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L’Età Medievale. Il Castrum Avezzani

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Avezzano, una fortezza medievale che ha plasmato la Marsica: tra storia, architettura e calamità, scopriamo come si è trasformata nel Trecento.

Avezzano divenne un abitato significativo nei primi decenni del XIV secolo, dopo che la contea albense passò alla Regia Camera. Con il testamento di Roberto d’Angiò nel 1343, la contessa Maria di Durazzo affidò l’amministrazione della zona, portando a una rafforzata urbanizzazione di Avezzano, caratterizzata da una recinzione muraria adeguata e da porte principali come “Porta S. Francesco”, “Porta S. Bartolomeo” e “Porta S. Felice”. Documenti dell’epoca, come gli Annali del Monaldeschi, testimoniano la crescente importanza della località e l’attività edilizia dei notabili locali, evidenziando la presenza di nobili e ricchi che risiedevano nel castrum avezzanese.

Le trasformazioni architettoniche culminarono nella trasformazione della torre-cintata in un castello medievale, dotato di un recinto rinforzato. Questa trasformazione si completò nel 1363, quando Avezzano si affermò come centro egemone della contea e della Marsica occidentale, in seguito al declino di Albe e all’abbandono di Pietraquaria. La sua posizione strategica lungo l’antica Via Valeria e la concessione di fiere nel 1337 da parte di Roberto d’Angiò, favorirono il commercio locale, consolidando ulteriormente il ruolo di Avezzano nella regione.

Durante il Trecento, la vitalità socio-economica e ecclesiastica di Avezzano portò anche il Vescovo dei Marsi, Tommaso Pucci, a stabilirsi nella città nel 1363, confermando i privilegi alla Collegiata di S. Bartolomeo. L’arrivo dei Francescani con la costruzione della chiesa di S. Francesco contribuì all’affermazione della religiosità locale. Tuttavia, le difficoltà non mancarono, come dimostra il sacco di Avezzano nel 1363 da parte delle compagnie di ventura, che devastarono il borgo e causarono gravi perdite. Eventi calamitosi, tra cui la peste nel 1348 e un terremoto nel 1349, ebbero un impatto devastante sulle popolazioni locali.

La seconda metà del Trecento vide un’espansione notevole di Avezzano, evidenziata dalla crescita di chiese e dalla comparsa di conflitti per la definizione dei confini con i feudi limitrofi. Documenti storici rivelano che nel 1371 e nel 1372, la comunità avezzanese si impegnò in varie trattative per ottenere esenzioni fiscali e delibere riguardanti i confini territoriali, sottolineando l’importanza strategica di Avezzano nel contesto socio-politico dell’epoca. Inoltre, l’arrivo del duca Roberto d’Artois nel 1381 diede ulteriore impulso agli sviluppi locali.

In conclusione, la storia di Avezzano nel Trecento è caratterizzata da un fascio di eventi significativi: trasformazioni urbanistiche, crisi e rinascite, che hanno contribuito a plasmare l’identità e il ruolo di questo centro all’interno della Marsica. La presenza di leggi locali, come gli “Statuta Universitas dicte Terrae Avezanij”, rifletteva un’organizzazione sociale e amministrativa in evoluzione, fondamentale per la crescita della comunità.

Riferimento autore: Giuseppe Grossi.

Testi tratti dal libro Le Origini di Avezzano (Testi a cura di Giuseppe Grossi)

Morta Filippa, la contea albense passò alla Regia Camera e alla Casa Reale, diventando sede della Corte baronale albense. Successivamente, nel 1343, per testamento di Roberto d’Angiò, fu affidata a Maria di Durazzo. Probabilmente sotto questa contessa, Avezzano divenne un vero e proprio abitato accentrato, circondato da una regolare ed ampliata recinzione muraria dotata di torrette rompitratta e tre porte: “Porta S. Francesco”, “Porta S. Bartolomeo” e “Porta S. Felice”, detta poi, nel secolo XVI, “S. Rocco”. Di questa evoluzione urbanistica del castrum di Avezzano abbiamo una chiara testimonianza per l’anno 1333, negli Annali del Monaldeschi, un manoscritto trecentesco conservato nel ‘700 nella “Biblioteca Moralda” in Roma.

