Il monte, alle cui falde l’odierna città di Avezzano estende l’estremo suo lato verso occidente, custodisce memorie tante e sì dolci da rendersi sacro al cuore di tutti gli Avezzanesi. I suoi dossi erano, una volta, completamente verdeggianti di densa ed alta vegetazione di faggi, di querce e di castagni. La totale sparizione delle vecchie piante, a causa soprattutto della scarsa discrezione dell’uomo e della insufficiente difesa del patrimonio boschivo, ha portato a una lunga evoluzione del paesaggio. Oggi, il versante fucense, di cui qualche parte è resa coltivabile, si presenta coperto di migliaia di pini, specialmente verso la sommità e nelle zone più vicine al Santuario, grazie alla provvida e vigile opera della Forestale.
La costituzione di questo monte è di natura calcarea solida, e ha fornito abbondante materiale per la costruzione dell’antica e della nuova Avezzano. Questo monte è chiamato Salviano, e tale nome ha fatto diffondere negli scrittori di storia marsica l’opinione che la sua origine sia dovuta alla presenza abbondante e rigogliosa della pianta di salvia (salvia officinalis). Questa specie è un suffrutice perenne con fusto eretto e peloso, foglie rugose e ovali, i cui fiori sono violacei e irregolari; è anche odorosa e utilizzata in cucina e per usi medicinali, poiché un tempo le furono attribuite virtù medicamentose mirabili.
Tuttavia, Vincenzo d’Arpizio, riferendosi a quanto detto da Pansa nella sua opera “Miti, leggende e superstizioni d’Abruzzo”, propone un’altra ipotesi etimologica sul nome Salviano. Da rinvenimenti di epigrafi nella Marsica si nota che nella genti Salvia è ricorrente nelle iscrizioni, il che potrebbe indicare un possedimento della famiglia Salvia. Questa antica prassi romana di determinare il dominio privato con il nome del legittimo proprietario potrebbe, quindi, spiegare la denominazione di Salviano al monte.
Su questo monte, odoroso di salvia e di timo, sorgeva un tempo un castello, intorno al quale si stringevano varie case, formando così un paese chiamato Pietraquaria. L’etimo di tale nome e l’origine del paese rimangono poco chiari. La credenza popolare suggerisce che il nome derivi dalla grande pietra o cima rocciosa, dalla quale scaturivano “chiare, fresche e dolci acque”. Tuttavia, non esistono tracce di sorgenti nel luogo.
Il nome di Pietraquaria appare con forme diverse in vari documenti, come Pietracquaria e Petraquarola, ma in Febonio risulta chiaramente come Pietraquaria.
Fin dal medioevo, molti paesi avevano il prefisso “pietra” nel loro nome, tra cui Pietrasanta, Pietraperzi, Pietrabbondante, e Pietrasecca. È interessante notare che un “aquarium” sembra aver realmente esistito a Pietraquaria, con vani levigati e coperti di un intonaco rosso. Il noto storico Tommaso Brogi riporta che anche gli argini del laghetto artificiale del Castello di mare dolce a Palermo erano rivestiti da un intonaco simile.
È probabile che Pietraquaria abbia avuto origine già in epoca imperiale romana, come suggerisce Brogi, che menziona il ritrovamento di una testa scolpita in pietra locale durante gli scavi presso la chiesa di Pietraquaria. Nel secolo XII, Pietraquaria era un paese di una certa importanza e il centro di vari casali, come San Pietro, San Giovanni e Collalto. Dipendeva dalla Contea di Albe e documenti storici indicano la sua rilevanza nell’ambito regionale.
Nel Catalogo dei Baroni del 1187, si afferma che Pietraquaria doveva fornire al Re cinque soldati per una spedizione in Terra Santa, evidenziando la sua densità di popolazione. La Bolla di Clemente III del 1188 menziona anche varie chiese appartenenti a Pietraquaria, tra cui le chiese di San Pietro, San Giovanni e Santa Maria, quest’ultima collocata entro il paese. La locuzione “S. Petri in Aquaria” ha alimentato ipotesi sulla derivazione del nome di Pietraquaria, ma in realtà distingueva tra il paese e la contrada circostante.
Si può ritenere che il paese avesse una chiesa di Santa Maria fin dall’antichità, venerata secondo tradizioni locali. Tuttavia, il paese scomparve, e tale evento ha destato meraviglia. Come feudo del Conte d’Albe, Pietraquaria si schierò con Corradino di Svevia, e la devastazione da parte di Carlo d’Angiò non risparmiò il paese, portando alla sua rovina.
Dopo la distruzione, molti abitanti di Pietraquaria si trasferirono ad Avezzano, contribuendo a un incremento demografico. La venerazione per Maria Santissima di Pietraquaria rimase viva tra i profughi, trasmettendo la tradizione di devozione fino ai giorni nostri.
Intorno al 1840 iniziò l’ampliamento della chiesa e la costruzione di un convento, completato nel 1881, con realizzazioni finanziate anche da nobili locali come il principe Torlonia. Nel 1891 fu istituita la Confraternita di Maria Santissima di Pietraquaria, un’iniziativa approvata dal Vescovo dei Marsi, iscritta nel tessuto sociale e religioso di Avezzano.
Diverse sono le festività significative legate al culto della Madonna, come il ricordo del 27 aprile 1779, quando l’effigie fu portata in processione, invocando la pioggia in un periodo di siccità. Altre celebrazioni, come quelle del settembre 1838 per l’incoronazione, del 1882 per la riedificazione della chiesa, e del 1899 per l’inaugurazione della Villa Torlonia, arricchiscono la storia culturale del luogo.
Negli anni Trenta del Novecento, il primo Congresso Eucaristico della diocesi, tenutosi in occasione del centenario dell’incoronazione, attirò un’immensa folla con partecipanti provenienti da vari paesi, segnando un’importante tappa nel ripristino della devozione nel territorio.
Riferimento autore: Giovanni Pagani.