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Gli Antenati

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Scopri l’epica storia dei Marsi, abili guerrieri e coltivatori della Marsica, dalla loro antica origine ai segreti che hanno plasmato l’Italia.

Gli storici affermano che i territori attorno al Fùcino furono originariamente abitati dai Marsi, un popolo potente dell’antichità italica. Questi, insieme a gruppi come i Perdoni, i Fulvii, i Vestini e i Peligni, derivano dal gruppo etnico dei Sabelli, che abitavano anche le regioni medie e meridionali dell’Italia antica. La presenza dei Marsi nel territorio fucense risale all’epoca del bronzo o del primo ferro, e il loro legame con il Fùcino è indissolubile.

L’antropologo Giustiniano Nicolucci, nel suo studio “I crani dei Marsi”, evidenziò somiglianze tra i crani marsicani e quelli di altre popolazioni italiche, suggerendo che i Marsi conservassero tratti primordiali della loro stirpe. Oggi i Marsi sono descritti come abili coltivatori e pastori, custodi di antichi costumi e simboli di ospitalità e integrità morale. Sin dai tempi antichi, erano rinomati per la loro forza e coraggio in battaglia, un valore testimoniato dalle loro alleanze con i Sanniti e altri popoli italici contro Roma per ottenere il diritto di cittadinanza.

Le prime istituzioni politiche dei Marsi si basavano sulla divisione in tribù, mentre la loro vita organizzata si evolveva nel tempo. Le leggi, espressione delle usanze e delle tradizioni locali, contribuivano a regolare la vita pubblica e privata. Sebbene poco ci rimanga delle leggi antiche, esse hanno influenzato il diritto romano, e si possono rintracciare nelle norme che tutelavano la persona e la proprietà.

La religione costituiva un forte legame tra i popoli Marsi, che adoravano divinità come Marte e Venere. La loro cultura includeva misteri legati alla medicina e alla cura dei serpenti, simboli di prudenza e immortalità. Nonostante la loro invincibilità e abilità guerriera, i Marsi furono infine sottomessi a Roma nel 88 a.C. da Mario, durante la guerra sociale, ma la loro grandezza è vissuta nei racconti di storici come Appiano Alessandrino e poeti come Virgilio.

Le città e i villaggi dei Marsi rimasero influenti nel tempo, e i loro nomi sopravvivono nei toponimi contemporanei. I resti delle loro antiche istituzioni possono essere rintracciati nei casali e nelle parrocchie della Marsica odierna, testimoni di un’eredità culturale che attraversa i secoli, segnata dalle invasioni e dalle dominazioni.

Riferimento autore: Giovanni Pagani.

Testi tratti dal libro Avezzano e la sua storia (Testi a cura di Giovanni Pagani)

È stato affermato da tutti gli storici che i territori che si stendono intorno al Fùcino furono originariamente abitati dal Marci. Essi costituivano un popolo tra i più potenti dell’antichità italica, come i Perdoni, i Vestoni, i Frentani, i Marrucini e i Picchiano. La loro stirpe, al pari di quella dei Sepolti, dei Sepessi, dei Valso, degli Equi e degli Eroici, si fa risalire al gruppo etnico dei Sabelli. La presenza del popolo dei Marsi nel territorio fucense, che pertanto prese da essi la propria denominazione, può essere riferita all’epoca del bronzo o del primo ferro, come può dirsi degli altri popoli italici del medesimo gruppo circa il loro stanziarsi nelle vicine regioni medie e meridionali dell’Italia antica.

L’antropologo Giustiniano Nicolucci nel suo scritto “I crani dei Marsi” così si espresse: “Quando io cominciai, egli è già molti anni, a raccogliere crani marsicani, non fu lieve la mia sorpresa nell’osservarvi caratteri da me non prima incontrati in altri crani italiani. Confrontando più tardi questi crani con altri teschi che a mano a mano venivo accumulando, mi avvidi che quelli che meno si dissestavano da crani marsi erano quelli di molta parte delle Province Aquilana e Chiama e soprattutto di quei paesi che appartennero ai Vestini, ai Peligni ed ai Marrucini. In ciò vidi che la storia era d’accordo con l’antropologia imperciocché i teschi che avevano maggiore rassomiglianza con quelli dei Marsi erano appunto quelli delle altre genti sabelliche, le quali si dicevano uscite insieme coi Marsi dalle stesse regioni orientali della Sabina.

