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I Nuovi Tempi E L’Ordine Nuovo

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Tra rivalità e riforme: Avezzano, tra passato feudale e nuovi orizzonti di autonomia, si affaccia su una storia di resilienza e progresso.

I Colonna, ex-feudatari della regione, non rinunciarono facilmente ai diritti sui tributi che i paesi del ducato dei Marsi avevano corrisposto per secoli. Con l’abolizione del feudalesimo, il Comune di Avezzano fu costretto a trattare con il principe Colonna per liberarsi da specifici obblighi economici, con una sentenza della Commissione feudale del 12 luglio 1809, che accolse il ricorso del Comune. Inoltre, le popolazioni della zona potevano esercitare la pesca nel lago Fùcino, ma la vendita del pesce era riservata ai nobili, come il principe Colonna e il conte di Cèlano.

In seguito, la Commissione Feudale confermò i diritti di pesca per le popolazioni rivendicandoli come diritti civici. Tuttavia, gradualmente, tali privilegi andavano perdendosi, con la legge del 2 agosto 1806 che abolì la feudalità e le giurisdizioni baronali. La riforma giudiziaria e l’istituzione di nuovi tribunali sostituirono le strutture feudali, dando inizio a una nuova amministrazione il 1 gennaio 1809 con il codice napoleonico come riferimento. La Commissione Feudale si impegnò a risolvere le controversie tra i Comuni e gli ex-feudatari, mentre il nuovo sistema tributario basato sulla fondiaria iniziò a prendere piede.

Dopo il 4 maggio 1811, il distretto di Avezzano fu formalmente istituito, riunendo le popolazioni della Marsica, e Avezzano venne designata come capoluogo. Le tensioni tra le località rivali, come Pescina e Cèlano, non mancarono, con forti rivalità per la posizione centrale. La determinazione degli avezzanesi emerse nel sostegno al sindaco Don Serafino Mattei, il quale si batté con tenacia per la nuova designazione.

Durante questo periodo, personaggi influenti, come Simone Colonna di Leca, giocarono ruoli importanti nel favorire il progresso di Avezzano, mentre la città acquistava notorietà grazie alle visite di re Giuseppe Bonaparte. Sotto il suo regno, la comunità conobbe un impulso nell’agricoltura e nel commercio, grazie anche all’abolizione dei diritti feudali che favorirono la prosperità economica. Tuttavia, la stabilità fu minacciata dalla guerra contro Alessandro I e dal disastroso coinvolgimento del reggimento di Avezzano nella campagna russa, lasciando famiglie in ansia e preoccupazioni per il futuro.

La presenza del 7° Reggimento di linea portò fervore nella vita di Avezzano, contribuendo alla sua affermazione come capitale della Marsica. Nonostante il clima di prosperità, una nuova catastrofe si profilava all’orizzonte, portando conflitti interni e timori per un potenziale ritorno al regime oppressivo pre-rivoluzionario. La storia di Avezzano è una testimonianza di resilienza e aspirazione all’autonomia, modulata da eventi storici significativi.

Riferimento autore: Giovanni Pagani.

Era naturale però che i Colonna, come tutti gli altri ex-feudatari, non rinunciassero spontaneamente al diritto dei tributi, che per più secoli erano stati pagati dai paesi del ducato dei Marsi. Per la verità, non erano molti né gravosi, come in tanti altri feudi del regno; ma essendo stato abolito il feudalesimo, era decaduto in conseguenza anche il diritto sopra indicato. Il Comune di Avezzano fu pertanto costretto a convenire il principe Colonna davanti alla Commissione Feudale, per essere rilevato dai seguenti obblighi: la prestazione di annui ducati 12 per l’affitto della casa e servizio del Governatore; la prestazione di annui ducati 4 per il mantenimento delle carceri; la prestazione di annui ducati 9 per bagliva; la contribuzione di annui ducati 14,56 per procaccio e polizze per l’agente del Barone in Napoli e per la siepe della vigna feudale; il pagamento di annui ducati 97,07 per Gentileschi. La Commissione feudale accolse il ricorso del Comune di Avezzano con sentenza in data 12 luglio 1809.

