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Storia Di Paterno…. Sviluppo Della Popolazione

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Scopri la straordinaria storia di Paterno, da rifugio medievale a simbolo di prosperità romana, dove architettura e storia si intrecciano indissolubilmente.

La costruzione della villa a Paterno avvenne in un contesto di sviluppo abitativo inizialmente legato alla presenza di un fortilizio, strategico per la difesa del territorio albense. Secondo il Febonio, il fortilizio a nord dell’attuale Paterno attirò popolazioni in fuga da Alba, desiderose di trovare riparo e opportunità di coltivazione in questa zona, rinomata per la sua fertilità e le abbondanti risorse del lago Fùcino, ricco di pesci prelibati e acque considerate salubri.

Nel corso delle guerre italiche, il fortilizio di Paterno subì distruzioni. Durante il conflitto sociale, il valoroso Poppedío Silone non incontrò resistenza in Paterno e gli scontri con l’esercito romano si svolsero nei pressi di Cèlano. Solo con la pace stabilita da Augusto la Marsica conobbe un periodo di prosperità. Notevoli vennero gli investimenti romani, tra cui quello del console Vitellio, che edificò una villa nelle vicinanze di S. Pelino.

Con l’intervento dell’imperatore Claudio, che avviò il prosciugamento del lago Fùcino, la Marsica divenne meta ambita per i Romani. L’apertura dei cunicoli, visibili ancora oggi, aumentò l’afflusso di villaggi, come Caroscino, che sorse vicino alla villa. Dall’epoca imperiale, Paterno si popolò anche di nuove località come Scanzano e Auretino, diventando punto di riferimento storico.

Con l’editto di Milano del 313 d.C., che sancì la libertà di culto per il cristianesimo, gli abitanti iniziarono a costruire chiese. La più antica, S. Lorenzo in Cuna, risale a quel periodo e si trovava nel territorio di S. Pelino, giurisdizione di Paterno. Il Febonio narra della magnificenza del Praetorium, un tempo dedicato al culto gentile, ora consacrato a S. Lorenzo, rivelando il legame profondo tra religione e architettura nel tempo.

Dopo ristrutturazioni e restauri, tra cui l’opera dell’abate Baldo, il monastero subì la sorte di molti edifici storici: la ricerca dell’oro nascosto da parte della popolazione portò alla devastazione della chiesa, simbolo di un’epoca in cui la fama dell’oro nei campi risvegliava sogni e fatiche, ispirando adiri a fare di tutto per trovare quegli agognati tesori.

Riferimento autore: prof. Mario di Berardino.

Quando è stata costruita la villa Paterno, c’erano altre abitazioni all’intorno o queste sono sorte per opera di uomini incoraggiati dalla presenza sia pur periodica di un signore ricco e potente? Nel primo capitolo abbiamo detto, seguendo la testimonianza del Febonio, che a nord dell’attuale Paterno c’era un fortilizio, che aveva la funzione di difesa del territorio albense dalle minacce che potevano pervenire dall’est. Era naturale che nei pressi del fortilizio incominciassero a sorgere le prime abitazioni di gente costretta ad andare via da Alba per motivi politici o insofferente della vita stessa della grande città.

Questi primi abitanti, sentendosi protetti all’ombra del fortilizio, incominciarono a coltivare le terre attorno, le quali, secondo il Corsignani, erano reputate fertili di ogni cosa, ma soprattutto di olive. A tutto ciò si aggiungeva l’aria saluberrima, il clima più mite di tutta la Marsica e l’altra risorsa costituita dalla pesca nel bel lago Fùcino, che abbondava di squisiti pesci, tra i quali tinche, scarde, lasche, trote e barbi. Vi erano granchi molto saporiti e chiocciole che non si mangiavano. Era inoltre popolato da una grande quantità di uccelli acquatici, circa trenta specie. Oltre a ciò, le acque del Fùcino si ritenevano salubri e medicamentose, specialmente per la scabbia e le infiammazioni di fegato.

Questo rese abitabile il luogo prima che Paterno costruisse la sua villa sulla ridente collina. In seguito, il fortilizio di Paterno fu distrutto in occasione delle diverse guerre che Alba dovette sostenere. Il solo Annibale, come abbiamo già riferito, passò due volte per l’agro albense e, in occasione della guerra sociale o marsa, il prode Poppedío Silone non trovò alcun ostacolo in Paterno, poiché gli scrittori di storia marsa parlano soltanto dell’assedio posto ad Alba.