Ma se nei crani marsicani ho trovato quei caratteri pressoché comuni, tanto nei crani antichi, quanto nei moderni, non così generalmente ho potuto ravvisarli negli altri popoli affini, nei quali molto probabilmente il tipo primitivo è stato più alterato da ulteriori mescolamenti, laddove esso si conserva poco modificato fra i nativi della regione marsicana.

I Marsi di oggi non sono degeneri dai Marsi degli antichi tempi. Anche oggi sono prodi e meravigliosamente gagliardi; nell’aspetto fieri ed atti a sostenere le più dure fatiche. Come i loro antenati, sono anch’oggi coltivatori e pastori. Trovi in essi integrità di costumi, cordiale ospitalità, temperanza e rozza onestà. La classe agiata, non aliena da ogni progresso, non è seconda ad alcuna delle altre Province, e in essa si contano uomini molti meritamente distinti per ogni specie di cultura intellettuale.

Sin da tempi più remoti, i Marsi furono particolarmente rinomati per la velocità nella corsa, per l’agilità e la robustezza del corpo, che, tenuto sempre in piena efficienza con l’esercizio delle armi ed il rigore della disciplina militare, bene rispondeva alla fortezza d’animo, la quale permetteva di affrontare, senza timore, ogni difficoltà e pericolo. Universalmente erano celebrati con lodi grandi come gente forte ed intrepida. Erano sempre in prima fronte nelle battaglie combattute in difesa della libertà della patria.

Ben si vide come il loro valore si facesse palese nelle fiere lotte che sostennero insieme a Sanniti ed altri Italici contro Roma, quando al terribile grido della nazionalità minacciata innalzarono la prima bandiera col nome d’Italia (VITELIV) e chiesero a Roma, con le armi alla mano, il diritto di cittadinanza sempre promesso e sempre negato. Furono lotte titaniche, le quali, benché vinte alfine dai Romani, fruttarono agli Italici confederati la cittadinanza di Roma e l’eguaglianza di tutti i Municipi italiani.

Le prime istituzioni politiche dei Marsi dovevano riferirsi alla divisione per tribù, come avveniva per tutti gli altri popoli italici antichi, i quali risultavano frazionati in tante minute entità politiche, comprese nel territorio da loro occupato. Con il trascorrere degli anni, naturalmente si sperimentarono vantaggi di vita organizzata sotto tutti gli aspetti e si verificarono trasformazioni nelle varie comunità in dipendenza del clima, dei campi e del loro lavoro, dei traffici a base di baratto.

Si sentì quindi l’esigenza di nuove leggi che, in armonia con gli usi, con i costumi e con le tradizioni migliori, regolassero gli interessi privati ed il governo della cosa pubblica. Quasi nulla ci è pervenuto delle antiche leggi dei Marsi, ma di esse si rinvengono tracce nel diritto romano. Il Colantoni riassume la materia della legislazione nell’uso di norme a difesa della sicurezza dello Stato, della persona e dell’onore dei cittadini, della morale, del diritto di proprietà, dei diritti dei genitori, dei matrimoni, delle successioni, delle eredità, della tutela, dei contratti, dei debiti e dei funerali.

Le città dei Marsi si reggevano in confederazione, mantenendo tuttavia ognuna la propria libertà ed autonomia. Un legame fortissimo tra di esse e tra i cittadini era costituito dalla religione, che si manifestava rispondente appieno all’indole dei Marsi medesimi. Onoravano divinità protettrici, come Marte Libero, Venera Genitale, Feconda ed Ope, e avevano un culto particolare per la dea Inerzia, per sua sorella Circe e per Giano nei santuari nazionali, eretti vicini a Luco, in Cerchio, ed il terzo in Avezzano.

Tuttavia quest’ultima notizia non ha fondamento, perché il tempio di Giano in Avezzano, già posto in dubbio da Rosato Sclocchi, va identificato con quello di Giove Statore degli Anxantni. Adoravano altresì il Fascino, quale nume lacustre. Tale loro ardente venerazione, indice di attaccamento tenace ed amoroso al luogo nativo, risulta dalla più antica iscrizione marsa, incisa su una colonna di poca altezza, conservata attualmente nel Museo del Castello dell’Aquila.