Sappiamo, infatti, che: “Ianni Caffariello fe costione, & uccise Ianni delli Iudice e se ne fuio allo Regno, e no piezzo stava ad’Albe dalli Capocci, e no piezzo stava a Lugo dalli Vangelisti, & una buona parte fecero certe case a no loco, e si chiamavo Avezano, che chisto ce lo pigliro li più ricchi e nobeli …” (Corsignani, 1738, Ia, 379-380). È evidente l’opera del Caffariello con i suoi amici Capocci di Albe e gli Evangelisti di Luco nella costruzione di case nobili nel nuovo castrum avezzanese. Infatti, le acquistarono ricchi e nobili avezzanesi.

Le trasformazioni architettoniche dovettero, probabilmente, interessare la torre-cintata duecentesca, dotata (forse) di apparato a sporgere. Essa fu trasformata, assumendo l’aspetto di un castello medievale con recinto quadrato, dotato di torrette “a scudo” angolari e una torre-mastio laterale collegata con la recinzione. Il tutto era rafforzato da una solida scarpatura esterna. Lo stesso portale ad arco ogivale, riportato alla luce nei restauri degli anni ’60 e ’70 del Novecento, dovette essere stato realizzato nel corso del ‘300. È certo che da questo momento l’antica villa stava diventando il centro egemone della contea albense e della Marsica occidentale, grazie alla crisi di Albe e all’abbandono della vecchia sede incastellata di Pietraquaria.

La posizione geografica di Avezzano, a capo di un complesso sistema viario legato all’antica Via Valeria e alla via perimetrale lacustre, accrebbe la sua potenzialità commerciale. Nel 1337, Roberto d’Angiò concesse ad Avezzano ben due fiere che si svolgevano nel giorno di sabato sullo spazio antistante la pieve di S. Andrea alle Vicenne, nelle vicinanze del lago: quella di S. Giorgio in aprile e quella di S. Giovanni Battista in giugno. In precedenza, nel 1332, Carlo II d’Angiò aveva riconfermato alla pieve di S. Bartolomeo il titolo di “Cappella Regia” (Antinori, Annali, XI, 318, 400).

La consistenza socio-economica ed ecclesiastica dell’abitato è tale da portare il Vescovo dei Marsi Tommaso Pucci a dimorare in Avezzano nel 1363 con la sua diretta conferma dei privilegi alla Collegiata di S. Bartolomeo (Antinori, Annali, XII, 267). Lo stesso motivo deve aver favorito l’arrivo dei Francescani nel crescente castrum con l’edificazione, durante la metà del ‘300, della chiesa di S. Francesco nelle vicinanze del Castello, lungo la vecchia “Via Consolare” Alba Fucense-Angizia (Antinori, Annali, XII, 99).

La nuova consistenza politica e sociale del novello borgo fortificato è evidente nella struttura pievana con le numerose cappelle sparse nel territorio, com’è evidenziato nello studio delle decime vaticane e diocesane del ‘300. Nei documenti vaticani e della Diocesi dei Marsi relativi al pagamento delle decime, sono ormai numerose le chiese e le relative rendite. Nelle decime vaticane del 1308 relative alla “Diocesi Marsicana”, si fa riferimento alle chiese di Avezzano e di Paterno.

In effetti, le chiese attestate nel territorio avezzanese sono quindici, a cui bisogna aggiungere altre cappelle dipendenti. Emerse in questo contesto, la chiesa di S. Salvatore di Paterno risulta essere retta ancora da un Preposto cassinese, e dai suoi pagamenti, ben XII tarini (monete) in argento, è evidente la sua ricchezza terriera. La chiesa di S. Lorenzo in Vico, un vecchio possesso della Prepositura cassinese di S. Maria di Luco, è ora inserita nel feudo di Avezzano e pagò XV grana (monete minori).

