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Mario Pomilio. Il Cimitero Cinese

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Ignazio Silone esplora i traumi della guerra e le cicatrici dell’animo umano in un racconto di perdono e comprensione con Il cimitero cinese.

Ignazio Silone ha affinato la sua arte letteraria con opere che riflettono la complessità dell’animo umano in un contesto storico turbolento. La sua avventura narrativa inizia con L’uccello nella cupola (1954), ma il vero esordio si colloca nel 1951 con la stesura de Il cimitero cinese. Questo racconto, pubblicato nel 1958 all’interno di un’antologia curata da Giacinto Spagnoletti, non ricevette inizialmente l’attenzione meritatamente critica, ma nel 1969 l’autore decise di ripubblicarlo, sottolineandone l’importanza. La narrazione si immerge in un contesto post-bellico, esaminando le cicatrici lasciate dalla guerra e le sue conseguenze morali e materiali.

Il racconto ruota attorno a due giovani – un italiano e una tedesca – che si incontrano all’Università di Bruxelles, pochi anni dopo la conclusione del conflitto. La loro amicizia si sviluppa mentre si confrontano con il peso del passato, vivendo la solitudine e tentando di sfuggire alla pesante eredità della guerra. In un fine settimana in Francia, si rendono conto della devastazione e dell’odio che persistono anche tra coloro che non hanno direttamente partecipato al conflitto. La scena di una frontiera segnata da un piccolo incidente doganale diventa il catalizzatore per riflessioni più ampie sui traumi della guerra e sulle barriere invisibili tra i popoli.

Inge, la giovane protagonista, esprime il suo profondo turbamento per il destino di generazioni segnate dall’odio e dalla vendetta. I due giovani, desiderosi di una vita diversa, si scontrano con la cruda realtà dei bunker e delle croci, simboli di una guerra che ha mietuto vittime tra le più innocenti, come i soldati cinesi intervenuti nella Prima Guerra Mondiale. Il confronto con il passato e con il dolore di altre vite mette in crisi il loro tentativo di stabilire una relazione autentica, illuminando la fragilità delle loro aspirazioni.

Attraverso la figura del custode cinese del cimitero, il racconto si conclude con un messaggio di riconciliazione e comprensione. Inge, grazie alla saggezza del custode, riesce a uscire dalla propria angoscia, scoprendo una nuova dimensione della vita e dell’amore. La scrittura di Pomilio riesce a mescolare un realismo vivace con una profonda introspezione, dando vita a un’opera che riflette sulle cicatrici permanenti della guerra e sul valore del perdono.

Riferimento autore: Poeti Marsicani (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).

La nascita ufficiale del Pomilio narratore si fissa comunemente nel 1954 con la pubblicazione de L’uccello nella cupola. In realtà, essa avviene nel 1951, anno in cui egli concepì e abbozzò Il cimitero cinese, un lungo racconto che poi ebbe definitiva stesura nel 1957. Pubblicato nel 1958 nel volume antologico La nuova narrativa italiana di Giacinto Spagnoletti, si può dire che Il cimitero cinese sia stato ingiustamente trascurato dalla critica fino al 1969, quando l’autore ha voluto dargli speciale risalto ripubblicandolo in volume e raccogliendo sotto il suo stesso titolo anche i tre brevi romanzi precedenti La compromissione.

Con Il cimitero cinese, Pomilio, da un lato, paga qualche piccolo debito di principiante alla tematica di moda nel primo dopoguerra, dall’altro afferma già con voce nitida il diritto ad essere se stesso. Lo spunto del racconto ha un vago sapore d’avventura amorosa, nata in un particolare ambiente goliardico: due giovani, un italiano e una tedesca, che si trovano a frequentare l’Università di Bruxelles quattro anni dopo la fine della guerra, stringono amicizia più per sfuggire alla propria solitudine che per un intimo moto di simpatia e decidono di passare un week-end di due giorni in Francia, al Pas de Calais.

Giunti alla frontiera, un piccolo incidente con gli agenti della dogana per pochi pacchetti di sigarette offre loro il motivo di fare un primo rapido bilancio delle miserie materiali e morali causate dalla guerra: distruzioni, rovine, morte, ma soprattutto odio. Un odio che resiste al tempo e che continua, implacabile, ad erigere barriere assurde tra popoli vincitori e popoli vinti, lasciando strascichi velenosi perfino tra ragazzi che, appena cinque anni prima, non sapevano o non si chiedevano perché fosse scoppiata la guerra, ma che avevano visto esterrefatti morire tanta gente ed avevano assistito al crollo di intere città.