Inoltre, il principe Colonna vantava qualche altro diritto: pur potendo le popolazioni ripuarie effettuare l’esercizio della pesca nel lago Fùcino, ad esse era inibita la vendita del pesce fuori paese, perché tale diritto era riservato al principe Colonna e al conte di Cèlano, i quali, rispettivamente, rappresentavano i baroni di Avezzano, San Pelino, Paterno, Luco, Trasacco e tutti gli altri paesi ripuari. Con sentenza in data 13 aprile 1810, la Commissione Feudale, adita dagli interessati, confermò che ai cittadini delle popolazioni che bagnano le acque del lago Fùcino spettavano i pieni e comodi usi della pesca nello stesso luogo. Esse, però, non potevano estrarre la pesca dal loro territorio.

Il procuratore generale del re presso la Commissione Feudale scrisse all’Intendente dell’Aquila, spiegando che “la facoltà di vendere agli esteri è negata alle popolazioni usuarle ed è riservata agli ex-feudatari”. Dagli ex-feudatari furono pertanto incaricati sorveglianti per controllare i pescivendoli, affinché non esorbitassero dal raggio loro consentito. Successivamente fu concesso che la pesca fino a venti libbre, controllata nella bilancia pubblica, fosse esentata da contribuzione, ma per la quantità in più si doveva corrispondere il sesto invece del terzo, che era stato sempre pagato in precedenza.

Con il passare del tempo anche quest’ultimo privilegio andò a perdersi, tanto più che l’articolo 1 della legge 2 agosto 1806, oltre a sancire che la feudalità e tutte le sue attribuzioni restavano abolite, affermava che “tutte le giurisdizioni sinora baronali e i proventi, qualunque essi siano, annessi, sono reintegrati alla sovranità, dalla quale saranno inseparabili”. Le popolazioni ripuarie, rivendicando il diritto di pesca come diritto di uso civico, potevano avvalersi dell’art. 15 della legge suddetta, che stabiliva chiaramente che i demani appartenenti agli antichi feudi sarebbero restati ai possessori e che le popolazioni avrebbero conservato gli usi civici e tutti i diritti sui demani medesimi.

Con le leggi 30 aprile 1807 e 20 maggio 1808, si provvide alla riforma giudiziaria, abolendo la giurisdizione feudale. In sostituzione delle Udienze Provinciali, dirette da un presidente di nomina regia, furono istituiti i Tribunali Provinciali. Furono create le Corti d’Appello a Napoli, Lanciano, Altamura e Catanzaro. Così la nuova amministrazione giudiziaria iniziò a funzionare dal 1 gennaio 1809 con l’entrata in vigore del codice napoleonico nel regno di Napoli.

Successivamente, con decreti in data 6 aprile 1810 e 14 settembre 1810, ai sindaci vennero conferite attribuzioni giurisdizionali fino a trenta carlini in materia civile e, in quella penale, limitatamente alla repressione dei danni campestri. Fu istituita, con legge 11 novembre 1807, la Commissione Feudale, investita di poteri sovrani per risolvere le controversie tra i Comuni e gli ex-feudatari. I commissari ripartitori conclusero l’opera con ordinanze irretrattabili emesse con decreto reale 23 ottobre 1809.

La riforma tributaria avvenne con la legge in data 8 agosto 1806, integrata da un decreto dell’8 novembre dello stesso anno, che abolì le imposte a titolo di contribuzioni dirette. Fu ordinata la formazione del catasto provvisorio in tutto il regno con decreto reale 12 agosto 1809 di Gioacchino Murat. Fu attuato il principio dell’uguaglianza dei diritti e dei doveri anche nel campo fiscale, ponendo le rendite e i fondi dei baroni sotto tributo.

Con legge 8 agosto 1806, il regno venne diviso in quattordici province, ciascuna con un intendente e distretti governati da sottintendenti. I Comuni, amministrati da un sindaco e dieci decurioni, venivano estratti a sorte tra i proprietari più facoltosi del luogo. I paesi senza possibilità di un’amministrazione propria vennero aggregati a Comuni centrali e mantennero la proprietà ed il possesso dei propri beni.

