari e rompitratta semicilindrici. Sulle vie centrali, aperte sulle due piazze (“Centrale” e di S. Bartolomeo), le residenze signorili mostravano i loro arredi architettonici tardo-gotici, composti da cornici marcapiano a decorazione floreale e varie eleganti e raffinate finestrature, bifore o trifore, come si può osservare in disegni dell’architetto Caracciolo del 1801, conservati nella Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte di Palazzo Venezia a Roma (BIASA, Collezione Lanciani; Grossi 1999b, 7).

Sulle mura si aprivano tre porte: Porta S. Francisci verso il castello, l’Aia pubblica e la chiesa di S. Francesco; la più antica, Porta Sancti Bartholomaei, aperta verso la pieve di S. Andrea e le rive fucensi; la Porta Sancti Felici in direzione delle strade che portavano ad Albe e Paterno. La consistenza delle fortificazioni di Avezzano ci è offerta da una serigrafia di Fedele De Bernardinis del 1791, in cui sono evidenziati i torrioni angolari con apparato a sporgere, quelli affiancati alla Porta di S. Bartolomeo, le mura dotate di merlature e la risega della Porta di S. Francesco (APSB; Teresa Cucchiari 1999, retro cop. e 5).

Le mura di Avezzano furono definitivamente demolite nel 1843 per ordinanza del Decurionato del 26 Marzo dello stesso anno (ASCA, Libro delibere Decurionato 1834/1846, p. 51). Al quattrocento si devono i miglioramenti degli arredi ecclesiastici delle chiese di Cese e Penna, con la realizzazione delle pale d’altare dedicate alla Madonna, a S. Maria di Cese e a S. Vincenzo di Penna, ad opera del famoso pittore Andrea de Litio, autore del ciclo di affreschi del Coro di Atri, e di altri artisti della sua scuola.

La prima, detta “Madonna di Cese“, realizzata a tempera su tavola, è ridotta a un frammento relativo al solo volto aureolato, conservata nel Museo d’Arte Sacra della Marsica nel Castello Piccolomini di Cèlano. In origine, la pala, che ritrae la Vergine in trono con Bambino, era parte dell’arredo ecclesiastico della chiesa di S. Maria di Cese e collocata nell’altare centrale. Con il terremoto del 1915, la pala, rimasta sepolta tra le macerie del crollo della chiesa, si ridusse al frammento superiore (Di Domenico 1993, 171-183). Ora si presenta con il volto leggermente inclinato verso destra, circondato da un’aureola dorata con iscrizione (- Ave Maria gratia plena Dominus t(ecum)-) e tracce di trono decorato da motivi floreali.

La seconda, conosciuta come “S. Maria di Vico” o “di Penna“, ora conservata nella chiesa di S. Francesco d’Assisi di Avezzano, è realizzata in tela incollata su tavola di cm 97×63. Datata alla metà del XV secolo, era originariamente parte di un trittico conservato nella chiesa di S. Vincenzo di Penna. Dopo un furto, passò alla chiesa di S. Maria in Vico, in passato luogo di culto, di cui era cappella S. Vincenzo di Penna. Il racconto del suo arrivo a S. Maria in Vico è documentato da Febonio e altri autori che ricordano le immagini di S. Benedetto e S. Vincenzo sui lati, a riprova della provenienza dalla chiesa maggiore di S. Vincenzo.

Con il terremoto del 1915, la pala d’altare perse le immagini laterali e fu trasportata al Museo di Palazzo Venezia a Roma, da dove tornò a Avezzano nel 1972. Il 24 giugno 1979, l’opera pittorica fu definitivamente collocata nella chiesa di S. Francesco. Realizzato in tela applicata su tavola, il dipinto ha un fondo dorato e movenze raffinate, simili all’arte senese del quattrocento. Può essere attribuito alla cerchia del “maestro del Trittico di Beffi” o a quella di Andrea de Litio, artisti operanti in ambiente marsicano durante la prima metà del ‘400 (Palma 1987, 128-129).

Al termine del ‘400 o inizi del secolo successivo risale il portale di S. Maria in Vico, ora incorporato nella chiesa di S. Giovanni di Avezzano, con lo stemma di S. Berardino da Siena nel centro dell’architrave. Il portale, di tipo archivoltato e delimitato da colonnine laterali su due ordini sovrapposti di tradizione tardo-gotica, era inserito nella facciata della chiesa ristrutturata dai Francescani nel primo Rinascimento. La facciata era contrassegnata da un finestrone circolare con superiore bassorilievo di S. Giorgio a cavallo (Gavini 1927-28, II, 286). Al periodo tardo-gotico appartiene anche il bel portale di S. Sebastiano, ora conservato nel Museo Lapidario di Avezzano.

Sul finire del medioevo, il costante conflitto fra Orsini e Colonna trovò termine; significativi sono diversi diplomi di Federico II d’Aragona, databili dal 1495 al 1499, in cui appare la vittoria dei Colonna sugli Orsini: il 6 luglio 1495, il regnante aragonese concesse a Fabrizio Colonna e ai suoi eredi l’investitura totale delle terre appartenute a Virgilio Orsini, devolute al regio fisco a causa della sua ribellione, comprendenti: Tagliacozzo, Albe, Celle (Carsoli), Oricola, Rocca di Botte, Pereto, Colli (di Montebove), Tremonti, Rocca di Cerro, Verrecchie, Cappadocia, Petrella (Liri), Pagliara, Castellafiume, Corcumello, Cese, Scurcola (Marsicana), Poggio (Poggetello), S. Donato, Scanzano, Sante Marie, Castelvecchio, Marano, Torano, Tusco (Latuschio), Spedino, Corvaro, Castelmenardo, S. Anatolia, Rosciolo, Magliano (dei Marsi), Paterno, Avezzano, Luco, Canistro, Civita d’Antino, Cappelle.