La sorte non era stata benevola, proprio in una terra martoriata come poche altre dalla forza devastatrice delle armi, a decidere l’andamento dei due giovani, soli e sbandati, estranei l’uno all’altra, appartenenti a paesi ritenuti i maggiori responsabili del conflitto. Ma che colpa avevano loro due della furia distruggitrice scatenatasi in Europa e nel mondo? Essi volevano sentirsi liberi dal peso di delitti non commessi, dimenticare d’aver odiato e d’essere stati odiati, rivendicare il diritto individuale ad una vita felice, ad amare e ad essere amati in se stessi, nell’autonomia dei propri sentimenti.

Purtroppo, gli istinti irrazionali della storia recente avevano il potere di rispuntare ad ogni passo, dovunque la guerra fosse ancora avvertibile, con i suoi segni irreparabili, che essa lascia al suo passaggio. Le macerie d’una casa, d’un gruppo di case, una casamatta smantellata, i resti d’una trincea che deturpavano il verde dei prati, un campo d’aviazione col suo immenso riquadro di terra polverosa e in fondo un groviglio d’hangars sventrati, verso il mare le prime dune irte di palizzate e ferro spinato, e netto in distanza, come stagliato nel sole, un cimitero di guerra, col suo biancore di pietra e le sue nude file di croci anonime.

Presi da un senso irreale di malessere, d’oppressione e più ancora d’angoscioso isolamento, i due giovani provano il naturale bisogno di ridare un soffio umano alle cose e si stringono, l’uno all’altra, per la prima volta con un segreto trasporto, con l’ansia di evadere in luoghi meno squallidi e ritrovare un bene, sia pure provvisorio. Intanto, le ore della prima giornata trascorrono veloci: Dunkerque, Calais, Boulogne, Etaples erano paesaggi tristi e spogli, le campagne verdeggianti, chilometri e chilometri di strada percorsi con aria assorta e malinconica.

Soste repentine sono suggerite da “lui” con il calcolo sempre errato delle sue “malizie di maschio”, apparenti o solo momentanei cedimenti di “lei”, dotata di una “natura profonda di slanci”, sopraffatta e inibita da una forza di volontà che dipendeva dalla sua indole quanto dal clima in cui era cresciuta, dai modelli – o dai miti – a cui era stata educata. La storia d’amore intrecciata nella strana vicenda rischia di esaurirsi nel tentativo di trasporre sul piano della pura umanità giovinezze e ideali di ascendenze diversissime.

“Sarebbe stato tutto così diverso, se fossimo nati nello stesso paese!” esclama Inge, con voce accorata, dopo essersi abbandonata per qualche attimo ad una più libera espansione del suo affetto. Poi, riacquistando la consueta padronanza di se stessa, riprende il suo aspetto di creatura taciturna e vagamente malinconica, che finisce per disarmare il suo amico d’ogni virile desiderio, cui subentra “una tenerezza assurda e protettrice”, mai prima provata.

Di momenti effusivi e bruschi raccoglimenti, fatta anche la seconda giornata di gita, trascorsa sulla costa di Paris-Plage, il paesaggio era bello: le dune arse e lucenti punteggiate da qualche raro ciuffo d’erba spinosa, i grandi pini slabbrati che non lasciavano passare se non una luce scagliosa. Ma era piuttosto la solitudine del luogo a colpire, quel senso di segregazione assoluta che producono i luoghi deserti in vicinanza del mare e che diventa così acremente tentante quando si è in compagnia d’una donna.

Ogni tanto, allungava la mano e afferrava Inge per un polso, tentando di attrarla a sé. Lei si scostava con un riso complice, che lo lasciava ancor più turbato. Inge, in effetti, quella mattina aveva ritrovato la gioia spensierata dei suoi vent’anni: la legge della vita e dell’amore poteva ancora qualcosa su di lei, nonostante tutto. Tuttavia, dopo circa un chilometro di cammino svagato, ecco riemergere all’improvviso, in fondo al varco tra due dune, la realtà desolata e desolante della guerra. I bunker, colla loro massiccia nudità, davano al vallone sabbioso in cui erano disseminati un squallore devastato d’un paesaggio rupestre.

