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Dialetto Avezzanese… Sante ‘Middie… Je Tarramute !”

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Giovanbattista Pitoni rivive il dramma e il coraggio di Avezzano nel suo nuovo lavoro teatrale, trasportando il pubblico nel cuore di un terremoto storico.

Giovanbattista Pitoni, nel suo secondo lavoro, prosegue con successo il percorso avviato con Je furne de Zefferine, dimostrando le abilità necessarie per affinare la sua vocazione di drammaturgo. L’opera, articolata in due atti distinti, esplora il catastrofico terremoto del 13 gennaio 1915. Il primo atto si concentra sulle dinamiche quotidiane della comunità di Avezzano, in particolare intorno al forno di Zefferino, mentre il secondo atto si svolge tra le rovine di Piazza San Bartolomeo, in un contesto di paura e angoscia per i pochi superstiti che si muovono tra i detriti della città distrutta.

L’autore definisce l’opera una tragicommedia, un genere che si avvale di elementi tragici e comici. Pitoni, tuttavia, cambia l’ordine tradizionale, spostando il focus dal comico al tragico, il che riconduce più correttamente il tutto a una rarità della tradizione classica: l’ilarotragoedia. Pur trattandosi di questioni teoriche, ciò che conta è l’impatto creativo dell’opera, capace di fornire uno spaccato sociale dell’Avezzano pre-terremoto e invitare le generazioni attuali e future a riflettere sul costo umano del disastro e sul coraggio dei nostri antenati nel contribuire alla rinascita della Avezzano moderna.

Il successo di Pitoni deriva dall’accurata documentazione storica e dalla conoscenza delle tradizioni popolari, evidenti nell’ampio corredo di note a margine. L’opera in dialetto richiede non solo abilità tecnica, ma anche un profondo impegno nel recuperare forme linguistiche in via di estinzione. Pitoni affronta con rigore questa sfida, producendo un’opera di grande valore che combina un glossario utile per il lettore con una freschezza espressiva che riporta in vita le vicende narrate, conferendo credibilità ai personaggi che hanno realmente vissuto quegli eventi.

All’interno della farmacia di Don Fedele De Bernardinis e del forno di Zefferino, si dipanano gli intrecci di fatti e figure emblematiche di Avezzano: il suono del tamburello di Natojia, i lamentosi richiami di Frammacona e delle altre donne, fino alle eccentriche filosofie di Aspreno. Si nota anche il neosindaco Bartolomeo Giffi, il sacrestano anticlericale Franceschino La Cornacchietta, e il pigro Saccaddosse, tutti elementi del tessuto sociale che vive tranquillamente, ignari della catastrofe imminente che trasformerà radicalmente la loro esistenza.

Riferimento autore: Vittoriano Esposito.

Di Giovanbattista Pitoni

PRESENTAZIONE di Vittoriano Esposito.

Con questo suo secondo lavoro, Giovanbattista Pitoni prosegue con gran profitto il cammino intrapreso brillantemente con Je furne de Zefferine, confermando di avere gli strumenti necessari – sia sul versante culturale che su quello propriamente inventivo – per approfondire ed affinare la sua vocazione di scrittore per il teatro. L’opera si compone di due atti, tra sé nettamente distinti, con al centro l’evento catastrofico del terremoto evocato nel titolo. L’atto primo ripropone il forno di Zefferino, con l’intreccio di fatti e figure che caratterizzano la microstoria di una comunità alle prese con i problemi del vivere quotidiano.

L’atto secondo si svolge qualche tempo dopo la tragedia, tra le rovine di Piazza San Bartolomeo, con i pochi superstiti che si muovono spauriti ed angosciati nella città distrutta. Si comprende perché, dunque, l’autore la definisca, nel sottotitolo, una tragicommedia. Com’è noto, nella storia del teatro drammatico, si dice tragicommedia un tipo di rappresentazione, affermatosi in età rinascimentale, misto di tragico e di comico, ma con netta prevalenza delle peculiarità proprie della commedia, suggellate dal cosiddetto lieto fine.