Lo scontro con l’esercito romano, comandato da Porzio Catone, avvenne non molto lontano da Paterno, precisamente verso i confini di Cèlano, lungo il tracciato della Tiburtina Valeria. Le terre di Paterno, dunque, per un lungo periodo della storia repubblicana, furono soltanto luogo di passaggio fino al periodo imperiale, allorché, con la pace data da Augusto al mondo romano, i ridenti dintorni del lago conobbero un periodo di incremento e splendore. Abbiamo già accennato che il console Vitellio costruì una villa nell’attuale S. Pelino, a fianco del Pretorio.

Nel periodo di Claudio, allorché l’imperatore iniziò l’opera colossale per l’epoca, onde prosciugare il lago Fùcino, la Marsica divenne un luogo molto frequentato dai Romani, specie quando ci fu l’inaugurazione dell’apertura dei cunicoli che ancora oggi si possono ammirare nel fianco della montagna che si trova a destra della strada che da Avezzano conduce a Luco dei Marsi, all’altezza dell’incrocio dell’Incile.

Furono molti i Romani che vennero a costruire le loro ville nella Marsica e che lasciarono il nome a diverse località. Tra la villa di Vitellio e quella di Paterno, ne sorse un’altra piantata proprio sulle sponde del lago, dal quale fu completamente distrutta dall’escrescenza avvenuta nell’anno 605 di Cristo. Anche attorno a questa villa si era formata una piccola popolazione che diede origine a un villaggio chiamato Caroscino.

Il nome probabilmente deriva dal fondatore della villa, che forse doveva trattarsi di quel Caropino di cui parla l’epigrammista Marziale. Un altro villaggio sorse ad est della villa di Paterno, all’altezza dell’attuale cimitero: si chiamò Scanzano. Un terzo villaggio, che doveva essere abbastanza consistente, si chiamava Auretino e comprendeva i casali di Cantalupo, Gualdo, Molinaro ed Orbente.

Nei primi secoli dell’impero romano, quindi, le terre di Paterno erano abbastanza popolate. Al centro vi era la villa di Paterno, contornata da abitazioni che sorgevano nella fascia compresa tra la Tiburtina Valeria e FA 25; a sud-ovest, il villaggio Caroscino; ad est Scanzano e, in una località non ben precisata, Auretino.

Allorché nel 313 d.C. l’imperatore Costantino emise in Milano il famoso editto, col quale veniva riconosciuta la nuova religione cristiana, gli abitanti dei suddetti villaggi iniziarono a costruire chiese. Questo è segno che la religione cristiana in questi luoghi si diffuse fin dai primi tempi del Cristianesimo, poiché, secondo la tradizione, fu San Pietro apostolo che vi venne ad evangelizzare.

La prima chiesa, senz’altro la più antica, è quella di S. Lorenzo in Cuna, esistente al tempo del papa Pasquale II, il quale, enumerando tutte le chiese esistenti nella Diocesi dei Marsi, con Bolla del 25 febbraio 1115, dice: « Sancti Laurenti in Cuna cum titulis suis ». Essa, pur trovandosi nel territorio di San Pelino, appartenne alla terra di Paterno, fino a epoca abbastanza recente.

Narra il Febonio che in località San Pelino, dove Vitellio costruì la villa, ai suoi tempi vi erano delle pareti semidistrutte di ingenti sassi, che mostravano la magnificenza di una colossale opera: il Precorio. Ivi, al tempo dei Romani, esistettero i pubblici bagni; in seguito, sempre dopo l’editto di Costantino, il Precorio, dove si venerava dai gentili il simulacro della giustizia, fu trasformato in chiesa e in onore dell’invitto martire San Lorenzo, fu chiamato San Lorenzo in Cuna.

Il titolo si spiega per il fatto che S. Lorenzo fu molto venerato. Infatti a Roma, ancora oggi, intitolate al popolare santo, bruciato vivo per ordine dell’imperatore Valeriano, si contano numerose chiese. La chiesa di S. Lorenzo in Cuna, successivamente, dai monaci di Montecassino, fu trasformata in monastero.

