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Storia Di Paterno…. Una Nota Di Colore

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Paterno rivela il fascino della Marsica tra antichi riti e comunità unite, dove ogni tradizione respira storia e cultura locale.

Parlando di Paterno, è importante non solo ricordare i fatti storici e i personaggi di rilievo, ma anche riconoscere il clima di serenità che caratterizza questo centro della Marsica. Nonostante le sue origini antichissime, il paese attira e mantiene i suoi abitanti, creando un’atmosfera di tranquillità che affascina anche chi proviene da altri luoghi. La vita qui, seppur raccolta, offre un’esperienza unica, apprezzabile solo vivendo nel paese per un certo periodo.

Il giorno di Capodanno a Paterno è emblematico: la popolazione, in gran parte, tende a svegliarsi lentamente, riservando il festeggiamento alla messa di inizio anno. Sperimentare la genuinità dei saluti come “Buon anno!” crea un legame profondo con la comunità. Allo stesso modo, nel mese di gennaio, si celebra un rito antico e tradizionale: l’uccisione del maiale, un evento intimo e collettivo che segna l’inizio di un periodo di convivialità e abbondanza.

Questa pratica, pur nel suo aspetto crudo, dimostra la profonda connessione degli abitanti con la loro cultura e tradizione. Dopo aver macellato l’animale, il sangue viene raccolto, mentre la carne si prepara per essere trasformata in prelibatezze che accompagneranno i pasti invernali. Ogni piatto diventa un tributo a un evidente ciclo di vita che onora la natura e le proprie radici.

Il 17 gennaio, giorno di San Antonio abate, aggiunge un ulteriore elemento di festeggiamenti, unendo la comunità non solo nella celebrazione religiosa, ma anche nel riconoscimento di una cultura gastronomica che sapientemente si mescola al patrimonio locale. Grazie alla cantina sociale, non mancano mai vini genuini e saporiti che riscaldano le fredde giornate invernali, rendendo ogni riunione un momento da ricordare.

Quando la prima neve avvolge Paterno, il paese si trasforma in un’immagine da cartolina, dove il candore del paesaggio sembra quasi magico, amplificando il senso di comunità e appartenenza. Le tradizioni, i piatti e i riti di San Berardo e Ignazio Silone riflettono la bellezza di una vita semplice ma ricca di significato.

Riferimento autore: Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica (Testi a cura del prof. Mario di Berardino).

Molto spesso, parlando di una città o di un paese, si narrano avvenimenti storici, fatti di cronaca, si celebrano i personaggi di un certo rilievo e solo raramente si sottolinea il clima di pace o di terrore che vi regna. Ebbene, nel vortice dell’esistenza che caratterizza il nostro tempo, Paterno è un’oasi di tranquillità. Viverci, non fosse altro per la serenità che vi regna, è bello e non solo per chi vi è nato. Ecco perché molti provenienti da altri centri vi si stabiliscono e non vanno più via. Questo non è poco per un paese dal quale fuggono in pochi. Chi è costretto per motivi di lavoro o chi crede ancora che in città si viva meglio trasmigra, ma si tratta di pochi; gli altri restano e il paese cresce. Tanto è vero che mai dalle sue origini, che pure sono antichissime, ad oggi, Paterno ha raggiunto l’attuale numero di abitanti.

Qui la vita ha un’altra dimensione, forse angusta e limitata, ma pur sempre una dimensione. Basta accontentarsi. Solo vivendoci, almeno per un anno, si può capire qualcosa del fascino sottile che emanano in genere le piccole cose e la vita semplice. Il giorno di Capodanno, nelle ore antimeridiane, si incontrano pochissime persone per le strade; quelle che hanno trascorso la notte di S. Silvestro normalmente e che non hanno atteso la mezzanotte per brindare al nuovo anno. La stragrande maggioranza della popolazione dorme fino a tardi o si sveglia per l’ora della messa, perché in fondo, la religione è sentita, anche se non si è assidui frequentatori della chiesa. Durante il giorno, se per caso fai un giro per il paese, sentirai un ritornello cordiale e sincero: Buon anno!

