La notizia della loro esistenza ci è data da Plinio, il quale, da storico e naturalista preciso quale era, nell’elencare i popoli che erano compresi nella IV regione d’Italia cita anche questo gruppo di Marsi: “Marsorum Anxantini, Atinates, Fucentes, Lucentes, Marruvii: Albensium, Alba ad Fucinum Lacum”. Dalle parole di Plinio si deduce agevolmente che a quei tempi, cioè nel I secolo dopo Cristo, i Marsi non si presentavano più come un popolo organizzato in forma strettamente unitaria, ma erano suddivisi in più gruppi cantonali o territoriali, ciascuno dei quali dotato di una propria autonomia amministrativa. Le vicende storiche precedenti, evidentemente, avevano prodotto un processo di differenziazione all’interno di questo popolo, portando alcuni gruppi di Marsi a distaccarsi dal nucleo centrale che conservava in Marruvio la sua capitale.
A capo di ciascun gruppo era posta una città eretta a municipio, la quale fungeva da capitale e, con la sua amministrazione urbana, realizzava l’autogoverno locale del gruppo. I Marsi, dunque, erano suddivisi in Anxantini, Antinati, Fucenti, Lucenti e Marruvii. Ad eccezione dei Fucenti, che non sono stati ancora individuati, ciascuno di questi gruppi rifletteva il nome della città municipio che fungeva da capitale. Infatti, gli Antinati sono i Marsi di Antinum (Civita d’Antino), i quali abitavano tale città e il territorio di questa costituito dalla Valle Roveto. I Marruvii sono i Marsi che popolano quella città con il suo territorio, con Marruvio, l’antica capitale di tutti i Marsi, che ora è il municipio dal territorio più vasto e resta la città per eccellenza di questa nazione.
I suoi confini toccano il territorio albense lungo il Rio La Foce presso Cèlano, comprendendo anche Trasacco e la Valle Longa, confinando di nuovo con Alba all’altezza di Angizia. I Lucenti sono gli abitanti di Lucus Angitiae, la città santuario dedicata alla dea Angizia, il cui territorio era in pratica limitato alla cinta del monte Penna. Gli Anxantini sono i Marsi che fanno capo alla città municipio di Anxa e abitano il suo territorio. Su di essi, vari dubbi restano da chiarire, visto che lo stesso nome della città: Anxa, Anxanum o Anxantium deve essere ancora individuato con precisione.
Secondo una affermazione del Terra, ripresa dal Pagani, sembra che il nome di questa città e dei Marsi che da essa si chiamarono Anxantini, derivi dalla radice Anx o Anxa, la quale è parola del dialetto osco-sabellico il cui significato è di “luogo montano provvisto di acqua”. Gli Anxantini sarebbero allora gli antichi abitanti di un luogo montuoso provvisto di acqua, di cui Anxa costituiva la città più forte e rappresentativa.
Anxa, perciò, doveva esistere già prima della trasformazione di Alba in colonia romana e doveva necessariamente situarsi in prossimità del territorio di quella, probabilmente quale sentinella posta a guardia dei confini settentrionali dei Marsi. Infatti, se proviamo a localizzarla procedendo per esclusione, dobbiamo necessariamente convenire che essa non poteva trovarsi nella parte meridionale del lago, a sud del rio La Foce e a sud di Luco, perché sappiamo che quei territori appartenevano ai Marsi marruvii ed erano popolati da quelli. La stessa ragione esclude che potesse trovarsi nella valle Roveto, che era abitata dai marsi antinati o che potesse trovarsi a nord o a ovest di Alba, perché si tratta di territori appartenuti agli equicolani prima di finire assorbiti nella colonia albense.
Inoltre, non poteva trovarsi in corrispondenza di Avezzano o di Caruscino, perché, come rilevato già dal Fernique, in quella zona non sono state rinvenute tracce di antichi insediamenti risalenti all’età repubblicana di Roma. Sappiamo, inoltre, che anche quei territori erano appartenuti alle popolazioni equicolane, rappresentando dapprima per esse e poi per i subentrati coloni albensi l’accesso al lago. I marsi, infatti, non erano l’unico popolo a confinare con il Fùcino. Ciò è confermato da Strabone quando afferma che del lago: “Utuntur marsi et populi finitimi”. Consegue che l’ambito di localizzazione di tale città e dei suoi abitanti resta circoscritta al territorio che si estende da Cèlano a S. Pelino, dove erano i centri di S. Pelino, Paterno e Porciano, e al territorio che dal monte Salviano discende fino all’altezza di Luco.
