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Storia Di Paterno…. Origine Di Paterno

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Scoperte recenti rivelano la vita militare ed economica degli antichi villaggi marsicani, fulcro di una storia che risale alla seconda guerra sannitica.

La posizione di Paterno, adagiato sul declivio della collina che degrada verso il lago, è storicamente strategica. A 900 metri d’altitudine, la sommità della collina funge da fortezza naturale, favorendo il popolamento nelle epoche antiche. La celebre Alba Fucens, situata tra Cèlano, S. Pietro e Albe Vecchia, dominava un’area ampia, protetta a nord dai monti Velino e Cafornia. Questo habitat fertile e tranquillo favorì lo sviluppo di fortificazioni nei punti chiave, così le terre di Paterno apparivano protette da incursioni nemiche.

Il confine orientale del territorio albense, coincidente con il Rio La Foce, evidenziava un punto di controllo cruciale. È qui che, secondo Febonio, venne costruito un fortilizio per vigilare sulle vie strategiche. Malgrado la mancanza di notizie per un lungo periodo, recenti scoperte hanno rivelato due antichi villaggi, uno a S. Silvestro e l’altro a Porciano, entrambi significativi per la loro vita economica e militare.

Il vicus di S. Silvestro, probabilmente dotato di speciali requisiti di pascolo e una rotta per la difesa, ha permesso la costruzione di oppida fino al IV secolo a.C., che vennero meno di importanza con l’avanzare del tempo. Le prime notizie storiche sul territorio emergono durante la seconda guerra sannitica (327 a.C.), quando Alba divenne un importante avamposto romano, subendo attacchi anche da Annibale durante le guerre puniche, specialmente nel 217 a.C.

Con la vittoria di Ottaviano, l’agro albense visse un periodo di stabilità e prosperità, attrarre sempre più romani desiderosi di godere della bellezza della Marsica. La fertilità delle terre, con vigneti e frutteti, oltre all’influenza temperata del lago Fùcino, resero la zona ambita per la villeggiatura. Con l’inclusione degli Albensi tra i Marsi dopo la distruzione degli Equi, si formò una comunità coesa, radicata nella propria terra.

Riferimento autore: Mario di Berardino.

A chi osserva la posizione di Paterno Vecchio, alla ricerca inconsapevole delle « vestigia degli antichi padri », non sfuggirà la sua collocazione, adagiandosi sul declivio della collina, che degrada dolcemente verso il lago. A monte delle case, a 900 metri d’altitudine, simile a una chioccia che cova i pigolanti pulcini, si erge la sommità della collina, la quale, nei tempi passati, aveva tutti i requisiti per essere una fortezza quasi inespugnabile. L’esistenza di un tale luogo strategico favorì il popolamento della terra di Paterno in epoche remote.

La famosa Alba Fucens, situata sui colli di S. Pietro, Pettorino e Albe Vecchia, dominava le terre circostanti per un raggio di diversi chilometri. Il suo territorio, protetto a nord dai monti Velino, Cafornia e Magnola, raggiungeva i confini di Ovindoli, scendeva tra Cèlano e Paterno, ricongiungendosi con la sponda nord del Fùcino e la percorreva fino al monte Salviano. Da qui, passando per Cappelle, raggiungeva il fiume Imele e si spingeva fino a S. Anatolia, nei cui pressi fu rinvenuta la lapide con la scritta « Albensium Fines »; di qui andava a ricongiungersi con il Velino. Nei punti strategici dei suoi confini erano stati costruiti fortilizi che rendevano assai arduo, per non dire impossibile, qualsiasi tentativo da parte dei nemici di sorprendere la città.

È interessante notare che ad est il confine del territorio albense coincideva con il Rio La Foce; il tratto dove si aveva maggior possibilità di controllare il passaggio tra il monte e il lago era proprio quello dove ora sorge l’abitato di Paterno, perché era il punto in cui la collina avanzava maggiormente verso il lago. Proprio sulla sommità di detta collina, come narra Febonio, a circa tremila passi da Alba, era stato costruito un fortilizio, una rocca, con lo scopo preciso di controllare con facilità sia il tratto che corre fino ai Tre Monti, sia quello in ripida discesa fino all’acqua del lago. La posizione delle terre di Paterno, situate ad est dell’agro albense, in un punto strategico di notevole importanza, spinse gli Albensi alla costruzione del fortilizio.

