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Storia Di Cese… La Ricostruzione

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La resilienza di Cese: dal terremoto alla rinascita, una comunità si unisce per superare crisi e controversie in un duro viaggio verso la ricostruzione.

Dopo il terremoto, il morale e la psiche dei superstiti furono messi a dura prova, costretti a fronteggiare un inverno severo e un’umanità in crisi. Con il tempo, però, la popolazione di Cese iniziò a ricostruire il paese, ristrutturando le abitazioni con metodologie che rispondevano a norme edilizie più sicure. Dapprima, i restauri includevano strutture in pietra e mattoni, ma a seguito dell’identificazione della Marsica come area ad alto rischio sismico, si passò a strutture in cemento armato.

Per quanto concerne la chiesa parrocchiale, la sua ricostruzione affrontò un lungo e complesso iter burocratico, con conflitti fra le diverse parti coinvolte. Il progetto fu affidato all’ingegnere Buldrini di Roma, affiancato dall’assistente Marimpietri di Corcumello. Allo stesso tempo, l’ingegnere Ciciarelli, figlio di un noto mastro impresario di Cese, presentava un’alternativa più economica, generando ulteriori tensioni. Durante i lavori di scavo, furono rinvenuti resti umani che rischiarono di interrompere il progetto, ma si decise di ricoprire i ritrovamenti e proseguire con la costruzione.

Le proteste dei dissidenti non tardarono ad arrivare; vennero messe in scena satira e contestazione per criticare il progetto e le figure coinvolte. Un cartello ingegnoso dichiarava che la nuova chiesa “verrà inaugurata il 39 maggio”, sottintendendo che non sarebbe mai avvenuto. Ciononostante, con il passare del tempo, la comunità si unì per supportare la ricostruzione, superando rancori e diffidenze attraverso contributi economici e lavoro collettivo.

Importante fu anche il ruolo delle donne e dei giovani chierichetti, elementi chiave nel lavoro di ricostruzione. Le funzioni religiose, inizialmente celebrate in una baracca, trovarono una loro sede nel 1925, grazie alla chiesa dedicata a San Vincenzo Ferreri, costruita con il contributo degli emigrati all’estero. Quest’edificio, per quanto definitivo, era considerato provvisorio e incapace di soddisfare le crescenti esigenze della comunità.

Furono necessari circa 15 anni, ma finalmente, nel 1946, la chiesa “Madre” fu inaugurata sul sito della precedente Chiesa della Madonna delle Grazie. Con il passare degli anni, la comunità di Cese si unì per conservare la memoria di questo lungo percorso di rinascita, documentando le fasi della ricostruzione attraverso architetture e fotografie che testamentano tanto il dolore quanto la resilienza collettiva.

Riferimento autore: Osvaldo Cipollone.

Dopo il terremoto, fu inevitabile l’abbattimento morale e psicologico dei superstiti, che, fra l’altro, avevano dovuto sopportare anche l’inclemenza dell’inverno, la fame, la miseria e tutte le difficoltà connesse alla calamità. Con il tempo, la fiducia e la voglia di ricominciare hanno fatto sì che la gente, seppur lentamente, riuscisse a riprendersi ed attivare la ricostruzione del paese.

Le abitazioni, dove possibile, sono state ristrutturate e fortificate opportunamente, con tiranti bullonati da vistose ghiere, visibili tuttora sulle facciate di case e stalle. Inoltre, le norme di edilizia abitativa, pur consentendo murature in pietra e malta, indicavano di inserirvi all’interno tratti longitudìnali di ricorsi a mattoni, affinché fossero meglio collegate le pareti perimetrali degli edifici. Solo in seguito, essendo stata catalogata la zona marsicana come area ad alto rischio tellurico, è stato introdotto il criterio di costruzioni in cemento armato.

Per quanto riguarda la chiesa parrocchiale, la ricostruzione ha subito un lungo e sofferto travaglio burocratico, tecnico ed economico. Questo anche per conflittualità derivanti da beghe e congetture fra opposte fazioni, allorché la realizzazione del progetto venne affidata all’ingegnere Buldrini di Roma e le mansioni di assistente dei lavori a Marimpietri di Corcumello. Le ostilità erano probabilmente motivate anche dal fatto che a Cese c’era un giovane di belle speranze, l’ingegner Ciciarelli, figlio di un valido “mastro, impresario”, che aveva presentato un progetto più economico.