Inoltre, gli concesse, nello stesso diploma, la Baronia di Valleroveto, formata dai castelli di Capistrello, (Pesco) Canale, Civitella (Roveto), Meta, Rendinara e Castel dei Vivi (Roccavivi), concedendogli, inoltre, ben 6000 ducati vita naturale durante (Colonna P. 1927, 99).

Il 6 luglio 1497, ci sono altri due diplomi di riconferma dei feudi marsicani a Fabrizio Colonna, in cui ricompaiono le stesse terre e tutti i paesi rovetani sulla destra del Liri (Brogi 1900, 317). Il 3 febbraio 1499 riconosceva ai Colonna le contee di Tagliacozzo ed Albe, con le baronie di Valleroveto e di Carsoli (Colonna P. 1927, 100).

La seconda metà del secolo, seppur fra i vari conflitti e passaggi di mano, segna lo sviluppo della mobilità geografica umana dell’area, con specializzazioni dovute alle caratteristiche morfologiche e climatiche locali. Migrazioni stagionali dei braccianti agricoli dai Palentini, del Piano di Vico e Valle di Nerfa verso la Campagna Romana, nei possessi degli Orsini e Colonna, diventarono più consistenti. Le popolazioni della Valle di Nerfa si specializzarono nella pastorizia e nell’allevamento equino, utilizzato per i passi appenninici e la Campagna Romana.

Rinasce la vecchia strada romana che da Corcumello, per il passo di Girifalco, Pagliara, Cappadocia e l’altopiano di Marrumpano, raggiunge Vallepietra e Subiaco; strada che diventa meta di frequenti pellegrinaggi al santuario trinitario di Vallepietra da parte delle genti della Marsica occidentale. Nasce il “Tratturo Colonna“, che, per il Valico di S. Antonio, arriva a Filettino e Piglio, per l’alta valle dell’Aniene e la piana del Sacco.

Il Tratturo iniziò a essere frequentato dalle greggi dei ricchi proprietari capistrellani ed avezzanesi legati alla potente famiglia romana. Altra linea commerciale e pastorale era quella della media valle dell’Aniene (“Tratturo Orsini“): non dimentichiamo che con Napoleone Orsini, “comiti Tagliacotii” nel 1470, le proprietà degli Orsini si estendevano dal Tirreno al Fùcino, con terre nella media ed alta valle dell’Aniene (Arsoli, Licenza, Vicovaro, ecc.) e nella Piana del Cavaleire nel Carseolano.

Prova di un commercio del sale fra Marsica e Valle dell’Aniene, lungo l’antica Via Valeria e medievale “via antiqua quod dicitur Salara”, è documentato per il 1464, con la concessione di Ferrante d’Aragona a Napoleone e Roberto Orsini di esportare una certa quantità di sale, senza licenza, dalle terre del Regno nell’agro romano (Celletti 1963, 27).

In questo clima generale di sviluppo della pastorizia transumante nel Regno di Napoli nella seconda metà del ‘400, i Colonna, per concessione regia, istituirono una loro Dogana pastorale a Tagliacozzo e utilizzarono i pascoli estivi dei monti Simbruini, dove confluirono le greggi dei loro ed altrui possessi laziali (Filettino, Subiaco, Serrasecca e Vallepietra).

La ricchezza degli alti pascoli estivi dei Simbruini abruzzesi facilitò lo sviluppo economico degli insediamenti dell’alta valle del Liri ed altri centri del Ducato di Tagliacozzo ed Albe: “In virtù delle sue buone zone a pascolo, pur senza ospitare grandi comunità pastorali, la Marsica occidentale mostra diversi paesi in grado di fare dell’allevamento transumante un’attività stabile e in grado di procurare redditi consistenti” (Piccioni 1999, 89-90).

Pur tuttavia, Avezzano con le sue famiglie emergenti appariva sostanzialmente legata allo sfruttamento della terra e, in minor parte, all’allevamento transumante e all’attività piscatoria sul Fùcino, vista la vicinanza della Stanga di Caruscino. Con i Colonna, ormai potentissimi feudatari del Regno di Napoli e i loro gabellieri della famiglia dei Mattei, Avezzano con la sua universitas contrassegnata dalla figura di S. Bartolomeo, inserita nel Ducato di Tagliacozzo-Albe, entra nella storia moderna del Regno di Napoli, concludendo l’analisi delle sue vicende medievali.

Riferimento autore: Le Origini di Avezzano, a cura di Giuseppe Grossi.

L’inizio del XV secolo vede nuovamente riaccendersi i conflitti fra gli abitanti di Avezzano e Luco per il possesso della terra di Penna. L’Università di Avezzano tornò alla carica chiedendo a Margherita, regina d’Ungheria e nuova Contessa di Albe, che il territorio di Penna fosse assegnato ad Avezzano ed escluso ai Luchesi. Margherita, con un documento datato 1 giugno 1404 e redatto a Salerno, assegnò la proprietà del “Territorio Pennae” ad Avezzano, ma lasciò gli usi civici (legnare, pascolare ed utilizzare l’acqua per gli animali) ai Luchesi su tutto il territorio fino al monte Tarentino (Colle degli Stabbi): ” & homines dictae Terrae nostre Luci habent, & habere debent ius sumenti pascua, & aquas cum eorum animalibus in dicto territorio Terrae Pennae, & similitèr habere commoditates eiusdem pascua sumendi, & ligna etiam incidendi im Monte Tarentino libere” (Phoebonius 1668, III, 135-136). Nonostante questa concessione, i problemi per la definizione dei confini si trascinarono fino all’età contemporanea.

