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Incile… Emissario Romano Del Fucino

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Dalle colossali opere di Claudio alla distruzione di Traiano, scopri come l’immane lavoro sull’Emissario fucense ha plasmato la storia agricola della Marsica.

Il regime del lago Fùcino si mantenne stabile per lungo tempo, ad eccezione di inondazioni eccezionali. In età antica, il lago raggiunse i 171,5 km² nel 137 a.C., come documentato da Giulio Ossequente, e dalla metà del XIX secolo, con l’incremento delle acque, si avviò un’opera di prosciugamento a seguito delle crescenti problematiche agricole. La diffusione della transumanza nel territorio aveva alleggerito le coltivazioni per via dell’arrivo di acque torrentizie dai monti circostanti, inasprendo la necessità di interventi lungo i confini dell’acqua.

Nel 52 d.C., l’Imperatore Claudio portò a termine importanti lavori, compresa la realizzazione dell’Emissario fucense. La sua finalità non era prosciugare completamente il lago, ma regolare i livelli lacustri affinché le terre circostanti potessero essere coltivate. I lavori, che durarono undici anni e coinvolsero circa 30.000 operai, furono un’impresa colossale dell’epoca, come attestato da numerose fonti classiche, tra cui Plinio il Vecchio e Svetonio. Il processo di costruzione si dimostrò complesso, con descrizioni che evidenziano la difficoltà di estrazione dei materiali e la durezza del lavoro svolto.

Sotto Traiano, tra il 114 e il 117 d.C., l’Emissario subì restauri necessari a causa di frane e danneggiamenti. Un’iscrizione rinvenuta ad Avezzano attesta i lavori di ripristino delle opere di prosciugamento. Con l’avvento di Adriano, tra il 120 e il 137 d.C., il lago subì un prosciugamento significativo, mantenendo però la depressione del Bacinetto. Grazie a questi interventi, la terra emersa poté essere nuovamente coltivata, garantendo così un rilancio della produzione agricola nella zona.

Nel IV secolo, un catastrofico terremoto danneggiò pesantemente l’Emissario, interrompendo la funzionalità del canale. Recenti studi hanno suggerito che il terremoto avvenne attorno al 375 d.C., contribuendo al declino della Marsica e dell’impianto idraulico romano. Al di là delle distruzioni urbanistiche, il terremoto segnò l’inizio dell’abbandono degli insediamenti, testimoniato anche ad Alba Fucens, dove gli strati archeologici indicano un’interruzione evidente della vita urbana.

Le prime menzioni del sistema dell’Emissario durante il Medioevo risalgono al IX secolo, con riferimenti storici che parlano della rete di chiese e beni ecclesiastici presenti. Tra queste, si ricordano le chiese di San Gregorio in Paterno e di San Salvatore in Avezzano. Il toponimo “Ad Formas”, legato ai condotti dell’Emissario romano, fu poi sostituito da “Penna”, rievocando le memoria della città marsicana di Angitia. Con il passare dei secoli, l’area mantenne la sua rilevanza storica e culturale, testimonianza di un passato stratificato e di interventi che hanno segnato la storia di questo territorio.

Riferimento autore: prof. Giuseppe Grossi.

(Testi a cura del prof. Giuseppe Grossi)

Il regime del lago Fùcino era stato per lungo tempo stabile, con variazioni modeste, eccetto in casi eccezionali di maggiore escrescenza. In età antica, raggiunse i limiti di 171,5 kmq nel 137 a.C., come testimoniato da Giulio Ossequente, il quale ci informa che il lago “cinque miglia inondò” del territorio fucense. Questa inondazione va calcolata dal centro del lago, come osservato recentemente dal Letta. Durante l’età contemporanea, dal settecento, e soprattutto nel 1816, il lago raggiunse l’area di 165,1 kmq, il che accelerò le opere di prosciugamento volute dai Borboni.

L’innalzamento dei livelli lacustri nella prima metà del I secolo portò a un primo progetto di intervento di regolarizzazione dei limiti lacustri in età cesariana. Questo fenomeno di escrescenza lacustre era probabilmente dovuto alla pratica pastorale della transumanza “orizzontale” e al taglio dei boschi, che, dalla seconda metà del II secolo a.C., provocò un maggiore afflusso di acque torrentizie e ghiaia dai monti vicini. Tale fenomeno aumentò il livello medio delle acque, rendendo impossibile la coltivazione dei terreni intorno al perimetro lacustre, il che spiega le richieste di intervento da parte dell’aristocrazia terriera locale.

