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Storia Di Paterno…. Il Terremoto

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Paterno, tra resilienza e distruzione: come un piccolo paese ha fronteggiato tragedie e ricostruzione nel cuore della Marsica.

Il paese di Paterno, nel corso dei secoli, ha affrontato numerose calamità e distruzioni, ma nei primi anni del Novecento stava riprendendo vita grazie alla resilienza della sua popolazione, che nel tempo aveva raggiunto circa duemila abitanti. Tra i vigneti e gli ulivi, Paterno si prepara ad affrontare un futuro che si profila sereno, mantenendo però ben vivo nel cuore il ricordo del suo glorioso passato.

Il 13 gennaio 1915 fu una data tragica: in una mattina tranquilla, un forte tremore colpì Paterno, facendo crollare abitazioni e seminando il panico tra la popolazione. Gli abitanti, presi alla sprovvista, furono travolti da un evento che cambiò radicamente il loro destino. Il nonno di un testimone, Vincenzo, osservò impotente la devastazione da un luogo lontano, mentre suo padre, solo un bambino, si risvegliò all’improvviso in mezzo al caos. La famiglia fu spezzata e sepolta sotto le macerie, rappresentando il dramma di tanti altri.

Le operazioni di soccorso furono tempestive, con l’arrivo di soldati e volontari da tutta Italia. Anche Vittorio Emanuele III si recò personalmente sulle zone colpite per rendersi conto dei danni. Tra le storie di sopravvivenza, spicca quella di Michele Caiola, rimasto intrappolato per ventisei giorni sotto le macerie, nutrendosi di bietole e bevendo acqua piovana fino a quando, finalmente, fu estratto vivo. Nonostante il gesto eroico dei soccorritori, il bilancio fu pesante: dei duemila abitanti, solo 360 sopravvissero.

La tragedia di Paterno non si fermò con il terremoto; l’entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio 1915 portò all’oblio delle notizie sui terremotati. La popolazione, ancora segnata dalla sciagura, contribuì anche al conflitto bellico, lasciando la propria gioventù sui campi di battaglia. Per memorializzare questa tragedia, il popolo di Paterno eresse un cippo commemorativo in onore dei propri figli caduti per la Patria.

Dopo il conflitto, la ricostruzione avanzava, seppur lentamente. La necessità di alloggi era urgente, e lo Stato cercava di fornire soluzioni, ma i lavori procedevano con difficoltà. Osservando il panorama attuale, è evidente che, a distanza di oltre sessant’anni, il problema degli alloggi rimane una ferita aperta per la comunità paternesi. Le difficoltà passate continuano a pesare sul presente della popolazione, segnando una realtà dolorosa che necessita ancora di attenzione e supporto.

Riferimento autore: Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica, a cura del prof. Mario di Berardino.

Il paese, che lungo il corso dei secoli aveva sopportato tante traversie, calamità e distruzioni, nei primi anni del nostro secolo stava risanando le sue ferite. Grazie alla popolazione solerte e laboriosa, Paterno andava mutando volto, ripopolandosi gradatamente, tanto da raggiungere i duemila abitanti. Paterno s’incamminava verso un avvenire lieto e tranquillo, gloriosa del suo passato e custode di un popolo intelligente e laborioso, adagiata in un declivio profumato di giardini, festante di vigneti e ulivi, ridente al suo limpido sole, ai suoi monti possenti e al suo Fùcino ubertoso.

Riposavano tranquilli i Paternesi nella mattina del 13 gennaio 1915. Mio nonno si era alzato di buon’ora, come tutte le altre mattine, per recarsi a governare le bestie che teneva nella stalla, situata alla fine di via Pietragrossa, dove iniziava la tenuta dei Torlonia. Appena uscito di casa, avvertì qualcosa di insolito nell’aria. Rientrò e disse ai familiari: « Non vi alzate, state al caldo, perché fuori tira un vento che provoca un rumore simile a un terremoto ». Poco dopo, erano le 7:50 circa, quando all’improvviso iniziò un traballare di case, uno sprofondarsi di mura, un aprirsi di abissi e un rombo che si riversava sul paese, che, come ebbro, vacillava. Grida angosciose di feriti e, in mezzo a quell’inferno, donne e uomini impazziti che urlavano, maledicevano e pregavano; in un attimo, dalla vita passò alla morte.

