Dal secolo XI al IX compreso, dei centri abitati nel territorio di Avezzano si hanno notizie scarsissime e incerte. È opportuno precisare che l’ultima notizia sicura di Anxantium e del popolo anxantino si ha nell’anno 168 d.C., durante l’impero di Marco Aurelio – dal 161 al 180 d.C. – quando venne eretto il monumento a C. Amaredio Apro, in omaggio da parte del “Senatus Populusque Anxantinus”, come risulta chiaramente dall’iscrizione epigrafica rinvenuta presso Antrosano. Tutto ciò che la storia ricorda del periodo suddetto, riguardante la regione marsa, inevitabilmente deve comprendere anche il menzionato territorio, la cui posizione topografica lo esponeva a qualsiasi passaggio e ad ogni invasione.
Si apprende, intanto, che il Corsignani nella sua opera cita fra gli uomini illustri di Avezzano il tal Raynerlus de Avezzano (pag. 269), figlio di Teutone, un uomo oltremodo insigne, che viveva nell’anno 411. Questo interesse eccezionale per il personaggio farebbe scomparire ogni incertezza sull’antichità di Avezzano, fornendo una data così precisa da eliminare ogni sospetto di fantasia o leggerezza storica. Meraviglia, tuttavia, che storici locali abbiano sorvolato su una notizia tanto importante, senza degnarla di considerazione o riscontri.
Devo dichiarare che, per quanto mi sia adoperato nel ricercare prove a sostegno di questa notizia, non mi è giunto il benché minimo elemento contrario. Non dovrebbe più esserci dubbio circa l’esistenza di Avezzano come vico importante, da epoca anteriore all’anno 411. L’agonia dell’Impero Romano volgeva al termine, e il 23 agosto del 476, Odoacre, un barbaro al servizio dell’Impero, si proclamò re dopo l’acclamazione da parte dei soldati ribelli dell’esercito di Oreste. Questo segnò la fine dell’impero d’Occidente.
L’ultimo difensore dell’impero, Oreste, e suo fratello Paolo dovettero soccombere alla potenza di Odoacre. Romolo Augustolo, l’imperatore giovinetto, fu costretto a deporre la porpora ma ricevette una pensione e venne mandato a vivere in un sobborgo fortificato di Napoli. Non ci sono ulteriori ricordi di quel fantasma imperiale con cui si chiuse la serie dei Cesari occidentali. Gli eventi non lasciarono estranea la nostra regione, eppure, in questo periodo, non si rinviene alcuna notizia della Marsica, di Anxantium e di Avezzano.
Trascorsero sessant’anni circa dalla caduta dell’impero (476) alla venuta di Belisario in Italia nel 535, prima che tornasse un po’ di luce sulla storia dei paesi e dei popoli marsi. Durante il buio assoluto di quel periodo, le condizioni della Marsica non dovevano differire da quelle di altre regioni d’Italia, soggette alla tristezza e alle conseguenze degli sconvolgimenti dell’allora ex-impero d’Occidente. L’Italia, con l’avvento di Teodorico, re dei Goti, godette di un lungo periodo di pace e prosperità. Teodorico governò con saggezza, assicurando all’Italia trent’anni di stabilità e garantendo la sicurezza.
È presumibile che le condizioni di questa serena floridezza, tramandate dalla tradizione cronistica, abbiano confortato anche i paesi e le popolazioni della Marsica. Tuttavia, con la morte di Teodorico il 3 agosto del 526, l’Italia tornò a essere afflitta da catastrofi e guerre. La morte violenta della figlia di Teodorico, Amalasunta, portò Giustiniano a muovere guerra ai Goti nel giugno del 535, intravedendo l’opportunità di restaurare l’Impero Romano d’Occidente.
Ma per le popolazioni italiane, l’impresa mostrò solo il volto crudele di una conquista. Belisario, insignito del titolo di magister militum, guida un esercito in Italia, formato in gran parte da barbari assoldati. Sbarcando a Napoli, trovò resistenza, la assediò e la abbandonò al saccheggio nel novembre del 536. Questa guerra non fu solo una liberazione dal dominio dei Goti, ma portò devastazioni e miseria.
I Bizantini non mostrano pietà verso gli italiani già stremati dalla guerra, e molte popolazioni furono ridotte alla fame. Procopio di Cesarea racconta che per fame nel Piceno morirono circa cinquantamila persone nell’anno 538. La guerra greco-gotica, dura venti anni, produsse devastazioni e distruzioni. Dopo la guerra, l’Italia fu colpita da terremoti e pestilenze, lasciando le campagne abbandonate e alla mercé del disordine pubblico.
Si rende necessario esporre i fatti di quel tragico periodo, affinché si possa immaginare quale sorte toccasse alla Marsica e alle sue popolazioni. La posizione geografica, vicina a Roma e attraversata da importanti arterie, intensificava l’esposizione a invasioni e violenze. Le genti marsiche non potevano rimanere immuni dagli effetti disastrosi della guerra, subendo le incursioni degli eserciti ostili.
Il re Totila attraversò la Marsica più volte, soprattutto nell’anno 543. La sua incursione comportò la conquista di Benevento e l’assedio di Napoli. Le incursioni barbariche continuarono fino alla fine del dominio dei Goti in Italia, conclusasi con la battaglia sul Vesuvio, dove morì Teia, segno della loro scomparsa dalla storia.
L’Italia, in quel periodo, fu straziata non solo dai Goti ma anche da Franchi e Borgognoni. Nel 553, le scorrerie degli Alemanni portarono devastazione. Costretti a ritirarsi, gran parte di loro cadde vittima di pestilenze. La Marsica non fu risparmiata dalle incursioni barbariche, essendo un punto strategico tra Roma e l’Adriatico.
A differenza di Albe, ben fortificata, Anxantium e i vichi del territorio di Avezzano erano esposti a violenze. Spesso gli abitanti dovevano rifugiarsi sulle alture vicine, vivendo nell’angoscia e nella sofferenza.
La popolazione della Marsica attendeva con speranza la fine degli orrori della guerra. La pace sembrava tornata con la scomparsa dei Barbari e il ritorno dell’Italia sotto il Cesare bizantino. Tuttavia, le speranze si squarciarono e la corruzione del dispotismo bizantino riemerse con durezza.
Sullo sfondo di simili sventure, la memoria di Anxantium si affievoliva, mentre cresceva l’influenza del monachesimo occidentale, fondato da S. Benedetto da Norcia, che segnò l’avvento di una nuova civiltà. I monasteri di Subiaco e Montecassino non tardarono a influenzare beneficiamente la Marsica e Avezzano, rimanendo custodi della spiritualità e del lavoro che avrebbero risollevato la popolazione.
Riferimento autore: Giovanni Pagani.