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Storia Di Paterno…. Al Tempo Dell’Abolizione Dei Feudi

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Da un piccolo borgo di 300 anime a crocevia di lotte e speranze risorgimentali: Paterno e il suo viaggio attraverso la storia della Marsica.

Nei primi anni dell’Ottocento, Paterno contava appena 300 abitanti, con un calo significativo della popolazione, scesa da 238 nel 1798 a 216 nel 1804, a causa della malaria e di difficili condizioni di vita. Molti terreni erano nelle mani di signori di zone circostanti e di chiese, limitando il numero di Paternesi che coltivavano i propri campi. La Confraternita del SS.mo Sacramento di Avezzano possedeva anche terreni a Paterno e la cappella del SS.mo Sacramento nella parrocchiale di S. Sebastiano gestiva un florido monte frumentario, istituito per sostenere i contadini.

Nel 1802, il monte frumentario di Paterno presentava un capitale di 37 salme di grano sconcio e 4 salme di grano concio. Tuttavia, a causa di una cattiva annata, i cittadini non riuscirono a restituire il grano prestato. La situazione economica locale complicava anche la costruzione di un nuovo campanile, necessaria per garantire la sicurezza della chiesa. Paterno rimase sotto l’amministrazione feudale fino all’unità d’Italia, ma il processo di abolizione dei feudi fu graduale e complesso.

Nel 1806, la riforma amministrativa baree i paesi come comuni autonomi; Paterno, con circa 200 abitanti, divenne frazione di Cèlano. Quest’ultimo passaggio fu significativo per la comunità, che spesso rivendicava la propria autonomia amministrativa mentre, nel censimento del 1971, la popolazione di Paterno si attestava intorno ai 2.000 abitanti, maggiore rispetto ad altri comuni della Marsica.

Con l’arrivo delle truppe austriache, Paterno e le località limitrofe furono coinvolte in conflitti e disordini. Tuttavia, durante il Risorgimento, gli abitanti della Marsica manifestarono un forte desiderio di cambiamento, partecipando attivamente al movimento liberale contro il governo borbonico. La vita politica si caratterizzò da scontri tra liberali e sostenitori dei Borboni, mentre l’entusiasmo patriottico si scontrava con la repressione austriaca.

Un episodio importante avvenne nel novembre del 1860, quando il generale Pinelli instaurò a Avezzano un governo liberale, seguito da tensioni e tentativi di restaurazione borbonica. Infine, la storia di Paterno e della Marsica si distinse anche per eventi straordinari, come l’avventurosa fuga del generale spagnolo Borjes, il cui fallimento segnò un momento fondamentale nella lotta per l’unità d’Italia.

Riferimento autore: Mario di Berardino, “Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica”.

Paterno nei primi anni dell’Ottocento era un centro in declino, con una popolazione che non superava i 300 abitanti. Gli storici del tempo riportano che i Paternesi erano scesi da 238 nel 1798 a 216 nel 1804, un calo attribuito alla malaria e alle difficili condizioni di vita. Al contempo, molti possedimenti a Paterno erano nelle mani di nobili delle località vicine, rendendo difficoltosa l’agricoltura per gli abitanti. Le chiese e le confraternite possedevano vasti appezzamenti di terra, con la Confraternita del SS. Sacramento di Avezzano che deteneva diverse proprietà anche a Paterno.

Nella stessa località, la confraternita aveva affittato vigneti a nomi noti come Angelo Buzzelli e Giovanni Di Berardino, mentre la Confraternita della Madonna del Soccorso aveva un certo peso economico con beni immobili nei pressi della chiesa dell’epoca. Anche la cappella del SS. Sacramento nella parrocchiale di San Sebastiano gestiva affitti di terreni e la riscossione di canoni annui.

Nell’anno 1802, tale cappella aveva accumulato un capitale considerevole attraverso un monte frumentario, ideato per supportare i contadini in difficoltà. Malgrado ciò, la situazione economica era precaria e la restituzione del grano prestato era complicata da raccolti scarsi. Nel 1806, la necessità di rientrare in possesso del grano prestato fece emergere un notevole disavanzo.

Con l’assenso del visitatore economico, nel 1803 fu autorizzata la costruzione di un nuovo campanile per la chiesa. Tuttavia, i costi di costruzione erano elevati, e si cercava di coprire le spese tramite la vendita del grano. La situazione si complicava ulteriormente con l’abolizione dei feudi nel 1806, che, sebbene promettente, non portò immediati benefici alla popolazione.

La comunità di Paterno, che all’epoca contava circa 200 abitanti, non era in grado di sostenere la propria autonomia amministrativa. Così, divenne frazione di Cèlano nel 1811. Paterno rimase annesso a Cèlano fino al 1954, anno in cui passò sotto l’amministrazione di Avezzano.

Negli anni successivi, una lenta ripresa demografica portò la popolazione a raggiungere circa 2.000 abitanti, e i Paternesi iniziarono a riconoscere l’importanza di migliorare la propria realtà locale piuttosto che emigrare.

Con il censimento del 1971, molte amministrazioni locali della Marsica si trovavano in difficoltà, mostrando come Paterno avesse una popolazione significativamente più alta rispetto a comuni vicini.

Le riforme del 1806 portarono a una spartizione dei beni feudali, ma la giustizia non sempre prevaleva nelle controversie fra ex feudatari e comuni. Anche dopo la riforma, il barone Paolo Masciarelli riuscì ad acquisire terreni a Paterno, evidenziando come i poteri economici rimanessero inalterati.