Mio nonno Vincenzo, che si trovava a Pietragrossa e quindi lontano dal paese, guardò verso Paterno e vide una nube colossale di polvere innalzarsi al cielo ed esclamò: « Povera famiglia mia! ». Mio padre, che all’epoca aveva cinque anni, dormiva con la sorella Olimpia in una camera al terzo piano e, senza sapere come, si ritrovò in mezzo alla strada. Mia nonna, con una bambina di pochi mesi e con i miei bisnonni, rimase sepolta sotto le macerie. Lo spettacolo che si presentò agli occhi del nonno, giunto nel frattempo al paese, fu agghiacciante: dovunque grida, invocazioni, pianti, lamenti e gemiti. Iniziò a scavare tra le macerie della propria abitazione, dove proveniva un lamento flebile, e ritrovò la madre che riuscì a liberare fino alla vita. « Lasciami in pace, non mi toccare, figlio mio; per me non c’è più niente da fare; pensa ai tuoi figli ». Ma come pensarci? Quelli che si erano salvati stavano lì atterriti, tremanti; e gli altri? Gli altri sotto le macerie.

La sera scese più fredda delle solite fredde serate di gennaio. Quel fuoco acceso in mezzo alle rovine non riusciva in nessun modo a riscaldare i cuori diventati di pietra. Assieme ai soldati regolari, arrivarono nella Marsica volontari da tutta Italia per prestare opera di salvataggio e soccorso. Lo stesso Re Vittorio Emanuele III, la mattina del 14 gennaio, si recò nella zona disastrata per rendersi conto personalmente dei danni causati dal terremoto. I soldati iniziarono a scavare tra le macerie e qualche persona fu trovata ancora in vita; si dice che anche dopo una settimana furono trovate persone vive. Il caso più clamoroso si verificò proprio a Paterno: Michele Caiola, detto Michelone, rimase sepolto sotto le macerie per ventisei giorni. Si trovava nella stalla quando il soffitto crollò addosso; per sua fortuna, le travi gli fecero da tetto a pochi centimetri dalla testa e si ritrovò imprigionato. Si nutriva di bietole da foraggio e beveva acqua piovana, pur sentendo le persone parlare, non riuscì in nessun modo a farsi ascoltare.

Un giorno, ebbe la fortuna di avvertire delle voci amiche proprio sopra la sua testa. Gridò con tutto il fiato che gli era rimasto. Gli amici riconobbero la voce, ma inizialmente non vollero credere alle loro orecchie, pensando si trattasse di un fantasma. Poi, prestando maggiore attenzione, iniziarono a scavare nel punto da dove proveniva la voce e il Caiola, in preda ad indicibile gioia, poté rivedere la luce del sole, dopo ben ventisei giorni di sepoltura. I numerosi cadaveri portati al cimitero venivano accatastati e bruciati. Paterno, assieme ad Avezzano, S. Benedetto, Venere, Cese e Cappelle, fu uno dei centri maggiormente colpiti. Di duemila abitanti, se ne salvarono soltanto 360; il 15% dei nuclei familiari scomparve interamente.

La totale distruzione del paese si spiega anche per il fatto che le case sorgevano l’una addosso all’altra; solo qualcuna distaccata non crollò. Il terremoto fu di tale intensità che si estese per circa 16.000 km². A sud fu avvertito fino a Caserta, a nord fino a Perugia, ad est raggiunse Castel di Sangro, ad ovest la Piana del Cavaliere. Tutta l’Italia si commosse di fronte a questa immane sciagura che aveva colpito la Marsica. Gli italiani seguivano attraverso stampa le varie iniziative per avviare il lento lavoro di ricostruzione.