La Collegiata di S. Maria di Luco rimase infatti proprietaria di gran parte del territorio dell’ex Penna, dai resti di Anxa-Angitia fino all’Incile. Le conferme alla stessa chiesa luchese si estesero per tutta l’età moderna fino al risolutivo Regio Decreto del 1747 e, in età contemporanea, alle decisioni prese durante il regno di Giacchino Murat. Il 19 dicembre 1811 a Chieti, ad opera del “Cavaliere Giuseppe De Thomasis, Relatore al Consiglio di Stato e Commissario del Re per la Divisione de’ Demani”, fu redatto l’accordo fra il “Comune di Luco della Provincia dell’Aquila e il Clero della Madonna delle Grazie dell’istesso Comune” per la cessione di gran parte della proprietà ecclesiastica al Demanio di Stato e quindi all’Amministrazione Comunale, in base alle leggi del 2 agosto 1806, del 17 gennaio 1810 e Reali Istruzioni del 10 marzo dello stesso anno. Alla chiesa rimase il territorio dal Vallone di S. Vincenzo fino ai confini storici con Avezzano e Capistrello.

Alle proteste del Comune di Avezzano, che ancora accampava diritti ed usi civici sul territorio dell’ex Penna, il De Thomasis, viste le prove presentate dai rappresentanti di Luco, chiuse la questione con la dichiarazione che la pretesa avezzanese era sprovvista di prove e che “non esistono gli usi dedotti dal Comune di Avezzano” (ASA, 4).

Il ‘400 vide numerosi conflitti fra Orsini e Colonna per il possesso delle contee di Tagliacozzo ed Albe, conflitti terminati sul finire del secolo con la vittoria dei Colonna. La sede comitale d’Albe, cui Avezzano apparteneva, era ormai in abbandono ed Avezzano, il più importante feudo della contea, diventò la sede permanente dei nuovi feudatari laziali. Questo creò una contea allo sbando, caratterizzata dai continui passaggi feudali a favore dei membri della famiglia reale di Napoli o addirittura devoluta direttamente alla Regia Camera (Brogi 1900, II, 252-324).

L’elemento più considerevole della presenza diretta dei Colonna nella contea albense era la politica filo-papale della regina di Napoli Giovanna II, che, per ingraziarsi Martino V, nel 1414 assegnò la Contea d’Albe al suo nipote, Lorenzo Colonna. Dall’esame dei numerosi documenti dell’Archivio Orsini, conosciamo l’espansione della famiglia romana nel contado di Tagliacozzo ed Albe nel ‘400.

Nel 1404, il 9 giugno, Margherita, madre del re di Napoli Ladislao, concedeva la contea di Albe a Giacomo Orsini per i servigi militari resi dallo stesso al figlio re (Colonna B. 1955, 199). Il giorno dopo, la stessa regina e “Contessa di AlbeMargherita, con due decreti, condonò per un anno allo stesso Giacomo le tasse relative ai suoi feudi, che dovevano contribuire alla pensione annua di trenta once d’oro dello stesso Orsini (Squilla 1966, 152).

Nel frattempo, il Regno di Napoli era interessato dalle lotte fra Aragonesi e Angioini, che si conclusero nel 1443 con la conquista aragonese di Napoli e il defenestramento di Renato d’Angiò, ultimo esponente angioino. Alfonso d’Aragona divenne re di un regno che comprendeva nuovamente anche la Sicilia con capitale a Napoli. La Marsica era divisa in due contee: quella di Cèlano con i Conti di Cèlano, cui successero i Piccolomini, e quella di Albe con gli Orsini.

Lo stesso re aragonese iniziava in Aprutium la sistemazione della rete tratturale pastorale, con l’istituzione nel 1447 della Dohana menae pecudum Apuliae (“Dogana della mena delle pecore in Puglia”). Tuttavia, Avezzano, ad esclusione di Paterno, rimase parzialmente esclusa dai tre tratturi alfonsini di Cèlano-Foggia, L’Aquila-Foggia, Pescasseroli-Candela.

La rete tratturale più vicina ad Avezzano era quella di Cèlano-Foggia, che iniziava dopo Paterno in territorio di Cèlano e da esso, utilizzando in parte la Via Valeria, arrivava a Foggia attraverso Sulmona e l’Altopiano delle Cinquemiglia (Colapietra 1972). Gli abitanti di Avezzano, seppur votati a un collegamento geografico anche con i vicini pascoli laziali, utilizzarono anche loro il Regio Tratturo Cèlano-Foggia, come documentato dalla numerosa presenza di ovini già a partire dalla seconda metà del ‘300.

A causa delle guerre fra Aragonesi e Angioini, la penetrazione colonnese in Aprutium fu molto movimentata e contrastata, sia a causa degli Orsini sia per alcuni reali di Napoli. Nel 1427, i Colonna ebbero il possesso della Contea di Cèlano e di quella d’Albe con il deforme Edoardo Colonna, marito di Jacovella di Cèlano dal 1424; nel 1436 le due contee furono tolte ai Colonna dalla regina Isabella d’Aragona a favore del vecchio condottiero Giacomo Caldora, secondo marito di Jacovella; nel 1441 gli Orsini si impossessarono delle contee di Tagliacozzo e d’Albe, tenendole per altri quindici anni.