Avendo Pitoni invertito l’ordine dei rapporti fissato dalla tradizione moderna, qui si passa dal comico al tragico. L’opera si potrebbe forse ricondurre più giustamente a qualche raro modello di hilarotragoedia della tradizione classica. Ma va da sé che queste sono sottigliezze teoriche, che riguardano le vecchie distinzioni dei generi letterari e le regole della retorica antica. Già i Romantici dimostrarono, nel secolo scorso, che sarebbe stato inutile attardarsi a disquisire ulteriormente.

Quello che conta davvero, infatti, al di là delle possibili definizioni formali, è l’esito sul piano creativo. E qui Giovanbattista Pitoni dimostra di sapere perfettamente quello che vuole: offrire uno spaccato sociale dell’Avezzano pre-terremoto, ma nel contempo indurre le generazioni presenti e future a riflettere sul costo umano del flagello naturale del 13 gennaio 1915 e sull’incalcolabile spirito di sacrificio che ebbero i nostri padri per avviare la rinascita dell’Avezzano moderna.

E’ ovvio che un’opera come questa non sarebbe concepibile senza un’adeguata documentazione di carattere storico-sociale e senza le più opportune conoscenze delle tradizioni popolari. A noi sembra che Pitoni disponga con estrema sicurezza di queste due condizioni, come dimostra l’ampio corredo di note che si trova in appendice.

Tuttavia, trattandosi di un’opera in dialetto, l’impegno esigeva non solo la competenza tecnica della scrittura, ma anche la capacità di recuperare forme e moduli espressivi ormai in disuso. A tal riguardo, Giovanbattista Pitoni si è caricato d’un dovere gravoso, che ha portato a compimento con grande rigore.

Il risultato conclusivo, a nostro giudizio, è degno del più vivo apprezzamento, non tanto per il ricco glossario che ogni lettore potrà utilmente consultare, quanto per la freschezza e la genuina saporosità della parola che, restituita fedelmente alla sua pronuncia, ha il potere di ridar vita alle vicende rappresentate non meno che credibilità agli uomini che ebbero la sorte di viverle.

P R E M E S S A

Sulla Piazza San Bartolomeo ed all’interno della farmacia di Don Fedele De Bernardinis e del forno di Zefferino, luoghi strategici dell’antica Avezzano, continuava l’intreccio, a volte inestricabile, di fatti e personaggi tipici della città. Si potevano udire il pigolio tamburellante di Natojia, i lamenti di Frammacona, Filuccia e Barberuccia, le strane filosofie del cacciatore Aspreno, le ostentazioni del neo sindaco Bartolomeo Giffi, il malcelato anticlericalismo del sagrestano Franceschino La Cornacchietta, l’incessante balbuzie del nullafacente Saccaddosse, Zefferino con la sua provvidenziale febbriciattola ed il povero Pietro, perennemente alle prese con la diplomazia, la delicatezza e la riservatezza della moglie Giacinta Ziriona.

Nell’Avezzano pre-terremoto, insomma, la vita scorreva con i ritmi di sempre: nessuno poteva presagire l’immane tragedia che inesorabilmente si sarebbe abbattuta sulla città.

Riferimento autore: Vittoriano Esposito.

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Ospitalità e servizi

Di Giovanbattista Pitoni

PRESENTAZIONE di Vittoriano Esposito.

Con questo suo secondo lavoro, Giovanbattista Pitoni prosegue con gran profitto il cammino intrapreso brillantemente con Je furne de Zefferine, confermando di avere gli strumenti necessari – sia sul versante culturale che su quello propriamente inventivo – per approfondire ed affinare la sua vocazione di scrittore per il teatro. L’opera si compone di due atti, tra sé nettamente distinti, con al centro l’evento catastrofico del terremoto evocato nel titolo. L’atto primo ripropone il forno di Zefferino, con l’intreccio di fatti e figure che caratterizzano la microstoria di una comunità alle prese con i problemi del vivere quotidiano.