Avevano fama di domare i serpenti più pericolosi, di saperne curare i morsi e di essere immuni da qualsiasi veleno; questa virtù, da parte di chi ne ignorava il segreto, era considerata come opera di incantesimo legata a mito religioso, mentre si trattava di arte medica vera e propria. Il serpente era per i Marsi simbolo di prudenza, lunga vita e immortalità, e veniva rappresentato attorcigliato sopra una sfera, quasi a significare lo svolgersi dei secoli nel perenne ritorno di vita e di morte in un ciclo indefinito.

La sapienza amministrativa dei Marsi e la loro invincibilità come capitani e guerrieri non valsero a farli resistere a Roma, la quale, nell’88 a.C. con Silla, li sottomise alla fine della guerra sociale, nota anche come guerra marsica, assorbendoli definitivamente nella sua storia. Tuttavia non fu mai negato il riconoscimento della loro abilità e del loro valore. Come testimoniò Appiano Alessandrino, “gli eserciti Romani non avevano mai trionfato dei Marsi né senza i Marsi.”

Inoltre, Ennio non risparmiò le sue lodi per i Marsi, unicamente ai Peligni ed ai Marrucini. Cicerone giudicò caratteristica e naturale la costanza di “fortissimo viro Marsorum et Pelignorum”; Virgilio, nel ritenere l’Italia madre dei popoli valorosi in guerra e resistenti alla fatica, antepose a tutti i Marsi; Orazio scrisse che il guerriero dace era preso da terrore alla vista delle Coorti Marse; Vegliato dichiarò che il valore marso non venne mai meno, né fu mai sterile la terra marsa.

Delle loro gesta, compiute anteriormente alla fondazione di Roma, rimane soltanto il mirabile passo del Libro VII dell’Eneide, non essendo pervenuti fino a noi gli scritti degli autori latini del periodo delle guerre comiche, i quali contenevano la trattazione non solo delle antichità di Roma, ma anche dei popoli italici.

Allorché Enea approdò alle rive del Tevere, Turno, re dei Rutuli, gli mosse guerra per vendicare l’onta subita ad opera del troiano. Egli chiese aiuto ai popoli italici, i quali generosamente accolsero il suo appello. I Marsi inviarono un esercito al comando del “fortissimo Umbrone“, sacerdote, e concessero. Ecco il mirabile passo di Virgilio nella bellissima traduzione del P. B. Silorata: Giunse anco, e sopra l’elmo aveva di frondi serto di fausto olivo, un sacerdote della gente marrubia, che dal re Archippo era mandato, il pro nell’armi e fortissimo. Ciò con incanto e col tatto assonnava vipere ed apre spiranti micidial fiato solea; e l’ira lor placando, alleggeriva i marsi fieri con la magic’arte. Ma non il colpo di dardania spada ci’ medicar potè; non giovamento i mormorati carmi alla ferita diero, né l’erba sopra i marsi monti cercata.

Ahi! te d’Angizia la foresta, del Fùcino dall’onda cristallina compianse, e te le limpide lagune.

Virgilio aggiunge che i Marsi “sette animosi figli di Forco” mostrarono valore eroico assieme agli altri della loro gente, e ci tramanda i nomi di tre di essi, Numitore, Meone e Alcanore, i quali caddero in combattimento proprio per mano di Enea.

Secondo il Terra, sin dai primi tempi dell’occupazione del territorio circostante al Fùcino, la popolazione dei Marsi doveva risultare numerosa e non pochi dovevano essere i vichi ed i paghi, che sorgevano sparsi. I Marsi primitivo conservavano gli usi, i costumi e le tradizioni della loro stirpe originaria, quella dei Sabelli, noti per vivere “vicatim”, giusta l’espressione liviana, cioè in villaggi.

Si può trovare conferma in Dionigi d’Alicarnasso, retore e storico vissuto nel secolo di Augusto tra il 60 e il 7 a.C., il quale sostiene che, alla sua epoca, a causa di distruzioni per guerre e per ogni altra sventurata vicenda, erano rimasti pochi paesi abitati da aborigeni. Anche Plinio, che visse nel primo secolo dell’impero romano, induce a ritenere che i Marsi erano numerosi; mentre li definiva “gens italica inter fortissimas Italiae gentes”, abitanti la quarta regione, li distingueva in Anxantini, Antinati, Fucenses, Lucenses, Marruvii, Albenses, distinzione che rispondeva alle principali loro città, quali Anxantium, Antinum, Lucus, Marruvium, Alba, oltre a Archippe, Angizia, Auricola, Fresilia, Milonia, Cerfennia, Opi, tutte sorte, scomparse o decadute in epoche imprecisate e diverse.