L’anno inizia sempre bene a Paterno. Nel mese di gennaio si verifica un fenomeno tutto particolare: si sente di tanto in tanto, nelle ore del giorno più disparate, prima un grugnito che si fa sempre più frequente e forte fino a sfociare in uno strillo acuto che diventa pian piano soffocato. È il giorno in cui si ammazza il maiale. È un rito antico e crudele che si ripete ogni anno quasi in tutte le famiglie con un cerimoniale consacrato dalla tradizione. È un giorno di festa intimo e familiare. Quando l’acqua bollente è pronta, si va al porcile, dove l’animale, che per un anno intero è stato allevato e nutrito, aspetta docilmente.

Lo si lega a una zampa, gli si fa passare una cordicella tra i denti e poi si tira fuori dal porcile tra i grugniti risentiti e soffocati della vittima. Nelle vicinanze è pronto generalmente un ripiano sul quale la bestia viene distesa di fianco, con la testa penzolante. Siamo arrivati ormai al compimento del rito: gli uomini tengono immobile la vittima mentre essa si sfoga emettendo gridi acuti e accorati, mentre il boia le infila un acuminato e lungo coltello nella gola fino a raggiungere il cuore.

Dalla ferita aperta zampilla un fiotto di sangue fumante, mentre la vittima si dimena, accelerando inconsapevolmente l’uscita del sangue che si mescola al fango, formando una chiazza fumante rosso-viva; altre volte il sangue si raccoglie in un recipiente per farne il cosiddetto sanguinaccio. Progressivamente gli uomini allentano la presa; il maiale non dà più segni di vita: è pronto per la successiva operazione. Gli si versa sopra l’acqua bollente e con coltelli ben affilati si raschia per cavare le setole.

Alla fine, ben pulito, viene appeso alle zampe posteriori, gli si apre la pancia, si tirano fuori le interiora e si lascia così per due, tre giorni. Una volta che la carne si è appassita, l’animale viene diviso e si ricavano prosciutti, salami, salsicce e lardo. La dispensa si riempie e l’inverno appare meno duro con tutto quel ben di Dio. Così, grazie al maiale, succulenti pranzetti spesso e volentieri allietano le giornate invernali dei Paternesi.

Ad onor del vero, non sono poi tanto ingrati se, mentre divorano la saporita carne dell’animale, ne tessono gli elogi. D’altronde, il 17 gennaio si festeggia S. Antonio abate, oltre che nemico del demonio, protettore degli animali domestici. Superfluo aggiungere che la presenza di una cantina sociale nel paese permette che il tutto venga innaffiato da abbondanti líbagioni. Così, gli inverni passano con la carne, il vino e il pane: vino genuino, fragrante e frizzante; pane saporito, odoroso di sole, di terra e di casa.

In questo modo il freddo è meno pungente, e la vita è tutta raccolta in un cerchio di gente e di abitudini che la rendono più gradita, più genuina, più preziosa. E quando la prima neve candida e immacolata scende a fasciare tutte le cose, velando l’aria di certe bianche indefinibili luminosità, il paese, ovattato di candore, appare nitido e pulito, come uscito dalla magica bacchetta di una fata di passaggio.

Riferimento autore: Testi dal libro Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica (Testi a cura del prof. Mario di Berardino).

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Ospitalità e servizi

Molto spesso, parlando di una città o di un paese, si narrano avvenimenti storici, fatti di cronaca, si celebrano i personaggi di un certo rilievo e solo raramente si sottolinea il clima di pace o di terrore che vi regna. Ebbene, nel vortice dell’esistenza che caratterizza il nostro tempo, Paterno è un’oasi di tranquillità. Viverci, non fosse altro per la serenità che vi regna, è bello e non solo per chi vi è nato. Ecco perché molti provenienti da altri centri vi si stabiliscono e non vanno più via. Questo non è poco per un paese dal quale fuggono in pochi. Chi è costretto per motivi di lavoro o chi crede ancora che in città si viva meglio trasmigra, ma si tratta di pochi; gli altri restano e il paese cresce. Tanto è vero che mai dalle sue origini, che pure sono antichissime, ad oggi, Paterno ha raggiunto l’attuale numero di abitanti.

