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Mario Pomilio. Artificiosità Del Gergo Tecnologico

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Mario Pomilio rivisita la lingua italiana mescolando dialetti e neologismi tecnologici per scardinare i confini tra l’alta cultura e il parlato popolare.

Mario Pomilio, nel suo lavoro critico e narrativo, ha affrontato questioni fondamentali riguardanti l’evoluzione della lingua italiana e il suo rapporto con i dialetti. In un articolo del 1965, ha evidenziato la presunta nascita di gerghi tecnologici e il loro impatto sulla lingua, negando la formazione di un linguaggio autonomo per il ceto industriale. Egli sostiene che, sebbene la lingua possa accogliere nuovi termini, questi vengono trasformati e assunti significati nuove, come dimostrano parole come scontare o svalutare. La convinzione che l’adozione di un linguaggio tecnico possa rinnovare la lingua italiana è, quindi, considerata un’illusione che rischia di creare una lingua d’élite, distaccata dalla parlata popolare e dai dialetti.

Pomilio analizza il cambiamento dei rapporti tra lingua e dialetto, notando che l’italiano diventa sempre più un mezzo di comunicazione, mentre i dialetti perdono spazio. La narrativa tra il 1945 e il 1965 ha cercato di abbracciare questa naturalezza, ma con la crisi del neorealismo è emersa la necessità di ricercare significati più complessi, abbandonando il racconto che rifletteva la vita quotidiana. Egli denuncia come certi scrittori siano sfuggiti al dovere di comunicare una verità umana, ritirandosi in mondi di evasione lontani dal linguaggio comune.

Nel complesso, l’opera di Pomilio si distingue per l’attenzione al dovere etico e civile dello scrittore, considerato inesorabilmente legato alle proprie responsabilità verso la società. Egli riprende le questioni del bene e del male, evidenziando la necessità di un’arte che non sia innocente ma attenta al contesto sociale. La sua vocazione si presenta come un impegno aperto ai problemi più urgenti, cercando di affrontare la crisi della Chiesa e il suo ruolo nel mondo contemporaneo per oltrepassare la visione di una «Chiesa mummificata».

In questo percorso, Pomilio avanza l’idea di un’apostolato che trascende le distinzioni tradizionali, esplorando un’integrazione tra la spiritualità cristiana e le necessità del mondo moderno. La sua narrativa, dallo sguardo critico, si propone di «recuperare» il Vangelo, tornando alla sua origine per restituirne una forza vivificante. Nel suo tentativo di restituire vita alla parola cristiana, Pomilio porta avanti un’interpretazione che fa dei Vangeli una narrazione alle radici della nostra esistenza umana.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

Testi tratti dal libro Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito)

Anche prima e dopo di questo suo saggio fondamentale, Pomilio si è interessato a questioni così scottanti. Di particolare menzione è un breve articolo del 1965 in cui, preso atto dell’inattualità delle esperienze dialettali di tipo mistilingue, egli affronta il tema della presunta nascita di gerghi tecnologici che, a parere di alcuni scrittori, dovrebbero rivoluzionare la nostra lingua. Riprendendo un suo spunto del saggio precedente, in cui negava esplicitamente “la formazione d’un linguaggio autonomo e proprio del ceto industriale”, Pomilio fa notare che, se da un lato la lingua accoglie parole derivanti dai nuovi gerghi tecnici e specialistici nel loro significato originario, dall’altro le trasforma, caricandole di significati nuovi e trasformandole in traslati e figure. Pensiamo a termini come “scontare”, “svalutare”, “carburante” e ai loro derivati, usati ormai più in senso metaforico che tecnico.

S’illudono pertanto coloro che credono di rinnovare ab imis le strutture della nostra lingua mediante l’adozione d’un linguaggio tecnologico o di un linguaggio personale di artificiosa invenzione. In tal modo, si ritorna all’antico divario tra lingua parlata e lingua letteraria. Per ostentare un mal concepito disprezzo verso la lingua nazionale, nota anche come “lingua della borghesia”, si finisce per creare una nuova lingua d’élite, ancor più chiusa del tradizionale sermo illustri. Come pretendere di creare una nuova realtà linguistica a base popolare con un gergo da iniziati?