Il Febonio segue il Cluverio nel comprendere in un solo vocabolo quelli che Plinio chiama Fucenses e Lucenses, traendo quest’ultima denominazione dalla città di Luco, e mostra di essere del parere che, con entrambi i nomi, era stato indicato un unico popolo, data la sua vicinanza al lago Fùcino; dice testualmente: “Quos Plinius Fucenses Lucensesque appellat, hos uno vocabulo Cluverius complectitur, et a Luco oppido denominationem sumpsisse, unumque populum sub utraque appellatione denunciatum fuisse censet”.

Or dunque non v’è alcun dubbio che dalle città, dai vichi e dai paghi antichi, di cui si è parlato, derivarono tutti quei casali e villaggi, in ciascuno dei quali sorsero successivamente chiese e parrocchie, i cui nomi risultano elencati nella famosa bolla di Clemente III. Infine, tutti i paesi della Marsica odierna fanno risalire, con entusiastica fede, la loro origine a quei casali e a quei villaggi, che, sorretti nell’amore verso la propria terra dal conforto della nuova religione, segnarono come un periodo di transizione da un’era ad un’altra, periodo contraddistinto dalla sofferenza di invasioni e di dominazioni barbariche.

Riferimento autore: Giovanni Pagani.

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Testi tratti dal libro Avezzano e la sua storia (Testi a cura di Giovanni Pagani)

È stato affermato da tutti gli storici che i territori che si stendono intorno al Fùcino furono originariamente abitati dal Marci. Essi costituivano un popolo tra i più potenti dell’antichità italica, come i Perdoni, i Vestoni, i Frentani, i Marrucini e i Picchiano. La loro stirpe, al pari di quella dei Sepolti, dei Sepessi, dei Valso, degli Equi e degli Eroici, si fa risalire al gruppo etnico dei Sabelli. La presenza del popolo dei Marsi nel territorio fucense, che pertanto prese da essi la propria denominazione, può essere riferita all’epoca del bronzo o del primo ferro, come può dirsi degli altri popoli italici del medesimo gruppo circa il loro stanziarsi nelle vicine regioni medie e meridionali dell’Italia antica.

L’antropologo Giustiniano Nicolucci nel suo scritto “I crani dei Marsi” così si espresse: “Quando io cominciai, egli è già molti anni, a raccogliere crani marsicani, non fu lieve la mia sorpresa nell’osservarvi caratteri da me non prima incontrati in altri crani italiani. Confrontando più tardi questi crani con altri teschi che a mano a mano venivo accumulando, mi avvidi che quelli che meno si dissestavano da crani marsi erano quelli di molta parte delle Province Aquilana e Chiama e soprattutto di quei paesi che appartennero ai Vestini, ai Peligni ed ai Marrucini. In ciò vidi che la storia era d’accordo con l’antropologia imperciocché i teschi che avevano maggiore rassomiglianza con quelli dei Marsi erano appunto quelli delle altre genti sabelliche, le quali si dicevano uscite insieme coi Marsi dalle stesse regioni orientali della Sabina.

Ma se nei crani marsicani ho trovato quei caratteri pressoché comuni, tanto nei crani antichi, quanto nei moderni, non così generalmente ho potuto ravvisarli negli altri popoli affini, nei quali molto probabilmente il tipo primitivo è stato più alterato da ulteriori mescolamenti, laddove esso si conserva poco modificato fra i nativi della regione marsicana.

I Marsi di oggi non sono degeneri dai Marsi degli antichi tempi. Anche oggi sono prodi e meravigliosamente gagliardi; nell’aspetto fieri ed atti a sostenere le più dure fatiche. Come i loro antenati, sono anch’oggi coltivatori e pastori. Trovi in essi integrità di costumi, cordiale ospitalità, temperanza e rozza onestà. La classe agiata, non aliena da ogni progresso, non è seconda ad alcuna delle altre Province, e in essa si contano uomini molti meritamente distinti per ogni specie di cultura intellettuale.

Sin da tempi più remoti, i Marsi furono particolarmente rinomati per la velocità nella corsa, per l’agilità e la robustezza del corpo, che, tenuto sempre in piena efficienza con l’esercizio delle armi ed il rigore della disciplina militare, bene rispondeva alla fortezza d’animo, la quale permetteva di affrontare, senza timore, ogni difficoltà e pericolo. Universalmente erano celebrati con lodi grandi come gente forte ed intrepida. Erano sempre in prima fronte nelle battaglie combattute in difesa della libertà della patria.