Per un lungo periodo di tempo non abbiamo alcuna notizia sulle terre di Paterno e sulla stessa Alba Fucens. Tuttavia, a seguito di ricerche recentemente effettuate da parte di alcuni studiosi, sono stati localizzati due vici o villaggi antichi, uno in località S. Silvestro (Paterno Vecchio), l’altro in località Porciano.

Il vicus in località S. Silvestro, comprendente anche il fortilizio, sorse probabilmente per l’abbondanza dei pascoli e per la fertilità dei terreni, ma soprattutto per una precisa esigenza militare. Generalmente, a questi villaggi facevano riscontro degli oppida, cinti murari d’altura, costruiti per scopo difensivo, tra i 900 e i 1500 metri sul mare. Grazie all’opera di studiosi appassionati, si stanno scoprendo molti oppida sulle montagne che sorgono intorno alla piana del Fùcino. Le alture che si elevano alle spalle di Paterno conservano tracce visibili, anche da lontano, di cinte che un tempo servivano da ricovero a uomini e animali durante i tragici eventi che minacciavano l’esistenza stessa degli abitanti.

Nel corso delle ricerche, un oppidum è stato localizzato sul monte Cervaro, tra la Rocca di S. Felino e Colle Lanciano, un altro sul monte Uomo, e altri ancora sui Tre Monti e ai Prati d’Oro. In base ai reperti, si può far risalire la costruzione degli oppida non oltre il IV secolo a.C.; essi persero importanza gradualmente fino a essere abbandonati nel corso del 1 secolo d.C.. I vici, invece, prosperarono fino al V secolo d.C., come testimoniano le monete rinvenute a Porciano.

Notizie certe di Alba e quindi del territorio paternese giungono in occasione della seconda guerra sannitica (327 a.C.). Alleati dei Sanniti furono gli Ernici, gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Marrucini e i Frentani; ognuno di questi popoli seguì il proprio destino dopo la guerra, conclusa nel 304 a.C., quando Roma sconfisse gli avversari. Livio ci racconta che i Romani vi dedussero una colonia di seimila uomini, confermando che Alba era degli Equi.

Nell’anno 304 a.C., Alba e il suo territorio passarono sotto il controllo dei Romani, rimanendo sempre alleati fedeli. Infatti, Annibale, durante la seconda guerra punica (219-201 a.C.), tentò due volte di impadronirsi di essa, ma senza successo. La sorte dei vici di Porciano e di Paterno fu difficile, essendo i primi baluardi ad est del territorio albense da cui Annibale proveniva. In queste circostanze, i poveri abitanti si rifugiavano negli oppida del monte Uomo, del Sinarica e dei Tre Monti.

Durante la wars sociale o marsa (91-88 a.C.), l’agro albense fu teatro di battaglie e, anche in occasione della lotta tra Cesare e Pompeo, questo suolo fu calpestato dai Pompeiani e poi dai Cesariani.

Con la vittoria di Ottaviano, si segnò una svolta fondamentale nella storia di Roma. Finito il periodo delle lotte civili, iniziò un periodo di pace che portò benefici all’agro albense. Una città potente e famosa, oltre che fedele alleata, collegata a Roma dalla comoda Tiburtina Valeria, stimolò l’attrazione verso le terre della Marsica, dove numerosi Romani iniziarono a stabilirsi, attratti dal rigoglio e dalla bellezza della natura.

Il suolo delle terre di S. Pelino e Paterno era molto fertile e ricco di alberi da frutta e vigneti. I vini di questa regione, sebbene non riconosciuti tra i migliori, erano apprezzati come dimostrano citazioni di Marziale. Ateneo ne parlò come aspretti, adatti allo stomaco. Plinio lodò le noci di Paterno, mentre Simmaco menzionò i fichi. Nonostante l’altitudine di 700 metri, il clima era mite grazie all’intervento del lago Fùcino, che moderava il freddo in inverno e il caldo in estate.