È assurdo; altrettanto assurdo è pretendere che tale gergo possa svolgere una funzione unificatrice tra la lingua e i dialetti, poiché esso sorge come elemento disturbatore di un processo secolare di accostamento delle classi popolari alla lingua nazionale. Negli ultimi anni, questo processo si è accentuato grazie a fattori ben individuabili, tra cui l’estensione della scuola d’obbligo, la diffusione della cultura di massa, l’impiego crescente dei mezzi di comunicazione e delle immagini, l’emigrazione interna e l’inurbamento.

Se riflettiamo sulla situazione reale degli attuali rapporti tra lingua e dialetti, noteremo che essa risulta rovesciata rispetto al passato. L’italiano diviene sempre più lingua da comunicazione; può rinunciare a certi suoi connotati espressivi, ma si fa più funzionale e penetra sempre più nell’area del parlato, sottraendo spazio ai dialetti, dai quali riceve il senso del quotidiano e del familiare.

Ne consegue che la lingua letteraria, per essere viva e vera, non ha più bisogno di modellarsi sulla tradizione aulica, ma piuttosto si distacca da essa e cerca di rispecchiarne la sintassi e le movenze, imponendosi, tra mille resistenze e difficoltà, di perdere le caratteristiche canoniche precedenti e di raggiungere la “naturalezza” del parlato.

La maggiore riprova di questo fenomeno si rinviene nella narrativa fiorita tra il 1945 e il 1965, la quale ha cercato di consolidare gli acquisti nel senso della naturalezza in opere atteggiate secondo l’ideale del linguaggio nazional-popolare. È interessante notare che, intorno al 1960, con la crisi del neorealismo, si è messo in crisi non solo il romanzo ideologico, ma anche la nozione stessa di romanzo. Certi narratori hanno sostenuto che non fosse più fondamentale narrare storie umane nella lingua comune, rifugiandosi invece in un mondo di evasione, ove non serve avere idee da propugnare, ma solo bizzarrie da propinarsi sul corpo vivo e mutevole della lingua.

Accade, quindi, che nel tentativo di seguire una evanescente purezza formale, si possa smarrire la “funzione mediatrice e democratica” che la lingua può svolgere, abbandonando la parola a una pluralità di significati. Questo la rende strumento di poesia, ma anche veicolo di più ampia comunicazione e portatrice di cultura alla generalità dei parlanti.

In questo contesto, il discorso di Pomilio sulle neoavanguardie e sul loro neo-panestetismo diventa fondamentale per esplorare le dinamiche umane, culturali e letterarie legate alle responsabilità. Egli si interroga moralmente su ogni operazione estetica, affermando che le tentazioni innovatrici devono avere un fondamento etico. Non esiste un’arte “innocente”, specie se si presume di promuovere nuove possibilità di concepire il reale.

Pomilio conclude una sua recensione-dialogo sul libro di Angelo Romano, in cui evidenzia come le idee sull’arte debbano essere contestualizzate e richiede all’artista di operare per evitare che certe esperienze del male si ripetano. Morris stilemi e paradigmi da “lingua scritta” entrano in crisi in un’epoca di accellerazione e rivoluzione della Chiesa. La vocazione di Pomilio si delinea come impegno di uno scrittore cristiano, aperto ai problemi morali, politici e ideologici della società.

Negli ultimi tempi, il suo impegno etico-civile si è fortemente accentuato, assumendo connotati religiosi mentre approfondisce i temi del bene e del male secondo la luce dei Vangeli. Questo spiega l’intensa preoccupazione di Pomilio di non distogliere l’artista dai propri compiti. Tuttavia, la verità è che ogni artista autentico deve rispondere al bisogno di verità che li interroga.

Pomilio osserva i cambiamenti avvenuti negli ultimi venti anni, evidenziando la transizione verso una concezione meno rigoristica e più comunitaria del ministero sacerdotale. Il suo approccio alla narrazione del peccato si è orientato verso una presenza più genuinamente evangelica del sacerdote nel mondo.