Le attestate rendite in natura testimoniano l’economia agricola dell’area, nonostante modestissimi apporti di allevamento animale, con citazioni di “coppe” di grano (cuppas), porci e prosciutti, e agnelli per il periodo pasquale. Un documento del 1371 porta alla luce i primi conflitti con i feudi vicini e mostra le prime delimitazioni delle aree di pascolo fra Avezzano ed Albe.

Durante l’espansione urbanistica del Trecento, Avezzano conobbe anche momenti di grande difficoltà, tra cui il sacco d’Avezzano nel 1363. Questo evento fu immortalato da Antonio di Boezio nel suo resoconto, segnalando i profondi danni subiti. Inoltre, la vita ecclesiastica si rivelava centrale, con un’ulteriore crescita delle chiese, rendendo evidente la vocazione agraria della comunità.

A quest’epoca risale pure l’accesso dei nobili e la definizione di vari confini, come evidenziato in documenti del 1372, che confermarono esenzioni fiscali per la comunità avezzanese. La presenza di numerosi sindaci all’epoca esprime la complessità della vita locale, regolata da statuti e leggi ben definite.

La documentazione di questo periodo è esemplare per comprendere la vita “cittadina” avezzanese nella seconda metà del Trecento. Gli “Statuta Universitas dicte Terrae Avezanij” forniscono informazioni preziose sulla struttura sociale e politica dell’epoca. I Massari e i Giudici era eletti dal popolo e riflettono l’importanza della partecipazione comunitaria.

Riferimento autore: Giuseppe Grossi.

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Testi tratti dal libro Le Origini di Avezzano (Testi a cura di Giuseppe Grossi)

Morta Filippa, la contea albense passò alla Regia Camera e alla Casa Reale, diventando sede della Corte baronale albense. Successivamente, nel 1343, per testamento di Roberto d’Angiò, fu affidata a Maria di Durazzo. Probabilmente sotto questa contessa, Avezzano divenne un vero e proprio abitato accentrato, circondato da una regolare ed ampliata recinzione muraria dotata di torrette rompitratta e tre porte: “Porta S. Francesco”, “Porta S. Bartolomeo” e “Porta S. Felice”, detta poi, nel secolo XVI, “S. Rocco”. Di questa evoluzione urbanistica del castrum di Avezzano abbiamo una chiara testimonianza per l’anno 1333, negli Annali del Monaldeschi, un manoscritto trecentesco conservato nel ‘700 nella “Biblioteca Moralda” in Roma.

Sappiamo, infatti, che: “Ianni Caffariello fe costione, & uccise Ianni delli Iudice e se ne fuio allo Regno, e no piezzo stava ad’Albe dalli Capocci, e no piezzo stava a Lugo dalli Vangelisti, & una buona parte fecero certe case a no loco, e si chiamavo Avezano, che chisto ce lo pigliro li più ricchi e nobeli …” (Corsignani, 1738, Ia, 379-380). È evidente l’opera del Caffariello con i suoi amici Capocci di Albe e gli Evangelisti di Luco nella costruzione di case nobili nel nuovo castrum avezzanese. Infatti, le acquistarono ricchi e nobili avezzanesi.

Le trasformazioni architettoniche dovettero, probabilmente, interessare la torre-cintata duecentesca, dotata (forse) di apparato a sporgere. Essa fu trasformata, assumendo l’aspetto di un castello medievale con recinto quadrato, dotato di torrette “a scudo” angolari e una torre-mastio laterale collegata con la recinzione. Il tutto era rafforzato da una solida scarpatura esterna. Lo stesso portale ad arco ogivale, riportato alla luce nei restauri degli anni ’60 e ’70 del Novecento, dovette essere stato realizzato nel corso del ‘300. È certo che da questo momento l’antica villa stava diventando il centro egemone della contea albense e della Marsica occidentale, grazie alla crisi di Albe e all’abbandono della vecchia sede incastellata di Pietraquaria.

