Il matrimonio nella cultura contadina del passato costituiva un momento cruciale, sebbene fosse meno complicato rispetto ai tempi recenti. In contrasto, il fidanzamento era considerato un impegno serio, formalizzato da contratti scritti, e le interazioni tra i fidanzati erano rigorosamente regolate da norme di comportamento. Anche nei rapporti più recenti, come nei ricordi di chi visse prima della guerra, emerge la tensione e la dolcezza di questi legami. La testimonianza di «Rennestina» di Collelongo nel 1977 riporta a quei tempi: «Je fidanzate guardeva a me, e i’ guardeva a isse…».
Due fidanzati, in assenza di libertà, comunicavano prevalentemente attraverso serenate notturne e gesti simbolici, come fiori e fazzoletti. L’inventiva femminile, frutto di astuzia e desiderio, era talvolta necessaria per superare i rigori familiari. A Magliano dei Marsi, le ragazze si univano alla processione del Giovedì Santo, immerse in un’atmosfera di raccoglimento. A Trasacco, le giovani occupavano la chiesa di S. Cesidio, sistemando i seggi in modo strategico per attirare l’attenzione dei giovani.
La lettera pastorale del Vescovo di Valva e Sulmona dell’1832 evidenziava le preoccupazioni per i giovani innamorati che sfidavano le convenzioni per incontrarsi. Nonostante ciò, le giovani trovavano opportunità di incontro, come presso le fontane o nei campi. Come affermava Angela Bucci nel 1758, «Le donne di campagna del mio paese vanno per lo piú sole alli loro poderi… né per ció sono tenute per donne cattive».
Con il progresso della relazione, il fidanzamento portava al matrimonio, noto come «spusalizie», che richiedeva riti e promesse formali. Questi accordi creavano legami non solo tra i due sposi, ma tra le famiglie stesse, come indicato dai capitoli matrimoniali di Trasacco nel 1637. Le nozze culminavano con la sfilata dei carri, esibendo le sostanze del matrimonio, tradizione che perdura in molte comunità, come raccontato da Quirino Lucarelli.
La vita matrimoniale per le donne significava rinunciare alla libertà di «zitella honorata», ma guadagnavano una nuova indipendenza, spesso gestendo il lavoro domestico e le responsabilità della comunità durante le assenze dei mariti. Le donne diventavano protagoniste nella vita locale, sebbene il loro percorso fosse costellato di rischi e pericoli, come il giudizio morale della comunità e la possibilità di gravidanze indesiderate. Nonostante le difficoltà, la vita delle spose non era solamente un inferno, come talvolta descritto, ma anche un campo di opportunità e sfide quotidiane.
Tratto da: prof. Angelo Melchiorre.