In conseguenza di questa trasformazione, Pomilio rifiuta l’immagine di una Chiesa “mummificata” e guarda con interesse ai gruppi spontanei, considerati potenziali cellule di una nuova espiritualità cristiana. Tali gruppi potrebbero ricreare la vita associativa cristiana, offrendo un sostegno alla prima missione e un’opportunità di cambiamento culturale.

Si può tentare un accostamento della visione cristiana di Pomilio con movimenti modernisti. Questo non sorprende, considerando l’atteggiamento di maggiore comprensione della Chiesa verso forze rinnovatrici. L’arte e il pensiero di Pomilio accolgono istanze innovatrici che tendono a recuperare e rinnovare il Cristianesimo, cercando di svecchiare la dottrina e rendere il messaggio della redenzione umana più accessibile.

Il quinto Evangelio rappresenta lo sbocco di queste riflessioni, ribadendo l’importanza di recuperare il Vangelo alle sue origini e di adeguarlo alla coscienza moderna. Pomilio considera i Vangeli come narrazioni essenziali che entrano nella storia con un linguaggio accessibile e una passione viva. La narrativa, per Pomilio, deve preservare la concretezza e il mistero insito nel racconto evangelico, pena la perdita di collegamento con la verità e la complessità del messaggio cristiano.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

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Testi tratti dal libro Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito)

Anche prima e dopo di questo suo saggio fondamentale, Pomilio si è interessato a questioni così scottanti. Di particolare menzione è un breve articolo del 1965 in cui, preso atto dell’inattualità delle esperienze dialettali di tipo mistilingue, egli affronta il tema della presunta nascita di gerghi tecnologici che, a parere di alcuni scrittori, dovrebbero rivoluzionare la nostra lingua. Riprendendo un suo spunto del saggio precedente, in cui negava esplicitamente “la formazione d’un linguaggio autonomo e proprio del ceto industriale”, Pomilio fa notare che, se da un lato la lingua accoglie parole derivanti dai nuovi gerghi tecnici e specialistici nel loro significato originario, dall’altro le trasforma, caricandole di significati nuovi e trasformandole in traslati e figure. Pensiamo a termini come “scontare”, “svalutare”, “carburante” e ai loro derivati, usati ormai più in senso metaforico che tecnico.

S’illudono pertanto coloro che credono di rinnovare ab imis le strutture della nostra lingua mediante l’adozione d’un linguaggio tecnologico o di un linguaggio personale di artificiosa invenzione. In tal modo, si ritorna all’antico divario tra lingua parlata e lingua letteraria. Per ostentare un mal concepito disprezzo verso la lingua nazionale, nota anche come “lingua della borghesia”, si finisce per creare una nuova lingua d’élite, ancor più chiusa del tradizionale sermo illustri. Come pretendere di creare una nuova realtà linguistica a base popolare con un gergo da iniziati?

È assurdo; altrettanto assurdo è pretendere che tale gergo possa svolgere una funzione unificatrice tra la lingua e i dialetti, poiché esso sorge come elemento disturbatore di un processo secolare di accostamento delle classi popolari alla lingua nazionale. Negli ultimi anni, questo processo si è accentuato grazie a fattori ben individuabili, tra cui l’estensione della scuola d’obbligo, la diffusione della cultura di massa, l’impiego crescente dei mezzi di comunicazione e delle immagini, l’emigrazione interna e l’inurbamento.

Se riflettiamo sulla situazione reale degli attuali rapporti tra lingua e dialetti, noteremo che essa risulta rovesciata rispetto al passato. L’italiano diviene sempre più lingua da comunicazione; può rinunciare a certi suoi connotati espressivi, ma si fa più funzionale e penetra sempre più nell’area del parlato, sottraendo spazio ai dialetti, dai quali riceve il senso del quotidiano e del familiare.

Ne consegue che la lingua letteraria, per essere viva e vera, non ha più bisogno di modellarsi sulla tradizione aulica, ma piuttosto si distacca da essa e cerca di rispecchiarne la sintassi e le movenze, imponendosi, tra mille resistenze e difficoltà, di perdere le caratteristiche canoniche precedenti e di raggiungere la “naturalezza” del parlato.