Nel 52 d.C., l’Imperatore Claudio completò il prolungamento della via Valeria dal Fùcino fino a Ostia Aterni e Pescara, iniziando anche il suo Emissario fucense, che regolò gli incostanti livelli lacustri con un limitato prosciugamento del Fùcino, permettendo la coltivazione regolare delle terre emerse. Questo grande lavoro dell’epoca, voluto dall’imperatore romano, si basava in parte su un precedente progetto di Giulio Cesare.

Lo scopo di Claudio non era quello di prosciugare il lago, ma di renderlo stabilmente coltivabile. Della grandiosa opera romana parlano Plinio il Vecchio, Svetonio, Tacito e Cassio Dione, descrivendo lavori che durarono ben 11 anni, dal 41 al 52 d.C., con l’impiego di 30.000 operai. Plinio, testimone oculare dell’impresa, descrisse il profondissimo traforo e le macchine utilizzate per l’estrazione dei materiali dall’oscurità dei pozzi.

Una prima inaugurazione avvenne nel 52 d.C., ma fu segnata da un afflusso debole delle acque. Una seconda inaugurazione avvenne dopo un approfondimento delle condotte di presa, questa volta coronata da uno spettacolo gladiatorio. Tuttavia, il maggiore afflusso di acque causò problemi anche in questa occasione, provocando la rottura di parte della diga d’ingresso. I successivi interventi di restauro stabilizzarono l’Emissario, che mantenne la sua funzione di stabilizzare i livelli lacustri.

Sotto Traiano, furono intrapresi lavori di restauro dall’114 al 117 d.C., necessari per riparare i danni da una frana nel condotto sotterraneo. La testimonianza di questi lavori è riportata in un’iscrizione marmorea trovata ad Avezzano, risalente al 149 d.C., che documenta la centurazione albense, inclusiva delle terre fucensi emerse dal prosciugamento romano.

Una prova evidente della nuova divisione agraria della regione è fornita da un cippo confinario romano rinvenuto nel 1969, che riportava la ripartizione dei territori agrari affidati agli abitanti di Alba e ai Marsi del municipio di Anzio. Queste testimonianze si affiancano a ritrovamenti di necropoli, resti di strade interpoderali e di ville rustiche nei pressi della depressione del Bacinetto.

Nel tardo impero, nella seconda metà del IV secolo, la Marsica fu colpita da un terribile terremoto, che oltre a devastare i centri municipali, interruppe il canale di presa e causò il crollo delle opere sull’Incile. Le recenti ricerche documentano che nel tardo impero i danni furono provocati da due faglie che divisero il canale, portando a un lento insabbiamento del corso d’acqua. Il terremoto è stato collocato intorno al 375 d.C..

Alla fine del IV secolo, l’abbandono dell’insediamento urbano fu confermato anche ad Alba Fucens sulla base di livelli stratigrafici datati tra il 346 e il 367 d.C.. La fine del funzionamento dell’emissario romano si fa risalire a un periodo compreso tra il 362 e il 380 d.C..

L’emissario fucense rimane una delle più grandi opere idrauliche dell’antichità, con un canale di presa a cielo aperto rivestito di pali di legno, il suo Incile monumentale e un canale coperto lungo 5.653 metri. Lo sbocco sul Liri è ancora visibile a Capistrello.

Le prime testimonianze sull’area dell’Emissario nel Medioevo risalgono al IX secolo, documentando l’importanza storica e religiosa dell’area, che mantenne il nome di “Forme” per secoli. Nel XIII secolo, la zona assunse il toponimo di Penna, riflettendo i cambiamenti avvenuti nel paesaggio e nei nomi delle località circostanti. Le chiese e i possedimenti attestano l’importanza della regione anche durante il relativo periodo di decadenza.

Riferimento autore: prof. Giuseppe Grossi.

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(Testi a cura del prof. Giuseppe Grossi)

Il regime del lago Fùcino era stato per lungo tempo stabile, con variazioni modeste, eccetto in casi eccezionali di maggiore escrescenza. In età antica, raggiunse i limiti di 171,5 kmq nel 137 a.C., come testimoniato da Giulio Ossequente, il quale ci informa che il lago “cinque miglia inondò” del territorio fucense. Questa inondazione va calcolata dal centro del lago, come osservato recentemente dal Letta. Durante l’età contemporanea, dal settecento, e soprattutto nel 1816, il lago raggiunse l’area di 165,1 kmq, il che accelerò le opere di prosciugamento volute dai Borboni.