Purtroppo, un nuovo e terribile avvenimento fece passare in secondo piano le notizie riguardanti i terremotati: l’entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio 1915. Fu subito avanzata una proposta per esonerare i Marsicani dal servizio militare, ma in una conferenza tenuta ad Aquileia un capitano di S. Benedetto dei Marsi si oppose, ripetendo presuntuosamente: « Non si vince la guerra senza i Marsi! ». Così, i cittadini di Paterno diedero il loro contributo alla causa della Patria, con molti di loro che scampati al cataclisma tellurico, lasciarono la loro giovinezza sui campi di battaglia, combattendo per l’Italia.

In onore di tutti loro, il popolo di Paterno eresse un cippo che attualmente si trova in Piazza del Popolo, dove è stato trasportato da Piazza Pola. Vi si legge la seguente dedica: « Il popolo di Paterno ai suoi figli caduti per la Patria – 1915-1918. 11-6-1939 XVII dell’era fascista ». Durante la guerra, a Paterno, come negli altri paesi colpiti dal terremoto, furono inviati molti prigionieri per aiutare il lavoro di ricostruzione. Essi furono alloggiati in una grande baracca di legno sul terreno comunale a Pietragrossa, mentre i contadini, bisognosi di mano d’opera, potevano usufruire dell’aiuto di questi prigionieri in qualsiasi lavoro, anche per sradicare le querce nella selva dei Baroni Masciarelli.

La piaga più grossa di Paterno rimase comunque il problema degli alloggi. Negli anni successivi al terremoto, sembrava che le baracche dovessero essere demolite per via di due leggi, la prima del 30 marzo 1965 n. 225 e la seconda del 4 gennaio 1968 n. 5; ma purtroppo, ancora oggi l’annoso problema non è stato risolto. Alcune moderne palazzine furono costruite nel 1960 e nel 1966, e nel maggio 1972, furono finanziati altri 12 alloggi, per un totale di tre fabbricati, poi ridotti a due, a causa dell’aumento dei prezzi. Purtroppo, i lavori dei due fabbricati furono sospesi per il fallimento della ditta appaltatrice, arrecando grave disagio a coloro che, distrutta la baracca nella quale abitavano, furono costretti ad attendere a lungo per avere di nuovo un tetto sotto cui accogliere la propria famiglia.

Finalmente, il Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche per l’Abruzzo comunicò al Genio Civile di Avezzano, con D. P. 2-6-1977, che era stata approvata per l’importo di L. 68.514.651 la perizia di completamento dei 10 alloggi, di cui alla legge 4.1-1968, n. 5; la gara d’appalto fu indetta il 28 luglio 1977 e il lavoro di completamento fu ripreso e portato a termine. Era prevista la costruzione di altri alloggi; furono stanziati 316 milioni che dovevano essere maggiorati di circa il 50%.

La popolazione di Paterno ha bisogno di appartamenti. Dal censimento delle baracche e degli alloggi malsani, fatto dalla Pro-Loco e presentato al Sindaco di Avezzano il 20 maggio 1972, risulta che, su 400 nuclei familiari, 78 hanno bisogno di un alloggio decente, per un totale di 266 persone. Di questi, 69 nuclei familiari abitano ancora nelle casette antisismiche. Purtroppo, nessuno ha più parlato dei 316 milioni: che siano stati corrosi dal tempo? Fatti simili lasciano l’amaro in bocca e la popolazione di Paterno va perdendo la fiducia verso coloro che sono responsabili di questo stato di cose. Questa è la realtà dolorosa di Paterno ad oltre 60 anni dal terremoto, una realtà destinata a durare a lungo.

Riferimento autore: Mario di Berardino.

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Ospitalità e servizi

Il paese, che lungo il corso dei secoli aveva sopportato tante traversie, calamità e distruzioni, nei primi anni del nostro secolo stava risanando le sue ferite. Grazie alla popolazione solerte e laboriosa, Paterno andava mutando volto, ripopolandosi gradatamente, tanto da raggiungere i duemila abitanti. Paterno s’incamminava verso un avvenire lieto e tranquillo, gloriosa del suo passato e custode di un popolo intelligente e laborioso, adagiata in un declivio profumato di giardini, festante di vigneti e ulivi, ridente al suo limpido sole, ai suoi monti possenti e al suo Fùcino ubertoso.

