Scritto nel 1957-58, all’indomani dei tragici avvenimenti dell’Ungheria che avevano scosso la coscienza di tanta gente d’ogni continente, Il nuovo corso fu da non pochi lettori scambiato per un libello politico. Pertanto, venne accettato o respinto, con entusiasmo o con riserve, a seconda delle proprie convinzioni ideologiche. È indubbio che quegli avvenimenti abbiano offerto il motivo occasionale del libro, come prova lo stesso titolo, mutuato dalla terminologia polemica dell’epoca. Tuttavia, la genesi vera dell’opera risiede nell’anima dell’autore, come accade quando dalla realtà contingente nascono spunti capaci di approfondire temi di risonanza universale. Non si può negare che la libertà costituisca, oggi come ieri e per sempre, un tema di fondo per l’umanità in ogni latitudine e generazione.
Mario Pomilio, con questo suo terzo romanzo, ha portato a compimento, non importa se volutamente o meno, una sorta di trilogia sulle responsabilità morali, religiose e civili che gravano sul nostro destino di creature terrene. La vicenda si svolge in una remota città di provincia di un paese che potrebbe anche essere il nostro, nel mese di ottobre di “uno di questi recenti anni”. Ciò che si racconta è davvero strano e sconvolgente per un paese a regime totalitario: La voce della verità, organo ufficiale del Partito al potere, reca la notizia improvvisa e inattesa dell’inizio di un nuovo corso politico. Questo si propone di affermare “un regime d’autentica, intera, definitiva libertà”. I programmi e i testi del Partito non escludevano, in linea teorica, un tale mutamento; ma la realtà dei fatti aveva sempre impedito ai cittadini di nutrire speranze.
Le ragioni di un generale turbamento accompagnarono la diffusione di quella notizia, destinata a rivelarsi presto un grossolano falso ma in grado di provocare “una specie di sollevazione collettiva e incruenta”. Uomini che non conoscevano la libertà, dopo avervi creduto anche per un solo giorno, “ne avrebbero trepidato e sofferto, come se da sempre fossero vissuti nell’attesa di essa”. Tra i primi, se non addirittura il primo, a sentire sorpresa e turbamento fu Basilio, forse il più modesto ma anche il più noto giornalaio della città. Lavorava con dignità, come si capiva bene quando si accalorava discutendo con lattai, panettieri e fruttivendoli, sostenendo che vendere giornali non era come vendere pane o scarpe; i primi servono per avere idee, i secondi per vivere.
Non è che Basilio leggesse molto; quel giorno, però, il 5 ottobre, attratto da un titolone a lettere cubitali, si dedicò a una lettura affannosa, tormentata da mille dubbi. Si chiedeva se fosse credibile che, senza un moto di piazza o una congiura di palazzo, gli stessi uomini che avevano diretto il Partito e il paese con un regime di ferro decidessero di sciogliere il Partito, riconoscendo che “il paese fosse ormai incondizionatamente maturo per la libertà”. Preoccupato ed entusiasta, Basilio attese i primi clienti per scoprirne le reazioni, ma si trovò di fronte ad un sordo mutismo e alla medesima prudenza e preoccupazione di sempre.
Non sapeva spiegarsi quella riservatezza di fronte alla libertà. A lui, invece, quella notizia sembrava “scendere dentro come un buon vinello”. Sempre più dubbioso, Basilio attese i funzionari del Partito, sperando in idee chiare che non giunsero. Anche loro, benché dissimulassero una certa tranquillità, non riuscirono a rassicurarlo. A un tratto, assalito da una strana ebbrezza, Basilio si sentì speranzoso, ma l’illusione svanì quando vide un professore di storia, desolato, leggere il giornale. Cominciò a riflettere sull’assurdità di un uomo in un mondo libero. Per fortuna, Andrea il lattaio lo informò che il Partito si era preso carico del nuovo corso, riaccendendo in lui una flebile speranza.
Verso le undici, annoiato, Basilio decise di recarsi al centro città per assistere alla manifestazione organizzata dalla sezione del Partito. In piazza del Municipio trovò una folla imponente, “tutta schierata e allineata come si fa coi soldatini”. Basilio era amareggiato nel constatare che, da un giorno all’altro, nulla era cambiato. Si sentiva in imbarazzo, dando l’impressione di essere l’unico a rimpiangere il vecchio corso. Anche se lui voleva la vera libertà, quella che gli cantava nel cuore, non quella strana libertà di sfilare come quando ancora non ve n’era.