Quando il monastero stava per crollare a causa dell’usura del tempo, un certo abate Baldo di Paterno, che il Corsignani annovera tra gli illustri cittadini marsi eruditi nelle lettere, lo fece ricostruire dalle fondamenta, come testimoniava la scritta in alto della porta del tempio: An. D.MCCV. INDICTIONE QUARTA EGO ABBAS BALDUS FILIUS ALBERTI. JOANNIS SALVI DE PATERNO HOC OPUS A FUNDAMENTIS FIERI FECI MANIBUS MAGISTRI GUARINI ET PETRI.

Partiti poi i monaci, il cenobio non resistette a lungo, non tanto per l’ingiuria del tempo, quanto per la stolta, sacrilega e audace opera di coloro che andavano alla ricerca di oro nascosto. Il reddito, tuttavia, della chiesa restò sempre all’abate di Paterno, come restò il nome di S. Lorenzo in Cuna ai possedimenti della stessa chiesa.

Il Febonio ci spiega perché la gente andasse alla ricerca di oro nascosto: era risaputo che in queste terre si trovava l’oro, causato, secondo il Febonio, sia dalla naturale potenza nelle viscere della terra, sia per una naturale combinazione di erbe. Spesso, i cacciatori trovavano pezzetti di oro nelle gole e nel ventre di uccelli uccisi. Così, a furia di cercare, pietra dopo pietra, fu demolita un’intera chiesa! « Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames! ».

Riferimento autore: Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica (Testi a cura del prof. Mario di Berardino).

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Quando è stata costruita la villa Paterno, c’erano altre abitazioni all’intorno o queste sono sorte per opera di uomini incoraggiati dalla presenza sia pur periodica di un signore ricco e potente? Nel primo capitolo abbiamo detto, seguendo la testimonianza del Febonio, che a nord dell’attuale Paterno c’era un fortilizio, che aveva la funzione di difesa del territorio albense dalle minacce che potevano pervenire dall’est. Era naturale che nei pressi del fortilizio incominciassero a sorgere le prime abitazioni di gente costretta ad andare via da Alba per motivi politici o insofferente della vita stessa della grande città.

Questi primi abitanti, sentendosi protetti all’ombra del fortilizio, incominciarono a coltivare le terre attorno, le quali, secondo il Corsignani, erano reputate fertili di ogni cosa, ma soprattutto di olive. A tutto ciò si aggiungeva l’aria saluberrima, il clima più mite di tutta la Marsica e l’altra risorsa costituita dalla pesca nel bel lago Fùcino, che abbondava di squisiti pesci, tra i quali tinche, scarde, lasche, trote e barbi. Vi erano granchi molto saporiti e chiocciole che non si mangiavano. Era inoltre popolato da una grande quantità di uccelli acquatici, circa trenta specie. Oltre a ciò, le acque del Fùcino si ritenevano salubri e medicamentose, specialmente per la scabbia e le infiammazioni di fegato.

Questo rese abitabile il luogo prima che Paterno costruisse la sua villa sulla ridente collina. In seguito, il fortilizio di Paterno fu distrutto in occasione delle diverse guerre che Alba dovette sostenere. Il solo Annibale, come abbiamo già riferito, passò due volte per l’agro albense e, in occasione della guerra sociale o marsa, il prode Poppedío Silone non trovò alcun ostacolo in Paterno, poiché gli scrittori di storia marsa parlano soltanto dell’assedio posto ad Alba.

Lo scontro con l’esercito romano, comandato da Porzio Catone, avvenne non molto lontano da Paterno, precisamente verso i confini di Cèlano, lungo il tracciato della Tiburtina Valeria. Le terre di Paterno, dunque, per un lungo periodo della storia repubblicana, furono soltanto luogo di passaggio fino al periodo imperiale, allorché, con la pace data da Augusto al mondo romano, i ridenti dintorni del lago conobbero un periodo di incremento e splendore. Abbiamo già accennato che il console Vitellio costruì una villa nell’attuale S. Pelino, a fianco del Pretorio.

Nel periodo di Claudio, allorché l’imperatore iniziò l’opera colossale per l’epoca, onde prosciugare il lago Fùcino, la Marsica divenne un luogo molto frequentato dai Romani, specie quando ci fu l’inaugurazione dell’apertura dei cunicoli che ancora oggi si possono ammirare nel fianco della montagna che si trova a destra della strada che da Avezzano conduce a Luco dei Marsi, all’altezza dell’incrocio dell’Incile.