La provincia dell’Aquila, chiamata Abruzzo Ulteriore Secondo, fu divisa nei distretti di Aquila, di Sulmona e di Cittaducale. La ripartizione territoriale, eseguita con urgenza, risultò irrazionale, tanto che si evidenziò subito la necessità di una rettifica. Non si tenne conto della posizione geografica dei vari paesi della Marsica, i cui circondari furono distribuiti senza criterio. I circondari di Civitella Roveto e di Pescina furono aggregati a Sulmona, quelli di Avezzano, Tagliacozzo e Carsoli a Cittaducale, e quelli di Cèlano e Gioia dei Marsi all’Aquila.

La grave difficoltà per le popolazioni marse nell’affrontare i lunghi viaggi per raggiungere i capoluoghi distrettuali spinse a inoltrare ricorsi per la creazione di un nuovo distretto che includesse tutti i paesi della Marsica. L’attesa del decreto durò fino al 4 maggio 1811, data in cui il re Gioacchino Murat procedette con la riforma territoriale, istituendo il distretto di Avezzano, comprendente tutti i circondari della Marsica. Questo provocò la riunificazione della Marsica sotto un’unica entità politica e amministrativa.

Avezzano, allora, era superata solo da Cèlano per abitanti, ma la sua posizione centrale e accessibile fu decisiva per la scelta del capoluogo del nuovo distretto. Le amministrazioni dei paesi rivali tentarono di ostacolare l’ascesa di Avezzano, ma gli avezzanesi, rappresentati dal sindaco Don Serafino Mattei, riscossero ammirazione e rispetto per la loro determinazione.

Il primo Intendente della provincia dell’Aquila, Simone Colonna di Leca, visitò Avezzano e ne apprezzò straordinariamente il potenziale. Amico di Napoleone I, utilizzò la sua influenza per promuovere la causa di Avezzano, contribuendo a ottenere il consenso della Corte. Anche il re Giuseppe Bonaparte visitò Avezzano, conferendo prestigio alla città e lasciando un’impressione positiva. Le nuove istituzioni favorirono lo sviluppo dell’agricoltura, della pastorizia e del commercio, con un incremento del reddito agricolo.

Avezzano si preparò ad accogliere Giuseppe Bonaparte con festeggiamenti straordinari. Il suo arrivo nel 1806 avvenne nel segno della prosperità, mentre il popolo, entusiasta, allestiva celebrazioni lungo le vie della città. Durante la sua visita, il re fu accolto con omaggi e cerimonie. Tuttavia, il suo regno terminò nel 1808, quando lasciò la corona per quella di Spagna.

Nel frattempo, il sindaco Don Gaspare Orlandi tentò di presentare le esigenze del Comune al re, ma, in un episodio curioso, si trovò in difficoltà a esporre la richiesta di rimborso per un credito. Nonostante le sfide, il re comandò che la somma fosse pagata.

La figura di Gioacchino Murat portò a profondi cambiamenti in campo amministrativo e militare, istituendo nuovi distretti e riformando l’esercito. Sotto il suo comando, l’esercito napoletano assunse una forma nazionale attraverso il reclutamento massiccio di volontari. Tuttavia, la partecipazione del 7 Reggimento di linea alla guerra in Russia portò a tragiche conseguenze per molte famiglie avezzanesi, segnando un periodo di crisi e ansia.

La fervente prosperità di Avezzano, appena avviata, subì un brusco arresto a causa delle difficoltà politiche e militari. Le autorità, timorose di un possibile rovescio di governo, limitarono la loro azione, e la paura di riassaporare le atrocità del passato infuse preoccupazione nella cittadinanza. L’amministrazione dovette affrontare il compito di mantenere la calma in un momento di crescente malcontento.

Il ritorno delle inquietudini politiche e sociali cozzò con il potenziale di crescita e sviluppo già avviato ad Avezzano, kremovendo un clima di fiducia incerta nel futuro.

Riferimento autore: Giovanni Pagani.

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Era naturale però che i Colonna, come tutti gli altri ex-feudatari, non rinunciassero spontaneamente al diritto dei tributi, che per più secoli erano stati pagati dai paesi del ducato dei Marsi. Per la verità, non erano molti né gravosi, come in tanti altri feudi del regno; ma essendo stato abolito il feudalesimo, era decaduto in conseguenza anche il diritto sopra indicato. Il Comune di Avezzano fu pertanto costretto a convenire il principe Colonna davanti alla Commissione Feudale, per essere rilevato dai seguenti obblighi: la prestazione di annui ducati 12 per l’affitto della casa e servizio del Governatore; la prestazione di annui ducati 4 per il mantenimento delle carceri; la prestazione di annui ducati 9 per bagliva; la contribuzione di annui ducati 14,56 per procaccio e polizze per l’agente del Barone in Napoli e per la siepe della vigna feudale; il pagamento di annui ducati 97,07 per Gentileschi. La Commissione feudale accolse il ricorso del Comune di Avezzano con sentenza in data 12 luglio 1809.