Una contrada così bella e attraente non poteva non attrarre i nobili romani, che abbandonavano volentieri la vita convulsa dell’Urbe per trovare riposo nella rigogliosa natura dell’agro albense. Quando Augusto divise l’Italia in undici regioni, comprese nella quarta i Marsi, gli Albensi, i Carsolani, insieme ai Vestini, ai Peligni, ai Sabini, ai Sanniti e ai Frentani. L’agro albense, con la Marsica, fu sottoposto al prefetto di Roma, creando una diretta comunicazione delle nostre terre con la capitale.

Per tutti questi motivi, era naturale che nella Marsica sorgessero numerose residenze dei nobili romani. Nei pressi di Alba, nel versante della collina che guarda il lago, sorsero molte case di villeggianti, estendendosi verso le terre di S. Pelino e Paterno. Gradualmente, gli Albensi acquisirono l’identità dei Marsi, completando il processo di integrazione, iniziato con la distruzione degli Equi da parte di Roma.

Riferimento autore: Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica (Testi a cura del prof. Mario di Berardino).

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A chi osserva la posizione di Paterno Vecchio, alla ricerca inconsapevole delle « vestigia degli antichi padri », non sfuggirà la sua collocazione, adagiandosi sul declivio della collina, che degrada dolcemente verso il lago. A monte delle case, a 900 metri d’altitudine, simile a una chioccia che cova i pigolanti pulcini, si erge la sommità della collina, la quale, nei tempi passati, aveva tutti i requisiti per essere una fortezza quasi inespugnabile. L’esistenza di un tale luogo strategico favorì il popolamento della terra di Paterno in epoche remote.

La famosa Alba Fucens, situata sui colli di S. Pietro, Pettorino e Albe Vecchia, dominava le terre circostanti per un raggio di diversi chilometri. Il suo territorio, protetto a nord dai monti Velino, Cafornia e Magnola, raggiungeva i confini di Ovindoli, scendeva tra Cèlano e Paterno, ricongiungendosi con la sponda nord del Fùcino e la percorreva fino al monte Salviano. Da qui, passando per Cappelle, raggiungeva il fiume Imele e si spingeva fino a S. Anatolia, nei cui pressi fu rinvenuta la lapide con la scritta « Albensium Fines »; di qui andava a ricongiungersi con il Velino. Nei punti strategici dei suoi confini erano stati costruiti fortilizi che rendevano assai arduo, per non dire impossibile, qualsiasi tentativo da parte dei nemici di sorprendere la città.

È interessante notare che ad est il confine del territorio albense coincideva con il Rio La Foce; il tratto dove si aveva maggior possibilità di controllare il passaggio tra il monte e il lago era proprio quello dove ora sorge l’abitato di Paterno, perché era il punto in cui la collina avanzava maggiormente verso il lago. Proprio sulla sommità di detta collina, come narra Febonio, a circa tremila passi da Alba, era stato costruito un fortilizio, una rocca, con lo scopo preciso di controllare con facilità sia il tratto che corre fino ai Tre Monti, sia quello in ripida discesa fino all’acqua del lago. La posizione delle terre di Paterno, situate ad est dell’agro albense, in un punto strategico di notevole importanza, spinse gli Albensi alla costruzione del fortilizio.

Per un lungo periodo di tempo non abbiamo alcuna notizia sulle terre di Paterno e sulla stessa Alba Fucens. Tuttavia, a seguito di ricerche recentemente effettuate da parte di alcuni studiosi, sono stati localizzati due vici o villaggi antichi, uno in località S. Silvestro (Paterno Vecchio), l’altro in località Porciano.

Il vicus in località S. Silvestro, comprendente anche il fortilizio, sorse probabilmente per l’abbondanza dei pascoli e per la fertilità dei terreni, ma soprattutto per una precisa esigenza militare. Generalmente, a questi villaggi facevano riscontro degli oppida, cinti murari d’altura, costruiti per scopo difensivo, tra i 900 e i 1500 metri sul mare. Grazie all’opera di studiosi appassionati, si stanno scoprendo molti oppida sulle montagne che sorgono intorno alla piana del Fùcino. Le alture che si elevano alle spalle di Paterno conservano tracce visibili, anche da lontano, di cinte che un tempo servivano da ricovero a uomini e animali durante i tragici eventi che minacciavano l’esistenza stessa degli abitanti.