Iniziati comunque i lavori di scavo, vennero alla luce alcune bare contenenti resti umani; la cosa poteva bloccare il tutto già sul nascere, ma si decise di occultare ogni cosa ricoprendo i resti e realizzare il basamento. Subito si registrarono manifestazioni di protesta da parte dei dissidenti; si prepararono vere e proprie rappresentazioni farsesche (chiamate in gergo “satare”), atte a mettere alla berlina personaggi, situazioni e lo stesso progetto, che veniva portato avanti anche grazie all’offerta dei raccolti della terra, come grano, patate, granturco ed altro.

Proprio per quest’ultimo motivo, i versi recitati in vernacolo dagli “attori” suonavano all’incirca così: “… Co’llo granoturco ci disegnano le campane, jo pavimento jo fao co’lle scòppe delle patane …” (la chiesa, in pratica, non sarebbe stata realizzata). A quel tempo, era consuetudine inscenare manifestazioni di questo e di altro tipo (come le carnevalate), e coloro che osteggiavano le scelte adottate pensarono bene di issare anche un cartello con una scritta sarcastica: “La chiesa di Cese verrà inaugurata il 39 maggio dell’anno…” (cioè mai!).

Passato però il primo impatto e i problemi iniziali, in seguito tutti dettero il proprio contributo, in danaro o con giornate lavorative, in modo da superare rancori e diffidenze. La manodopera, oltre ad avvalersi dell’apporto di lavoratori validi, non poteva fare a meno del servizio delle donne e di giovanissimi chierichetti che, come potevano, si prestavano all’opera; così si “cementò” ancor più quello spirito di altruismo e dedizione che da sempre vige nel nostro paese.

In precedenza, negli anni immediatamente dopo il terremoto, le funzioni religiose si erano officiate all’interno di una baracca di tavole, predisposta nella zona delle scuole. Successivamente, nel 1925, è stato possibile utilizzare la chiesa intitolata a San Vincenzo Ferreri, compatrono di Cese. Anch’essa era stata costruita grazie al lavoro ed alla collaborazione della gente del posto, con la preziosa partecipazione – dall’estero – da parte di chi era emigrato. Questa costruzione, denominata impropriamente “Chiesa Vecchía”, è stata in pratica una chiesa provvisoria; ha servito a soddisfare le esigenze del culto solo per un determinato arco di tempo, risultando comunque inadatta ed insufficiente per i tanti parrocchiani.

Diversamente, però, non si sarebbe potuto fare, se si considera che la chiesa “Madre” (ricostruita pressappoco sullo stesso luogo dove prima troneggiava la Chiesa della Madonna delle Grazie, o Madonna delle Cese) è stata inaugurata nel 1946, cioè circa 15 anni dopo l’inizio del progetto. Nelle pagine successive vengono riportate: la piantina relativa al piano parcellare della zona, con i nomi dei vecchi proprietari dei terreni, quella con le misure delle fondamenta e dei muri della chiesa e la sezione del basamento del campanile; inoltre, viene riproposto il prospetto laterale destro (poi non realizzato) secondo un primo progetto dell’Ing. Buldrini.

All’interno del volume sono presenti alcune foto che documentano le varie fasi della ricostruzione stessa.

Riferimento autore: Orme di un borgo (Testi a cura di Osvaldo Cipollone).

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Ospitalità e servizi

Dopo il terremoto, fu inevitabile l’abbattimento morale e psicologico dei superstiti, che, fra l’altro, avevano dovuto sopportare anche l’inclemenza dell’inverno, la fame, la miseria e tutte le difficoltà connesse alla calamità. Con il tempo, la fiducia e la voglia di ricominciare hanno fatto sì che la gente, seppur lentamente, riuscisse a riprendersi ed attivare la ricostruzione del paese.