Il quattrocento fu uno dei periodi più oscuri e travagliati per

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Ospitalità e servizi

L’inizio del XV secolo vede nuovamente riaccendersi i conflitti fra gli abitanti di Avezzano e Luco per il possesso della terra di Penna. L’Università di Avezzano tornò alla carica chiedendo a Margherita, regina d’Ungheria e nuova Contessa di Albe, che il territorio di Penna fosse assegnato ad Avezzano ed escluso ai Luchesi. Margherita, con un documento datato 1 giugno 1404 e redatto a Salerno, assegnò la proprietà del “Territorio Pennae” ad Avezzano, ma lasciò gli usi civici (legnare, pascolare ed utilizzare l’acqua per gli animali) ai Luchesi su tutto il territorio fino al monte Tarentino (Colle degli Stabbi): ” & homines dictae Terrae nostre Luci habent, & habere debent ius sumenti pascua, & aquas cum eorum animalibus in dicto territorio Terrae Pennae, & similitèr habere commoditates eiusdem pascua sumendi, & ligna etiam incidendi im Monte Tarentino libere” (Phoebonius 1668, III, 135-136). Nonostante questa concessione, i problemi per la definizione dei confini si trascinarono fino all’età contemporanea.

La Collegiata di S. Maria di Luco rimase infatti proprietaria di gran parte del territorio dell’ex Penna, dai resti di Anxa-Angitia fino all’Incile. Le conferme alla stessa chiesa luchese si estesero per tutta l’età moderna fino al risolutivo Regio Decreto del 1747 e, in età contemporanea, alle decisioni prese durante il regno di Giacchino Murat. Il 19 dicembre 1811 a Chieti, ad opera del “Cavaliere Giuseppe De Thomasis, Relatore al Consiglio di Stato e Commissario del Re per la Divisione de’ Demani”, fu redatto l’accordo fra il “Comune di Luco della Provincia dell’Aquila e il Clero della Madonna delle Grazie dell’istesso Comune” per la cessione di gran parte della proprietà ecclesiastica al Demanio di Stato e quindi all’Amministrazione Comunale, in base alle leggi del 2 agosto 1806, del 17 gennaio 1810 e Reali Istruzioni del 10 marzo dello stesso anno. Alla chiesa rimase il territorio dal Vallone di S. Vincenzo fino ai confini storici con Avezzano e Capistrello.

Alle proteste del Comune di Avezzano, che ancora accampava diritti ed usi civici sul territorio dell’ex Penna, il De Thomasis, viste le prove presentate dai rappresentanti di Luco, chiuse la questione con la dichiarazione che la pretesa avezzanese era sprovvista di prove e che “non esistono gli usi dedotti dal Comune di Avezzano” (ASA, 4).

Il ‘400 vide numerosi conflitti fra Orsini e Colonna per il possesso delle contee di Tagliacozzo ed Albe, conflitti terminati sul finire del secolo con la vittoria dei Colonna. La sede comitale d’Albe, cui Avezzano apparteneva, era ormai in abbandono ed Avezzano, il più importante feudo della contea, diventò la sede permanente dei nuovi feudatari laziali. Questo creò una contea allo sbando, caratterizzata dai continui passaggi feudali a favore dei membri della famiglia reale di Napoli o addirittura devoluta direttamente alla Regia Camera (Brogi 1900, II, 252-324).

L’elemento più considerevole della presenza diretta dei Colonna nella contea albense era la politica filo-papale della regina di Napoli Giovanna II, che, per ingraziarsi Martino V, nel 1414 assegnò la Contea d’Albe al suo nipote, Lorenzo Colonna. Dall’esame dei numerosi documenti dell’Archivio Orsini, conosciamo l’espansione della famiglia romana nel contado di Tagliacozzo ed Albe nel ‘400.

Nel 1404, il 9 giugno, Margherita, madre del re di Napoli Ladislao, concedeva la contea di Albe a Giacomo Orsini per i servigi militari resi dallo stesso al figlio re (Colonna B. 1955, 199). Il giorno dopo, la stessa regina e “Contessa di AlbeMargherita, con due decreti, condonò per un anno allo stesso Giacomo le tasse relative ai suoi feudi, che dovevano contribuire alla pensione annua di trenta once d’oro dello stesso Orsini (Squilla 1966, 152).

Nel frattempo, il Regno di Napoli era interessato dalle lotte fra Aragonesi e Angioini, che si conclusero nel 1443 con la conquista aragonese di Napoli e il defenestramento di Renato d’Angiò, ultimo esponente angioino. Alfonso d’Aragona divenne re di un regno che comprendeva nuovamente anche la Sicilia con capitale a Napoli. La Marsica era divisa in due contee: quella di Cèlano con i Conti di Cèlano, cui successero i Piccolomini, e quella di Albe con gli Orsini.

Lo stesso re aragonese iniziava in Aprutium la sistemazione della rete tratturale pastorale, con l’istituzione nel 1447 della Dohana menae pecudum Apuliae (“Dogana della mena delle pecore in Puglia”). Tuttavia, Avezzano, ad esclusione di Paterno, rimase parzialmente esclusa dai tre tratturi alfonsini di Cèlano-Foggia, L’Aquila-Foggia, Pescasseroli-Candela.

La rete tratturale più vicina ad Avezzano era quella di Cèlano-Foggia, che iniziava dopo Paterno in territorio di Cèlano e da esso, utilizzando in parte la Via Valeria, arrivava a Foggia attraverso Sulmona e l’Altopiano delle Cinquemiglia (Colapietra 1972). Gli abitanti di Avezzano, seppur votati a un collegamento geografico anche con i vicini pascoli laziali, utilizzarono anche loro il Regio Tratturo Cèlano-Foggia, come documentato dalla numerosa presenza di ovini già a partire dalla seconda metà del ‘300.