Inoltre, il principe Colonna vantava qualche altro diritto: pur potendo le popolazioni ripuarie effettuare l’esercizio della pesca nel lago Fùcino, ad esse era inibita la vendita del pesce fuori paese, perché tale diritto era riservato al principe Colonna e al conte di Cèlano, i quali, rispettivamente, rappresentavano i baroni di Avezzano, San Pelino, Paterno, Luco, Trasacco e tutti gli altri paesi ripuari. Con sentenza in data 13 aprile 1810, la Commissione Feudale, adita dagli interessati, confermò che ai cittadini delle popolazioni che bagnano le acque del lago Fùcino spettavano i pieni e comodi usi della pesca nello stesso luogo. Esse, però, non potevano estrarre la pesca dal loro territorio.

Il procuratore generale del re presso la Commissione Feudale scrisse all’Intendente dell’Aquila, spiegando che “la facoltà di vendere agli esteri è negata alle popolazioni usuarle ed è riservata agli ex-feudatari”. Dagli ex-feudatari furono pertanto incaricati sorveglianti per controllare i pescivendoli, affinché non esorbitassero dal raggio loro consentito. Successivamente fu concesso che la pesca fino a venti libbre, controllata nella bilancia pubblica, fosse esentata da contribuzione, ma per la quantità in più si doveva corrispondere il sesto invece del terzo, che era stato sempre pagato in precedenza.

Con il passare del tempo anche quest’ultimo privilegio andò a perdersi, tanto più che l’articolo 1 della legge 2 agosto 1806, oltre a sancire che la feudalità e tutte le sue attribuzioni restavano abolite, affermava che “tutte le giurisdizioni sinora baronali e i proventi, qualunque essi siano, annessi, sono reintegrati alla sovranità, dalla quale saranno inseparabili”. Le popolazioni ripuarie, rivendicando il diritto di pesca come diritto di uso civico, potevano avvalersi dell’art. 15 della legge suddetta, che stabiliva chiaramente che i demani appartenenti agli antichi feudi sarebbero restati ai possessori e che le popolazioni avrebbero conservato gli usi civici e tutti i diritti sui demani medesimi.

Con le leggi 30 aprile 1807 e 20 maggio 1808, si provvide alla riforma giudiziaria, abolendo la giurisdizione feudale. In sostituzione delle Udienze Provinciali, dirette da un presidente di nomina regia, furono istituiti i Tribunali Provinciali. Furono create le Corti d’Appello a Napoli, Lanciano, Altamura e Catanzaro. Così la nuova amministrazione giudiziaria iniziò a funzionare dal 1 gennaio 1809 con l’entrata in vigore del codice napoleonico nel regno di Napoli.

Successivamente, con decreti in data 6 aprile 1810 e 14 settembre 1810, ai sindaci vennero conferite attribuzioni giurisdizionali fino a trenta carlini in materia civile e, in quella penale, limitatamente alla repressione dei danni campestri. Fu istituita, con legge 11 novembre 1807, la Commissione Feudale, investita di poteri sovrani per risolvere le controversie tra i Comuni e gli ex-feudatari. I commissari ripartitori conclusero l’opera con ordinanze irretrattabili emesse con decreto reale 23 ottobre 1809.

La riforma tributaria avvenne con la legge in data 8 agosto 1806, integrata da un decreto dell’8 novembre dello stesso anno, che abolì le imposte a titolo di contribuzioni dirette. Fu ordinata la formazione del catasto provvisorio in tutto il regno con decreto reale 12 agosto 1809 di Gioacchino Murat. Fu attuato il principio dell’uguaglianza dei diritti e dei doveri anche nel campo fiscale, ponendo le rendite e i fondi dei baroni sotto tributo.