La maggiore riprova di questo fenomeno si rinviene nella narrativa fiorita tra il 1945 e il 1965, la quale ha cercato di consolidare gli acquisti nel senso della naturalezza in opere atteggiate secondo l’ideale del linguaggio nazional-popolare. È interessante notare che, intorno al 1960, con la crisi del neorealismo, si è messo in crisi non solo il romanzo ideologico, ma anche la nozione stessa di romanzo. Certi narratori hanno sostenuto che non fosse più fondamentale narrare storie umane nella lingua comune, rifugiandosi invece in un mondo di evasione, ove non serve avere idee da propugnare, ma solo bizzarrie da propinarsi sul corpo vivo e mutevole della lingua.

Accade, quindi, che nel tentativo di seguire una evanescente purezza formale, si possa smarrire la “funzione mediatrice e democratica” che la lingua può svolgere, abbandonando la parola a una pluralità di significati. Questo la rende strumento di poesia, ma anche veicolo di più ampia comunicazione e portatrice di cultura alla generalità dei parlanti.

In questo contesto, il discorso di Pomilio sulle neoavanguardie e sul loro neo-panestetismo diventa fondamentale per esplorare le dinamiche umane, culturali e letterarie legate alle responsabilità. Egli si interroga moralmente su ogni operazione estetica, affermando che le tentazioni innovatrici devono avere un fondamento etico. Non esiste un’arte “innocente”, specie se si presume di promuovere nuove possibilità di concepire il reale.

Pomilio conclude una sua recensione-dialogo sul libro di Angelo Romano, in cui evidenzia come le idee sull’arte debbano essere contestualizzate e richiede all’artista di operare per evitare che certe esperienze del male si ripetano. Morris stilemi e paradigmi da “lingua scritta” entrano in crisi in un’epoca di accellerazione e rivoluzione della Chiesa. La vocazione di Pomilio si delinea come impegno di uno scrittore cristiano, aperto ai problemi morali, politici e ideologici della società.

Negli ultimi tempi, il suo impegno etico-civile si è fortemente accentuato, assumendo connotati religiosi mentre approfondisce i temi del bene e del male secondo la luce dei Vangeli. Questo spiega l’intensa preoccupazione di Pomilio di non distogliere l’artista dai propri compiti. Tuttavia, la verità è che ogni artista autentico deve rispondere al bisogno di verità che li interroga.

Pomilio osserva i cambiamenti avvenuti negli ultimi venti anni, evidenziando la transizione verso una concezione meno rigoristica e più comunitaria del ministero sacerdotale. Il suo approccio alla narrazione del peccato si è orientato verso una presenza più genuinamente evangelica del sacerdote nel mondo.

In conseguenza di questa trasformazione, Pomilio rifiuta l’immagine di una Chiesa “mummificata” e guarda con interesse ai gruppi spontanei, considerati potenziali cellule di una nuova espiritualità cristiana. Tali gruppi potrebbero ricreare la vita associativa cristiana, offrendo un sostegno alla prima missione e un’opportunità di cambiamento culturale.

Si può tentare un accostamento della visione cristiana di Pomilio con movimenti modernisti. Questo non sorprende, considerando l’atteggiamento di maggiore comprensione della Chiesa verso forze rinnovatrici. L’arte e il pensiero di Pomilio accolgono istanze innovatrici che tendono a recuperare e rinnovare il Cristianesimo, cercando di svecchiare la dottrina e rendere il messaggio della redenzione umana più accessibile.

Il quinto Evangelio rappresenta lo sbocco di queste riflessioni, ribadendo l’importanza di recuperare il Vangelo alle sue origini e di adeguarlo alla coscienza moderna. Pomilio considera i Vangeli come narrazioni essenziali che entrano nella storia con un linguaggio accessibile e una passione viva. La narrativa, per Pomilio, deve preservare la concretezza e il mistero insito nel racconto evangelico, pena la perdita di collegamento con la verità e la complessità del messaggio cristiano.

Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

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