A causa delle guerre fra Aragonesi e Angioini, la penetrazione colonnese in Aprutium fu molto movimentata e contrastata, sia a causa degli Orsini sia per alcuni reali di Napoli. Nel 1427, i Colonna ebbero il possesso della Contea di Cèlano e di quella d’Albe con il deforme Edoardo Colonna, marito di Jacovella di Cèlano dal 1424; nel 1436 le due contee furono tolte ai Colonna dalla regina Isabella d’Aragona a favore del vecchio condottiero Giacomo Caldora, secondo marito di Jacovella; nel 1441 gli Orsini si impossessarono delle contee di Tagliacozzo e d’Albe, tenendole per altri quindici anni.

Il quattrocento fu uno dei periodi più oscuri e travagliati per l’Italia meridionale, divenuta teatro delle contese franco-spagnole, in cui il ruolo del Pontefice e delle famiglie romane risultò sempre di estrema importanza. Il conflitto tra gli Orsini e i Colonna per Albe e Tagliacozzo fu ricco di colpi di scena e rovesciamenti di fronti, sino al definitivo successo dei Colonna, dovuto tanto alla capacità dei condottieri di questa famiglia quanto a una serie di fortunate circostanze, come la volontà pacificatrice degli Aragonesi che, nel 1495-96, decisero di confermare al loro posto una gran parte dei baroni che erano stati fedeli a Carlo VIII.

La scelta all’inizio del ‘500 che vide i Colonna schierarsi con gli Spagnoli e gli Orsini con i Francesi, premiò definitivamente i Colonna, i quali divennero signori di Albe e Tagliacozzo dal 1504 e per tre secoli. Nell’ottica dei vari possessi della contea albense durante il ‘400 che interessarono il territorio di Avezzano, ricordiamo il diploma del 21 febbraio 1432 della “Concessione delle terre marsicane ad Eduardo Colonna“, in cui troviamo Avezzano fra i feudi della Contea d’Albe: “Comitatum Celani …, Paternuum, …, comitatum Albe minus terras castra loca et fortilicia subscipta, videlicet …, Aveczanum” (Faraglia 1904, 368).

L’Elenco dei feudi del Regno, fatto compilare da Alfonso d’Aragona nel 1445, menzionava Avezzano e Cese tra i possessi di Giovanni Antonio Orsini, Conte di Tagliacozzo e d’Albe: “Avezzanum, …, Cese” (Brogi 1900, 284). La concessione di Ferrante d’Aragona del 20 marzo 1464 a favore di Napoleone e Roberto Orsini delle contee di Tagliacozzo ed Albe, e delle baronie di Carsoli, del Corvaro e della terra di Paterno, venne seguita da una nuova concessione del 20 giugno 1484, con gli stessi contenuti, a Virgilio Orsini ed al figlio Giangiacomo.

Nel mese di luglio dello stesso anno, lo stesso re aragonese concesse all’Orsini la pensione annua di 6000 ducati, da ricavare dalla tassa del sale dovuta dai suoi feudi (Celletti 1963, 27, 34). Il 30 ottobre 1426 abbiamo un documento che attesta il nome di due, delle tre porte, del castrum di Avezzano. Si tratta di una pergamena in cui è riportata, da parte di Leonardo di San Cristofaro de Griptis di Spoltore, per ordine del giudice delegato Giovanni di Carapelle, una sentenza per la vertenza fra l’università di Avezzano e la chiesa collegiata di S. Bartolomeo, per il possesso di alcuni beni, case, locali e orti situati sulla sponda pubblica del Fùcino, da “Porta S. Felice” fino a “Porta S. Francesco” (ADM, A/18). Probabilmente, la Porta di S. Felice è riconoscibile nella successiva Porta di S. Rocco, attraverso cui si immetteva la “Via Albense” che portava ad Albe.

La politica “armentaria” degli Orsini e il loro dispotismo non erano ben accetti dai “terrazzani” (agricoltori) della contea albense; infatti, nel 1490, Gentile Orsini trasformò il vecchio castello angioino d’Avezzano in un’aggiornata ed efficiente rocca rinascimentale, “seditiosis. exitium” (“a sterminio dei sediziosi”), per controllare i rivoltosi agricoltori e pescatori avezzanesi che apertamente parteggiavano per i Colonna (Colapietra 1998, 40). L’iscrizione presente sopra il portale gotico trecentesco del castello, successivamente murato dai Colonna, recita: “Gentilis.Virginius.Ursinus. cum.avitum./ ius.parum.succederet.bellic.virtutis./ causa.relictum. a.maioribus.haeredium./ recup.auxitq. Xisti.IV.pont.max.copiis./ ter.victor.praefuit.in.Etruria. Latioq.et./ Gallia.exercitus. Ferdinandi.regis.Sicil./Imp.varios.motus. repressit.delevitq.remp.restituit.postq.bellor.felices. success.arcem.Aveani.seditiosis.exitium./ a.fundament.pos. MCCCCLXXXX.