Qui la vita ha un’altra dimensione, forse angusta e limitata, ma pur sempre una dimensione. Basta accontentarsi. Solo vivendoci, almeno per un anno, si può capire qualcosa del fascino sottile che emanano in genere le piccole cose e la vita semplice. Il giorno di Capodanno, nelle ore antimeridiane, si incontrano pochissime persone per le strade; quelle che hanno trascorso la notte di S. Silvestro normalmente e che non hanno atteso la mezzanotte per brindare al nuovo anno. La stragrande maggioranza della popolazione dorme fino a tardi o si sveglia per l’ora della messa, perché in fondo, la religione è sentita, anche se non si è assidui frequentatori della chiesa. Durante il giorno, se per caso fai un giro per il paese, sentirai un ritornello cordiale e sincero: Buon anno!

L’anno inizia sempre bene a Paterno. Nel mese di gennaio si verifica un fenomeno tutto particolare: si sente di tanto in tanto, nelle ore del giorno più disparate, prima un grugnito che si fa sempre più frequente e forte fino a sfociare in uno strillo acuto che diventa pian piano soffocato. È il giorno in cui si ammazza il maiale. È un rito antico e crudele che si ripete ogni anno quasi in tutte le famiglie con un cerimoniale consacrato dalla tradizione. È un giorno di festa intimo e familiare. Quando l’acqua bollente è pronta, si va al porcile, dove l’animale, che per un anno intero è stato allevato e nutrito, aspetta docilmente.

Lo si lega a una zampa, gli si fa passare una cordicella tra i denti e poi si tira fuori dal porcile tra i grugniti risentiti e soffocati della vittima. Nelle vicinanze è pronto generalmente un ripiano sul quale la bestia viene distesa di fianco, con la testa penzolante. Siamo arrivati ormai al compimento del rito: gli uomini tengono immobile la vittima mentre essa si sfoga emettendo gridi acuti e accorati, mentre il boia le infila un acuminato e lungo coltello nella gola fino a raggiungere il cuore.

Dalla ferita aperta zampilla un fiotto di sangue fumante, mentre la vittima si dimena, accelerando inconsapevolmente l’uscita del sangue che si mescola al fango, formando una chiazza fumante rosso-viva; altre volte il sangue si raccoglie in un recipiente per farne il cosiddetto sanguinaccio. Progressivamente gli uomini allentano la presa; il maiale non dà più segni di vita: è pronto per la successiva operazione. Gli si versa sopra l’acqua bollente e con coltelli ben affilati si raschia per cavare le setole.

Alla fine, ben pulito, viene appeso alle zampe posteriori, gli si apre la pancia, si tirano fuori le interiora e si lascia così per due, tre giorni. Una volta che la carne si è appassita, l’animale viene diviso e si ricavano prosciutti, salami, salsicce e lardo. La dispensa si riempie e l’inverno appare meno duro con tutto quel ben di Dio. Così, grazie al maiale, succulenti pranzetti spesso e volentieri allietano le giornate invernali dei Paternesi.

Ad onor del vero, non sono poi tanto ingrati se, mentre divorano la saporita carne dell’animale, ne tessono gli elogi. D’altronde, il 17 gennaio si festeggia S. Antonio abate, oltre che nemico del demonio, protettore degli animali domestici. Superfluo aggiungere che la presenza di una cantina sociale nel paese permette che il tutto venga innaffiato da abbondanti líbagioni. Così, gli inverni passano con la carne, il vino e il pane: vino genuino, fragrante e frizzante; pane saporito, odoroso di sole, di terra e di casa.

In questo modo il freddo è meno pungente, e la vita è tutta raccolta in un cerchio di gente e di abitudini che la rendono più gradita, più genuina, più preziosa. E quando la prima neve candida e immacolata scende a fasciare tutte le cose, velando l’aria di certe bianche indefinibili luminosità, il paese, ovattato di candore, appare nitido e pulito, come uscito dalla magica bacchetta di una fata di passaggio.

Riferimento autore: Testi dal libro Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica (Testi a cura del prof. Mario di Berardino).

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