Ben si vide come il loro valore si facesse palese nelle fiere lotte che sostennero insieme a Sanniti ed altri Italici contro Roma, quando al terribile grido della nazionalità minacciata innalzarono la prima bandiera col nome d’Italia (VITELIV) e chiesero a Roma, con le armi alla mano, il diritto di cittadinanza sempre promesso e sempre negato. Furono lotte titaniche, le quali, benché vinte alfine dai Romani, fruttarono agli Italici confederati la cittadinanza di Roma e l’eguaglianza di tutti i Municipi italiani.

Le prime istituzioni politiche dei Marsi dovevano riferirsi alla divisione per tribù, come avveniva per tutti gli altri popoli italici antichi, i quali risultavano frazionati in tante minute entità politiche, comprese nel territorio da loro occupato. Con il trascorrere degli anni, naturalmente si sperimentarono vantaggi di vita organizzata sotto tutti gli aspetti e si verificarono trasformazioni nelle varie comunità in dipendenza del clima, dei campi e del loro lavoro, dei traffici a base di baratto.

Si sentì quindi l’esigenza di nuove leggi che, in armonia con gli usi, con i costumi e con le tradizioni migliori, regolassero gli interessi privati ed il governo della cosa pubblica. Quasi nulla ci è pervenuto delle antiche leggi dei Marsi, ma di esse si rinvengono tracce nel diritto romano. Il Colantoni riassume la materia della legislazione nell’uso di norme a difesa della sicurezza dello Stato, della persona e dell’onore dei cittadini, della morale, del diritto di proprietà, dei diritti dei genitori, dei matrimoni, delle successioni, delle eredità, della tutela, dei contratti, dei debiti e dei funerali.

Le città dei Marsi si reggevano in confederazione, mantenendo tuttavia ognuna la propria libertà ed autonomia. Un legame fortissimo tra di esse e tra i cittadini era costituito dalla religione, che si manifestava rispondente appieno all’indole dei Marsi medesimi. Onoravano divinità protettrici, come Marte Libero, Venera Genitale, Feconda ed Ope, e avevano un culto particolare per la dea Inerzia, per sua sorella Circe e per Giano nei santuari nazionali, eretti vicini a Luco, in Cerchio, ed il terzo in Avezzano.

Tuttavia quest’ultima notizia non ha fondamento, perché il tempio di Giano in Avezzano, già posto in dubbio da Rosato Sclocchi, va identificato con quello di Giove Statore degli Anxantni. Adoravano altresì il Fascino, quale nume lacustre. Tale loro ardente venerazione, indice di attaccamento tenace ed amoroso al luogo nativo, risulta dalla più antica iscrizione marsa, incisa su una colonna di poca altezza, conservata attualmente nel Museo del Castello dell’Aquila.

Avevano fama di domare i serpenti più pericolosi, di saperne curare i morsi e di essere immuni da qualsiasi veleno; questa virtù, da parte di chi ne ignorava il segreto, era considerata come opera di incantesimo legata a mito religioso, mentre si trattava di arte medica vera e propria. Il serpente era per i Marsi simbolo di prudenza, lunga vita e immortalità, e veniva rappresentato attorcigliato sopra una sfera, quasi a significare lo svolgersi dei secoli nel perenne ritorno di vita e di morte in un ciclo indefinito.

La sapienza amministrativa dei Marsi e la loro invincibilità come capitani e guerrieri non valsero a farli resistere a Roma, la quale, nell’88 a.C. con Silla, li sottomise alla fine della guerra sociale, nota anche come guerra marsica, assorbendoli definitivamente nella sua storia. Tuttavia non fu mai negato il riconoscimento della loro abilità e del loro valore. Come testimoniò Appiano Alessandrino, “gli eserciti Romani non avevano mai trionfato dei Marsi né senza i Marsi.”

Inoltre, Ennio non risparmiò le sue lodi per i Marsi, unicamente ai Peligni ed ai Marrucini. Cicerone giudicò caratteristica e naturale la costanza di “fortissimo viro Marsorum et Pelignorum”; Virgilio, nel ritenere l’Italia madre dei popoli valorosi in guerra e resistenti alla fatica, antepose a tutti i Marsi; Orazio scrisse che il guerriero dace era preso da terrore alla vista delle Coorti Marse; Vegliato dichiarò che il valore marso non venne mai meno, né fu mai sterile la terra marsa.