Il rifacimento del primitivo castello trecentesco in rocca rinascimentale a pianta quadrata con bastioni cilindrici, è attribuito al celebre architetto Francesco di Giorgio Martini, autore del Forte di S. Leo, che in quegli anni lavorava per gli Orsini, come attestano alcune lettere dello stesso Virgilio Orsini (Santoro 1988, 135-136). Avezzano al termine del medioevo si presentava come un borgo ben accentrato, dotato di una “Via centrale” ed altre strade, con un percorso perimetrale dotato di supportici sulle mura, provviste di torrioni angolari e rompitratta semicilindrici. Sulle vie centrali, aperte sulle due piazze (“Centrale” e di S. Bartolomeo), le residenze signorili mostravano i loro arredi architettonici tardo-gotici, composti da cornici marcapiano a decorazione floreale e varie eleganti e raffinate finestrature, bifore o trifore, come si può osservare in disegni dell’architetto Caracciolo del 1801, conservati nella Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte di Palazzo Venezia a Roma (BIASA, Collezione Lanciani; Grossi 1999b, 7).

Sulle mura si aprivano tre porte: Porta S. Francisci verso il castello, l’Aia pubblica e la chiesa di S. Francesco; la più antica, Porta Sancti Bartholomaei, aperta verso la pieve di S. Andrea e le rive fucensi; la Porta Sancti Felici in direzione delle strade che portavano ad Albe e Paterno. La consistenza delle fortificazioni di Avezzano ci è offerta da una serigrafia di Fedele De Bernardinis del 1791, in cui sono evidenziati i torrioni angolari con apparato a sporgere, quelli affiancati alla Porta di S. Bartolomeo, le mura dotate di merlature e la risega della Porta di S. Francesco (APSB; Teresa Cucchiari 1999, retro cop. e 5).

Le mura di Avezzano furono definitivamente demolite nel 1843 per ordinanza del Decurionato del 26 Marzo dello stesso anno (ASCA, Libro delibere Decurionato 1834/1846, p. 51). Al quattrocento si devono i miglioramenti degli arredi ecclesiastici delle chiese di Cese e Penna, con la realizzazione delle pale d’altare dedicate alla Madonna, a S. Maria di Cese e a S. Vincenzo di Penna, ad opera del famoso pittore Andrea de Litio, autore del ciclo di affreschi del Coro di Atri, e di altri artisti della sua scuola.

La prima, detta “Madonna di Cese“, realizzata a tempera su tavola, è ridotta a un frammento relativo al solo volto aureolato, conservata nel Museo d’Arte Sacra della Marsica nel Castello Piccolomini di Cèlano. In origine, la pala, che ritrae la Vergine in trono con Bambino, era parte dell’arredo ecclesiastico della chiesa di S. Maria di Cese e collocata nell’altare centrale. Con il terremoto del 1915, la pala, rimasta sepolta tra le macerie del crollo della chiesa, si ridusse al frammento superiore (Di Domenico 1993, 171-183). Ora si presenta con il volto leggermente inclinato verso destra, circondato da un’aureola dorata con iscrizione (- Ave Maria gratia plena Dominus t(ecum)-) e tracce di trono decorato da motivi floreali.

La seconda, conosciuta come “S. Maria di Vico” o “di Penna“, ora conservata nella chiesa di S. Francesco d’Assisi di Avezzano, è realizzata in tela incollata su tavola di cm 97×63. Datata alla metà del XV secolo, era originariamente parte di un trittico conservato nella chiesa di S. Vincenzo di Penna. Dopo un furto, passò alla chiesa di S. Maria in Vico, in passato luogo di culto, di cui era cappella S. Vincenzo di Penna. Il racconto del suo arrivo a S. Maria in Vico è documentato da Febonio e altri autori che ricordano le immagini di S. Benedetto e S. Vincenzo sui lati, a riprova della provenienza dalla chiesa maggiore di S. Vincenzo.

Con il terremoto del 1915, la pala d’altare perse le immagini laterali e fu trasportata al Museo di Palazzo Venezia a Roma, da dove tornò a Avezzano nel 1972. Il 24 giugno 1979, l’opera pittorica fu definitivamente collocata nella chiesa di S. Francesco. Realizzato in tela applicata su tavola, il dipinto ha un fondo dorato e movenze raffinate, simili all’arte senese del quattrocento. Può essere attribuito alla cerchia del “maestro del Trittico di Beffi” o a quella di Andrea de Litio, artisti operanti in ambiente marsicano durante la prima metà del ‘400 (Palma 1987, 128-129).

Al termine del ‘400 o inizi del secolo successivo risale il portale di S. Maria in Vico, ora incorporato nella chiesa di S. Giovanni di Avezzano, con lo stemma di S. Berardino da Siena nel centro dell’architrave. Il portale, di tipo archivoltato e delimitato da colonnine laterali su due ordini sovrapposti di tradizione tardo-gotica, era inserito nella facciata della chiesa ristrutturata dai Francescani nel primo Rinascimento. La facciata era contrassegnata da un finestrone circolare con superiore bassorilievo di S. Giorgio a cavallo (Gavini 1927-28, II, 286). Al periodo tardo-gotico appartiene anche il bel portale di S. Sebastiano, ora conservato nel Museo Lapidario di Avezzano.

Sul finire del medioevo, il costante conflitto fra Orsini e Colonna trovò termine; significativi sono diversi diplomi di Federico II d’Aragona, databili dal 1495 al 1499, in cui appare la vittoria dei Colonna sugli Orsini: il 6 luglio 1495, il regnante aragonese concesse a Fabrizio Colonna e ai suoi eredi l’investitura totale delle terre appartenute a Virgilio Orsini, devolute al regio fisco a causa della sua ribellione, comprendenti: Tagliacozzo, Albe, Celle (Carsoli), Oricola, Rocca di Botte, Pereto, Colli (di Montebove), Tremonti, Rocca di Cerro, Verrecchie, Cappadocia, Petrella (Liri), Pagliara, Castellafiume, Corcumello, Cese, Scurcola (Marsicana), Poggio (Poggetello), S. Donato, Scanzano, Sante Marie, Castelvecchio, Marano, Torano, Tusco (Latuschio), Spedino, Corvaro, Castelmenardo, S. Anatolia, Rosciolo, Magliano (dei Marsi), Paterno, Avezzano, Luco, Canistro, Civita d’Antino, Cappelle.

