La nostra storia si presenta, sin dai suoi primordi, densa di avvenimenti, la cui successione si venne svolgendo con ritmo tale, da far trovare Avezzano al centro dell’attività sociale, politica ed economica del popolo anxantino. “Marsorum sunt Anxantini”, dice Plinio, e non a caso li cita per primi nella distinzione dei popoli marsi, consapevole della loro importante funzione nella vita della nazione comune. Ora, alla luce e sulla scorta di risultanze archeologiche e bibliografiche, si procede alla ricostruzione della storia della nostra città, considerando tutte le opinioni e notizie attinenti all’argomento, che possano valere nella ricerca della verità.
Dalla sua origine, a qualunque epoca voglia farsi risalire, Avezzano apparve segnata da un destino alternato, che attraverso le vicende di tanti secoli le ha tuttavia riservato un ruolo di primo piano non soltanto in seno all’antica gente anxantina, ma anche fra tutti gli altri popoli marsi. Che Avezzano sia stata degli Anxantini non vi è dubbio, poiché la zona in cui sorge è la stessa occupata da detto popolo, i cui confini territoriali potrebbero essere ricostruiti in base a dati epigrafici. È noto che i Campi Palentini, dalla catena del Girifalco e dal fiume Salto, fino all’agro di Avezzano, dovevano essere territorio anxantino. Gli Anxantini e gli Albensi erano confinanti e iscritti alla medesima tribù Fabia, la più antica e nobile di Roma, mentre tutti gli altri marsi erano iscritti alla tribù Sergia.
Inoltre, il cippo conterminale con l’epigrafe “ALBENSIUM FINES”, scoperto nel lato occidentale da Scanzano, indicava che gli Albensi arrivavano fino al Salto, toccando certamente con la loro vasta zona San Pelino, Scurcola, Poggio Filippo, Scanzano, Santo Stefano e persino Santa Anatolia. Qui furono rinvenuti titoli epigrafici con la dicitura “Fabia”. È da ricordare che le epigrafi rinvenute nel Campi Palentini e nell’agro di Avezzano fanno menzione di “Giove Statore”, ricordo che è assente nelle iscrizioni albensi, dimostrando l’esistenza del tempio a Giove Statore nel territorio anxantino, il più grande monumento architettonico consacrato ad Augusto.
Il pensiero di Loreto Orlandi, espresso nella sua opera postuma, sottolinea: “L’esistenza del tempio a Giove Statore in territorio anxantino fu accertata dal Mommsen con serenità di vedute”. Altro elemento di interesse è l’esistenza del “Collegium fabrorum tignarior”, un’organizzazione romana di operai specializzati la cui opera era utile tanto in guerra quanto in pace. Tale collegio esisteva nella contrada o vico Pantano, presso il tempio di Augusto, trasformato nella chiesa di S. Salvatore, successivamente di S. Antonio Abate e infine di S. Bartolomeo Apostolo.
Avezzano viene indicato dallo stesso Febonio come vico contemporaneo al Pantano, il cui significato etimologico si ricollega a “Pan-Theon”, cioè tempio di tutti gli dèi. Lo storico francese Horno, a pagina 203 della sua opera “La Rome antique”, esprime che “Il nome di Pantheon è rimasto quanto mai enigmatico… Sembra che Paritheon debba tradursi per edificio particolarmente sacro”. Queste considerazioni confermano il senso di santità attribuito al luogo dove la nostra città ebbe la sua culla.
Non si può trascurare che Avezzano sia antica quanto il Pantano e gli altri vichi circostanti. Secondo Febonio, i vicini si unirono in un luogo unico, adatto alle esigenze comuni, il più importante per monumenti o costruzioni antiche. L’esigenza di identificare il nome del nuovo paese, emerso in circostanze tanto particolari, può spiegarsi con il riconoscimento che Avezzano fosse il centro abitato preminente tra i vichi primitivi.
Che nel territorio di Avezzano esistesse un centro abitato di una certa importanza sin dal 200 a.C. è confermato da molteplici risultanze. Tra queste, il rinvenimento di una piccola ara votiva ornata di fregi dorici, che rivela il legame con le epigrafi risalenti all’epoca repubblicana, testimonianza della partecipazione di volontari marsi alla seconda guerra punica. La piccola ara, anch’essa menzionata da Bernardino Latosti, era stata collocata lungo la scala che mena al Tribunale.
Durante gli scavi della città di Avezzano, dopo il terremoto del 1915, furono rinvenuti monete repubblicane, coniate fino al 90 a.C., suggerendo che siano state nascoste dai proprietari per proteggerle dai pericoli della guerra sociale. Il ritrovamento di queste monetine è di grande importanza storica per la nostra città.
Un antico acquedotto attraversava il territorio di Avezzano, partendo dall’attuale piazza del mercato, una volta chiamata Piscina. Tale acquedotto portava l’acqua verso le chiesette della Madonna di Loreto e di S. Antonio Abate, passando per San Leonardo. Bernardino Latosti ricorda che nel territorio furono trovati molti sepolcri antichissimi, evidenziando la ricchezza storica e archeologica di Avezzano.
Inoltre, le scoperte archeologiche continuano a confermare l’esistenza di un’antica popolazione, le cui sepolture mostrano pratiche funebri specifiche, senza il chiaro segnale di distinzione tra idolatria e cristianesimo. L’anthropologo Nicolucci ha recentemente confermato l’esistenza di crani marsi raccolti tra antichi e moderni, evidenziando tratti fisici distintivi in questi antichi abitanti della Marsica.
Una narrativa di Avezzano si costruisce attorno a tesori archeologici e testimonianze storiche che si intrecciano. Attraverso il lavoro di storici e archeologi, come Loreto Orlandi e Febonio, si continua a cercare la precisa configurazione di un passato che via via si svela, arricchendo la comprensione della gente che ha vissuto in questa storica terra.
Riferimento autore: Giovanni Pagani.