A quella scoperta, i due giovani si scossero e ammutolirono per qualche attimo; poi, turbati ed esitanti, si ritrassero su un monticello di sabbia, poco distante dal mare. Inge era ormai d’umor nero e col suo “orgoglio di tedesca” respinse perfino le blande parole che il compagno ebbe per confortarla. Ripreso il cammino, si imbattono ad un tratto in una casa solitaria, dove bussano per avere da bere, ma li attende un’altra spiacevole sorpresa: al loro apparire, infatti, un cane e un ragazzo fuggono terrorizzati e i due giovani apprendono da una povera donna il patetico racconto della morte del figlio maggiore, fucilato dai tedeschi con altri pochi in quei pressi.

Inge e l’amico finiscono per isolarsi di più e rinchiudersi ciascuno in un proprio tormento. Le ore seguenti non riportano serenità alcuna, anzi accentuano il senso di reciproco distacco. Non riescono più a confidarsi, rifiutano ogni gesto di umiltà. Poi, finalmente, una sorta di disgelo nei loro cuori: lungo la strada del ritorno, altre croci, altri morti, di un’altra guerra che non fu meno disastrosa dell’ultima e che non meno irresponsabilmente fu scatenata dalla stessa Germania.

Questa volta sono croci e morti di un cimitero cinese, dove furono seppelliti dei cinesi autentici assoldati come ausiliari dell’esercito inglese nella prima guerra mondiale e caduti sul fronte belga mentre scavavano trincee. Morti, dunque, per una causa che ignoravano più degli stessi combattenti. Non tutti, in verità, finirono in quel cimitero: molti caddero prigionieri dei tedeschi e furono fucilati come irregolari. Questo racconta ai due giovani un vecchietto minuscolo, anch’egli cinese, rimasto lì per tanti anni a custodire quei sepolcri. Il tono di pacata rassegnazione delle sue parole, spoglio totalmente d’odio e di vendetta, stupisce e commuove così profondamente Inge che gli occhi le si bagnano di lacrime.

Quando il giovane amico, per rincuorarla, le fa notare che quei morti sono tanti, ma che in fondo ogni popolo coinvolto nella guerra ha avuto i suoi morti, la ragazza si sente come liberata da un incubo indicibile e, finalmente consolata nell’intimo, gli si abbandona tra le braccia baciandolo con dolce fermezza. Così si chiude il racconto, che ha, nel suo genere, il taglio e la nettezza di un piccolo capolavoro. I suoi protagonisti sono logicamente ben tratteggiati e talora anche approfonditi.

Lo sfondo storico del dopoguerra è ritratto non soltanto con la capacità oggettivante del migliore neorealismo italiano, ma anche con la forza di penetrazione soggettiva del più profondo intimismo europeo. C’è, insomma, un interesse immediato per le cose e un gusto particolare di disporle in primo piano, ma al loro centro si avverte la presenza dell’uomo, che cerca di intenderle fuor d’ogni polemica, rapportandole a misure non provvisorie dell’anima, mentre su tutto aleggia lo spirito invincibile della morte, di fronte alla quale non esistono né razze privilegiate né frontiere invalicabili. L’orizzonte, spirituale e artistico, di Pomilio narratore risulta così già chiaramente profilato alla sua prima prova, anche se gli strumenti espressivi denunciano un affinamento non propriamente da noviziato.

Riferimento autore: Poeti Marsicani, testi a cura del prof. Vittoriano Esposito.

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La nascita ufficiale del Pomilio narratore si fissa comunemente nel 1954 con la pubblicazione de L’uccello nella cupola. In realtà, essa avviene nel 1951, anno in cui egli concepì e abbozzò Il cimitero cinese, un lungo racconto che poi ebbe definitiva stesura nel 1957. Pubblicato nel 1958 nel volume antologico La nuova narrativa italiana di Giacinto Spagnoletti, si può dire che Il cimitero cinese sia stato ingiustamente trascurato dalla critica fino al 1969, quando l’autore ha voluto dargli speciale risalto ripubblicandolo in volume e raccogliendo sotto il suo stesso titolo anche i tre brevi romanzi precedenti La compromissione.

