Testi tratti dal libro Poeti Marsicani
(Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito)
Stando alle illazioni personali di alcuni studiosi dell’otto e novecento, si dovrebbero nutrire seri dubbi circa il nome e la patria d’origine di questo illustre umanista e poeta. Tuttavia, nessuno è riuscito a dimostrare che il soprannome “Epicuro Napolitano”, quale appare nelle edizioni cinquecentesche della “Cecaria”, costituisca una prova decisiva della sua nascita al di fuori della regione abruzzese. Anche Benedetto Croce, ad esempio, passa come “il filosofo napoletano”; eppure tutti sanno che egli nacque in Abruzzo e precisamente nella Marsica.
È risaputo che, per una consuetudine seguita largamente in ogni luogo e in ogni tempo, figure di una certa notorietà vengono indicate col nome del paese natio, con quello della regione da cui provengono o, infine, con quello del regno a cui appartengono. Non v’è, dunque, alcuna solida ragione d’invalidare tutta una tradizione di testi e manoscritti, risalente ai tempi del Nostro. Da tali fonti si desume facilmente che Antonio (o Marcantonio) dovette essere il suo nome di battesimo, e che l’epiteto Marso o dei Marsi sta a indicare la sua patria d’origine; mentre “Epicuro Napolitano” è una sorta di pseudonimo scelto da lui stesso per motivi ideali o conferito da altri quando divenne celebre nella sua patria di adozione.
Non si allontana forse dal vero Scipione Ammirato, anche lui letterato e umanista, quando scrive che Antonio “nella sua giovinezza più per esser lieto et sollazzevole che per non credere fu cognominato Epicuro”. Irrefutabile, a nostro parere, la precisazione del Quadrio, che dipende dall’Ammirato: “Antonio Epicuro, nato in un Castello d’Abruzzo, che per essere uomo sollazzevole fu chiamato Epicuro”. Inoltre, venuto giovane a Napoli, si chiamò anche l’Epicuro Napolitano.
Accennando alle qualità fisiche e morali del Nostro, il Quadrio riferisce, attingendo sempre alla stessa fonte, una notizia tanto strana quanto interessante: “Essendo egli uomo di fattezze assai bello, e oltre a ciò d’animo regio, non che nobile, soleva dire, motteggiando di se stesso, essere impossibile ch’egli fosse nato d’uomo di basso affare; ma che stimava di fermo sua madre essersi impacciata con Virginio Orsino, di cui era vassallo”.
Non essendo controllabile questa notizia, si deve credere piuttosto che Antonio Marso ebbe oscuri natali anche per linea paterna, se è vero che, per far dimenticare il suo nome di origine contadinesca, si vide costretto a farsi chiamare “l’Epicuro napoletano”. La provenienza da umilissima famiglia è confermata anche da un recente studio di Giovanni Pagani, il quale ha creduto di poter portare nuova luce sulla vita del Nostro affermando che “Antonio Epicuro nacque in Avezzano intorno all’anno 1472 da una famiglia di contadini a nome Pacchione, abitante nella contrada Vicenna, dove si trovavano alcune terre della chiesa collegiata di San Bartolomeo.”
Si dice che l’abate della Collegiata non dovette essere estraneo all’educazione di Antonio, il quale dovette trovare facilitata la strada per Napoli per l’interessamento e l’aiuto della nobile famiglia Felli. Tali notizie si apprendono da appunti scritti in un foglietto, conservato tra vari manoscritti di don Giuseppe Lolli, di Mons. Luigi Colantoni e dell’avv. Francesco Lolli.
Se fosse reperibile il “vecchio libro della Parrocchia”, da cui furono tratti gli appunti di cui parla il Pagani, non potrebbe sussistere alcun dubbio circa il cognome e il paese d’origine di Antonio Marso. Manca tuttavia la possibilità di una verifica, quindi ci contenteremo di rivendicarne l’origine marsica, lasciando nell’incertezza l’indicazione del “castello” che, come scrisse il Corsignani, potrebbe essere quello di Avezzano, di Tagliacozzo o di un’altra città della Marsica.
Un po’ vaghe e scarse sono anche le altre notizie sulla vita di Antonio Marso. Sappiamo che, “venuto giovane in Napoli, insegnò le lettere latine a Bernardino Rota, scolare degno di tanto maestro. La fama di dotto umanista fu ben presto accompagnata da quella di gran poeta. Il Sannazaro apprezzò infatti: “Ma a guisa di un bel sol fra tutti radia / Epicuro, che ‘n sonar zampogne e cetere / Non troverebbe il pari in tutta Arcadia”.
Nel 1523 fece rappresentare un’opera drammatica intitolata “Cecaria” o “Dialogo di tre ciechi”, con la quale diede l’avvio al genere della tragicommedia. L’opera ottenne strepitoso successo per tutto il secolo. Segui subito dopo la “Luminaria” o “Illuminazione dei tre ciechi”, che fu poi stampata come secondo atto della prima opera.
Un altro genere letterario trovò pure in lui l’iniziatore o, per lo meno, il perfezionatore. Altra opera teatrale, “Mirzia”, segna un passo decisivo in un dramma pastorale, ma non ebbe la fortuna della “Cecaria”. Un valido contributo alla fama del Nostro resta nella sua produzione poetica, con dodici sonetti, cinque canzoni e una piccola raccolta, per lo più epigrammi. Antonio Marso morì nel 1555 a Napoli, dove visse quasi tutta la sua vita e fu sepolto nella Reale Chiesa di Santa Chiara.
Sulla sua tomba, il discepolo Bernardino Rota, anche lui poeta, fece incidere le seguenti parole: “Antonio Epicuro Musarum alumno Bernardinus Rota primis in annis posuit socio moritur octuagenarius unico sepulto filio. I nunc et diu vivere miser cura MDLV”.
Riferimento autore: Poeti Marsicani, a cura del prof. Vittoriano Esposito.