L’atto secondo si svolge qualche tempo dopo la tragedia, tra le rovine di Piazza San Bartolomeo, con i pochi superstiti che si muovono spauriti ed angosciati nella città distrutta. Si comprende perché, dunque, l’autore la definisca, nel sottotitolo, una tragicommedia. Com’è noto, nella storia del teatro drammatico, si dice tragicommedia un tipo di rappresentazione, affermatosi in età rinascimentale, misto di tragico e di comico, ma con netta prevalenza delle peculiarità proprie della commedia, suggellate dal cosiddetto lieto fine.

Avendo Pitoni invertito l’ordine dei rapporti fissato dalla tradizione moderna, qui si passa dal comico al tragico. L’opera si potrebbe forse ricondurre più giustamente a qualche raro modello di hilarotragoedia della tradizione classica. Ma va da sé che queste sono sottigliezze teoriche, che riguardano le vecchie distinzioni dei generi letterari e le regole della retorica antica. Già i Romantici dimostrarono, nel secolo scorso, che sarebbe stato inutile attardarsi a disquisire ulteriormente.

Quello che conta davvero, infatti, al di là delle possibili definizioni formali, è l’esito sul piano creativo. E qui Giovanbattista Pitoni dimostra di sapere perfettamente quello che vuole: offrire uno spaccato sociale dell’Avezzano pre-terremoto, ma nel contempo indurre le generazioni presenti e future a riflettere sul costo umano del flagello naturale del 13 gennaio 1915 e sull’incalcolabile spirito di sacrificio che ebbero i nostri padri per avviare la rinascita dell’Avezzano moderna.

E’ ovvio che un’opera come questa non sarebbe concepibile senza un’adeguata documentazione di carattere storico-sociale e senza le più opportune conoscenze delle tradizioni popolari. A noi sembra che Pitoni disponga con estrema sicurezza di queste due condizioni, come dimostra l’ampio corredo di note che si trova in appendice.

Tuttavia, trattandosi di un’opera in dialetto, l’impegno esigeva non solo la competenza tecnica della scrittura, ma anche la capacità di recuperare forme e moduli espressivi ormai in disuso. A tal riguardo, Giovanbattista Pitoni si è caricato d’un dovere gravoso, che ha portato a compimento con grande rigore.

Il risultato conclusivo, a nostro giudizio, è degno del più vivo apprezzamento, non tanto per il ricco glossario che ogni lettore potrà utilmente consultare, quanto per la freschezza e la genuina saporosità della parola che, restituita fedelmente alla sua pronuncia, ha il potere di ridar vita alle vicende rappresentate non meno che credibilità agli uomini che ebbero la sorte di viverle.

P R E M E S S A

Sulla Piazza San Bartolomeo ed all’interno della farmacia di Don Fedele De Bernardinis e del forno di Zefferino, luoghi strategici dell’antica Avezzano, continuava l’intreccio, a volte inestricabile, di fatti e personaggi tipici della città. Si potevano udire il pigolio tamburellante di Natojia, i lamenti di Frammacona, Filuccia e Barberuccia, le strane filosofie del cacciatore Aspreno, le ostentazioni del neo sindaco Bartolomeo Giffi, il malcelato anticlericalismo del sagrestano Franceschino La Cornacchietta, l’incessante balbuzie del nullafacente Saccaddosse, Zefferino con la sua provvidenziale febbriciattola ed il povero Pietro, perennemente alle prese con la diplomazia, la delicatezza e la riservatezza della moglie Giacinta Ziriona.

Nell’Avezzano pre-terremoto, insomma, la vita scorreva con i ritmi di sempre: nessuno poteva presagire l’immane tragedia che inesorabilmente si sarebbe abbattuta sulla città.

Riferimento autore: Vittoriano Esposito.

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