Furono molti i Romani che vennero a costruire le loro ville nella Marsica e che lasciarono il nome a diverse località. Tra la villa di Vitellio e quella di Paterno, ne sorse un’altra piantata proprio sulle sponde del lago, dal quale fu completamente distrutta dall’escrescenza avvenuta nell’anno 605 di Cristo. Anche attorno a questa villa si era formata una piccola popolazione che diede origine a un villaggio chiamato Caroscino.

Il nome probabilmente deriva dal fondatore della villa, che forse doveva trattarsi di quel Caropino di cui parla l’epigrammista Marziale. Un altro villaggio sorse ad est della villa di Paterno, all’altezza dell’attuale cimitero: si chiamò Scanzano. Un terzo villaggio, che doveva essere abbastanza consistente, si chiamava Auretino e comprendeva i casali di Cantalupo, Gualdo, Molinaro ed Orbente.

Nei primi secoli dell’impero romano, quindi, le terre di Paterno erano abbastanza popolate. Al centro vi era la villa di Paterno, contornata da abitazioni che sorgevano nella fascia compresa tra la Tiburtina Valeria e FA 25; a sud-ovest, il villaggio Caroscino; ad est Scanzano e, in una località non ben precisata, Auretino.

Allorché nel 313 d.C. l’imperatore Costantino emise in Milano il famoso editto, col quale veniva riconosciuta la nuova religione cristiana, gli abitanti dei suddetti villaggi iniziarono a costruire chiese. Questo è segno che la religione cristiana in questi luoghi si diffuse fin dai primi tempi del Cristianesimo, poiché, secondo la tradizione, fu San Pietro apostolo che vi venne ad evangelizzare.

La prima chiesa, senz’altro la più antica, è quella di S. Lorenzo in Cuna, esistente al tempo del papa Pasquale II, il quale, enumerando tutte le chiese esistenti nella Diocesi dei Marsi, con Bolla del 25 febbraio 1115, dice: « Sancti Laurenti in Cuna cum titulis suis ». Essa, pur trovandosi nel territorio di San Pelino, appartenne alla terra di Paterno, fino a epoca abbastanza recente.

Narra il Febonio che in località San Pelino, dove Vitellio costruì la villa, ai suoi tempi vi erano delle pareti semidistrutte di ingenti sassi, che mostravano la magnificenza di una colossale opera: il Precorio. Ivi, al tempo dei Romani, esistettero i pubblici bagni; in seguito, sempre dopo l’editto di Costantino, il Precorio, dove si venerava dai gentili il simulacro della giustizia, fu trasformato in chiesa e in onore dell’invitto martire San Lorenzo, fu chiamato San Lorenzo in Cuna.

Il titolo si spiega per il fatto che S. Lorenzo fu molto venerato. Infatti a Roma, ancora oggi, intitolate al popolare santo, bruciato vivo per ordine dell’imperatore Valeriano, si contano numerose chiese. La chiesa di S. Lorenzo in Cuna, successivamente, dai monaci di Montecassino, fu trasformata in monastero.

Quando il monastero stava per crollare a causa dell’usura del tempo, un certo abate Baldo di Paterno, che il Corsignani annovera tra gli illustri cittadini marsi eruditi nelle lettere, lo fece ricostruire dalle fondamenta, come testimoniava la scritta in alto della porta del tempio: An. D.MCCV. INDICTIONE QUARTA EGO ABBAS BALDUS FILIUS ALBERTI. JOANNIS SALVI DE PATERNO HOC OPUS A FUNDAMENTIS FIERI FECI MANIBUS MAGISTRI GUARINI ET PETRI.

Partiti poi i monaci, il cenobio non resistette a lungo, non tanto per l’ingiuria del tempo, quanto per la stolta, sacrilega e audace opera di coloro che andavano alla ricerca di oro nascosto. Il reddito, tuttavia, della chiesa restò sempre all’abate di Paterno, come restò il nome di S. Lorenzo in Cuna ai possedimenti della stessa chiesa.

Il Febonio ci spiega perché la gente andasse alla ricerca di oro nascosto: era risaputo che in queste terre si trovava l’oro, causato, secondo il Febonio, sia dalla naturale potenza nelle viscere della terra, sia per una naturale combinazione di erbe. Spesso, i cacciatori trovavano pezzetti di oro nelle gole e nel ventre di uccelli uccisi. Così, a furia di cercare, pietra dopo pietra, fu demolita un’intera chiesa! « Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames! ».

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