Riposavano tranquilli i Paternesi nella mattina del 13 gennaio 1915. Mio nonno si era alzato di buon’ora, come tutte le altre mattine, per recarsi a governare le bestie che teneva nella stalla, situata alla fine di via Pietragrossa, dove iniziava la tenuta dei Torlonia. Appena uscito di casa, avvertì qualcosa di insolito nell’aria. Rientrò e disse ai familiari: « Non vi alzate, state al caldo, perché fuori tira un vento che provoca un rumore simile a un terremoto ». Poco dopo, erano le 7:50 circa, quando all’improvviso iniziò un traballare di case, uno sprofondarsi di mura, un aprirsi di abissi e un rombo che si riversava sul paese, che, come ebbro, vacillava. Grida angosciose di feriti e, in mezzo a quell’inferno, donne e uomini impazziti che urlavano, maledicevano e pregavano; in un attimo, dalla vita passò alla morte.

Mio nonno Vincenzo, che si trovava a Pietragrossa e quindi lontano dal paese, guardò verso Paterno e vide una nube colossale di polvere innalzarsi al cielo ed esclamò: « Povera famiglia mia! ». Mio padre, che all’epoca aveva cinque anni, dormiva con la sorella Olimpia in una camera al terzo piano e, senza sapere come, si ritrovò in mezzo alla strada. Mia nonna, con una bambina di pochi mesi e con i miei bisnonni, rimase sepolta sotto le macerie. Lo spettacolo che si presentò agli occhi del nonno, giunto nel frattempo al paese, fu agghiacciante: dovunque grida, invocazioni, pianti, lamenti e gemiti. Iniziò a scavare tra le macerie della propria abitazione, dove proveniva un lamento flebile, e ritrovò la madre che riuscì a liberare fino alla vita. « Lasciami in pace, non mi toccare, figlio mio; per me non c’è più niente da fare; pensa ai tuoi figli ». Ma come pensarci? Quelli che si erano salvati stavano lì atterriti, tremanti; e gli altri? Gli altri sotto le macerie.

La sera scese più fredda delle solite fredde serate di gennaio. Quel fuoco acceso in mezzo alle rovine non riusciva in nessun modo a riscaldare i cuori diventati di pietra. Assieme ai soldati regolari, arrivarono nella Marsica volontari da tutta Italia per prestare opera di salvataggio e soccorso. Lo stesso Re Vittorio Emanuele III, la mattina del 14 gennaio, si recò nella zona disastrata per rendersi conto personalmente dei danni causati dal terremoto. I soldati iniziarono a scavare tra le macerie e qualche persona fu trovata ancora in vita; si dice che anche dopo una settimana furono trovate persone vive. Il caso più clamoroso si verificò proprio a Paterno: Michele Caiola, detto Michelone, rimase sepolto sotto le macerie per ventisei giorni. Si trovava nella stalla quando il soffitto crollò addosso; per sua fortuna, le travi gli fecero da tetto a pochi centimetri dalla testa e si ritrovò imprigionato. Si nutriva di bietole da foraggio e beveva acqua piovana, pur sentendo le persone parlare, non riuscì in nessun modo a farsi ascoltare.

Un giorno, ebbe la fortuna di avvertire delle voci amiche proprio sopra la sua testa. Gridò con tutto il fiato che gli era rimasto. Gli amici riconobbero la voce, ma inizialmente non vollero credere alle loro orecchie, pensando si trattasse di un fantasma. Poi, prestando maggiore attenzione, iniziarono a scavare nel punto da dove proveniva la voce e il Caiola, in preda ad indicibile gioia, poté rivedere la luce del sole, dopo ben ventisei giorni di sepoltura. I numerosi cadaveri portati al cimitero venivano accatastati e bruciati. Paterno, assieme ad Avezzano, S. Benedetto, Venere, Cese e Cappelle, fu uno dei centri maggiormente colpiti. Di duemila abitanti, se ne salvarono soltanto 360; il 15% dei nuclei familiari scomparve interamente.