Nonostante ciò, Basilio tentò un gesto originale: si avvicinò a un gruppo di giornalai con un cartellone inneggiante al Partito e lo modificò: “Viva la Libertà”. Iniziò così a camminare tra la folla, che seguì istintivamente, travolgendo i funzionari. La cerimonia divenne disordinata, con gente che discuteva, proponeva progetti e si costituiva in leghe e comitati. Tutti credevano di aver compreso qualcosa del nuovo corso. A non sapere nulla di quanto stava accadendo erano i quattro cinesi arrivati da poco, che si godevano la manifestazione credendo fosse per loro. Sulle loro teste, però, aleggiava un tragico destino.
Intanto, in una fabbrica di via del Progresso, gli operai portavano avanti il lavoro, come sempre. C’era un operaio, il Trentacinque, che soffriva e attendeva il momento giusto per riacquistare la propria coscienza. Dopo aver letto La voce della verità, decise di porre termine alla sua sofferenza. Se eravamo finalmente liberi, doveva sapere per chi e perché la fabbrica costruiva i suoi misteriosi apparecchi. Iniziò a far circolare biglietti tra i colleghi, chiedendo di chiedere al direttore spiegazioni sugli obiettivi della produzione. Tuttavia, il direttore, silenzioso e pallido, non sapeva nulla e li accomiatò con un gesto delle braccia.
La folla iniziava a diradarsi, e verso le tre di pomeriggio la città assumeva un aspetto domenicale. Basilio si rilassava tra un bicchiere di vino e una partita a carte. Tre amici, in visita alla loro città d’origine, volevano prolungare la festa del nuovo corso e si riunirono per raccontare le loro esperienze. Giunti alla stazione, però, furono accolti da una piazza deserta e triste, battuta dal vento e dalla pioggia. La loro gioia si spense di fronte all’amara realtà. Alcuni agenti di polizia caricarono i tre operai sulle camionette, ponendo fine alla loro avventura.
Al contempo, nella città si trovava un vecchio mendicante, Lazzaro, tollerato dalle autorità come simbolo di una civiltà tramontata. Quella mattina, giunto in piazza, si sentì insignificante e meschino. Quando vide qualcuno scantonare per evitarlo, capì di non avere alcun diritto di esistere in un mondo senza tristezze. Così, senza rimpianti, andò a morire nel fiume. Basilio, pur sentendo crescere in lui la passione per la libertà, si sentiva impotente di fronte a una realtà che spegneva ogni slancio.
A notte inoltrata, Basilio tornò a casa, pregustando la gioia di riaprire La voce della verità. Ma, nonostante la sua attesa, il nuovo numero non conteneva alcun segno di cambiamento. Preoccupato e amareggiato, decise di nascondere le nuove copie del giornale e di esporre quelle precedenti. Nonostante apparisse ilare e ringalluzzito, Basilio si sentì triste e stanco. E quando la città si accorse dell’inganno, l’idea di rinunciare alla propria esistenza diventò preminente. Sparpagliò i giornali dinanzi alla sua edicola e vi diede fuoco, esclamando: “Tu, tu. E t’avevo dato l’anima!”.
Alla fine, si alzò un aquilone costruito con i manifesti del giorno precedente, tenuto da un bambino che, spaventato, lasciò andare il filo mentre la polizia lo puntava con la pistola. Così si chiude la vicenda di Basilio, il giornalaio, il principale protagonista di Il nuovo corso.
Il romanzo non finisce qui. C’è un ultimo capitolo che parla di un processo subito dal direttore di un ergastolo, per aver rinviato l’esecuzione di una condanna a morte. La mattina del 5 ottobre, doveva essere giustiziato il n. 321, condannato per sabotaggio e attività contro il Partito. Con l’avvento del nuovo corso, si poneva il dubbio sulla validità della condanna. Il direttore, dopo lunghe riflessioni, decise per un rinvio. Questo cambio di prospettiva lo espose al coraggio di vivere la propria umanità, ma il giorno dopo, alla visione della sterminata folla in cortile, si sentì nuovamente dominato dalla paura. Così ordinò che l’esecuzione avvenisse, ritirando all’ultimo il suo gesto di pietà. Il suo destino si concluse in un processo, senza un fine chiarito, lasciando un interrogativo aperto sulla morale del potere.
Riferimento autore: Mario Pomilio Narratore e critico militante (Testi a cura del prof. Vittoriano Esposito).