Delle loro gesta, compiute anteriormente alla fondazione di Roma, rimane soltanto il mirabile passo del Libro VII dell’Eneide, non essendo pervenuti fino a noi gli scritti degli autori latini del periodo delle guerre comiche, i quali contenevano la trattazione non solo delle antichità di Roma, ma anche dei popoli italici.

Allorché Enea approdò alle rive del Tevere, Turno, re dei Rutuli, gli mosse guerra per vendicare l’onta subita ad opera del troiano. Egli chiese aiuto ai popoli italici, i quali generosamente accolsero il suo appello. I Marsi inviarono un esercito al comando del “fortissimo Umbrone“, sacerdote, e concessero. Ecco il mirabile passo di Virgilio nella bellissima traduzione del P. B. Silorata: Giunse anco, e sopra l’elmo aveva di frondi serto di fausto olivo, un sacerdote della gente marrubia, che dal re Archippo era mandato, il pro nell’armi e fortissimo. Ciò con incanto e col tatto assonnava vipere ed apre spiranti micidial fiato solea; e l’ira lor placando, alleggeriva i marsi fieri con la magic’arte. Ma non il colpo di dardania spada ci’ medicar potè; non giovamento i mormorati carmi alla ferita diero, né l’erba sopra i marsi monti cercata.

Ahi! te d’Angizia la foresta, del Fùcino dall’onda cristallina compianse, e te le limpide lagune.

Virgilio aggiunge che i Marsi “sette animosi figli di Forco” mostrarono valore eroico assieme agli altri della loro gente, e ci tramanda i nomi di tre di essi, Numitore, Meone e Alcanore, i quali caddero in combattimento proprio per mano di Enea.

Secondo il Terra, sin dai primi tempi dell’occupazione del territorio circostante al Fùcino, la popolazione dei Marsi doveva risultare numerosa e non pochi dovevano essere i vichi ed i paghi, che sorgevano sparsi. I Marsi primitivo conservavano gli usi, i costumi e le tradizioni della loro stirpe originaria, quella dei Sabelli, noti per vivere “vicatim”, giusta l’espressione liviana, cioè in villaggi.

Si può trovare conferma in Dionigi d’Alicarnasso, retore e storico vissuto nel secolo di Augusto tra il 60 e il 7 a.C., il quale sostiene che, alla sua epoca, a causa di distruzioni per guerre e per ogni altra sventurata vicenda, erano rimasti pochi paesi abitati da aborigeni. Anche Plinio, che visse nel primo secolo dell’impero romano, induce a ritenere che i Marsi erano numerosi; mentre li definiva “gens italica inter fortissimas Italiae gentes”, abitanti la quarta regione, li distingueva in Anxantini, Antinati, Fucenses, Lucenses, Marruvii, Albenses, distinzione che rispondeva alle principali loro città, quali Anxantium, Antinum, Lucus, Marruvium, Alba, oltre a Archippe, Angizia, Auricola, Fresilia, Milonia, Cerfennia, Opi, tutte sorte, scomparse o decadute in epoche imprecisate e diverse.

Il Febonio segue il Cluverio nel comprendere in un solo vocabolo quelli che Plinio chiama Fucenses e Lucenses, traendo quest’ultima denominazione dalla città di Luco, e mostra di essere del parere che, con entrambi i nomi, era stato indicato un unico popolo, data la sua vicinanza al lago Fùcino; dice testualmente: “Quos Plinius Fucenses Lucensesque appellat, hos uno vocabulo Cluverius complectitur, et a Luco oppido denominationem sumpsisse, unumque populum sub utraque appellatione denunciatum fuisse censet”.

Or dunque non v’è alcun dubbio che dalle città, dai vichi e dai paghi antichi, di cui si è parlato, derivarono tutti quei casali e villaggi, in ciascuno dei quali sorsero successivamente chiese e parrocchie, i cui nomi risultano elencati nella famosa bolla di Clemente III. Infine, tutti i paesi della Marsica odierna fanno risalire, con entusiastica fede, la loro origine a quei casali e a quei villaggi, che, sorretti nell’amore verso la propria terra dal conforto della nuova religione, segnarono come un periodo di transizione da un’era ad un’altra, periodo contraddistinto dalla sofferenza di invasioni e di dominazioni barbariche.

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