Negli anni 1807 e 1808, arrivarono cambiamenti drammatici con la soppressione degli ordini religiosi e le confische dei loro beni, un’opportunità che, tuttavia, non alleviò le difficoltà della popolazione. Con l’arrivo delle forze austriache, il caos politico si intensificò, culminando in gravi carestie e un peggioramento generale delle condizioni di vita.

Il Risorgimento portò a una mobilitazione in massa dei marsicani, con Guglielmo Pepe come figura chiave per la causa liberale. In marzo 1821, però, l’occupazione austriaca annullò gli entusiasmi iniziali, ripristinando una forma di governo oppressiva in Marsica.

L’avvento di Francesco II segnò un drammatico declino della stabilità, portando conflitti tra liberali e borbonici. Anche la figura di Diego Diez, un ex brigadiere, contribuì alla restaurazione borbonica.

Nonostante le speranze di pace, la regione sperimentò tumultuose vicende; l’epopea del generale spagnolo Borjes ne è un esempio: dopo un fallito tentativo di insurrezione, il suo tragico destino evidenziò il difficile clima sociale. Con la cattura e l’esecuzione di Borjes e dei suoi uomini, si concluse un altro capitolo turbolento della storia marsicana, il cui eco risuonò in tutta Europa.

Riferimento autore: M. di Berardino.

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Ospitalità e servizi

Paterno nei primi anni dell’Ottocento era un centro in declino, con una popolazione che non superava i 300 abitanti. Gli storici del tempo riportano che i Paternesi erano scesi da 238 nel 1798 a 216 nel 1804, un calo attribuito alla malaria e alle difficili condizioni di vita. Al contempo, molti possedimenti a Paterno erano nelle mani di nobili delle località vicine, rendendo difficoltosa l’agricoltura per gli abitanti. Le chiese e le confraternite possedevano vasti appezzamenti di terra, con la Confraternita del SS. Sacramento di Avezzano che deteneva diverse proprietà anche a Paterno.

Nella stessa località, la confraternita aveva affittato vigneti a nomi noti come Angelo Buzzelli e Giovanni Di Berardino, mentre la Confraternita della Madonna del Soccorso aveva un certo peso economico con beni immobili nei pressi della chiesa dell’epoca. Anche la cappella del SS. Sacramento nella parrocchiale di San Sebastiano gestiva affitti di terreni e la riscossione di canoni annui.

Nell’anno 1802, tale cappella aveva accumulato un capitale considerevole attraverso un monte frumentario, ideato per supportare i contadini in difficoltà. Malgrado ciò, la situazione economica era precaria e la restituzione del grano prestato era complicata da raccolti scarsi. Nel 1806, la necessità di rientrare in possesso del grano prestato fece emergere un notevole disavanzo.

Con l’assenso del visitatore economico, nel 1803 fu autorizzata la costruzione di un nuovo campanile per la chiesa. Tuttavia, i costi di costruzione erano elevati, e si cercava di coprire le spese tramite la vendita del grano. La situazione si complicava ulteriormente con l’abolizione dei feudi nel 1806, che, sebbene promettente, non portò immediati benefici alla popolazione.

La comunità di Paterno, che all’epoca contava circa 200 abitanti, non era in grado di sostenere la propria autonomia amministrativa. Così, divenne frazione di Cèlano nel 1811. Paterno rimase annesso a Cèlano fino al 1954, anno in cui passò sotto l’amministrazione di Avezzano.

Negli anni successivi, una lenta ripresa demografica portò la popolazione a raggiungere circa 2.000 abitanti, e i Paternesi iniziarono a riconoscere l’importanza di migliorare la propria realtà locale piuttosto che emigrare.

Con il censimento del 1971, molte amministrazioni locali della Marsica si trovavano in difficoltà, mostrando come Paterno avesse una popolazione significativamente più alta rispetto a comuni vicini.

Le riforme del 1806 portarono a una spartizione dei beni feudali, ma la giustizia non sempre prevaleva nelle controversie fra ex feudatari e comuni. Anche dopo la riforma, il barone Paolo Masciarelli riuscì ad acquisire terreni a Paterno, evidenziando come i poteri economici rimanessero inalterati.

Negli anni 1807 e 1808, arrivarono cambiamenti drammatici con la soppressione degli ordini religiosi e le confische dei loro beni, un’opportunità che, tuttavia, non alleviò le difficoltà della popolazione. Con l’arrivo delle forze austriache, il caos politico si intensificò, culminando in gravi carestie e un peggioramento generale delle condizioni di vita.

Il Risorgimento portò a una mobilitazione in massa dei marsicani, con Guglielmo Pepe come figura chiave per la causa liberale. In marzo 1821, però, l’occupazione austriaca annullò gli entusiasmi iniziali, ripristinando una forma di governo oppressiva in Marsica.

L’avvento di Francesco II segnò un drammatico declino della stabilità, portando conflitti tra liberali e borbonici. Anche la figura di Diego Diez, un ex brigadiere, contribuì alla restaurazione borbonica.

Nonostante le speranze di pace, la regione sperimentò tumultuose vicende; l’epopea del generale spagnolo Borjes ne è un esempio: dopo un fallito tentativo di insurrezione, il suo tragico destino evidenziò il difficile clima sociale. Con la cattura e l’esecuzione di Borjes e dei suoi uomini, si concluse un altro capitolo turbolento della storia marsicana, il cui eco risuonò in tutta Europa.

Riferimento autore: M. di Berardino.

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