Le abitazioni, dove possibile, sono state ristrutturate e fortificate opportunamente, con tiranti bullonati da vistose ghiere, visibili tuttora sulle facciate di case e stalle. Inoltre, le norme di edilizia abitativa, pur consentendo murature in pietra e malta, indicavano di inserirvi all’interno tratti longitudìnali di ricorsi a mattoni, affinché fossero meglio collegate le pareti perimetrali degli edifici. Solo in seguito, essendo stata catalogata la zona marsicana come area ad alto rischio tellurico, è stato introdotto il criterio di costruzioni in cemento armato.

Per quanto riguarda la chiesa parrocchiale, la ricostruzione ha subito un lungo e sofferto travaglio burocratico, tecnico ed economico. Questo anche per conflittualità derivanti da beghe e congetture fra opposte fazioni, allorché la realizzazione del progetto venne affidata all’ingegnere Buldrini di Roma e le mansioni di assistente dei lavori a Marimpietri di Corcumello. Le ostilità erano probabilmente motivate anche dal fatto che a Cese c’era un giovane di belle speranze, l’ingegner Ciciarelli, figlio di un valido “mastro, impresario”, che aveva presentato un progetto più economico.

Iniziati comunque i lavori di scavo, vennero alla luce alcune bare contenenti resti umani; la cosa poteva bloccare il tutto già sul nascere, ma si decise di occultare ogni cosa ricoprendo i resti e realizzare il basamento. Subito si registrarono manifestazioni di protesta da parte dei dissidenti; si prepararono vere e proprie rappresentazioni farsesche (chiamate in gergo “satare”), atte a mettere alla berlina personaggi, situazioni e lo stesso progetto, che veniva portato avanti anche grazie all’offerta dei raccolti della terra, come grano, patate, granturco ed altro.

Proprio per quest’ultimo motivo, i versi recitati in vernacolo dagli “attori” suonavano all’incirca così: “… Co’llo granoturco ci disegnano le campane, jo pavimento jo fao co’lle scòppe delle patane …” (la chiesa, in pratica, non sarebbe stata realizzata). A quel tempo, era consuetudine inscenare manifestazioni di questo e di altro tipo (come le carnevalate), e coloro che osteggiavano le scelte adottate pensarono bene di issare anche un cartello con una scritta sarcastica: “La chiesa di Cese verrà inaugurata il 39 maggio dell’anno…” (cioè mai!).

Passato però il primo impatto e i problemi iniziali, in seguito tutti dettero il proprio contributo, in danaro o con giornate lavorative, in modo da superare rancori e diffidenze. La manodopera, oltre ad avvalersi dell’apporto di lavoratori validi, non poteva fare a meno del servizio delle donne e di giovanissimi chierichetti che, come potevano, si prestavano all’opera; così si “cementò” ancor più quello spirito di altruismo e dedizione che da sempre vige nel nostro paese.

In precedenza, negli anni immediatamente dopo il terremoto, le funzioni religiose si erano officiate all’interno di una baracca di tavole, predisposta nella zona delle scuole. Successivamente, nel 1925, è stato possibile utilizzare la chiesa intitolata a San Vincenzo Ferreri, compatrono di Cese. Anch’essa era stata costruita grazie al lavoro ed alla collaborazione della gente del posto, con la preziosa partecipazione – dall’estero – da parte di chi era emigrato. Questa costruzione, denominata impropriamente “Chiesa Vecchía”, è stata in pratica una chiesa provvisoria; ha servito a soddisfare le esigenze del culto solo per un determinato arco di tempo, risultando comunque inadatta ed insufficiente per i tanti parrocchiani.

Diversamente, però, non si sarebbe potuto fare, se si considera che la chiesa “Madre” (ricostruita pressappoco sullo stesso luogo dove prima troneggiava la Chiesa della Madonna delle Grazie, o Madonna delle Cese) è stata inaugurata nel 1946, cioè circa 15 anni dopo l’inizio del progetto. Nelle pagine successive vengono riportate: la piantina relativa al piano parcellare della zona, con i nomi dei vecchi proprietari dei terreni, quella con le misure delle fondamenta e dei muri della chiesa e la sezione del basamento del campanile; inoltre, viene riproposto il prospetto laterale destro (poi non realizzato) secondo un primo progetto dell’Ing. Buldrini.

All’interno del volume sono presenti alcune foto che documentano le varie fasi della ricostruzione stessa.

Riferimento autore: Orme di un borgo (Testi a cura di Osvaldo Cipollone).

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