La posizione geografica di Avezzano, a capo di un complesso sistema viario legato all’antica Via Valeria e alla via perimetrale lacustre, accrebbe la sua potenzialità commerciale. Nel 1337, Roberto d’Angiò concesse ad Avezzano ben due fiere che si svolgevano nel giorno di sabato sullo spazio antistante la pieve di S. Andrea alle Vicenne, nelle vicinanze del lago: quella di S. Giorgio in aprile e quella di S. Giovanni Battista in giugno. In precedenza, nel 1332, Carlo II d’Angiò aveva riconfermato alla pieve di S. Bartolomeo il titolo di “Cappella Regia” (Antinori, Annali, XI, 318, 400).

La consistenza socio-economica ed ecclesiastica dell’abitato è tale da portare il Vescovo dei Marsi Tommaso Pucci a dimorare in Avezzano nel 1363 con la sua diretta conferma dei privilegi alla Collegiata di S. Bartolomeo (Antinori, Annali, XII, 267). Lo stesso motivo deve aver favorito l’arrivo dei Francescani nel crescente castrum con l’edificazione, durante la metà del ‘300, della chiesa di S. Francesco nelle vicinanze del Castello, lungo la vecchia “Via Consolare” Alba Fucense-Angizia (Antinori, Annali, XII, 99).

La nuova consistenza politica e sociale del novello borgo fortificato è evidente nella struttura pievana con le numerose cappelle sparse nel territorio, com’è evidenziato nello studio delle decime vaticane e diocesane del ‘300. Nei documenti vaticani e della Diocesi dei Marsi relativi al pagamento delle decime, sono ormai numerose le chiese e le relative rendite. Nelle decime vaticane del 1308 relative alla “Diocesi Marsicana”, si fa riferimento alle chiese di Avezzano e di Paterno.

In effetti, le chiese attestate nel territorio avezzanese sono quindici, a cui bisogna aggiungere altre cappelle dipendenti. Emerse in questo contesto, la chiesa di S. Salvatore di Paterno risulta essere retta ancora da un Preposto cassinese, e dai suoi pagamenti, ben XII tarini (monete) in argento, è evidente la sua ricchezza terriera. La chiesa di S. Lorenzo in Vico, un vecchio possesso della Prepositura cassinese di S. Maria di Luco, è ora inserita nel feudo di Avezzano e pagò XV grana (monete minori).

Le attestate rendite in natura testimoniano l’economia agricola dell’area, nonostante modestissimi apporti di allevamento animale, con citazioni di “coppe” di grano (cuppas), porci e prosciutti, e agnelli per il periodo pasquale. Un documento del 1371 porta alla luce i primi conflitti con i feudi vicini e mostra le prime delimitazioni delle aree di pascolo fra Avezzano ed Albe.

Durante l’espansione urbanistica del Trecento, Avezzano conobbe anche momenti di grande difficoltà, tra cui il sacco d’Avezzano nel 1363. Questo evento fu immortalato da Antonio di Boezio nel suo resoconto, segnalando i profondi danni subiti. Inoltre, la vita ecclesiastica si rivelava centrale, con un’ulteriore crescita delle chiese, rendendo evidente la vocazione agraria della comunità.

A quest’epoca risale pure l’accesso dei nobili e la definizione di vari confini, come evidenziato in documenti del 1372, che confermarono esenzioni fiscali per la comunità avezzanese. La presenza di numerosi sindaci all’epoca esprime la complessità della vita locale, regolata da statuti e leggi ben definite.

La documentazione di questo periodo è esemplare per comprendere la vita “cittadina” avezzanese nella seconda metà del Trecento. Gli “Statuta Universitas dicte Terrae Avezanij” forniscono informazioni preziose sulla struttura sociale e politica dell’epoca. I Massari e i Giudici era eletti dal popolo e riflettono l’importanza della partecipazione comunitaria.

Riferimento autore: Giuseppe Grossi.

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