Con legge 8 agosto 1806, il regno venne diviso in quattordici province, ciascuna con un intendente e distretti governati da sottintendenti. I Comuni, amministrati da un sindaco e dieci decurioni, venivano estratti a sorte tra i proprietari più facoltosi del luogo. I paesi senza possibilità di un’amministrazione propria vennero aggregati a Comuni centrali e mantennero la proprietà ed il possesso dei propri beni.

La provincia dell’Aquila, chiamata Abruzzo Ulteriore Secondo, fu divisa nei distretti di Aquila, di Sulmona e di Cittaducale. La ripartizione territoriale, eseguita con urgenza, risultò irrazionale, tanto che si evidenziò subito la necessità di una rettifica. Non si tenne conto della posizione geografica dei vari paesi della Marsica, i cui circondari furono distribuiti senza criterio. I circondari di Civitella Roveto e di Pescina furono aggregati a Sulmona, quelli di Avezzano, Tagliacozzo e Carsoli a Cittaducale, e quelli di Cèlano e Gioia dei Marsi all’Aquila.

La grave difficoltà per le popolazioni marse nell’affrontare i lunghi viaggi per raggiungere i capoluoghi distrettuali spinse a inoltrare ricorsi per la creazione di un nuovo distretto che includesse tutti i paesi della Marsica. L’attesa del decreto durò fino al 4 maggio 1811, data in cui il re Gioacchino Murat procedette con la riforma territoriale, istituendo il distretto di Avezzano, comprendente tutti i circondari della Marsica. Questo provocò la riunificazione della Marsica sotto un’unica entità politica e amministrativa.

Avezzano, allora, era superata solo da Cèlano per abitanti, ma la sua posizione centrale e accessibile fu decisiva per la scelta del capoluogo del nuovo distretto. Le amministrazioni dei paesi rivali tentarono di ostacolare l’ascesa di Avezzano, ma gli avezzanesi, rappresentati dal sindaco Don Serafino Mattei, riscossero ammirazione e rispetto per la loro determinazione.

Il primo Intendente della provincia dell’Aquila, Simone Colonna di Leca, visitò Avezzano e ne apprezzò straordinariamente il potenziale. Amico di Napoleone I, utilizzò la sua influenza per promuovere la causa di Avezzano, contribuendo a ottenere il consenso della Corte. Anche il re Giuseppe Bonaparte visitò Avezzano, conferendo prestigio alla città e lasciando un’impressione positiva. Le nuove istituzioni favorirono lo sviluppo dell’agricoltura, della pastorizia e del commercio, con un incremento del reddito agricolo.

Avezzano si preparò ad accogliere Giuseppe Bonaparte con festeggiamenti straordinari. Il suo arrivo nel 1806 avvenne nel segno della prosperità, mentre il popolo, entusiasta, allestiva celebrazioni lungo le vie della città. Durante la sua visita, il re fu accolto con omaggi e cerimonie. Tuttavia, il suo regno terminò nel 1808, quando lasciò la corona per quella di Spagna.

Nel frattempo, il sindaco Don Gaspare Orlandi tentò di presentare le esigenze del Comune al re, ma, in un episodio curioso, si trovò in difficoltà a esporre la richiesta di rimborso per un credito. Nonostante le sfide, il re comandò che la somma fosse pagata.

La figura di Gioacchino Murat portò a profondi cambiamenti in campo amministrativo e militare, istituendo nuovi distretti e riformando l’esercito. Sotto il suo comando, l’esercito napoletano assunse una forma nazionale attraverso il reclutamento massiccio di volontari. Tuttavia, la partecipazione del 7 Reggimento di linea alla guerra in Russia portò a tragiche conseguenze per molte famiglie avezzanesi, segnando un periodo di crisi e ansia.

La fervente prosperità di Avezzano, appena avviata, subì un brusco arresto a causa delle difficoltà politiche e militari. Le autorità, timorose di un possibile rovescio di governo, limitarono la loro azione, e la paura di riassaporare le atrocità del passato infuse preoccupazione nella cittadinanza. L’amministrazione dovette affrontare il compito di mantenere la calma in un momento di crescente malcontento.

Il ritorno delle inquietudini politiche e sociali cozzò con il potenziale di crescita e sviluppo già avviato ad Avezzano, kremovendo un clima di fiducia incerta nel futuro.

Riferimento autore: Giovanni Pagani.

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