Inoltre, gli concesse, nello stesso diploma, la Baronia di Valleroveto, formata dai castelli di Capistrello, (Pesco) Canale, Civitella (Roveto), Meta, Rendinara e Castel dei Vivi (Roccavivi), concedendogli, inoltre, ben 6000 ducati vita naturale durante (Colonna P. 1927, 99).

Il 6 luglio 1497, ci sono altri due diplomi di riconferma dei feudi marsicani a Fabrizio Colonna, in cui ricompaiono le stesse terre e tutti i paesi rovetani sulla destra del Liri (Brogi 1900, 317). Il 3 febbraio 1499 riconosceva ai Colonna le contee di Tagliacozzo ed Albe, con le baronie di Valleroveto e di Carsoli (Colonna P. 1927, 100).

La seconda metà del secolo, seppur fra i vari conflitti e passaggi di mano, segna lo sviluppo della mobilità geografica umana dell’area, con specializzazioni dovute alle caratteristiche morfologiche e climatiche locali. Migrazioni stagionali dei braccianti agricoli dai Palentini, del Piano di Vico e Valle di Nerfa verso la Campagna Romana, nei possessi degli Orsini e Colonna, diventarono più consistenti. Le popolazioni della Valle di Nerfa si specializzarono nella pastorizia e nell’allevamento equino, utilizzato per i passi appenninici e la Campagna Romana.

Rinasce la vecchia strada romana che da Corcumello, per il passo di Girifalco, Pagliara, Cappadocia e l’altopiano di Marrumpano, raggiunge Vallepietra e Subiaco; strada che diventa meta di frequenti pellegrinaggi al santuario trinitario di Vallepietra da parte delle genti della Marsica occidentale. Nasce il “Tratturo Colonna“, che, per il Valico di S. Antonio, arriva a Filettino e Piglio, per l’alta valle dell’Aniene e la piana del Sacco.

Il Tratturo iniziò a essere frequentato dalle greggi dei ricchi proprietari capistrellani ed avezzanesi legati alla potente famiglia romana. Altra linea commerciale e pastorale era quella della media valle dell’Aniene (“Tratturo Orsini“): non dimentichiamo che con Napoleone Orsini, “comiti Tagliacotii” nel 1470, le proprietà degli Orsini si estendevano dal Tirreno al Fùcino, con terre nella media ed alta valle dell’Aniene (Arsoli, Licenza, Vicovaro, ecc.) e nella Piana del Cavaleire nel Carseolano.

Prova di un commercio del sale fra Marsica e Valle dell’Aniene, lungo l’antica Via Valeria e medievale “via antiqua quod dicitur Salara”, è documentato per il 1464, con la concessione di Ferrante d’Aragona a Napoleone e Roberto Orsini di esportare una certa quantità di sale, senza licenza, dalle terre del Regno nell’agro romano (Celletti 1963, 27).

In questo clima generale di sviluppo della pastorizia transumante nel Regno di Napoli nella seconda metà del ‘400, i Colonna, per concessione regia, istituirono una loro Dogana pastorale a Tagliacozzo e utilizzarono i pascoli estivi dei monti Simbruini, dove confluirono le greggi dei loro ed altrui possessi laziali (Filettino, Subiaco, Serrasecca e Vallepietra).

La ricchezza degli alti pascoli estivi dei Simbruini abruzzesi facilitò lo sviluppo economico degli insediamenti dell’alta valle del Liri ed altri centri del Ducato di Tagliacozzo ed Albe: “In virtù delle sue buone zone a pascolo, pur senza ospitare grandi comunità pastorali, la Marsica occidentale mostra diversi paesi in grado di fare dell’allevamento transumante un’attività stabile e in grado di procurare redditi consistenti” (Piccioni 1999, 89-90).

Pur tuttavia, Avezzano con le sue famiglie emergenti appariva sostanzialmente legata allo sfruttamento della terra e, in minor parte, all’allevamento transumante e all’attività piscatoria sul Fùcino, vista la vicinanza della Stanga di Caruscino. Con i Colonna, ormai potentissimi feudatari del Regno di Napoli e i loro gabellieri della famiglia dei Mattei, Avezzano con la sua universitas contrassegnata dalla figura di S. Bartolomeo, inserita nel Ducato di Tagliacozzo-Albe, entra nella storia moderna del Regno di Napoli, concludendo l’analisi delle sue vicende medievali.

Riferimento autore: Le Origini di Avezzano, a cura di Giuseppe Grossi.

L’inizio del XV secolo vede nuovamente riaccendersi i conflitti fra gli abitanti di Avezzano e Luco per il possesso della terra di Penna. L’Università di Avezzano tornò alla carica chiedendo a Margherita, regina d’Ungheria e nuova Contessa di Albe, che il territorio di Penna fosse assegnato ad Avezzano ed escluso ai Luchesi. Margherita, con un documento datato 1 giugno 1404 e redatto a Salerno, assegnò la proprietà del “Territorio Pennae” ad Avezzano, ma lasciò gli usi civici (legnare, pascolare ed utilizzare l’acqua per gli animali) ai Luchesi su tutto il territorio fino al monte Tarentino (Colle degli Stabbi): ” & homines dictae Terrae nostre Luci habent, & habere debent ius sumenti pascua, & aquas cum eorum animalibus in dicto territorio Terrae Pennae, & similitèr habere commoditates eiusdem pascua sumendi, & ligna etiam incidendi im Monte Tarentino libere” (Phoebonius 1668, III, 135-136). Nonostante questa concessione, i problemi per la definizione dei confini si trascinarono fino all’età contemporanea.