Con Il cimitero cinese, Pomilio, da un lato, paga qualche piccolo debito di principiante alla tematica di moda nel primo dopoguerra, dall’altro afferma già con voce nitida il diritto ad essere se stesso. Lo spunto del racconto ha un vago sapore d’avventura amorosa, nata in un particolare ambiente goliardico: due giovani, un italiano e una tedesca, che si trovano a frequentare l’Università di Bruxelles quattro anni dopo la fine della guerra, stringono amicizia più per sfuggire alla propria solitudine che per un intimo moto di simpatia e decidono di passare un week-end di due giorni in Francia, al Pas de Calais.

Giunti alla frontiera, un piccolo incidente con gli agenti della dogana per pochi pacchetti di sigarette offre loro il motivo di fare un primo rapido bilancio delle miserie materiali e morali causate dalla guerra: distruzioni, rovine, morte, ma soprattutto odio. Un odio che resiste al tempo e che continua, implacabile, ad erigere barriere assurde tra popoli vincitori e popoli vinti, lasciando strascichi velenosi perfino tra ragazzi che, appena cinque anni prima, non sapevano o non si chiedevano perché fosse scoppiata la guerra, ma che avevano visto esterrefatti morire tanta gente ed avevano assistito al crollo di intere città.

La sorte non era stata benevola, proprio in una terra martoriata come poche altre dalla forza devastatrice delle armi, a decidere l’andamento dei due giovani, soli e sbandati, estranei l’uno all’altra, appartenenti a paesi ritenuti i maggiori responsabili del conflitto. Ma che colpa avevano loro due della furia distruggitrice scatenatasi in Europa e nel mondo? Essi volevano sentirsi liberi dal peso di delitti non commessi, dimenticare d’aver odiato e d’essere stati odiati, rivendicare il diritto individuale ad una vita felice, ad amare e ad essere amati in se stessi, nell’autonomia dei propri sentimenti.

Purtroppo, gli istinti irrazionali della storia recente avevano il potere di rispuntare ad ogni passo, dovunque la guerra fosse ancora avvertibile, con i suoi segni irreparabili, che essa lascia al suo passaggio. Le macerie d’una casa, d’un gruppo di case, una casamatta smantellata, i resti d’una trincea che deturpavano il verde dei prati, un campo d’aviazione col suo immenso riquadro di terra polverosa e in fondo un groviglio d’hangars sventrati, verso il mare le prime dune irte di palizzate e ferro spinato, e netto in distanza, come stagliato nel sole, un cimitero di guerra, col suo biancore di pietra e le sue nude file di croci anonime.

Presi da un senso irreale di malessere, d’oppressione e più ancora d’angoscioso isolamento, i due giovani provano il naturale bisogno di ridare un soffio umano alle cose e si stringono, l’uno all’altra, per la prima volta con un segreto trasporto, con l’ansia di evadere in luoghi meno squallidi e ritrovare un bene, sia pure provvisorio. Intanto, le ore della prima giornata trascorrono veloci: Dunkerque, Calais, Boulogne, Etaples erano paesaggi tristi e spogli, le campagne verdeggianti, chilometri e chilometri di strada percorsi con aria assorta e malinconica.

Soste repentine sono suggerite da “lui” con il calcolo sempre errato delle sue “malizie di maschio”, apparenti o solo momentanei cedimenti di “lei”, dotata di una “natura profonda di slanci”, sopraffatta e inibita da una forza di volontà che dipendeva dalla sua indole quanto dal clima in cui era cresciuta, dai modelli – o dai miti – a cui era stata educata. La storia d’amore intrecciata nella strana vicenda rischia di esaurirsi nel tentativo di trasporre sul piano della pura umanità giovinezze e ideali di ascendenze diversissime.

“Sarebbe stato tutto così diverso, se fossimo nati nello stesso paese!” esclama Inge, con voce accorata, dopo essersi abbandonata per qualche attimo ad una più libera espansione del suo affetto. Poi, riacquistando la consueta padronanza di se stessa, riprende il suo aspetto di creatura taciturna e vagamente malinconica, che finisce per disarmare il suo amico d’ogni virile desiderio, cui subentra “una tenerezza assurda e protettrice”, mai prima provata.

Di momenti effusivi e bruschi raccoglimenti, fatta anche la seconda giornata di gita, trascorsa sulla costa di Paris-Plage, il paesaggio era bello: le dune arse e lucenti punteggiate da qualche raro ciuffo d’erba spinosa, i grandi pini slabbrati che non lasciavano passare se non una luce scagliosa. Ma era piuttosto la solitudine del luogo a colpire, quel senso di segregazione assoluta che producono i luoghi deserti in vicinanza del mare e che diventa così acremente tentante quando si è in compagnia d’una donna.