Nel corso delle ricerche, un oppidum è stato localizzato sul monte Cervaro, tra la Rocca di S. Felino e Colle Lanciano, un altro sul monte Uomo, e altri ancora sui Tre Monti e ai Prati d’Oro. In base ai reperti, si può far risalire la costruzione degli oppida non oltre il IV secolo a.C.; essi persero importanza gradualmente fino a essere abbandonati nel corso del 1 secolo d.C.. I vici, invece, prosperarono fino al V secolo d.C., come testimoniano le monete rinvenute a Porciano.

Notizie certe di Alba e quindi del territorio paternese giungono in occasione della seconda guerra sannitica (327 a.C.). Alleati dei Sanniti furono gli Ernici, gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Marrucini e i Frentani; ognuno di questi popoli seguì il proprio destino dopo la guerra, conclusa nel 304 a.C., quando Roma sconfisse gli avversari. Livio ci racconta che i Romani vi dedussero una colonia di seimila uomini, confermando che Alba era degli Equi.

Nell’anno 304 a.C., Alba e il suo territorio passarono sotto il controllo dei Romani, rimanendo sempre alleati fedeli. Infatti, Annibale, durante la seconda guerra punica (219-201 a.C.), tentò due volte di impadronirsi di essa, ma senza successo. La sorte dei vici di Porciano e di Paterno fu difficile, essendo i primi baluardi ad est del territorio albense da cui Annibale proveniva. In queste circostanze, i poveri abitanti si rifugiavano negli oppida del monte Uomo, del Sinarica e dei Tre Monti.

Durante la wars sociale o marsa (91-88 a.C.), l’agro albense fu teatro di battaglie e, anche in occasione della lotta tra Cesare e Pompeo, questo suolo fu calpestato dai Pompeiani e poi dai Cesariani.

Con la vittoria di Ottaviano, si segnò una svolta fondamentale nella storia di Roma. Finito il periodo delle lotte civili, iniziò un periodo di pace che portò benefici all’agro albense. Una città potente e famosa, oltre che fedele alleata, collegata a Roma dalla comoda Tiburtina Valeria, stimolò l’attrazione verso le terre della Marsica, dove numerosi Romani iniziarono a stabilirsi, attratti dal rigoglio e dalla bellezza della natura.

Il suolo delle terre di S. Pelino e Paterno era molto fertile e ricco di alberi da frutta e vigneti. I vini di questa regione, sebbene non riconosciuti tra i migliori, erano apprezzati come dimostrano citazioni di Marziale. Ateneo ne parlò come aspretti, adatti allo stomaco. Plinio lodò le noci di Paterno, mentre Simmaco menzionò i fichi. Nonostante l’altitudine di 700 metri, il clima era mite grazie all’intervento del lago Fùcino, che moderava il freddo in inverno e il caldo in estate.

Una contrada così bella e attraente non poteva non attrarre i nobili romani, che abbandonavano volentieri la vita convulsa dell’Urbe per trovare riposo nella rigogliosa natura dell’agro albense. Quando Augusto divise l’Italia in undici regioni, comprese nella quarta i Marsi, gli Albensi, i Carsolani, insieme ai Vestini, ai Peligni, ai Sabini, ai Sanniti e ai Frentani. L’agro albense, con la Marsica, fu sottoposto al prefetto di Roma, creando una diretta comunicazione delle nostre terre con la capitale.

Per tutti questi motivi, era naturale che nella Marsica sorgessero numerose residenze dei nobili romani. Nei pressi di Alba, nel versante della collina che guarda il lago, sorsero molte case di villeggianti, estendendosi verso le terre di S. Pelino e Paterno. Gradualmente, gli Albensi acquisirono l’identità dei Marsi, completando il processo di integrazione, iniziato con la distruzione degli Equi da parte di Roma.

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