La Collegiata di S. Maria di Luco rimase infatti proprietaria di gran parte del territorio dell’ex Penna, dai resti di Anxa-Angitia fino all’Incile. Le conferme alla stessa chiesa luchese si estesero per tutta l’età moderna fino al risolutivo Regio Decreto del 1747 e, in età contemporanea, alle decisioni prese durante il regno di Giacchino Murat. Il 19 dicembre 1811 a Chieti, ad opera del “Cavaliere Giuseppe De Thomasis, Relatore al Consiglio di Stato e Commissario del Re per la Divisione de’ Demani”, fu redatto l’accordo fra il “Comune di Luco della Provincia dell’Aquila e il Clero della Madonna delle Grazie dell’istesso Comune” per la cessione di gran parte della proprietà ecclesiastica al Demanio di Stato e quindi all’Amministrazione Comunale, in base alle leggi del 2 agosto 1806, del 17 gennaio 1810 e Reali Istruzioni del 10 marzo dello stesso anno. Alla chiesa rimase il territorio dal Vallone di S. Vincenzo fino ai confini storici con Avezzano e Capistrello.

Alle proteste del Comune di Avezzano, che ancora accampava diritti ed usi civici sul territorio dell’ex Penna, il De Thomasis, viste le prove presentate dai rappresentanti di Luco, chiuse la questione con la dichiarazione che la pretesa avezzanese era sprovvista di prove e che “non esistono gli usi dedotti dal Comune di Avezzano” (ASA, 4).

Il ‘400 vide numerosi conflitti fra Orsini e Colonna per il possesso delle contee di Tagliacozzo ed Albe, conflitti terminati sul finire del secolo con la vittoria dei Colonna. La sede comitale d’Albe, cui Avezzano apparteneva, era ormai in abbandono ed Avezzano, il più importante feudo della contea, diventò la sede permanente dei nuovi feudatari laziali. Questo creò una contea allo sbando, caratterizzata dai continui passaggi feudali a favore dei membri della famiglia reale di Napoli o addirittura devoluta direttamente alla Regia Camera (Brogi 1900, II, 252-324).

L’elemento più considerevole della presenza diretta dei Colonna nella contea albense era la politica filo-papale della regina di Napoli Giovanna II, che, per ingraziarsi Martino V, nel 1414 assegnò la Contea d’Albe al suo nipote, Lorenzo Colonna. Dall’esame dei numerosi documenti dell’Archivio Orsini, conosciamo l’espansione della famiglia romana nel contado di Tagliacozzo ed Albe nel ‘400.

Nel 1404, il 9 giugno, Margherita, madre del re di Napoli Ladislao, concedeva la contea di Albe a Giacomo Orsini per i servigi militari resi dallo stesso al figlio re (Colonna B. 1955, 199). Il giorno dopo, la stessa regina e “Contessa di AlbeMargherita, con due decreti, condonò per un anno allo stesso Giacomo le tasse relative ai suoi feudi, che dovevano contribuire alla pensione annua di trenta once d’oro dello stesso Orsini (Squilla 1966, 152).

Nel frattempo, il Regno di Napoli era interessato dalle lotte fra Aragonesi e Angioini, che si conclusero nel 1443 con la conquista aragonese di Napoli e il defenestramento di Renato d’Angiò, ultimo esponente angioino. Alfonso d’Aragona divenne re di un regno che comprendeva nuovamente anche la Sicilia con capitale a Napoli. La Marsica era divisa in due contee: quella di Cèlano con i Conti di Cèlano, cui successero i Piccolomini, e quella di Albe con gli Orsini.

Lo stesso re aragonese iniziava in Aprutium la sistemazione della rete tratturale pastorale, con l’istituzione nel 1447 della Dohana menae pecudum Apuliae (“Dogana della mena delle pecore in Puglia”). Tuttavia, Avezzano, ad esclusione di Paterno, rimase parzialmente esclusa dai tre tratturi alfonsini di Cèlano-Foggia, L’Aquila-Foggia, Pescasseroli-Candela.

La rete tratturale più vicina ad Avezzano era quella di Cèlano-Foggia, che iniziava dopo Paterno in territorio di Cèlano e da esso, utilizzando in parte la Via Valeria, arrivava a Foggia attraverso Sulmona e l’Altopiano delle Cinquemiglia (Colapietra 1972). Gli abitanti di Avezzano, seppur votati a un collegamento geografico anche con i vicini pascoli laziali, utilizzarono anche loro il Regio Tratturo Cèlano-Foggia, come documentato dalla numerosa presenza di ovini già a partire dalla seconda metà del ‘300.

A causa delle guerre fra Aragonesi e Angioini, la penetrazione colonnese in Aprutium fu molto movimentata e contrastata, sia a causa degli Orsini sia per alcuni reali di Napoli. Nel 1427, i Colonna ebbero il possesso della Contea di Cèlano e di quella d’Albe con il deforme Edoardo Colonna, marito di Jacovella di Cèlano dal 1424; nel 1436 le due contee furono tolte ai Colonna dalla regina Isabella d’Aragona a favore del vecchio condottiero Giacomo Caldora, secondo marito di Jacovella; nel 1441 gli Orsini si impossessarono delle contee di Tagliacozzo e d’Albe, tenendole per altri quindici anni.

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