L’innalzamento dei livelli lacustri nella prima metà del I secolo portò a un primo progetto di intervento di regolarizzazione dei limiti lacustri in età cesariana. Questo fenomeno di escrescenza lacustre era probabilmente dovuto alla pratica pastorale della transumanza “orizzontale” e al taglio dei boschi, che, dalla seconda metà del II secolo a.C., provocò un maggiore afflusso di acque torrentizie e ghiaia dai monti vicini. Tale fenomeno aumentò il livello medio delle acque, rendendo impossibile la coltivazione dei terreni intorno al perimetro lacustre, il che spiega le richieste di intervento da parte dell’aristocrazia terriera locale.

Nel 52 d.C., l’Imperatore Claudio completò il prolungamento della via Valeria dal Fùcino fino a Ostia Aterni e Pescara, iniziando anche il suo Emissario fucense, che regolò gli incostanti livelli lacustri con un limitato prosciugamento del Fùcino, permettendo la coltivazione regolare delle terre emerse. Questo grande lavoro dell’epoca, voluto dall’imperatore romano, si basava in parte su un precedente progetto di Giulio Cesare.

Lo scopo di Claudio non era quello di prosciugare il lago, ma di renderlo stabilmente coltivabile. Della grandiosa opera romana parlano Plinio il Vecchio, Svetonio, Tacito e Cassio Dione, descrivendo lavori che durarono ben 11 anni, dal 41 al 52 d.C., con l’impiego di 30.000 operai. Plinio, testimone oculare dell’impresa, descrisse il profondissimo traforo e le macchine utilizzate per l’estrazione dei materiali dall’oscurità dei pozzi.

Una prima inaugurazione avvenne nel 52 d.C., ma fu segnata da un afflusso debole delle acque. Una seconda inaugurazione avvenne dopo un approfondimento delle condotte di presa, questa volta coronata da uno spettacolo gladiatorio. Tuttavia, il maggiore afflusso di acque causò problemi anche in questa occasione, provocando la rottura di parte della diga d’ingresso. I successivi interventi di restauro stabilizzarono l’Emissario, che mantenne la sua funzione di stabilizzare i livelli lacustri.

Sotto Traiano, furono intrapresi lavori di restauro dall’114 al 117 d.C., necessari per riparare i danni da una frana nel condotto sotterraneo. La testimonianza di questi lavori è riportata in un’iscrizione marmorea trovata ad Avezzano, risalente al 149 d.C., che documenta la centurazione albense, inclusiva delle terre fucensi emerse dal prosciugamento romano.

Una prova evidente della nuova divisione agraria della regione è fornita da un cippo confinario romano rinvenuto nel 1969, che riportava la ripartizione dei territori agrari affidati agli abitanti di Alba e ai Marsi del municipio di Anzio. Queste testimonianze si affiancano a ritrovamenti di necropoli, resti di strade interpoderali e di ville rustiche nei pressi della depressione del Bacinetto.

Nel tardo impero, nella seconda metà del IV secolo, la Marsica fu colpita da un terribile terremoto, che oltre a devastare i centri municipali, interruppe il canale di presa e causò il crollo delle opere sull’Incile. Le recenti ricerche documentano che nel tardo impero i danni furono provocati da due faglie che divisero il canale, portando a un lento insabbiamento del corso d’acqua. Il terremoto è stato collocato intorno al 375 d.C..

Alla fine del IV secolo, l’abbandono dell’insediamento urbano fu confermato anche ad Alba Fucens sulla base di livelli stratigrafici datati tra il 346 e il 367 d.C.. La fine del funzionamento dell’emissario romano si fa risalire a un periodo compreso tra il 362 e il 380 d.C..

L’emissario fucense rimane una delle più grandi opere idrauliche dell’antichità, con un canale di presa a cielo aperto rivestito di pali di legno, il suo Incile monumentale e un canale coperto lungo 5.653 metri. Lo sbocco sul Liri è ancora visibile a Capistrello.

Le prime testimonianze sull’area dell’Emissario nel Medioevo risalgono al IX secolo, documentando l’importanza storica e religiosa dell’area, che mantenne il nome di “Forme” per secoli. Nel XIII secolo, la zona assunse il toponimo di Penna, riflettendo i cambiamenti avvenuti nel paesaggio e nei nomi delle località circostanti. Le chiese e i possedimenti attestano l’importanza della regione anche durante il relativo periodo di decadenza.

Riferimento autore: prof. Giuseppe Grossi.

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