Qui, infatti, risultano localizzati i vici riportati ai numeri 29 e 30 del Letta: 29 – la Petogna, in riva al Fùcino, in corrispondenza al Km 67 della provinciale Avezzano-Luco; 30 – Colle Sabulo S. Maria in Vico, in corrispondenza del cimitero di Avezzano. La localizzazione di Anxa, dunque, non può che ricadere su uno di questi centri, perché proprio questi centri, S. Pelino, Paterno, Porciano e eventualmente, La Petogna e Colle Sabulo con i loro oppida, costituirono gli insediamenti dei marsi anxantini.
Costituirono cioè gli antichi insediamenti realizzati dai marsi su un territorio che originariamente apparteneva a loro, ma che, con il foedus dell’anno 302 a.c., fu ad essi sottratto per essere incorporato in quello della colonia albense. Da quel momento, dunque, le comunità che popolavano quei centri conserveranno la loro identità etnica, i costumi, le tradizioni e l’organizzazione civile, ma si troveranno al tempo stesso inserite nel nuovo sistema politico e sociale della colonia, all’interno della quale costituiscono una comunità minoritaria.
Popolazioni “adtributae” venivano definite dai romani queste comunità minori che si trovavano incluse nei territori delle colonie. Il rapporto tra queste due popolazioni, inizialmente forse improntato a diffidenza, non presentò particolari problemi in quanto l’alleanza che seguì tra Marsi e romani non poté non riflettersi anche sui rapporti tra Albensi e marsi, con particolare riferimento proprio a questo gruppo di Marsi che ora viveva all’interno dei loro confini. Questo gruppo, perciò, pur geloso della propria identità etnica e della propria autonomia, avvia un processo di integrazione economica e sociale con gli albensi che si rifletterà sul tenore di vita, sul modo di vivere e forse anche sullo stato giuridico nei confronti di Roma, subendo una certa differenziazione rispetto alle restanti popolazioni marse.
Gli anxantini, dunque, assolvono una funzione di cerniera tra marsi e albensi e avviano quel processo che qualche secolo più tardi porterà alla fusione tra i due popoli. Intanto, però, acquistano anche una propria, peculiare, identità e la consapevolezza della propria diversità sia dagli albensi sia dai restanti gruppi di marsi. Sui rapporti che legarono gli anxantini agli albensi c’è ancora molto da scoprire. Non sappiamo se siano diventati anch’essi dei cittadini latini come erano qualificati i coloni e se abbiano beneficiato di alcuni dei privilegi che quelli avevano verso Roma, come ad esempio il jus migrandi, che consentiva di ottenere la cittadinanza romana attraverso il trasferimento della residenza a Roma. In genere, questi speciali rapporti che legavano le colonie a Roma non venivano estesi anche alle popolazioni “adtributae”.
Nel nostro caso, però, sappiamo che, quando fu estesa a tutti gli italici la cittadinanza romana, nell’88 a.c., gli anxantini furono iscritti alla tribu Fabia insieme agli albensi e ad altri popoli laziali, mentre i restanti marsi furono iscritti alla tribu Sergia insieme ai Peligni e agli altri popoli italici più vicini. Un accomunamento che, evidentemente, non può essere stato casuale, ma doveva riflettere una situazione di comunanza preesistente nella vita quotidiana. L’economia di questo popolo è ora chiaramente condizionata dalla presenza della colonia e si integra con questa in un rapporto di dipendenza che è anche di interdipendenza.
L’attività principale resta la pastorizia, con lo sfruttamento dell’”ager compascuus”, l’agro pubblico destinato al libero pascolo. Seguono l’agricoltura e le altre attività, per non sottacere l’arruolamento nelle legioni romane. L’appartenenza dei marsi anxantini alla Tribu Fabia è attestata da alcune epigrafi rinvenute nell’agro albense, in una zona che comprende anche Antrosano e S. Pelino. Una di queste, trovata presso Antrosano e dedicata dal Senato e dal popolo anxantino a un tale Amaredio Apro, della tribù Fabia, è particolarmente interessante perché dimostra che i marsi anxantini appartenevano alla tribù Fabia e si fregiavano, perciò, del titolo di Fabii.
Inoltre, conferma che essi avevano un proprio senato e quindi una amministrazione municipale autonoma. Ciò risulta in modo inequivocabile non solo dalla locuzione Senatus Populusque Anxantinus usata per indicare la massima autorità che aveva assunto la decisione di erigere il monumento, ma anche dall’elenco delle cariche pubbliche che erano state rivestite dal personaggio al quale l’epigrafe era stata dedicata: quadrumviro iurisdicendo, questore alla pecunia e agli alimenti, questore della cosa pubblica e curatore presso il tempio di Giove Statore.