La totale distruzione del paese si spiega anche per il fatto che le case sorgevano l’una addosso all’altra; solo qualcuna distaccata non crollò. Il terremoto fu di tale intensità che si estese per circa 16.000 km². A sud fu avvertito fino a Caserta, a nord fino a Perugia, ad est raggiunse Castel di Sangro, ad ovest la Piana del Cavaliere. Tutta l’Italia si commosse di fronte a questa immane sciagura che aveva colpito la Marsica. Gli italiani seguivano attraverso stampa le varie iniziative per avviare il lento lavoro di ricostruzione.

Purtroppo, un nuovo e terribile avvenimento fece passare in secondo piano le notizie riguardanti i terremotati: l’entrata in guerra dell’Italia il 24 maggio 1915. Fu subito avanzata una proposta per esonerare i Marsicani dal servizio militare, ma in una conferenza tenuta ad Aquileia un capitano di S. Benedetto dei Marsi si oppose, ripetendo presuntuosamente: « Non si vince la guerra senza i Marsi! ». Così, i cittadini di Paterno diedero il loro contributo alla causa della Patria, con molti di loro che scampati al cataclisma tellurico, lasciarono la loro giovinezza sui campi di battaglia, combattendo per l’Italia.

In onore di tutti loro, il popolo di Paterno eresse un cippo che attualmente si trova in Piazza del Popolo, dove è stato trasportato da Piazza Pola. Vi si legge la seguente dedica: « Il popolo di Paterno ai suoi figli caduti per la Patria – 1915-1918. 11-6-1939 XVII dell’era fascista ». Durante la guerra, a Paterno, come negli altri paesi colpiti dal terremoto, furono inviati molti prigionieri per aiutare il lavoro di ricostruzione. Essi furono alloggiati in una grande baracca di legno sul terreno comunale a Pietragrossa, mentre i contadini, bisognosi di mano d’opera, potevano usufruire dell’aiuto di questi prigionieri in qualsiasi lavoro, anche per sradicare le querce nella selva dei Baroni Masciarelli.

La piaga più grossa di Paterno rimase comunque il problema degli alloggi. Negli anni successivi al terremoto, sembrava che le baracche dovessero essere demolite per via di due leggi, la prima del 30 marzo 1965 n. 225 e la seconda del 4 gennaio 1968 n. 5; ma purtroppo, ancora oggi l’annoso problema non è stato risolto. Alcune moderne palazzine furono costruite nel 1960 e nel 1966, e nel maggio 1972, furono finanziati altri 12 alloggi, per un totale di tre fabbricati, poi ridotti a due, a causa dell’aumento dei prezzi. Purtroppo, i lavori dei due fabbricati furono sospesi per il fallimento della ditta appaltatrice, arrecando grave disagio a coloro che, distrutta la baracca nella quale abitavano, furono costretti ad attendere a lungo per avere di nuovo un tetto sotto cui accogliere la propria famiglia.

Finalmente, il Provveditorato Regionale alle Opere Pubbliche per l’Abruzzo comunicò al Genio Civile di Avezzano, con D. P. 2-6-1977, che era stata approvata per l’importo di L. 68.514.651 la perizia di completamento dei 10 alloggi, di cui alla legge 4.1-1968, n. 5; la gara d’appalto fu indetta il 28 luglio 1977 e il lavoro di completamento fu ripreso e portato a termine. Era prevista la costruzione di altri alloggi; furono stanziati 316 milioni che dovevano essere maggiorati di circa il 50%.

La popolazione di Paterno ha bisogno di appartamenti. Dal censimento delle baracche e degli alloggi malsani, fatto dalla Pro-Loco e presentato al Sindaco di Avezzano il 20 maggio 1972, risulta che, su 400 nuclei familiari, 78 hanno bisogno di un alloggio decente, per un totale di 266 persone. Di questi, 69 nuclei familiari abitano ancora nelle casette antisismiche. Purtroppo, nessuno ha più parlato dei 316 milioni: che siano stati corrosi dal tempo? Fatti simili lasciano l’amaro in bocca e la popolazione di Paterno va perdendo la fiducia verso coloro che sono responsabili di questo stato di cose. Questa è la realtà dolorosa di Paterno ad oltre 60 anni dal terremoto, una realtà destinata a durare a lungo.

Riferimento autore: Mario di Berardino.

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