Ogni tanto, allungava la mano e afferrava Inge per un polso, tentando di attrarla a sé. Lei si scostava con un riso complice, che lo lasciava ancor più turbato. Inge, in effetti, quella mattina aveva ritrovato la gioia spensierata dei suoi vent’anni: la legge della vita e dell’amore poteva ancora qualcosa su di lei, nonostante tutto. Tuttavia, dopo circa un chilometro di cammino svagato, ecco riemergere all’improvviso, in fondo al varco tra due dune, la realtà desolata e desolante della guerra. I bunker, colla loro massiccia nudità, davano al vallone sabbioso in cui erano disseminati un squallore devastato d’un paesaggio rupestre.

A quella scoperta, i due giovani si scossero e ammutolirono per qualche attimo; poi, turbati ed esitanti, si ritrassero su un monticello di sabbia, poco distante dal mare. Inge era ormai d’umor nero e col suo “orgoglio di tedesca” respinse perfino le blande parole che il compagno ebbe per confortarla. Ripreso il cammino, si imbattono ad un tratto in una casa solitaria, dove bussano per avere da bere, ma li attende un’altra spiacevole sorpresa: al loro apparire, infatti, un cane e un ragazzo fuggono terrorizzati e i due giovani apprendono da una povera donna il patetico racconto della morte del figlio maggiore, fucilato dai tedeschi con altri pochi in quei pressi.

Inge e l’amico finiscono per isolarsi di più e rinchiudersi ciascuno in un proprio tormento. Le ore seguenti non riportano serenità alcuna, anzi accentuano il senso di reciproco distacco. Non riescono più a confidarsi, rifiutano ogni gesto di umiltà. Poi, finalmente, una sorta di disgelo nei loro cuori: lungo la strada del ritorno, altre croci, altri morti, di un’altra guerra che non fu meno disastrosa dell’ultima e che non meno irresponsabilmente fu scatenata dalla stessa Germania.

Questa volta sono croci e morti di un cimitero cinese, dove furono seppelliti dei cinesi autentici assoldati come ausiliari dell’esercito inglese nella prima guerra mondiale e caduti sul fronte belga mentre scavavano trincee. Morti, dunque, per una causa che ignoravano più degli stessi combattenti. Non tutti, in verità, finirono in quel cimitero: molti caddero prigionieri dei tedeschi e furono fucilati come irregolari. Questo racconta ai due giovani un vecchietto minuscolo, anch’egli cinese, rimasto lì per tanti anni a custodire quei sepolcri. Il tono di pacata rassegnazione delle sue parole, spoglio totalmente d’odio e di vendetta, stupisce e commuove così profondamente Inge che gli occhi le si bagnano di lacrime.

Quando il giovane amico, per rincuorarla, le fa notare che quei morti sono tanti, ma che in fondo ogni popolo coinvolto nella guerra ha avuto i suoi morti, la ragazza si sente come liberata da un incubo indicibile e, finalmente consolata nell’intimo, gli si abbandona tra le braccia baciandolo con dolce fermezza. Così si chiude il racconto, che ha, nel suo genere, il taglio e la nettezza di un piccolo capolavoro. I suoi protagonisti sono logicamente ben tratteggiati e talora anche approfonditi.

Lo sfondo storico del dopoguerra è ritratto non soltanto con la capacità oggettivante del migliore neorealismo italiano, ma anche con la forza di penetrazione soggettiva del più profondo intimismo europeo. C’è, insomma, un interesse immediato per le cose e un gusto particolare di disporle in primo piano, ma al loro centro si avverte la presenza dell’uomo, che cerca di intenderle fuor d’ogni polemica, rapportandole a misure non provvisorie dell’anima, mentre su tutto aleggia lo spirito invincibile della morte, di fronte alla quale non esistono né razze privilegiate né frontiere invalicabili. L’orizzonte, spirituale e artistico, di Pomilio narratore risulta così già chiaramente profilato alla sua prima prova, anche se gli strumenti espressivi denunciano un affinamento non propriamente da noviziato.

Riferimento autore: Poeti Marsicani, testi a cura del prof. Vittoriano Esposito.

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