Quest’epigrafe attesta che Antrosano era, con ogni probabilità, un vico appartenente ai Marsi Anxantini e quindi conferma che questi marsi vivevano all’interno del territorio albense. L’epigrafe è riportata dal Mommsen al n. 5628 dell’I.R.N. e al n. 3950 del CIL. Un’altra di queste epigrafi assume per noi una importanza particolare. È dedicata a un certo Nonio, della tribù fabia, che aveva ricoperto la carica di quadrumviro ed è importante per essere stata rinvenuta nei pressi di S. Pelino. Anch’essa, quindi, contribuisce ad attestare l’appartenenza alla tribù Fabia degli antichi abitanti di questa zona.
L’epigrafe è la seguente, riportata al n. 3941 del CIL: C. NONIO C.F. FAB. PELAGIO – IIII VIR AED.. Ebbene, se questi sono i Marsi anxantini, ci pare anche di capire quali siano i motivi per cui fu ad essi concessa l’autonomia municipale. Quando, finita la guerra sociale, fu estesa a tutti gli italici la cittadinanza romana, cadde l’originaria funzione di sorveglianza e di controllo che era stata all’origine della fondazione della colonia e cadde anche ogni potenziale motivo di contrapposizione tra albensi e Marsi.
Le diversità etniche tra i due popoli passano in secondo piano e sbiadiscono di fronte alle affinità derivate dalla contiguità territoriale, dall’interdipendenza economica e da una coesistenza divenuta ormai plurisecolare. I caratteri comuni emergono al punto che la maggior parte degli scrittori dell’epoca imperiale non si sofferma più a cogliere le distinzioni tra gli uni e gli altri, anzi, sostenendo: “Albenses sunt Marsorum”, cioè gli albensi sono dei marsi.
Alba diventa municipio romano, ma anche le città marse più rappresentative diventano municipi romani. Una suddivisione di tipo regionale dell’Italia prevale sulle vecchie suddivisioni territoriali basate sulla nazionalità e sull’etnia dei popoli. Infatti, una suddivisione regionale si sovrappone ora ai precedenti confini. All’epoca di Augusto, Marsi e Albensi si ritrovano insieme nella IV regione d’Italia e, sul piano amministrativo, sono organizzati in municipi. In questo contesto, l’erezione di Anxa a municipio costituisce un riconoscimento non casuale, ma praticamente dovuto, perché perfettamente logico e coerente con il principio della pax romana.
Costituisce, cioè, il riconoscimento doveroso per gli anxantini di una autonomia politico-amministrativa che prendeva atto della diversità che ormai caratterizzava fortemente questo popolo sia dagli albensi sia dai restanti Marsi. In caso contrario, trovandosi essi inclusi nel territorio albense in un momento in cui la territorialità cominciava ad affermarsi quale criterio delimitante le competenze delle amministrazioni locali, si sarebbero ritrovati automaticamente inclusi nel municipio albense, in un organismo politico-amministrativo che per loro non poteva essere rappresentativo.
Ciò avrebbe mortificato ingiustamente quella autonomia tanto a lungo conservata in nome della diversità etnica rispetto agli albensi; ma avrebbe anche mortificato quella diversità e autonomia che essi avevano ormai acquisito rispetto agli altri marsi, oltre a compromettere l’orgoglio dell’intero popolo dei marsi, i protagonisti e i vincitori morali della guerra sociale. Ancora, ciò avrebbe contraddetto i principi di eguaglianza e giustizia sui quali era basata la politica di pacificazione romana, perché sarebbe stato intollerabile che, proprio nel momento in cui tutte le attese delle genti italiche venivano soddisfatte, un piccolo gruppo di marsi, gli anxantini appunto, dovesse ritrovarsi privato della propria autonomia per essere incluso in un organismo amministrativo che era stato istituito per tutelare gli interessi della comunità albense e non quelli della comunità “adtributa”.
Se questi sono i marsi anxantini, allora è anche naturale che il loro municipio, i loro vici e i loro oppida si ritrovino all’interno del territorio albense, perché si tratta di territori che, originariamente, cioè prima dell’anno 302 a.c., appartenevano a loro. A partire da quella data, essi continuarono ad abitare in quei luoghi, ma il rapporto che li legava al loro territorio subì una modificazione. Quale fosse l’esatto contenuto del nuovo rapporto e cioè quali diritti, quali facoltà di sfruttamento e quali libertà o limitazioni di movimento avesse questa comunità, non lo sappiamo.
Possiamo però intuire che la presenza di vaste aree pubbliche (ager publicus) e di vaste aree destinate al libero pascolo (ager compascuus) debbano aver consentito una certa libertà di movimento e di iniziativa economica, tale da non far rimpiangere troppo la perduta sovranità su quelle stesse terre.
Riferimento autore: Pasquale Fracassi.